S. GREGORIO GRASSI (1833-1900) e 28 Martiri dei BOXERS

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Il 1° ottobre del 2000, papa Giovanni Paolo II ha canonizzato un numeroso gruppo di 120 martiri in Cina, beatificati in precedenza in vari gruppi. E di questa folta schiera di martiri che immolarono la loro vita per la fede, vittime dell’odio anticristiano, ce n’è un gruppo di 29, tutti appartenenti all’Ordine Francescano, uccisi dai fanatici ‘boxers’ il 9 luglio 1900 a Tai-yuen-fu. Il gruppo, capeggiato liturgicamente dal vescovo Gregorio Grassi, comprende 3 vescovi, 4 sacerdoti, 1 fratello religioso, 7 suore Francescane Missionarie di Maria, 11 laici cinesi del Terz’Ordine di S. Francesco e 3 laici fedeli cinesi. Essi vennero beatificati il 27 novembre 1946 da papa Pio XII.

Verso la fine del secolo XIX la Cina era praticamente ridotta a una colonia delle potenze europee con grande insofferenza del popolo il quale, non avendo voluto assimilare la civiltà moderna, non godeva di molto prestigio nel mondo. Il giovane imperatore Kouang-Siu cercò di introdurre nel paese molte riforme, ma non riuscì che a provocare una reazione del partito conservatore, appoggiato dalla vecchia imperatrice Tse-Hsi.
L\’imperatore fu arrestato il 22-9-1898 e costretto ad abdicare. L\’imperatrice riprese la reggenza, fece arrestare i riformatori, ne condannò sei a morte, revocò le riforme introdotte nel regno e, nelle cariche più importanti, al posto dei cinesi pose i manciù.
Incapace di condurre una guerra contro le grandi potenze, l\’imperatrice eccitò nel popolo la xenofobia, servendosi della comunità segreta dei "boxers", sorta per reagire contro le concessioni di territori nazionali a potenze straniere. Nel maggio del 1900 l\’imperatrice ritenne giunto il momento di scatenare l\’ira dei boxers o "dei pugni patriottici" contro gli europei, facendoli sostenere dalle truppe regolari. I cristiani furono considerati come dei venduti allo straniero e perseguitati con odio implacabile.
I boxers uccidevano i capi delle cristianità, i catechisti, le battezzatrici, le maestre di scuola, e risparmiavano soltanto gli apostati e le fanciulle che acconsentivano a sposare un pagano o uno di loro. Con l\’aiuto dei bonzi facevano circolare contro i cristiani calunnie incredibili e contro Gesù Cristo libelli obbrobriosi. Fortunatamente molti viceré si rifiutarono di eseguire gli ordini ricevuti da Pechino, motivo per cui la persecuzione si estese soltanto alle province che si trovavano vicino alla capitale. Grazie all\’intervento delle potenze europee, essa durò meno di due mesi, ma fu sanguinosa. Si parlò infatti di 20.000 morti, di cui 2418 soltanto nei Vicariati Apostolici dello Shan-si e dell\’Hunan, affidati all\’Ordine dei Frati Minori. Di essi solamente 29 furono beatificati da Pio XII il 24-11-1946. La maggior parte colse la perla del martirio a Tai-Yuang-fu, nello Shan-si settentrionale, tre furono martirizzati a Hong-Chow-fu, nell\’Hunan.
Quest\’ultima località fu invasa da una banda di "boxers" il 4-7-1900. I due missionari che si trovavano nella resistenza riuscirono a scappare. Ben presto però il B. Cesidio Giacomantonio ritornò sui suoi passi perché si era ricordato che il SS. Sacramento era rimasto nel tabernacolo.
Appena i banditi lo scorsero, lo afferrarono e lo percossero tanto brutalmente che cadde a terra ferito a morte. Lo avvolsero allora in una coperta imbevuta di petrolio e lo lasciarono bruciare lentamente sopra un rogo.
Era nato il 30-8-1873 a Fossa (L\’Aquila) e a 15 anni era entrato nel convento francescano di Sant\’Angelo in Croce. Prima di partire per la Cina (1899) aveva trascorso un anno di preparazione a Roma nel Collegio Internazionale di Sant\’Antonio, di cui è il primo martire e il primo beato.
Il giorno dopo Mons. Antonio Fantosati, Vicario Apostolico dell\’Hunan meridionale, ne apprese la triste notizia mentre si trovava in visita pastorale sulle montagne. Egli decise di ritornare subito a Hong-Chow-fu, sua residenza abituale. A coloro che cercavano di dissuaderlo dal compiere quel viaggio, rispose: "Non posso, il mio dovere è di andare a difendere i miei figli e soprattutto le orfanelle". Salì in una barca insieme con il confratello il B. Giuseppe M. Gambaro, ma quando il 7 luglio giunse davanti alla città, fu scorto da alcuni ragazzi che ne dettero l\’avviso ai concittadini. La sua barca fu subito circondata da altre imbarcazioni e spinta a riva. Nel mettere piede a terra i due missionari furono presi a sassate, assaliti, spogliati dei loro abiti, colpiti con bastoni e con lance. Sanguinanti per i colpi ricevuti, i martiri caddero in mezzo alla via. La plebaglia con lame sottili trafisse loro gli occhi. Mentre giacevano l\’uno vicino all\’altro, essi si sussurrarono parole d\’incoraggiamento e di conforto. Un teste oculare riferì che le ultime parole proferite in cinese da P. Gambaro furono: "Jesu miserere et salva nos". Il martirio di Mons. Fantosati si prolungò per oltre due ore tra atroci tormenti, finché un pagano lo trapassò da parte a parte con un palo di bambù armato di un punta di ferro. I pagani cremarono i corpi dei due martiri e, per impedire che fossero venerati, ne dispersero le ceneri al vento. Sul luogo del supplizio diversi testimoni videro due angeli levarsi radiosi verso il cielo, mentre il popolo, che aveva assistito alla macabra scena, esclamava: "Questi stranieri erano veramente uomini giusti".
Il B. Antonio Fantosati nacque il 16-10-1842 nella borgata di Santa Maria in Valle a Trevi (Perugia). Entrato a sedici anni nell\’ordine dei Frati Minori, fu mandato in Cina (1867) dove per trentatré anni svolse un intenso apostolato prima tra i cristiani dell\’alto Hupé, poi nel centro fluviale di Lao-ho-kow, e quindi come Vicario Apostolico dell\’Hunan meridionale. Prima ancora di esser ordinato vescovo (1892), fu avvertito che una taglia gli pesava sul capo. Nonostante l\’agguato che gli tesero sul luogo stesso in cui cadde il B. Giovanni da Triora (113-2-1816), egli si prodigò, impavido, per il gregge, gli orfani e l\’edificazione delle chiese.
Il B. Giuseppe Gambaro nacque a Galliate (Novara) il 7-8-1869. A tredici anni entrò nel Collegio Serafico di Monte Mesma, sul lago d\’Orla, come fratino, e a diciotto vi fece il noviziato. Intelligente e disciplinato, i superiori fin da studente teologo lo dessero assistente dei collegiali di Ornavasso. Dopo l\’ordinazione sacerdotale, avendo chiesto di essere mandato come missionario in Estremo Oriente, fu destinato all\’Hunan meridionale. Mons. Fantosati lo incaricò di fare da rettore e professore ai seminaristi di Scen-fan-tan, per tre anni, poi lo incaricò di dirigere la cristianità di Yen-tcion. Quando i boxers cominciarono a perseguitare i cristiani, egli si trovava, con il Vicario Apostolico, a San-mu-tciao per ricostruire la cappella distrutta dai pagani.

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La missione dello Shan-si settentrionale dovette il suo incremento allo zelo di Mons. Gregario Grassi, nato a Castellazzo Bormida, nella diocesi di Alessandria, il 13-12-1833. A quindici anni entrò nel convento dei Frati Minori di Montiano (Forlì). I successi riportati negli studi sembravano destinarlo all\’insegnamento, invece prevalse in lui l\’ideale missionario.
Arrivò in Cina nel 1861, dove per quarant\’anni svolse un\’intensa attività. Nel 1876 fu eletto coadiutore del Vicario Apostolico dello Shan-si settentrionale. Un anno dopo, essendo scoppiata una terribile pestilenza, spontaneamente chiese di sostituire un missionario colpito dal morbo. Anche lui contrasse la peste. Fu in pericolo di morte e, quando guarì, fu udito esclamare: "Dare la vita per i miei cari figlioli mi sarebbe sembrata una fortuna". Nel 1891 rimase solo a reggere le sorti del Vicariato Apostolico. Profuse allora le sue migliori energie per l\’incremento delle vocazioni indigene e per rianimare i cristiani tiepidi e disgregati.
Suo diretto collaboratore fu il B. Francesco Fogolla, nato il 4-10-1839 a Monterregio di Mulazzo, nella diocesi di Apuania. Trasferitesi con la famiglia a Parma, a diciassette anni si fece francescano. Partì per lo Shan-si settentrionale nel 1866 e si applicò subito con tale impegno allo studio della lingua cinese da possederla in breve tempo con rara perizia, tanto che destò l\’ammirazione negli stessi indigeni. Se ne servì per il disbrigo di pratiche molto delicate presso le autorità civili e per la predicazione. Fu merito suo se ai cristiani fu aperta la via agli studi che era stata loro praticamente preclusa. Nominato rettore del seminario di Tai-Yuan-fu e vicario generale, eresse un orfanotrofio e un asilo e compì la visita apostolica alle missioni di Ki-sien e di Pin-iao da lui in precedenza evangelizzate per sette anni.
Nel 1898 egli prese parte alla rassegna delle Missioni, nell\’esposizione internazionale di Torino, con un materiale nuovo e interessante, specialmente con una collezione di flora fossile, che fu poi acquistata dal reale Museo geologico di Torino. Approfittò di quell\’occasione per spingersi fino in Inghilterra e in Francia allo scopo di raccogliere fondi per le sue missioni. Mentre si trovava a Parigi gli giunse la nomina a vescovo coadiutore di Mons.Grassi. Ritornò in Cina nel marzo del 1899 con un gruppo di dieci Frati Minori e quattordici Francescane Missionarie di Maria.
Tra i veterani della missione figurava il B. Elia Facchini, nato il 2-7-1839 a Reno Centese (Ferrara). Vestì l\’abito francescano a Rimini nel 1854, ma compì il corso degli studi a Ferrara. Partì per lo Shan-si nel 1866, due anni dopo l\’ordinazione sacerdotale. Per le sue spiccate doti di governo fu eletto rettore del seminario indigeno di Tai-Yuan-fu. Essendo l\’unico professore, dovette occuparsi di tutte le scuole che andavano dalle elementari alla teologia. Nonostante il lavoro opprimente, trovò pure il tempo per confessare e compilare un dizionario latino-cinese. Dopo vent\’anni fu chiamato al nuovo centro francescano di Tong-en-kou, dove fu prima presidente, quindi vicario, direttore del piccolo seminario e confessore dell\’orfanotrofio femminile. Quattro anni dopo, data la sua esperienza, riprese la direzione del grande seminario indigeno di Tai-Yuang-fu.
Tra i martiri fatti dai boxers in questa città ci fu anche il B. Teodorico Baiai, nato il 23-10-1858 a St-Martin du Taur, nella diocesi di Albi (Francia). Vestì l\’abito francescano nel noviziato di Pau (1880) dopo aver fatto gli studi nei seminari diocesani. Fu ordinato sacerdote nel 1884 a Clevendon (Inghilterra), perché in Francia gli ordini religiosi non avevano diritto di cittadinanza. Poté realizzare il suo ideale missionario un anno dopo, nonostante la precaria salute. Dopo che si era impadronito bene della lingua, evangelizzò parecchi distretti finché fu eletto maestro dei novizi (1896) e poi fu chiamato a Tai-Yuen-fu come procuratore della missione. Per volontà di Mons. Grassi fu pure cappellano delle orfanelle e delle Francescane Missionarie di Maria. Alla vigilia della persecuzione fu esortato a mettersi in salvo, ma egli rispose semplicemente: "Il mio dovere è di restare".
La missione dello Shan-si settentrionale nel 1900 contava anche un fratello laico, il B. Fra Andrea Bauer, nato il 24-11-1866 a Guebwiller, nella diocesi di Strasburgo (Alsazia). Fino a vent\’anni fece il giardiniere. Volendo farsi francescano, a causa della legge di soppressione degli ordini religiosi in Francia (1862), fu inviato a Clevedon (Inghilterra), dove ricevette l\’abito di oblato terziario nel 1886. Costretto a ritornare in patria per il servizio militare, fu destinato al corpo dei corazzieri.
Durante i tre anni di ferma condusse una vita irreprensibile, poi per sovvenire alle necessità dei familiari, si diede al lavoro dei campi finché potè partire per Amiens e riprendere l\’abito religioso come fratello converso. Mons. Fogolla lo condusse con sé in Cina il 4-5-1899. Di lui è detto nei processi: "Lavorava per cinque; era servizievole con tutti, anche con i domestici, sapeva stare fermo soltanto quando per ore intere pregava per chiedere a Dio di diventare un santo, un grande santo".

Con Mons. Fogolla giunsero in Cina anche le Francescane Missionarie di Maria, fondate da Elena de Chappotin de Neuville, in religione Madre Maria della Passione (+1912). Sette di esse erano incaricate di fondare una missione a Tai-Yuan-fu, dove giunsero il 4-5-1899. In principio si stabilirono nell\’orfanotrofio in cui erano raccolte più di 200 orfanelle. In seguito poterono iniziare la costruzione del proprio convento, organizzare la vita comunitaria, le visite ai malati, la scuola professionale delle ragazze e la preparazione dei fanciulli alla prima comunione.
Superiora della comunità religiosa era la B. Maria Erminia (Irma Grivot), nata a Baune, nella diocesi di Digione (Francia) il 28-4-1866. Nonostante la tenace e continua opposizione della famiglia, nel 1894 entrò tra le Francescane Missionarie di Maria a Chatelets, in Normandia, facendo proprio il motto dei bretoni: "Meglio morire che macchiarsi!". Energica, coraggiosa, istruita, esercitò nella casa di Vanves l\’ufficio di contabile. In Cina poté darsi con ardore all\’educazione delle orfanelle che andavano crescendo per la carestia e la fame. Nelle difficoltà esclamava: "Malgrado le nostre preoccupazioni, non mi tormento troppo. Siamo tutti figli di Dio e ci abbandoniamo alla sua divina provvidenza. Quello che Lui protegge è ben protetto".
Con lei colsero la palma del martirio: 1) la B. Maria Chiara (Clelia Nanetti), nata il 9-1-1872 a Ponte Santa Margherita, nella diocesi di Adria. Entrò nell\’Istituto a Roma ( 1892) e fece il suo noviziato a Chatelets. Di carattere focoso, divenne modello di mansuetudine e di ubbidienza. A Vanves soddisfece alle esigenze di un\’ottantina di persone nell\’ufficio di guardarobiera.
2) la B. Maria della Pace (Marianna Giuliani), nata il 13-12-1875 all\’Aquila. Rimasta orfana di madre, a undici anni fu affidata a Madre Maria della Passione che la fece studiare a Roma e poi la mandò, perché si ristabilisse in salute, a Chatelets. Fece il noviziato a Vanves ed esercitò vari uffici tra cui quello di assistente delle fanciulle.
3) la B. Maria Adolfina (Maria Dierkx), nata l\’8-3-1866 a Ossendrecht (Olanda). Rimasta orfana ancora fanciulla, fu adottata da una buona famiglia del paese, quindi passò (1893) all\’Istituto e, due anni dopo, fece la professione religiosa. Le furono riservati i lavori più faticosi e più umili del convento: la cucina e il bucato. Essa li adempì con tanta diligenza da suscitare la meraviglia delle consorelle.
4) la B. Maria Amandina (Paolina Jeuris), nata il 28-12-1872 a Herk-la-Ville, nella diocesi di Liegi (Belgio). Rimasta orfana di mamma, fu allevata da una famiglia del luogo. Entrò in seguito nell\’Istituto e fece la professione religiosa nel 1898. Esercitò l\’ufficio d\’infermiera nella clinica chirurgica di Marsiglia, con tanta gioia, che sentì il bisogno di esternarla in versi, semplici, ma fervidi di amore. In Cina si occupò dell\’ambulatorio della missione. Ripensando con riconoscenza alla vocazione ricevuta scriveva: "Che potrò mai offrirti, mio Dio, in cambio di avermi scelta? Altro non ho che la vita, il cuore, l\’anima mia!". I cinesi la soprannominarono "la vergine europea che ride sempre".
5) la B. Maria di Santa Natalia (Giovanna M. Kerguin), nata il 5-5-1864 a Belle-Isle-en-Terre, nella diocesi di St-Brieuc, (Cótes-du-Nord). Vestì l\’abito delle Francescane Missionarie di Maria nel 1877 a Chatelets. Sia nel noviziato che nelle case di Roma, di Cartagena (Tunisia), di Vanves, si mostrò di un\’inalterabile letizia. Essendo sempre pronta ai lavori più faticosi, le consorelle la consideravano "l\’asinello di S. Francesco". In Cina fu presto provata per tre mesi da una gravissima malattia. Per fare animo a tutti diceva: "Se non avessi nulla da soffrire, penserei che il Signore non mi ama".
6) la B. Maria di S. Giusto (Anna M. Moreau), nata il 9-4-1866 a La Faye, nel comune di Rouans (Loira Inferiore). Entrò nell\’Istituto come suora non corista, il che costituì per lei, intelligente e vivace, una prova assai dura. Dopo la professione fece la fioraia, la calzolaia, la tipografa, la questuante. Ogni tanto sospirava: "Quanto vorrei sapere ubbidire come Maria! Ma il mio orgoglio è così grande che mi riesce assai difficile!". Eppure la fondatrice diceva di lei: "Suor S. Giustino è l\’ubbidienza in persona".
L\’apostolato dei frati minori e delle Francescane Missionarie di Maria procedeva bene quando a Tai-Yuan-fu fece il suo ingresso, in qualità di viceré dello Shan-si, il noto persecutore dei cristiani, Yu-Hsien. Essendo favorevole ai boxers, il 28-6-1900 egli li chiamò in città. Costoro cominciarono subito a sobillare il popolo contro i cristiani, dipingendoli come "nemici della patria", "avvelenatori di pozzi", "seviziatori di bambini", "causa della siccità" sopravvenuta e della "conseguente carestia". Lo stesso viceré diceva nel proclama fatto affiggere per le strade: "Il fetore dei cristiani è arrivato al cielo; per questo non cade più né pioggia, né neve e subiamo le conseguenze della sterilità e della siccità. Tutto il popolo soffre in modo indicibile".
Molti cristiani fuggirono per sottrarsi alla morte. Le suore furono invitate da Mons. Grassi a mettersi in salvo. Gli ripose la superiora: "Fuggire? Ah, no! Siamo venute qui a dare la vita per Gesù, se è necessario. La forza ce la darà nostro Signore". Per ordine dei viceré nel pomeriggio del 29 giugno le giovani cinesi e le orfane furono trasferite dai soldati in una pagoda. Il 5 luglio anche le sette Francescane Missionarie di Maria furono invitate a trasferirsi in una vecchia casa mandarina chiamata "albergo della pace celeste" con i missionari, i seminaristi cinesi e i domestici addetti alla residenza vescovile.
Verso mezzanotte i soldati circondarono i prigionieri, chiusi in tre stanze. Nonostante la ristrettezza del posto, i missionari furono in grado di recitare l\’ufficio in comune, di celebrare la Messa e di distribuire la comunione ai loro compagni. Nessuno si faceva illusione riguardo alla propria sorte. Il P. Teodorico scrisse difatti: "Questa sera siamo chiusi in prigione. Speriamo di uscirne per affrontare al più presto la morte per Dio". Ciononostante i cinque seminaristi non ristettero dal giocare e dal ridere. Il P. Elia li ammonì dolcemente: "Questo non è il momento di giocare, ma di prepararsi alla morte". Il più giovane di loro, il B.Giovanni Wang, sedicenne, gli ripose: "E perché, padre? Se moriremo martiri, andremo tutti in paradiso".
Se diversi domestici della missione preferirono fuggire, altri nove si esposero volontariamente alla morte per non abbandonare i due vescovi e i loro collaboratori messi in prigione. Sei di essi erano iscritti al Terz\’Ordine Francescano. Quando scoppiò la persecuzione il B. Tciao-tciuen-sin disse alla madre: "Da oggi voglio restare sempre con i vescovi e servirli". Ogni mattina si recava alla prigione e restava a loro disposizione fino alla sera. L\’8 luglio disse alla madre: "Domani non ritornerò a casa". Trascorse la notte, in preghiera, e la mattina dopo diede così l\’addio alla propria genitrice: "Ora vado a vedere i vescovi; se saranno uccisi oggi, io lo sarò con loro; se sarò ucciso con loro, sarò martire e allora la Provvidenza non ti verrà mai meno; domani forse non mi rivedrai più".
Il 9 luglio, verso le quattro pomeridiane, le religiose udirono arrivare i boxers, e ne diedero subito avviso al P. Teodorico, loro cappellano. Tutti corsero a inginocchiarsi attorno a Mons. Grassi che disse semplicemente: "È giunta l\’ora della morte. Vi dò l\’assoluzione". I soldati non tardarono a fare irruzione nel loro appartamento, a colpire le loro vittime alla testa per stordirle e legarle con le mani dietro la schiena. Fra Andrea, appena si vide innanzi un cinese pronto a legarlo, gli fece un profondo inchino, poi gli disse: "Non ho mai fatto la prostrazione dinanzi a nessun cinese, ma la faccio soltanto a te che stai per aprirmi le porte del paradiso". E andò alla morte cantando: Laudate Dominum, omnes gentes! Mons. Fogolla, ferito gravemente alla fronte e alla spalla gemette: "Dateci un po\’ di respiro, vi seguiremo senza fare resistenza! Gli sgherri, per tutta risposta, presero i prigionieri a pugni e li percossero con il calcio dei fucili, li legarono a due a due e li condussero alla presenza del viceré. Per strada il popolo urlava: "A morte i diavoli europei". I martiri erano attesi davanti al palazzo del viceré da oltre 3.000 boxers. Il processo si svolse senza testi, né difesa.
Il viceré chiese a mons. Fogolla che conosceva: "Da quanto tempo vi trovate in Cina?". "Da oltre trent\’anni". "Perché avete nuociuto al mio popolo e per quale motivo propagate la vostra fede?". "Noi non abbiamo recato danno a nessuno, anzi abbiamo fatto del bene a diversi. Noi siamo venuti qui a salvare le anime". "Non è vero, voi ci avete fatto molto male, e io vi ucciderò tutti", gridò il viceré avventandosi contro il vescovo e percuotendolo due volte al petto. "Se ci uccidi – obiettò Mons. Fogolla, – non resterai impunito". Offeso da quella minaccia, il supremo magistrato urlò: "Uccidete, uccidete i diavoli europei".
I prigionieri furono trascinati nel cortile del palazzo e barbaramente decapitati e tagliuzzati. Le Francescane Missionarie di Maria assistettero alla carneficina cantando il Te Deum. Si diedero quindi l\’ultimo abbraccio e, prima di porgere il collo alla spada, sollevarono il velo. I soldati, "per scacciare le anime" dei giustiziati, spararono alfine alcuni colpi di fucile in aria. Le vittime in seguito furono sepolte in una fossa comune presso il cimitero dei Frati minori. Pio XII le beatificò il 24-11-1946.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 7, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 98-105
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