S. CARLO DA SEZZE (1613-1670)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

L’umile fratello laico francescano nacque a Sezze (Latina) il 19-10 -1613 da Ruggero Marchionni, contadino e falegname pio, giusto e molto caritatevole. La mamma e la nonna ebbero una cura particolare di Carletto al quale fecero indossare per devozione l’abito di S. Francesco. Sui banchi della scuola tuttavia imparò “un poco a leggere e malamente a scrivere” perché egli era amante più dei giuochi e dei libri cavallereschi che dello studio. Un giorno cadde gravemente malato. Riacquistò la salute dopo aver baciato una croce che suo padre aveva appositamente costruita per lui. Si sentì spinto ad abbracciare la vita francescana frequentando presso Sezze il convento di Santa Maria delle Grazie dei Frati Minori. Per lo studio, però, continuò a sentire poca attrattiva tanto che i maestri un giorno lo picchiarono così forte da lasciarlo mezzo stordito.

La natura fu la grande maestra di Carlo quando si associò ai fratelli nel lavoro dei campi. Continuando a frequentare i francescani e leggendo la vita di S. Salvatore da Horta (+1567) e di S. Pasquale Baylón (+1592), decise di farsi frate converso per vivere in povertà, chiedere l’elemosina per amore di Dio, passare la notte in chiesa e fare dure penitenze. La vista dei buoi e dei somarelli gli richiamava alla mente il mistero della capanna di Betlemme. Mentre li pascolava, leggeva libri spirituali e pregava. Crebbe talmente nell’amor di Dio che a diciassette anni fece il voto di perpetua castità, e propose di digiunare tutti i sabati a pane e acqua in onore della Vergine SS. Andò subito oggetto a violentissime tentazioni impure, ma le superò con flagelli e durissime penitenze. Dio lo ricompensò concedendogli di fare orazione con maggiore raccoglimento, specialmente dopo la comunione. Prima di recarsi al lavoro andava prestissimo a pregare davanti a un antico crocifisso della chiesa di Santa Maria. In onore della Passione del Signore prese a disciplinarsi e a digiunare tutti i venerdì. Con l’amor di Dio crebbe in lui l’amore verso i poveri, i quali, specialmente nei tempi di carestia, andavano ad aspettarlo lungo le rade dei campi per ricevere le sue elemosine.

Quando era libero dai lavori il santo amava ritirarsi in solitudine per attendere alla preghiera. I suoi compagni, che lo vedevano con la corona in mano, dicevano che era un ”uomo selvatico”, ma egli non se ne dava pensiero. Si preparò a diventare religioso laico, con l’aiuto del suo curato, dopo che guarì da una grave malattia durante la quale gli era apparso uno scheletro con la falce in mano. I genitori e lo zio materno, il canonico Francesco Maccioni, che si trovava al seguito del cardinale Antonio Barberini, avrebbero voluto che si tacesse sacerdote, ma egli fu irremovibile. Fu ricevuto a Roma nel convento dei Frati Minori di San Francesco a Ripa e inviato il 12-5-1G35 a fare il noviziato a Nazzano (Roma).

Carlo trascorse l’anno di prova nei lavori della cucina e dell’orto, ma poiché commetteva degli sbagli per l’esaurimento cui andò soggetto e l’insonnia, fu sovente costretto a disciplinarsi con suo “grandissimo travaglio” per alcuni minuti, e cibarsi in ginocchio con pane e acqua, a volte senza il cappuccio, a volte con una pietra al collo. Quando mancava nel parlare, il suo maestro gli ordinava di strisciare più volte la lingua per terra. Un giorno perseverò in quella strana penitenza dalle 14,30 alle 20 perché lo scriteriato Maestro del noviziato si era dimenticato di sospendergliela in tempo. Non meraviglia quindi che internamente Carlo fosse tormentato da una funesta malinconia e che fosse tentato di ritornare nel secolo. Di notte i demoni facevano il resto impedendogli di riposare dalle fatiche del giorno. Gli apparivano sotto le forme più strane, talora del P. Guardiano o di Maria SS., e lo percuotevano selvaggiamente. Fra tante croci godette pace di coscienza finché una tentazione di vanagloria, che durò sei anni, lo gettò in un mare d’inquietudini.

Carlo fu ammesso alla professione con molta difficoltà il 19-5-1636, attesta egli nella sua Autobiografia, a motivo “della dappoccaggine e di non sapermi adattare in quello die ordina a farsi dai frati laici la religione”. Il suo arrivo nel convento di Morlupo (Roma) meravigliò i confratelli perché fin là giunse la voce che era stato spogliato dell’abito. Per alcuni mesi fu addetto all’orto e poi alla cucina. Contento di stare lontano dai secolari, santificò il suo ufficio pensando di preparare il cibo ora alla Madonna, ora ai re Magi, ora al Signore e agli Apostoli. Quando lavava i piatti e scopava diceva con la bocca e con il cuore: “Gesù, Maria, lavate, pulite il cuore e l’anima mia, affinchè sempre vi lodi e vi benedica”. Ai poveri che bussavano alla porta del convento non negò mai l’elemosina, e ai religiosi di passaggio riservò la sua porzione di carne. Alcune volte moltiplicò con un segno di croce le vivande scarseggianti. Governando le stoviglie ogni tanto gli capitava di romperne qualcuna. Allora compariva in refettorio con i cocci al collo per riceverne umilmente la penitenza.

Con l’amor di Dio crebbe nel cuore di Carlo la sete dei patimenti. Finché gli fu permesso, e cioè per tredici anni, indossò un solo abito vecchio anche d’inverno; non mangiò né carne, né pesce; dormì poche ore di notte sopra una stuoia di paglia posta su nude assi; si disciplinò tutti i giorni per mezz’ora, e al venerdì fino al sangue. Benché trascorresse buona parte della notte in chiesa e di giorno lavorasse sodo, le tentazioni d’impurità continuarono a tormentarlo e i demoni ad afferrarlo di notte per la gola dicendogli: “Rinnega Dio, o ti leveremo la vita”. Altre volte gli conficcavano un grosso ferro rovente nelle orecchie con suo grande spasimo. Per conto suo il P. Guardiano gli somministrava altre penitenze ad ogni vivanda mal condita. Carlo, di natura collerica, perché un giorno non fu pronto a frenare lo sdegno che provò a una umiliazione del superiore, si cavò l’abito, ne fece un fardello, se lo pose al collo ed entrò cosi nel refettorio per chiedere perdono ai confratelli del proprio fallo.

Nel 1637 il santo accettò, con grande ripugnanza, di trasferirsi nel povero e scomodo convento di Ponticelli (Rieti), prima come aiutante dell’ortolano e poi del cuoco. Continuò a rompere stoviglie. Una volta lasciò persino bruciare tutto il pesce che i frati avevano pescato nel fosso di Corese per correre a servire una messa. Fu condannato a cibarsi per dieci giorni con pane e acqua inginocchiato per terra. Invece di perdersi d’animo, Fra Carlo approfittò di quelle umiliazioni per conformarsi alla volontà di Dio e crescere nel vigore spirituale. Infatti, benché gli piacessero in modo straordinario l’uva e i fichi, quando andava a coglierne per i confratelli si asteneva dall’assaggiarli.

Anche nel convento di Palestrina (Roma) (1638-1640) Carlo fu prima addetto alla cucina, e poi alla portineria. In quel tempo Dio cominciò a favorirlo di carismi. Si verificò in lui quanto scrisse al capo 59 della sua Autobiografia: “Quando cominciano a piovere i travagli ai servi di Dio, par che si aprano le cateratte del cielo, e, a guisa d’un diluvio, gli vadano sopra per sommergerli!”. Chi più di lui fu tribolato e incompreso? Chi più di lui fu inondato di estasi, visioni, locuzioni divine, miracoli, scienza infusa, scrutazione dei cuori, spirito di profezia, ferita d’amore, certezza della remissione dei peccati, confermazione in grazia? I diavoli di notte continuarono a tormentarlo in modo indescrivibile. Carlo trovava scampo alle loro percosse fuggendo davanti al SS. Sacramento.

Dopo una breve permanenza a Piglio (Frosinone), il santo fu trasferito a Carpinete (1640-1646) in qualità di sacrestano dello studentato di teologia. Il Padre Vicario, sospettando che avesse scritto una lettera al Provinciale contro di lui, lo trattò con tanta asprezza che Carlo fu più volte sul punto di mettergli le mani addosso. I confratelli, nel timore che non riuscisse a sostenere tante penitenze, lo consigliarono di chiedere al Provinciale un trasferimento, ma egli si limitò a meditare un mistero della Passione di Gesù a ogni pubblica umiliazione che gli veniva inflitta. Passata quella tribolazione, ripresero più violente in lui le tentazioni d’impurità. Per domarle, per una decina d’anni, egli portò un panciotto di catene, bevve acqua e rare volte andò a riposare sulle assi dopo il mattutino. Ad ogni azione buona che faceva, il diavolo gli ripeteva: “Non occorre che vi affatichiate tanto, perché siete dannato!”. “O Signore mio, sospirava allora Carlo, se venisse un angelo qui, mandatemi da Voi, e mi leggesse la sentenza che io sono dannato, più vi voglio amare e servire; però datemi fervore di poterlo fare!”.

Alle solite preghiere volle aggiungere l’esercizio della Croce, che consisteva nel portare tutti i giorni in spalla attorno alla sua cella due travi incrociate, tenendo una corda al collo, l’abito discinto e il corpo curvo. Dio lo attirava a sé con tale forza che quando visitava le chiese o era in viaggio, si sentiva all’improvviso sollevato ripetutamente da terra. Per un buon tratto restava, come fuori di sé. Il suo amor di Dio si riversava sul prossimo. Non avendo potuto andare missionario, si sovraspese per tre mesi a confortare i colpiti dal colera, a seppellire i morti e a chiedere elemosine per i bisognosi, noncurante del sovrastante pericolo.

Nel 1646 Fra Carlo fu trasferito nel convento di San Pietro in Montorio e assegnato come aiutante del padre sacrestano. Il santo durò molta fatica a conformarsi all’aspro ed esigente temperamento di lui. Per alcuni anni fu assalito pure dal dubbio sull’immacolato concepimento di Maria. Quando gli uccisero lo zio canonico fu tentato di vendicarsi, invece, non solo perdonò, ma si recò a visitare i parenti per esortarli a fare altrettanto. Ebbe molto da soffrire a cagione dei libri che scrisse per ispirazione di Dio o per volere dei superiori. Costoro, in un primo tempo, si erano mostrati decisamente contrari a quella fatica infliggendogli per tre volte persino gravi e pubbliche penitenze.

Dall’ufficio di sacrestano Fra Carlo passò alla questua della legna servendosi di un somarello. Accettò quell’umiliazione e Dio lo ricompensò con lo stigma al cuore mentre, in una sosta dalla questua, prendeva parte nell’ottobre del 1648 alla messa che si celebrava nella chiesa di San Giuseppe a Capo le Case. La ferita che gli si era prodotta nel petto all’elevazione dell’ostia, si cicatrizzò soltanto tre anni dopo. Nel ricevere la comunione cominciò pure a sentire una grande dolcezza spirituale.

Il confessore gli concesse di farla ogni giorno. Nell’anima di Fra Carlo le visioni e le rivelazioni si moltiplicarono. Le anime purganti lo visitavano di frequente. Poiché continuava a sentire ribellioni alle riprensioni dei superiori egli, nel 1663, fece il voto di non odiare nessuno. In ricompensa il Signore gli assicurò che lo aveva confermato in grazia.

Nel 1666, per interessamento del cardinale Cesare Facchinetti, Carlo fece la visita ai santuari di Loreto, Assisi e La Verna. Nel 1668 Clemente IX lo mandò a San Severino, con altri prelati, per la ricognizione del corpo di una serva di Dio, e poi a Montefalco per provarvi lo spirito di una monaca. Nel 1669 il cardinale Facchinetti lo condusse nella sua diocesi di Spoleto. Di là il Santo avrebbe dovuto proseguire fino a Venezia, conforme alla facoltà che la principessa Borghese aveva ottenuto dal Papa, ma a Tolentino, a motivo della salute scossa, si fermò. Tornato a Roma, vi morì di pleurite il 6-1-1670.

Le sue reliquie sono venerate nella chiesa di San Francesco a Ripa. Leone XIII lo beatificò il 1-10-1881 e Giovanni XXIII lo canonizzò il 12-4-1959.


Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 106-110.

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