S. GIOVANNI DI DIO (1495-1550)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Il 20-1-1539 seppe che S. Giovanni d’Avila (+1569) avrebbe tenuto un sermone nell’eremo dei Martiri su San Sebastiano. Andò ad ascoltarlo e ne uscì misteriosamente sconvolto. Sentì così veemente il bisogno della misericordia di Dio che non trovò di meglio per fare subito penitenza dei propri peccati, che mettersi a gridare e percuotersi per strada, gettarsi per terra e ravvoltolarsi nelle pozzanghere, strapparsi i vestiti di dosso e sbattere la testa contro i muri. Quanti lo videro lo presero per pazzo. Giunto nella libreria fece a pezzi i libri o li regalò ai passanti insieme con il denaro che aveva messo da parte. Poi continuò ad agitarsi per le vie di Granada gridando e piangendo. Persone pietose, sul far della sera, lo condussero nella casa in cui era ospitato S. Giovanni di Avila.

Quello che sappiamo del fondatore dei Fratelli
Ospedalieri
o Fatebenefratelli, lo ricaviamo dalla vita che ne
scrisse trentacinque anni dopo la morte, Francesco de Castro, rettore a Granada
dello stesso ospedale di Giovanni di Dio. Dopo di lui gli agiografi hanno
creduto di glorificare il santo creando apparizioni e leggende.
 Giovanni nacque l’8-3-1495 a Montemor-o-Novo, nella
diocesi di Evora (Portogallo), da Andrea Ciudad, povero fruttivendolo. Della
sua infanzia sappiamo soltanto che, a otto anni, fuggì da casa per seguire uno
sconosciuto viandante che proveniva da Lisbona ed era diretto a piedi a
Salamanca e al quale i suoi genitori avevano offerto ospitalità. La strana
inquietudine da cui fu dominato fino a quando fondò l’ospedale di Granada, da
alcuni è spiegata come conseguenza di una anomalia schizofrenica. Forse non a
torto essendo nello stile di Dio scegliere “gli stolti agli occhi del
mondo per confondere i sapienti… le cose che non sono per annientare quelle
che sono” (1 Cor. 1, 27-29).
 Dopo venti giorni di cammino Giovanni giunse a Oropesa
(Spagna) a circa 300 chilometri dal paese natio. Per strada aveva mendicato
vitto e alloggio con lo strano viandante, senza preoccuparsi di sua madre, che
morì di crepacuore pochi giorni dopo la fuga, ne di suo padre che, rimasto solo
al mondo, trovò sollievo al suo dolore abbracciando la vita francescana a
Lisbona. Ad Oropesa fu accolto come un figlio in casa di Francisco Cid Mayoral,
sovrintendente dei pastori di don Francisco Alvarez de Toledo, conte della
città. Colà ricevette un’istruzione, fu ammesso alla prima comunione e, fino al
1523, si guadagnò il pane facendo il pastore. Il padrone gli portò tanto
affetto da proporgli in sposa sua figlia, ma Giovanni preferì arruolarsi nella
fanteria di Carlo V, che aveva deciso di sottrarre la fortezza basca di
Fuenterrabia a Francesco I, re di Francia, il quale l’aveva occupata nel 1521.
 Un giorno il comandante lo incaricò di andare a cercare
viveri per le campagne. Avendo avuto la dabbenaggine di montare su una cavalla
senza briglie, rubata ai francesi, nella corsa sfrenata il santo andò a
sbattere la testa sulle pietre ai margini della strada. Dopo cinque ore riprese
i sensi e raccomandandosi alla SS. Vergine, di cui fu sempre devoto, riuscì a
stento a raggiungere il suo reggimento. Il soldato improvvisato, irriflessivo,
ricevette un’altra volta dal comandante, il compito di custodire un prezioso
bottino. Se lo lasciò rubare, non si sa da chi e fu condannato alla pena di
morte. Se non fu impiccato, ma soltanto espulso dall’esercito, lo dovette
all’intervento di un cavaliere che aveva trovata eccessiva quella sentenza.
 Giovanni ritornò senza gloria a fare il pastore ad Oropesa,
per altri otto anni. Il padrone continuò a considerarlo come un figlio, ancora
una volta gli offerse sua figlia in sposa, ma il santo disse di nuovo no
all’amore umano. Non cessò tuttavia di essere irrequieto e impulsivo. Nel 1532
i Turchi, comandati da Solimano II, minacciavano di invadere l’Europa, passando
attraverso l’Ungheria. Per affrontarli Carlo V preparò una crociata. Il
primogenito del conte di Oropesa, don Fernando, rispose all’appello
dell’imperatore e Giovanni, che amava l’avventura, diede addio alle pecore e si
arruolò. Ignoriamo quale sia stato il suo comportamento durante tutta la
campagna. Sappiamo che in quel tempo molte meretrici accompagnavano l’esercito
creando un disordine indescrivibile. Da soldato qualunque, non è improbabile
che il futuro fondatore di ospedali si sia comportato come la stragrande
maggioranza dei poveri mortali.
 Carlo V trionfò sui
Turchi il 24-9-1532, passò, a Vienna, in rivista l’esercito e lo congedò.
Essendo addetto al servizio personale di don Fernando, Giovanni Ciudad andò a
imbarcarsi con lui in Olanda per la Coruna, nella Galizia (1533). Là egli fu
licenziato anche dal suo signore ma, anziché ritornare a Oropesa a fare il
pastore, questa volta si decise, dopo trent’anni di assenza, di fare ritorno al
paese natale. E’ probabile che strada facendo sia andato a pregare nel
santuario di Santiago di Compostela, famosa meta di pellegrinaggi. A Montemor
trovò soltanto uno zio che lo ragguagliò sulla fine dei genitori. Con
l’amarezza nel cuore Giovanni ritornò in Spagna a fare il pastore a Siviglia,
presso una ricca signora. Perseverò nell’antico mestiere soltanto pochi mesi
perché, avendo saputo che Carlo V preparava una spedizione militare contro i
pirati di Tunisi, si sentì preso dal male d’Africa. Vi si recò, con un signore
incontrato a Gibilterra ed espulso dal Portogallo dal re Giovanni III, con la
moglie e quattro figlie nubili. Il misero aveva perso tutti i suoi beni. Non fu
quindi in grado di mantenere Giovanni al suo servizio. Vedendolo ridotto alla
fame, il Santo ne ebbe compassione e cercò di guadagnare qualche soldo anche
per lui, lavorando come manovale nelle fortificazioni di Ceuta, dominio
portoghese. Un giorno un suo compagno di lavoro si fece maomettano per
migliorare le proprie condizioni. Giovanni sarebbe andato con lui per
convertirlo se non ne fosse stato dissuaso dal francescano, al quale aveva
fatto la confessione generale.
 Dopo tre anni, stanco di fare il manovale, Giovanni
ritornò a Gibilterra quasi senza denaro. Per non morire di fame si trasformò in
venditore ambulante di libri cavallereschi, vite di santi, catechismi e medaglie.
Il viaggiare a piedi, con un fardello in spalla, da un paese all’altro finì per
stancarlo. Si decise allora di trasferirsi a Granada per allestirvi una piccola
libreria (1538). Era là che Dio lo aspettava al varco per trasformarlo in
patriarca della carità. Il 20-1-1539 seppe che S. Giovanni d’Avila (+1569)
avrebbe tenuto un sermone nell’eremo dei Martiri su San Sebastiano. Andò ad
ascoltarlo e ne uscì misteriosamente sconvolto. Sentì così veemente il bisogno
della misericordia di Dio che non trovò di meglio per fare subito penitenza dei
propri peccati, che mettersi a gridare e percuotersi per strada, gettarsi per
terra e ravvoltolarsi nelle pozzanghere, strapparsi i vestiti di dosso e
sbattere la testa contro i muri. Quanti lo videro lo presero per pazzo. Giunto
nella libreria fece a pezzi i libri o li regalò ai passanti insieme con il
denaro che aveva messo da parte. Poi continuò ad agitarsi per le vie di Granada
gridando e piangendo. Persone pietose, sul far della sera, lo condussero nella
casa in cui era ospitato S. Giovanni di Avila. Il celebre predicatore lo
consolò ma, avendo riscontrato in lui i segni di una crisi oltre che spirituale
anche corporale, lo fece internare nel Reale Ospedale dove fu isolato in una
cella e sottoposto per alcuni mesi alla terapeutica di allora: la frusta.
 Quando ne uscì (maggio 1539) era già deciso di dedicarsi
fino alla morte al sollievo dei malati. Prima sua preoccupazione fu di andare a
Baeza per parlare con S. Giovanni d’Avila, rettore del collegio della SS. Trinità.
Sentiva il bisogno della guida di lui e di un programma di vita per la propria
santificazione e il futuro esercizio della carità. Da Baeza non poté fare a
meno di recarsi al santuario di Guadalupe, per chiedere alla Madre di Dio la
benedizione sui suoi propositi. Coprì i quattrocento chilometri che lo
separavano da Granada a piedi, chiedendo elemosine e vendendo la legna che
tagliava nei boschi. Lo stesso mestiere continuò a fare in Granada, per vivere
e per aiutare chi era più povero di lui. Trovò alloggio nel cortile interno del
palazzo di Don Miguel Abiz de Venegas, nipote cristiano di Boabdil, ultimo re
moro di Granada. Giovanni non tardò molto a condurvi con sé qualche malato, per
cui riuscì ad affittare una povera casa a due piani capace di quarantasei posti
nella stretta via di Lucena.
 Secondo i metodi degli ospedali di campagna, il santo
previde per i suoi ospedali: letti individuali; sale per i feriti, i vecchi, i
tignosi, i bambini; locali spaziosi per i viandanti e i pellegrini; piccoli
edifici separati per gli alienati; lavanderia per la distruzione dei parassiti.
Nel tempo in cui sei malati e anche più venivano ammassati in uno stesso letto,
Giovanni appariva come un ardito precursore dell’ospedale moderno. Il suo
confessore, il P. Portillo, gli fu di guida, data la sua scarsa formazione e la
sua illimitata carità per i sofferenti e persino per le prostitute, che andava
ad affrontare nelle loro case di peccato. S. Giovanni d’Avila, da lontano, ogni
tanto gli scriveva per raccomandargli ora di sottoporre tutti i suoi progetti
al confessore, ora, di essere fedele alle sue devozioni, alla messa quotidiana
e al sermone festivo, ora, di guardarsi dalle donne. In principio non trovò
collaborazione perché la gente lo riteneva ancora pazzo, ma il suo perseverante
amore per i malati e i poveri finì col guadagnargli i primi cinque compagni.
 Il vescovo di Tuy, presidente della Real Cancelleria di
Granada, venuto a conoscenza della sua opera, gl’impose il nome di Giovanni di
Dio e gli consigliò d’indossare una divisa religiosa coi suoi compagni per
differenziarsi dai ricoverati. Essi formarono una piccola comunità senza voti
secondo un regolamento di cui non sono rimaste tracce. Il fondatore
dell’ospedale non intendeva formare una famiglia religiosa, ma avere chi
avrebbe continuato la sua opera. La sua giornata cominciava molto presto ed era
piena. Gli abitanti della casa erano invitati da lui a rendere grazie a Dio
come i piccoli uccelli” e a recitare “le quattro preghiere”.
Arrivava quindi il sacrestano il quale, dall’alto di una finestra, per essere
inteso da tutti, recitava “la dottrina cristiana”. I giovani erano
incaricati dei vari servizi. Ad ore regolari venivano fatti i letti,
distribuiti i rimedi, serviti i pasti ai malati che erano considerati come
altrettanti Gesù Cristo. Prima del tramonto del sole, secondo il commovente
costume del paese, Giovanni di Dio, noncurante delle fatiche del giorno già
sopportate e dei maltrattamenti della gente, si aggirava per le vie della città
con una grande sporta sulle spalle e due pentole nelle mani sospese a
cordicelle, gridando: “Per l’amor di Dio, fratelli miei, fate del bene a
voi stessi”.
 La bruciante carità di Giovanni di Dio non escluse nessun
infelice. Talora gli capitò di restare avvolto in una coperta perché aveva dato
ai bisognosi i poveri vestiti con cui si copriva. Il suo amore per il prossimo
trovava la sua sorgente e il suo alimento nella preghiera, prolungata sovente
nella notte, e nella mortificazione. Nonostante trasportasse in spalla malati,
come nell’incendio del Real Ospedale del 1549, o legna per la cucina o sacchi
di farina per il forno, indossava il cilicio; dormiva sotto una scala sopra una
stuoia qualunque; non mangiava che un solo piatto di vivande a pasto; il venerdì
digiunava a pane e acqua in memoria della Passione del Signore.
 Il povero ospedale di via di Lucena, nel 1547, Giovanni di
Dio riuscì a trasportarlo in un antico monastero, situato ai piedi
dell’Alhambra, in via dei “Gomeles”, illustre famiglia maomettana.
L’arcivescovo Pedro Guerrero e altri benefattori gli fornirono parte del denaro
necessario all’acquisto. Quello che gli mancava lo andò a questuare lui stesso,
a piedi scalzi, nell’Andalusia e nella Castiglia. Sempre alle prese con i debitori
e con le quotidiane necessità, scrisse pure lettere, specialmente alla sua
grande benefattrice di Cabra (Córdoba), donna Maria dei Cobo Mendoza, duchessa
di Sessa. In esse ricordava sempre che l’elemosina fatta ai poveri era il
migliore modo d’investire il denaro, perché avrebbe dato infallibilmente i suoi
frutti nella banca del cielo.
 Di ritorno dai suoi estenuanti viaggi, Giovanni di Dio
rimaneva con un organismo prostrato e un accentuato dolore reumatico. Ciò
nonostante continuò a lavorare sodo per i suoi malati, sempre bisognosi di
mille cure materiali e spirituali. Dio gli venne in aiuto concedendogli il dono
di conoscere cose occulte, quali la sodomia a cui si abbandonava un infermo, il
concubinato in cui viveva una donna, la morte alla quale si avvicinava un
bambino nel piano superiore dell’ospedale, senza che nessuno se ne accorgesse.
Un giorno le acque del Genil s’ingrossarono trasportando con sé molta legna
secca. Giovanni di Dio, pensando all’inverno che si avvicinava e alla povertà del
suo ospedale, non seppe trattenersi dal reclutare alcune persone valide per
andarla a raccogliere. Immerso nelle acque gelide del fiume, diresse
personalmente i lavori. Un giovane che lo coadiuvava improvvisamente fu
travolto dalle onde e annegò. Il Santo ne rimase talmente scosso che cadde
definitivamente malato.
 I signori Garcia Pisa, suoi benefattori, lo vollero curare
personalmente nel proprio palazzo, ma Giovanni di Dio era ormai troppo consunto
dalle fatiche e dalle penitenze, per rimettersi in salute. Il suo più grande
dolore era quello di lasciare l’ospedale gravato di debiti. L’arcivescovo, che
lo andò a trovare, gli promise che avrebbe pensato lui a saldare tutti i suoi
creditori. Sentendosi avvicinare l’ultima ora, Giovanni di Dio volle alzarsi,
rivestirsi dell’abito religioso, inginocchiarsi per terra e abbracciare il
crocifisso. La morte lo colse in quell’atteggiamento l’8-3-1550. Fu sepolto nel
monastero di Nostra Signora della Vittoria. Urbano VIII lo beatificò il
21-9-1630; Alessandro VIII lo canonizzò il 16-10-1690; Leone XIII lo proclamò
patrono degli ospedali e Pio XI patrono degli infermi con San Camillo de
Lellis. Le reliquie del santo sono venerate nell’Ospedale della Carità di
Granada. I Fatebenefratelli furono eretti in ordine religioso da San Pio V nel
1571, sotto la regola di S. Agostino.
 
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Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 98-104.

http://www.edizionisegno.it/