S. LUDOVICO O LUIGI D’ANGIÒ (1274-1297)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Figlio di Carlo d’Angiò, re di Napoli, da ragazzo fu condotto prigioniero con i fratelli presso il re di Aragona, dove ebbe occasione di conoscere i Francescani. Riacquistata la libertà, rinunciò al trono, venne ordinato sacerdote nel febbraio 1296, a ventidue anni, e vescovo di Tolosa nel dicembre dello stesso anno. Ludovico improntò la propria vita alle rigide regole della povertà francescana, prediligendo poveri, malati, giudei vittime di persecuzione ed emarginazione e i carcerati ai quali si recava spesso a far visita. Venne elevato agli onori degli altari nel 1318 da Giovanni XXII, presenti sua madre e il fratello Roberto.

Questo principe, che al regno di Napoli preferì il saio francescano, nacque probabilmente a Nocera (Salerno), secondo dei 14 figli di Carlo II d'Angiò, lo Zoppo, nipote di S. Ludovico IX, re di Francia e principe di Salerno, e di Maria d'Ungheria, pronipote di Santa Elisabetta di Turingia. Suo nonno Carlo I, re di Napoli, volle che fosse educato in Francia come un principe francese. A Brignoles, in Provenza, nella diocesi di Fréjus, Luigi crebbe mingherlino, ma dotato di una straordinaria saggezza, sotto la guida del pio ed esigente zio Guglielmo de Manerie.
La giornata dei principini era tutta divisa tra la preghiera, lo studio e gli esercizi fisici. A sette anni Luigi sapeva cavalcare, cacciare, pescare, tirare di scherma, danzare e cantare. Non ebbe mai a gustare, come suo fratello Roberto, la verga dell'istitutore tant'era diligente nel compimento dei doveri. Testimoniò sua madre che di notte sentiva il bisogno di lasciare il letto troppo comodo per dormire sul pavimento o per fare orazione in piedi, con le braccia distese. Nel 1286 Luigi entrò in relazione con il Frate Minore Francesco Brun, che lo seguì per quasi tutta la vita e che lo avviò al culto della povertà e della pietà. Luigi difatti ogni giorno recitava l'Ufficio della B. Vergine e si dilettava alla lettura del Florilegio dei Santi.
Nel 1284 Carlo II fu sconfitto nella baia di Napoli da forze preponderanti aragonesi e fatto prigioniero. Il santo suo figliuolo per ottenerne la liberazione raddoppiò le preghiere e le mortificazioni. Cominciò a mangiare poco, a digiunare sovente, a fuggire la conversazione con le donne, a castigare il suo corpo fino al sangue con catene di ferro e a cingersi i fianchi molto strettamente con una corda munita di nodi. Nel 1288 con la convenzione firmata ad Oloron-Sainte-Marie, nei Bassi Pirenei, Carlo II, succeduto al padre nel 1285 sul trono di Napoli, riacquistò la libertà, ma tre dei suoi figli, tra cui Luigi e un centinaio di giovani signori, dovettero prendere il posto suo come ostaggi, prima nel castello di Moncade, presso Barcellona (Spagna), e dopo due anni in quello di Ciurana, nella provincia montagnosa di Tarragona.
I prigionieri, sotto la direzione di Luigi, condussero una vita conforme ai loro gusti, ma nelle loro relazioni con gli esterni erano strettamente sorvegliati. Il santo compose per la sua piccola corte un regolamento militare-monastico. Durante i pasti, per esempio, molto frugali, anche perché il padre, rovinato nelle finanze, non era in grado di mandargli molti denari, prescrisse la lettura della Bibbia, dei Padri e delle vite dei Santi. Coloro poi che si lasciavano sfuggire qualche bestemmia erano condannati a mangiare seduti per terra insieme con i cani. Agli ordinari esercizi fisici e ai tornei, Luigi preferì la compagnia del P. Francesco Brun, che aveva ottenuto di assistere gli ostaggi con un altro confratello. In tal modo poté imparare il latino, iniziare lo studio della teologia, prendere parte alla Messa, confessarsi quasi tutti i giorni e recitare con l'Ufficio divino anche quello della Croce. Fisicamente quegli anni di prigionia furono per Luigi una rovina perché divenne tubercolotico.
Nel 1290, aumentando la febbre, la tosse e gli sputi sanguigni, Luigi fece voto di consacrarsi a Dio nell'Ordine di S. Francesco se fosse sopravvissuto. Nella festa di Pentecoste, credendosi guarito, rinnovò il buon proponimento. Un giorno il cavallo lo sbalzò di sella e lo lasciò miracolosamente indenne dopo che si era rotolato per ben tré volte sopra di lui. L'incidente lo confermò maggiormente nel desiderio di farsi quanto prima francescano, lo indusse a rinunciare al porto d'armi e alla caccia e lo spinse a vivere praticamente come un chierico. Sotto i vestiti cominciò a portare il cordone francescano. Dopo alcuni anni di prigionia Luigi poté trasferirsi a Barcellona, seguire i corsi dell'università, frequentare assiduamente il convento dei Frati Minori e visitare i malati.
Per i buoni uffici di Bonifacio VIII, il 7-6-1295 fu ristabilita la pace tra gli aragonesi e gli angioini di Napoli. Luigi s'incontrò con il padre a Figueras (Catalogna) e ottenne da lui il permesso di ricevere la tonsura nella chiesa del monastero di Villabertràn. Quel giorno, in occasione del matrimonio di sua sorella Bianca con Giacomo II il Giusto, re di Portogallo, pronunciò pure il discorso di circostanza. Carlo II avrebbe desiderato che suo figlio sposasse lolanda, sorella di Giacomo II, ma Luigi, che aveva promesso a Dio di conservare in perpetuo la verginità, quando giunse a Montpellier andò a supplicare il provinciale dei Frati Minori affinchè lo ricevesse nell'Ordine. Non fu accettato soltanto perché gli mancava il consenso del padre, ma appena arrivò a Roma ottenne di ricevere dal papa in persona gli ordini minori e il diaconato.
Carlo II, avendo compreso che era impossibile tentare di distogliere il figlio dalla propria vocazione, ne accettò la rinuncia ai diritti di successione a favore del fratello Roberto (1296), gli concesse una pensione di quattro mila lire e gli mise a disposizione a Napoli il castello dell'Ovo. Non essendogli concesso ancora di farsi francescano, Luigi organizzò la vita come quella di un religioso, si circondò di Frati Minori e si diede alla preghiera e allo studio della Somma di San Tommaso e degli scritti dei Padri, specialmente di quelli di S. Bernardo. Dopo appena cinque mesi, Bonifacio VIII, che non lo aveva perso di vista, lo invitò a recarsi a Roma perché intendeva ordinarlo sacerdote. Il santo, che amava il nascondimento, declinò quell'onore. Ottenne di essere consacrato prete a Napoli il 19-5-1296, con la dispensa d'età avendo appena ventidue anni. Dal castello usciva soltanto per andare a predicare e ad esercitare le opere di misericordia.
Alla fine del 1296, essendo morto il vescovo di Tolosa, Ugo Mascaron, Bonifacio VIII, per cattivarsi la benevolenza di Filippo il Bello, re di Francia, ritenne opportuno elevare a quella sede Luigi d'Angiò. Carlo II rimase lusingato di quella scelta, il figlio invece l'accettò per ubbidienza e a condizione di potere entrare immediatamente nell'Ordine francescano. A Roma, nel convento di Ara Coeli, la vigilia di Natale dello stesso anno, il ministro generale dell'Ordine, Giovanni Minio de Muro, ne ricevette i voti religiosi. Il P. Francesco Brun gli diede il suo abito, adattato alla meglio, e il santo lo nascose sotto le vesti, non essendo stato autorizzato a portarlo pubblicamente. Il 29 dicembre fu consacrato in San Pietro a Roma. Ritornò a Napoli per salutare la famiglia e i parenti, e dopo un mese partì per andare a prendere possesso della sua diocesi passando per Parigi. A Roma cercò alloggio presso i Frati Minori ed ebbe la grande consolazione di poter sostituire alle vesti prelatizie l'umile saio francescano. Durante il viaggio il suo seguito e i suoi ospiti cercarono di rendergli dolce l'esercizio dell'umiltà e della povertà, ma egli si oppose sempre a quanto non era strettamente conforme ai tre voti che egli aveva solennemente professato. A Firenze, per esempio, i suoi confratelli gli prepararono una camera riccamente addobbata. "Che è questo? – disse loro il santo vescovo – Un povero Frate Minore si alloggia così? Non sapete che ho rinunciato alla dignità regale della terra e che non ho più altra eredità che la croce di Gesù Cristo?". A Parigi rifiutò gli appartamenti che il re gli aveva fatto preparare, per condurre vita comune con i Frati Minori. Fu costretto a fare visite a grandi personaggi, a prendere parte a riunioni presso l'università e a predicare, ma trovò la maniera di umiliarsi facendo in refettorio la lettura secondo il suo turno.
Luigi prese possesso della sua vasta diocesi nel marzo del 1297 con una salute molto precaria. L'episcopio assunse al suo arrivo l'aspetto di un convento. Difatti, delle rendite il santo ritenne l'indispensabile per il sostentamento dei familiari, tra cui figurava, con i due francescani che lo avevano seguito nella prigionia in Spagna, Giacomo Duèze, professore di diritto canonico e futuro papa Giovanni XXII; il rimanente lo fece distribuire alle chiese, ai malati e ai poveri. Tutti i giorni serviva, in ginocchio, alla tavola, venticinque mendichi e accorreva al capezzale dei malati bisognosi del suo aiuto. Un giorno, dopo aver confessato un'inferma, chi lo accompagnava gli fece notare che aveva le vesti coperte d'insetti. Senza scomporsi il santo gli rispose: "Sono queste le perle dei poveri".
Luigi predicò ovunque con zelo apostolico; obbligò beneficiari indegni a dimettersi; nel conferimento degli Ordini si permise di sforbiciare i capelli troppo lunghi o arricciati dei chierici; intercedette a favore dei prigionieri e dei giudei; resistette agli agenti del rè che volevano intralciare la sua azione pastorale. Lo sforzo fatto per ben governare i fedeli ne peggiorò la salute. Appena si accorse che la malattia non gli permetteva di far fronte alle sue responsabilità, egli prese la risoluzione di rinunciare alla diocesi. Sua sorella Bianca lo invitò ad andarsi a riposare per un po' di tempo alla corte di Spagna. Egli ne accolse l'invito, rimase a Barcellona circa un mese, poi decise di recarsi a Roma per assistere alla canonizzazione di S. Ludovico IX, suo prozio. A Brignoles s'incontrò con il padre, ma trovò appena la forza di pontificare il 4 agosto, festa di S. Domenico, e di cantare la Messa il giorno dopo in suffragio di suo fratello maggiore. Poi dovette mettersi a letto.
Luigi sapeva che non si sarebbe più ripetuto il miracolo della guarigione. Dettò quindi il suo testamento, dispose che nella camera fosse celebrata tutti i giorni la Messa e il giorno dell'Assunta, benché ridotto a pelle e ossa, volle alzarsi da letto e ricevere il Viatico inginocchiato davanti all'altare. Si preparò alla morte recitando quasi ininterrottamente l'Ave Maria e ripetendo sovente: "Ti adoro, o Cristo, e ti ringrazio perché hai voluto redimere il mondo con la tua santa croce". Oppure: "Non ricordare, o Signore, le colpe della mia giovinezza, a motivo della tua bontà" (Sal. 25, 7).
Luigi morì il 19-8-1297 a Brignoles e fu seppellito nella chiesa dei Frati Minori di Marsiglia. Per strada furono visti formarsi attorno al feretro raggi di luce, e i ceri spegnersi e riaccendersi misteriosamente. Sul suo sepolcro una decina di morti risuscitarono. Giovanni XXII canonizzò Luigi d'Angiò nel 1317 insieme a San Tommaso d'Aquino, e scrisse una lettera alla madre per congratularsi con lei di aver dato al mondo un figlio così grande. Nel 1423, Alfonso V il Magnanimo, re di Aragona e delle Due Sicilie, dopo essersi impadronito di Marsiglia, fece trasportare a Valenza le reliquie del Santo.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 191-195.
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