S. COLETTA BOYLET (1381-1447)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Sotto la sua guida le religiose vivevano in assoluta povertà evangelica; digiunavano tutto l'anno, tranne la domenica; non mangiavano mai carne; d'inverno e d'estate camminavano a piedi nudi; vestivano un abito bruno con il cordone e il mantello. Per sovvenire i poveri Coletta non esitò a spogliare i monasteri anche del necessario. Dio la ricompensò moltiplicando miracolosamente le provviste. A Besançon il primo miracolo, a favore di una persona assalita da intollerabili dolori. Il demonio continuò a tormentarla visibilmente, per indurla a sospendere la sua opera riformatrice, ma, senza lasciarsi spaventare, ella si adoperò pure presso principi e predicatori, perché fosse rispettato da tutti il riposo festivo. Aveva orrore anche delle più piccole offese fatte a Dio.

 La vita di questa straordinaria riformatrice, contemporanea di S. Giovanna d'Arco, è stata ben documentata dai suoi confessori. Ella nacque a Calceye, presso Corbia, nella diocesi di Amiens (Piccardia), il 13-1-1381 da un povero, ma pio carpentiere, che si preoccupava di ritrarre le prostitute dalla loro pessima vita. Sua moglie la concepì a sessant'anni dopo tante preghiere rivolte a S. Nicola da Mira. Per questo al fonte battesimale fu chiamata Nicoletta. Prevenuta dalla grazia, a quattro anni cominciò a manifestare una sublime conoscenza di Dio e uno straordinario spirito di orazione e di penitenza. Per soccorrere i poveri si privava dei pasti e, per meditare più a lungo la Passione del Signore, abbreviava le ore del sonno preso sopra un letto cosparso di pezzi di legno. La preghiera liturgica esercitò su di lei una grande attrattiva. Difatti fu per lei una consolazione poter prendere parte, mattino e sera, e nelle grandi solennità anche a mezzanotte, all'ufficiatura dei benedettini stabiliti a Corbia da S. Batilde nel secolo VII.
 Col passare degli anni Nicoletta non cresceva di statura. Suo padre ne era afflitto temendo forse di non trovarle marito. A quattordici anni la santa si recò al santuario della Madonna di Brébière e davanti al crocifisso pregò: "Sire, ti piace che io resti, tutta la vita, piccola a questo modo?". Al termine della preghiera si accorse di essere diventata improvvisamente più alta. A diciott'anni rimase orfana. Al suo tutore, Raoul de Roye, abate di Corbia, che aveva promesso di vegliare su di lei, manifestò il desiderio di vendere i suoi beni, darli ai poveri e consacrarsi a Dio. Egli le propose invece di sposarsi, ma ella ricusò energicamente. Dapprima entrò tra le beghine, ma le abbandonò appena si accorse che la loro vita era troppo poco crocifiggente. Non trovò la realizzazione del suo sogno neppure tra le benedettine che prestavano servizio all'ospedale di Corbia. Nonostante l'opposizione del tutore volle entrare a Pont-S.te-Maxence tra le clarisse. Siccome osservavano la regola mitigata da Urbano IV (1264), e non quella austera di S. Francesco d'Assisi (1215), rientrò a Corbia, dando a tutti l'impressione di essere una incostante.
 Il P. Giovanni Pinet, OFM., guardiano del convento di Hesdin e custode di Piccardia, suo direttore spirituale, le suggerì di farsi reclusa nella sua terra e di adottare la regola del Terz'Ordine, giacché non esistevano in quel tempo comunità religiose in cui poter vivere la perfetta povertà serafica. Il suo tutore vi si oppose perché riteneva che il nuovo tentativo sarebbe stato infruttuoso come il precedente, ma furono tante le insistenze di lei che dovette concederle di farsi costruire tre collette tra due contrafforti della chiesa parrocchiale di Santa Maria. Vi fu murata il 17-9-1402, dopo che ebbe emesso i voti nelle mani dell'abate.
 Per quattro anni Coletta, provvista del necessario dall'esterno, si diede a digiuni continui e rigorosi, dormì per terra con un tronco d'albero per cuscino, si coprì di cilici e di catene. Avrebbe voluto restarsene sepolta viva per sempre ed essere dimenticata da tutti, e invece molti accorsero alla grata del suo romitorio per avere consigli e sollecitare preghiere. Il demonio cercò di atterrirla in tutte le maniere. "Cessa di pregare – le diceva – e io cesserò di tormentarti". Di quando in quando il Signore la consolava con visioni di paradiso. Una volta le si mostrò sfigurato e sanguinante come al tempo della sua Passione e Morte. Un giorno, trasportata in spirito davanti al trono di Dio, vide S. Francesco e S. Chiara che la reclamavano per la riforma del loro Ordine. Essendo morto da poco tempo il P. Pinet, ella consultò i sacerdoti del vicinato e tutti furono concordi nell'assicurarle che era volontà di Dio che facesse quello che le era stato indicato. Siccome continuava a dubitarne, temendo di essere ingannata dal demonio, per tre giorni fu colpita da mutismo e, per altri tre giorni, da cecità, da cui fu liberata soltanto quando promise d'intraprendere la riforma.
 La Provvidenza le mandò un'altra guida nella persona del P. Enrico de Baume, francescano del convento di Chambéry. Costui aveva ottenuto dai superiori il permesso di fare un pellegrinaggio in Terra Santa, per implorare da Dio la pacificazione della Chiesa, lacerata dallo scisma d'Occidente (1378-1417). Giunto però ad Avignone, una reclusa, illuminata da Dio, l'aveva avvertito essere volontà di Dio che si recasse a Corbia per sostenere Coletta nell'esecuzione della grande missione che le era stata affidata dall'alto. Il 3-VIII-1406 la santa uscì dalla sua cella con la dispensa dal voto di reclusione concessale dal cardinale Antonio de Challant, legato di Benedetto XIII a Parigi. La Francia ubbidiva infatti a Pietro De Luna e Coletta, in buona fede, si presentò alla corte di lui a Nizza per chiedergli il permesso di essere ammessa alla professione della regola di S. Chiara, com'era stata confermata da Innocenzo IV (1253), e di lavorare come Clarissa alla riforma dei tre Ordini francescani. Dopo un serio esame delle sue proposte, il papa riconobbe che la missione di Coletta era molto necessaria, e con breve del 14-10-1406 la stabilì riformatrice dell'Ordine di S. Chiara e abbadessa generale di tutti i monasteri che avrebbe riformato o fondato. Con le sue mani le impose il velo e il cordone serafico, e le concesse la facoltà di scegliersi un confessore, il quale avrebbe avuto per ciò stesso il potere di ammettere alla professione della primitiva regola francescana i Frati Minori che lo avessero desiderato.
 Quando lasciò Nizza per risalire verso il nord, Coletta cadde malata. Coloro che l'accompagnavano credettero che fosse giunta la sua ultima ora, invece la SS. Vergine le apparve e la guarì. La santa avrebbe voluto iniziare la riforma cominciando dal suo paese natale, ma gli abitanti l'accusarono di stregoneria. Si rifugiò allora con due compagne nella Franca Contea presso il fratello del P. Enrico. La duchessa di Ginevra, Bianca di Savoia, concesse alla riformatrice una parte del castello che possedeva a Baume e in esso Coletta diede inizio, con alcune novizie, alla vita religiosa, secondo la primitiva osservanza. Nel 1408 ottenne dal papa il monastero delle Clarisse Urbaniste di Besançon, abitato da due sole religiose, e lo trasformò in un seminario di anime elette provenienti da tutte le classi sociali.
 Sotto la sua guida le religiose vivevano in assoluta povertà evangelica; digiunavano tutto l'anno, tranne la domenica; non mangiavano mai carne; d'inverno e d'estate camminavano a piedi nudi; vestivano un abito bruno con il cordone e il mantello. Per sovvenire i poveri Coletta non esitò a spogliare i monasteri anche del necessario. Dio la ricompensò moltiplicando miracolosamente le provviste. A Besançon operò il primo miracolo, a favore di una persona assalita da intollerabili dolori. Nei suoi diversi soggiorni in quella città ella ottenne a più di cento bambini la grazia di rivivere a sufficienza per ricevere il battesimo. Il demonio continuò a tormentarla visibilmente, per indurla a sospendere la sua opera riformatrice, ma senza lasciarsi spaventare, ella si adoperò pure presso principi e predicatori, perché fosse rispettato da tutti il riposo festivo. Aveva orrore anche delle più piccole offese fatte a Dio.
 Finché visse sopportò continue e indicibili sofferenze, in riparazione delle iniquità degli uomini. Ne era momentaneamente liberata solo quando aveva degli affari da trattare. Per ricompensarla della devozione alla Passione di suo Figlio, la SS. Vergine un giorno glielo mise tra le braccia così com'era al momento della deposizione dalla croce.
 Le religiose, formate alla scuola di Coletta, ben presto diedero origine ad altri ventidue monasteri nella Borgogna, nella Savoia, nelle Fiandre, e in diverse parti di Francia e di Spagna, mentre il P. Enrico lavorava alla riforma dei conventi francescani. La città di Dole (Franca Contea), ne divenne il centro. Coletta, mentre conduceva le sue religiose ad Auxonne (1412), vi si fermò e in mezzo a molteplici estasi, vi stabilì una piccola riforma di Frati Minori, conosciuti con il nome di Colettini. Per un secolo si mantennero ora sottomessi ai superiori dell'Osservanza, ora riuniti ai Conventuali. Nel 1517 Leone X formò di tutte le famiglie francescane una sola famiglia chiamata della Stretta Osservanza.
 Dopo la fondazione di Poligny (Yonne) (1415), Coletta ebbe la consolazione di ricevervi (1417), per più giorni, la visita di S. Vincenzo Ferreri, famoso predicatore e taumaturgo domenicano. In uno dei tanti trattenimenti che ebbero, Dio rivelò loro la prossima fine dello scisma d'Occidente. Scrissero perciò una lettera collettiva ai Padri del Concilio di Costanza, per incoraggiarli a proseguire l'opera della pacificazione della Chiesa, e assicurarli del successo dopo tre anni e mezzo di estenuanti discussioni.
 Con l'elezione di Martino V la Chiesa fu di nuovo riunificata (14-10-1417). Quando questi indisse il concilio di Basilea (1431) per estinguere l'eresia di Hus e riformare la Chiesa, Coletta scrisse diverse lettere al cardinale Giuliano Cesarini che lo presiedeva e che si raccomandava alle preghiere di lei. Quando da Eugenio IV, succeduto a Martino V, il Concilio fu trasferito a Firenze (1438) per facilitare la riunione della Chiesa Greca, la maggior parte dei Padri Conciliari scivolò verso lo scisma. Dopo aver proclamato che il concilio ecumenico era superiore al papa, dessero pontefice, col nome di Felice V, il vedovo Amedeo VIII di Savoia, al quale aderirono soltanto pochi principi. Coletta, per il bene della Chiesa, aveva intensificato le sue preghiere e le sue penitenze e, non essendo riuscita a dissuadere Amedeo dal lasciarsi imporre la tiara, proibì alle Clarisse stabilite a Vevey (Savoia) nel 1425, e a Orbe (Svizzera) nel 1427 di avere rapporti con lui, benché fosse stato loro protettore e amico.
 Per meglio assicurare la sua riforma, Coletta aggiunse alle regole di Santa Chiara alcuni avvisi e interpretazioni che formano il suo testamento spirituale. Oggetto delle sue preoccupazioni fu la dignitosa salmodia in coro; la recita della corona del rosario che lei portava giorno e notte con sé; l'osservanza del silenzio; il continuo esercizio della presenza di Dio. Molto vi contribuirono pure i doni mistici concessi a lei che si riteneva indegna di vivere nello stato religioso. Un giorno, seduta per terra, intratteneva le sue religiose sull'estrema povertà del Signore e degli Apostoli e le esortava ad imitarli quando, dodici vecchi venerandi la circondarono e appena terminò di parlare la trascinarono per aria con loro. Sovente nella preghiera Coletta cadeva in estasi e vi rimaneva immersa diversi giorni. Talora era sollevata ad altezze così sublimi che scompariva agli sguardi delle consorelle. Un giorno le uscì di bocca una fiamma meravigliosa che illuminò la cappella in cui si trovava. Tramite San Giovanni Evangelista le fu messo al dito un anello d'oro, simbolo dello sposalizio che l'Agnello divino strinse con lei. Parecchie persone videro e toccarono detto anello. Coletta stessa qualche volta lo diede a religiosi, ai quali aveva affidato missioni pericolose, allo scopo di preservarli da sinistri incidenti.
 Dal cielo ricevette pure una crocetta d'oro racchiudente una reliquia della vera croce, che conservò con molta devozione. Nei suoi frequenti viaggi, con le sue preghiere, calmò la piena dei fiumi, camminò sulle acque, incatenò le braccia dei predoni e dei guerrieri.
 La città di Gand (Belgio) insistette per avere un convento di Clarisse riformate. In principio la Santa non ne volle sapere a causa della troppa distanza da Besançon, poi cedette alle suppliche di Filippo III il Buono, duca di Borgogna, e di Fra Guglielmo de Casal. Di ritorno da quella fondazione (1442), Coletta s'incontrò a Besancon con San Giovanni da Capestrano che aveva ricevuto da Eugenio IV il compito di ricondurre tutte le famiglie francescane ad una sola osservanza. Ma, invece di chiederle di rinunciare alla sua riforma, in seguito ad una visione, le confermò che essa era di origine divina.
 Il 2-2-1446 Coletta predisse che la sua vita sarebbe terminata prima dello scadere di due anni. Alcuni mesi dopo fondò un monastero a Corbia, ma l'impresa naufragò per l'ostinata resistenza dei benedettini. Rientrata a Gand, nel febbraio del 1447 predisse di nuovo che sarebbe morta presto. Il suo confessore, Padre Pietro de Vaux, ve la preparò con la lettura della Passione del Signore. Coletta morì placidamente il 4-3-1447, dopo aver rivolto parole di esortazione alle sue figlio spirituali e goduto di una visione del Signore.
 Dodici ore dopo la morte, il corpo di Coletta divenne bianco come un giglio, le membra restarono flessibili ed emanarono un profumo che imbalsamò tutto il monastero. Secondo le sue volontà, fu seppellita nel cimitero comune delle religiose, senza sudario, né feretro. Nel 1492 il suo sepolcro fu aperto. Essendo il monastero di Gand stato rovinato dall'imperatore Giuseppe II, le clarisse, grazie all'intervento di Madama Luisa di Francia, figlia di Luigi XV e carmelitana di St-Denis, riuscirono a portare le reliquie della Santa nel convento di Poligny, dove sono ancora venerate. Pio VII canonizzò Santa Coletta il 24-5-1807. Benedetto XIV il 26-8-1740 ne aveva soltanto confermato il culto.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 3, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 84-89.
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