S. MARIA MICHELA DEL SS. SACRAMENTO (1809-1865)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Micaela Desmaisières nacque a Madrid il 1° gennaio 1809 da nobile famiglia. Dedicò parte della sua giovinezza alle opere caritatevoli tra cui aiutare ragazze che vivevano nella perdizione. In lei molto forte la certezza della presenza reale di Cristo. Nel 1857 divenuto suo direttore spirituale s. Antonio Maria Claret diede origine al nuovo Istituto delle Adoratrici Ancelle del SS. Sacramento e della Carità, approvato dal cardinale di Toledo il 25 aprile 1858 e di cui divenne superiora generale. Morì di colera il 24 agosto del 1865; fu sepolta nella stessa città di Valencia.

Questa martire di carità nacque a Madrid il 1-1-1809 dal nobile Michele Desmaisières, aiutante generale dell'esercito spagnuolo e da donna Bernardina Lopez de Dicastillo y Olmeda, dama d'onore della regina Maria Luisa. A 9 anni Michela fu posta in pensione presso le Orsoline di Pau (Francia) affinchè vi ricevesse un'educazione conforme alla sua nobiltà. Alla morte del padre (1882), si ritirò con la mamma e le sorelle nel palazzo di Guadalajara, dove studiò letteratura, scienze, pittura, musica, equitazione, favorita com'era d'una intelligenza non comune e d'un temperamento molto vivace, ma incline ad un amore vivissimo per l'Eucaristia e gl'infelici.
Fin dai primi anni Michela amò esser condotta nelle chiese più solitarie e più povere, e restarvi a lungo immobile davanti al tabernacolo. A 13 anni, invece di perdere il tempo in divertimenti e conversazioni inutili, allestì nel suo palazzo una scuola per 12 ragazze povere, che vestì, preparò ai sacramenti e ammaestrò nei lavori femminili. Un po' più avanti negli anni andò a servire i malati e i poveri a domicilio. Durante il colera del 1834 scrisse pagine di sublime eroismo. Non lasciò difatti passare un solo giorno senza visitare i colpiti dal morbo, soccorrerli e prepararli a ben morire. In quel tempo distribuì agli indigenti indicatile dai parroci più di 4.000 pezze di biancheria confezionate in un palazzo che sua madre aveva trasformato in un laboratorio di emergenza.
Per la sua nobiltà e grandezza d'animo, molti giovani chiesero Michela in isposa, ma ella rigettò ogni idea di matrimonio, per continuare ad assistere i poveri, i malati, e specialmente la contessa sua madre, sotto la guida del P. Carasa SJ. Quando rimase orfana, essa si consacrò alla Vergine e propose di non fare alcuna preghiera ed opera buona senza affidargliela affinchè la dirigesse alla maggior gloria di Dio. Essendo tormentata da continui dolori di stomaco, suo fratello Diego, addetto all'ambasciata di Spagna a Parigi, la chiamò presso di sé per sottoporla alle cure dei medici più famosi. Siccome non ne ricavò alcun beneficio, se ne ritornò a Madrid e con altre dame si occupò delle meretrici inferme, curate nell'ospedale San Giovanni di Dio. A contatto di tante miserie, che fino allora le erano rimaste sconosciute, concepì l'idea di fondare un Collegio per 7 ragazze infelici, dirette da 7 dame, in onore dei 7 dolori della Madonna.
Mentre Michela si occupava di opere di beneficenza, suo fratello pensava a contrarre nozze e a richiamarla a Parigi per la direzione della sua casa. Affinché potesse brillare nel mondo in una maniera degna del loro casato, le ottenne il titolo di Viscontessa di Jorbalàn. Per non contrariare il fratello ella dovette prendere parte a balli, a ricevimenti, a banchetti e a teatri, ma non cessò per questo di occuparsi delle opere benefiche. Al principio del 1847, allarmanti notizie pervenutele dal suo "rifugio" di Madrid l'obbligarono a ritornare in Spagna. Non disponendo della somma necessaria per sovvenire alle necessità delle giovani, vendette il suo cavallo di sella, di gran valore, nonostante vi fosse attaccatissima. Prima di ritornare a Parigi il suo direttore spirituale la invitò a fare gli esercizi spirituali di S. Ignazio. Essi segnarono un'orma indelebile nella sua vita. La santa cominciò ad affliggere il suo corpo con grandi austerità, a diffondere la devozione alla Madonna e all'Eucaristia istituendo, fra le altre, l'Arciconfraternita della SS. Trinità, e inducendo la nobiltà a portare lo scapolare dell'Ordine Trinitario.
A Parigi il dover prender parte alle feste di società costringeva la santa a cambiare almeno 6 volte al giorno l'abito, il che costituiva per lei un vero tormento, una grande mortificazione. Per meglio conservare l'unione continua con Dio affumicò le lenti dei suoi binocoli e portò sotto le lussuose vesti strumenti di penitenza. Benché i suoi atroci mal di stomaco non le lasciassero un minuto di riposo, si alzava alle 5 del mattino per restare fino alle 10 in adorazione dopo aver ascoltato in ginocchio il maggior numero possibile di Messe. Compiuti i suoi doveri di famiglia e di società, essa andava a soccorrere i malati, a visitare scuole e ospedali per studiarne l'organizzazione, e dedicava alcune ore del giorno al cucito e al ricamo per sovvenire alle necessità delle chiese povere. Tutti l'ammiravano. Persino i reali di Francia la vollero conoscere e aiutarla nelle sue sante imprese. Durante la rivoluzione del 24-11-1848 Michela brillò per il suo indomabile coraggio. I sediziosi, vedendola, dicevano con rispetto: "Lasciate passare la cittadina!", E l'aiutavano a sormontare le barricate perché potesse raggiungere la parrocchia in cui quotidianamente faceva la comunione e andare a visitare i poveri e i malati.
Quando suo fratello fu nominato ambasciatore a Bruxelles, Michela dovette seguirlo. Anche là, come a Parigi, sua prima preoccupazione fu di cercarsi un saggio confessore e ubbidirgli in tutto secondo il voto che aveva fatto. Benché costretta a condurre un genere di vita forzatamente lussuoso, non diminuì le sue austerità e le sue preghiere. Per potere largheggiare negli aiuti ai bisognosi ridusse le sue spese personali allo stretto necessario e abolì la carrozza. Nelle sue corse per la città istruì protestanti, catechizzò ignoranti e lavorò per la riabilitazione delle meretrici, che andò a scovare persino nei lupanari. Dio ricompensò il suo zelo concedendole il dono di scrutare i cuori e di operare conversioni, e liberandola all'istante dai mali di stomaco che la travagliavano da dieci anni. Riconoscente a Dio di questo beneficio, fece voto di sacrificare la metà dei suoi beni e del suo tempo a vantaggio dei bisognosi.
Verso la fine del 1848 Michela dovette accompagnare sua cognata in Spagna a piccole tappe. Le sarebbe dispiaciuto non potersi comunicare tutti i giorni. Mentre manifestava al Signore tale preoccupazione, sentì rispondersi: "Se tu non ci metti nessun impedimento, io non ti mancherò giammai". Piena di riconoscenza, la santa fece allora il voto di ubbidire in tutto alla cognata che il fratello aveva affidato alle sue cure. A Parigi, dove si fermarono a lungo, Michela avrebbe voluto consacrarsi a Dio tra le Figlie della Carità, ma il fratello si oppose. A Bordeaux visitò le prigioni e gli ospedali. Tutti volevano sentirla parlare. L'arcivescovo le affidò l'ingrato compito di ricondurre alla sua ubbidienza un monastero di religiose ribelli. Vi riuscì con la sua bontà. A Madrid, per volere del P. Carasa, assunse la direzione delle Suore che avevano la cura delle prostitute malate nell'ospedale San Giovanni di Dio, ma la lasciò appena il suo collegio minacciò rovina. Ottenuto dal governatore della città un più vasto edificio, vi raccolse 40 pensionanti e 10 assistenti e le sottopose alla direzione di Suore francesi. Costoro, per mancanza di tatto, ottennero effetti contrari a quelli sperati e misero persino alla porta la santa che s'ingegnava di correggere il loro rigido metodo educativo. L'autorità religiosa la costrinse a prendere le difese della sua opera incompresa.
In un corso di esercizi spirituali che fece a Guadalajara, Michela intese queste parole: "Io voglio tè nella mia opera". Perfettamente conformata al divino beneplacito ella abbandonò il mondo (1850), vestì un abito di lana nera con un piccolo ostensorio sul petto, prese il nome di Michelina del SS. Sacramento e si obbligò a vivere sola con le giovani da rieducare. Con il suo esempio e con la sua bontà trascinò le 40 pensionanti a vivere un'esistenza quasi claustrale. All'esterno, però, l'opera della santa non fu compresa. I suoi parenti l'abbandonarono; le sue conoscenti la tacciarono di follia; le pie donne dissero che era un'ipocrita; i giornali la derisero; i seduttori delle ragazze la minacciarono. Nulla però valse ad abbattere la fede robusta, la speranza incrollabile, la forza invincibile di questa eroina perché era convinta di aver avuto da Dio la missione di sovraspendersi per la redenzione delle giovani traviate. Una misteriosa voce che sentiva in se stessa durante l'orazione fu la sua costante e sicura guida.
Quando temeva di essere sopraffatta dalle ristrettezze economiche e dalle avversità, Michela correva a prostrarsi davanti al tabernacolo e a dire: "Signore, se non servo Voi, chi servirò dunque in una vita così amara e così piena di sacrifici?". Gesù rispondeva: "Tu servi me". "E allora – racconta la santa – io sentivo un balsamo che addolciva il mio dolore e mi donava forza e coraggio per lavorare, resistere e lottare". Le persecuzioni esterne durarono 7 anni. Per tutto quel tempo Iddio la sostenne miracolosamente e sempre in una maniera inattesa. Gli angeli la servirono in tutto e supplirono alla mancanza di personale.
Per dare stabilità alla sua opera Michela ritenne opportuno fondare le religiose Adoratrici Ancelle del SS. Sacramento e della Carità per l'adorazione perpetua, la riabilitazione delle giovani cadute e l'educazione delle bambine povere. Per riuscire meglio nella formazione delle vocazioni che Dio le mandava, combatté con coraggio il proprio temperamento impulsivo. "Da quindici anni – affermò la santa – non faccio mai quello che mi piace; mi mortifico in ogni cosa e non trascuro nulla di ciò che mi riesce penoso". Le sue suore giunsero a dire: " Per farsi amare dalla Madre Michela del SS. Sacramento, bastava offenderla". Per propagare l'Istituto dovette vincere immensi ostacoli e compiere viaggi, ma le pene invece di abbatterla le facevano versare lacrime di gioia. Nell'Eucaristia trovava la sua passione, la sua forza. Sovente esclamava: "Oh, mio amore! Possa io restare sempre davanti a tè come la tua schiava! Possa io farti conoscere e amare da tutto il mondo!". Più volte la porticina del tabernacolo si aprì da sola, più volte Gesù l'accarezzò prima di donarsi a lei in cibo; più volte le fece appoggiare il capo sul suo cuore adorabile. Per questo diceva alle sue figlie spirituali: "Noi dobbiamo amare Dio in una maniera del tutto particolare. Nostro segno distintivo sia di amarlo come nessun'altra persona. Figlie mie, nessuno deve superarci nell'amore di Gesù Eucaristico. Io prego e pregherò sempre per ottenervi questa grazia". E prescrisse loro di salutarsi, incontrandosi, con l'invocazione: "Sia lodato il SS. Sacramento".
Michela morì a Valenza il 24-8-1865 per un attacco di colera che aveva contratto nell'assistere le religiose e le pensionanti del collegio colpite dal morbo. Al Commissario Governatore di Albacete, che aveva cercato di trattenerla dall'esporsi al pericolo, aveva risposto: "Noi che facciamo tutto per amore di Dio, non temiamo la morte". La sua malattia non durò che dodici ore, ma fu dolorosissima per i crampi violenti che l'accompagnarono. Pio XI la beatificò il 7-6-1925 e la canonizzò il 4-3-1934. Il suo corpo non fu provvidenzialmente gettato nella fossa comune, ma traslato solennemente nel 1891 nella chiesa delle Suore Adoratrici da lei fondate.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 276-281.
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