S. FRANCESCO SOLANO (1549-1610)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nacque a Montilla, in Spagna, il 10 marzo 1549. Entrato nell’Ordine dei Frati Minori e divenuto sacerdote, si dedicò con grande frutto alla predicazione. Andò in missione tra gli indigeni dell’America meridionale, specialmente nel Perù e in Argentina. Attirava gli Indios alla fede soprattutto con la sua carità evangelica e con l’esempio della sua vita. Prese le loro difese contro l’oppressione dei conquistatori. Morì a Lima il 14 luglio 1610 estenuato dalle fatiche e dalle penitenze.

Questo straordinario predicatore e taumaturgo, patrono delle missioni francescane dell\’America Latina, nacque il 10-3-1549 a Montilla, nella diocesi di Córdoba (Spagna), da distinti genitori. Alla scuola dei Gesuiti, Francesco crebbe docile e studioso. Invece di andare a giocare con i coetanei preferiva trascorrere il tempo in un giardinetto, che il padre possedeva fuori città, intento alla preghiera e a piccoli lavori. Acquistò così molto senno. Le querele generavano nel suo animo soltanto disgusto. Un giorno impedì un duello precipitandosi tra i due contendenti e gridando: "Nel nome del Signore, fermatevi! Volete dunque sbranarvi come delle bestie feroci?".
A vent\’anni Francesco chiese e ottenne di essere ammesso nel convento dei Frati Minori dell\’Osservanza di Montilla, dove si distinse subito per l\’umiltà, l\’ubbidienza e il costante sforzo di dominare il suo bollente temperamento con un abituale raccoglimento. Alla sua presenza nessun novizio avrebbe osato fare discorsi inutili o di mormorazione. Dopo la professione religiosa (1570) restò ancora due anni nella sua città natale, quindi fu mandato a prepararsi al sacerdozio a Santa Maria di Loreto, presso Siviglia. Per attendere con più frutto allo studio della teologia e della Scrittura si costruì, alla sommità di una torre, una colletta di canne e di argilla, simile più alla tomba di un morto che alla dimora di un vivo. Poiché possedeva una bellissima voce, appena fu ordinato prete (1573) ebbe il compito di dirigere il canto in coro. Per le sue rare virtù fu in seguito eletto maestro dei novizi ad Arrizafa e a San Francesco del Monte, nelle Montagne della Sierra Morena (1575-1577).
Persuaso che le imperfezioni dei discepoli fossero dovute all\’insufficienza del maestro, quando qualcuno di essi cadeva in un difetto, Francesco si faceva disciplinare da loro . Del resto, egli aveva fatto della sua esistenza nell\’Ordine un prolungato martirio. Sul corpo portava un cilicio, stretto ai fianchi da una cintura di ferro; dormiva d\’ordinario sopra un asse durante la quaresima e sopra rozzi pezzi di legno attaccati insieme in avvento; si flagellava fino a cospargere di sangue i muri della sua cella; camminava a piedi scalzi, mangiava carne, pesce e uova solamente i giorni festivi in ubbidienza ai superiori. A San Francesco del Monte il Solano fu pure eletto Guardiano. Se ne riteneva indegno e cercava di umiliarsi riservandosi i lavori più pesanti e più umili, quale la questua. Fuggiva gli elogi come un flagello. Sovente andava a distendersi all\’entrata del refettorio e, proclamando ad alta voce la sua indegnità, supplicava i confratelli a passargli sul corpo. Un giorno gli domandarono quali mortificazioni ritenesse più profittevoli all\’anima. "Le ingiurie pazientemente sopportate", rispose.
Per parecchi anni predicò la quaresima nella Spagna meridionale più con un\’eloquenza evangelica che letteraria. Durante la peste che nel 1583 desolò l\’Andalusia, Francesco assistette a Córdoba, notte e giorno, i colpiti dal morbo. In compenso della sua eroica carità, Dio gli concesse il dono dei miracoli. Per questo, quando compariva per strada, la gente correva a chiedergli la benedizione, a baciargli la mano e a toccargli con venerazione il lembo del vestito.
Parendogli troppo dolce la vita dei Recolletti di Spagna, Francesco, che avrebbe dato volentieri il sangue per Cristo, chiese ai superiori di andare a predicare il Vangelo ai mori dell\’Africa. Essi lo nominarono invece Guardiano di Monterò perché lo ritenevano indispensabile alla provincia. Nel 1589 il re Filippo II chiese all\’Ordine dei Frati Minori di inviare altri missionari alle Indie Occidentali insieme con il viceré del Perù, Garcia Hurtado de Mendoza. Francesco fu scelto per l\’evangelizzazione di Tucumàn, nell\’Argentina settentrionale, ai piedi delle Ande, sotto la direzione del commissario P. Baldassarre Navarro. Prima d\’imbarcarsi andò a dire addio alla mamma che aveva visto una sola volta dopo la vestizione del saio francescano, e ai villaggi nei quali aveva bandito la parola di Dio e guarito tanti malati.
Anche sulla galera, che lo trasportava verso il Nuovo Mondo, Francesco si dimostrò apostolo. Egli s\’intratteneva a lungo sia con i marinai che coi negri della Guinea, imbarcati con gli altri passeggeri, sulle verità eterne, e per ispirare loro l\’orrore del peccato diceva: "Piuttosto morire che irritare Dio". Appena raggiunse Panama andò a rinchiudersi per qualche settimana nel convento dei Frati Minori. Si stabilì in un angolo del coro come in una cella. Di notte pregava e dormiva disteso sopra un asse con una pietra per cuscino. La mattina, dopo la celebrazione della Messa, andava a visitare gli ospedali, a consolare i malati e a portare ai poveri le elemosine che aveva raccolto presso pie persone. Nel viaggio verso il Perù il bastimento fu spinto dalla burrasca sopra un banco di sabbia. Il capitano, la sua gente ed i religiosi si salvarono in una scialuppa, ma Francesco, a costo della vita, volle rimanere con i suoi ottanta negri di cui aveva iniziato la catechizzazione . Nel pericolo estremo essi chiesero il battesimo. Alla furia delle onde la nave si spezzò in due e molti di essi perirono. Per tre giorni il santo rimase con i superstiti senza mangiare e senza dormire. Di notte fece accendere dei fuochi sopra il relitto della nave. Furono avvistati e, appena la burrasca si calmò, un battello andò a trarli in salvo.
La terra sulla quale i naufraghi sbarcarono era spopolata e circondata da foreste vergini. Nei due mesi che vi rimasero in attesa dei soccorsi andati a chiedere con un battello a Panama, essi si nutrirono di radici e di frutti selvatici. Si dice che, grazie alle benedizioni di Francesco, molti frutti velenosi diventarono commestibili, e che numerosi pesci accorsero a lui e si lasciarono prendere appena mise le mani nel mare. Nella capanna che si era costruita godette di celesti visioni. La notte di Natale poté difatti dire ai compagni di sventura che, scoraggiati, si rotolavano per terra piangendo come delle femminucce: "Ringraziate Dio e la SS. Vergine perché la nave che attendete giungerà fra tre giorni". La traversata fino al Perù avvenne senza incidenti.
Da Lima, evangelizzata in quel tempo dall\’arcivescovo S. Turibio Alfonso de Mogrovejo (+1606), Francesco si mise in viaggio per Tucumàn, distante circa 2.000 chilometri. Marciò giorno e notte per monti e per valli lacerandosi il viso contro i rovi delle foreste, sbucciandosi i piedi contro i sassi delle montagne. Quando incontrava un convento dell\’ordine sperduto in mezzo ai boschi, attorniato dalle capanne degli indigeni si fermava a rifocillarsi. Di notte, mentre i suoi compagni dormivano, egli pregava nella cappella, disteso per terra, con le braccia in croce, per ottenere da Dio la benedizione sul loro apostolato.
Per una quindicina d\’anni il Solano fece per l\’America Latina quello che S. Francesco Saverio aveva fatto per le Indie orientali e il Giappone. Sua principale preoccupazione fu di annunciare subito il Vangelo agli indigeni, appena sfiorati dalla predicazione di altri missionari. Cercò di studiarne i dialetti, ma il Signore con il dono dei miracoli gli concesse pure il dono delle lingue. Egli predicò a Socotón, Talavera e Potosì (Bolivia) e presso i Luili del Chaco. Gli indigeni lo capivano sempre, lo chiamavano il padre santo e gli ubbidivano. Nella festa della Purificazione la città di La Rioja fu improvvisamente assalita da diverse migliaia di indiani inferociti per le malversazioni degli spagnuoli. Il governatore della piazzaforte si rivolse a Francesco perché, con i pochi soldati di cui disponeva, prevedeva di non poter fare fronte agli assalitori. Il missionario prese allora il suo crocifisso, da solo andò incontro agli indigeni furenti, parlò loro nel nome del Signore e, in poco tempo, li ammansì talmente da persuaderli a farsi cristiani. Clemente X nella bolla di beatificazione (1675) asserì: "Il P. Francesco ha fatto sorgere nelle Indie una nuova fioritura della fede cattolica".
Il santo avrebbe voluto rimanere, almeno in terra di missione, semplice gregario. Invece per ubbidienza dovette accettare più volte la carica di superiore di tutte le missioni francescane del Tucumàn e del Paraguay. Per visitare conventi lontanissimi gli uni dagli altri egli attraversò a piedi foreste, fiumi e montagne. Ovunque fece rifiorire lo spirito di ubbidienza e di povertà. Nel 1595 il Commissario del Perù, Giovanni de Montemayor, lo nominò Guardiano di Lima, da dove passò a fare il Guardiano a Trujillo (1599) e quindi di nuovo a Lima nel convento di Santa Maria degli Angeli. I religiosi alla sola sua presenza si sentivano eccitati alla mortificazione, alla castità, alla preghiera. Tanto essi quanto gl\’indigeni, s\’intenerivano quando con la sua bella voce cantava davanti all\’altare della Vergine Maria accompagnandosi con un liuto.
Nella capitale del Perù divenne sempre più considerevole l\’influsso del Solano sopra tutte le classi sociali. Nel 1604 egli predicò all\’aperto contro la generale corruzione alla stregua di un profeta dell\’Antico Testamento, ma d\’ordinario il suo zelo era impregnato di umiltà, di bontà e di fiducia nella misericordia infinita di Dio. Appena i superiori gli permisero di deporre la carica di Guardiano, egli si occupò di malati, di poveri, di prigionieri benché fosse ridotto in cattive condizioni di salute. Soleva dire: "Coloro che soffrono sono i miei prediletti". Negli ospedali, oltre ad assistere i moribondi, faceva i letti, lavava i pavimenti, faceva il bucato. Con l\’esempio e con le esortazioni compì un importante lavoro di riforma sociale e religiosa.
Due mesi prima della morte il santo fu costretto a letto dalla malattia. Gli ultimi giorni che trascorse sulla terra furono per lui molto dolorosi. Anziché lamentarsene, approfittava dei momenti di calma per dire: "Gloria a Dio!". Oppure: "Mio Dio, mio pastore, mio re, mio padre, mio sospiro e mio tutto". Un buon pensiero che gli suggerivano era sufficiente per immergerlo in prolungate estasi. Morì a Lima, con la sicurezza di andare in cielo, il 14-7-1610 dopo aver pronunciato la sua abituale giaculatoria: "Glorifìcetur Deus!". Aveva predetto che sarebbe morto nella memoria di S. Bonaventura, suo modello preferito.
Il corpo di Francesco, rimasto flessibile dopo la morte, fu esposto alla venerazione dei fedeli. Le guardie dovettero intervenire per proteggerlo dalle indiscrezioni dei devoti, attratti dal profumo che emanava. Il viceré e l\’arcivescovo di Lima vollero portare, loro stessi, il feretro al sepolcro tanto era grande la stima che del Solano avevano concepito. Clemente X lo beatificò il 25-1-1675 e Benedetto XIII lo canonizzò il 27-12-1726.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 7, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 153-157
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