RISPETTO E GENTILEZZA

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

Bisogna inculcare nel fanciullo una gentilezza che venga dal cuore: virtù cristiana per eccellenza, figlia del rispetto e della carità. Però la gentilezza, logicamente, dovrà sviluppare il senso del rispetto e suggerirà tanti piccoli atti di carità in un’epoca in cui l’egoismo è in voga in tanti, quasi fossero soli o fossero il centro di tutto.

* Bisogna inculcare nel fanciullo una gentilezza che venga dal cuore: virtù cristiana per eccellenza, figlia del rispetto e della carità. Però la gentilezza, logicamente, dovrà sviluppare il senso del rispetto e suggerirà tanti piccoli atti di carità in un’epoca in cui l’egoismo è in voga in tanti, quasi fossero soli o fossero il centro di tutto.

* Non pensate certo che l’educazione consista soltanto nel buon comportamento esterno: può però essere favorita dall’esterno e aiutare così l’interno.

* È tanto importante insegnare al fanciullo, assai presto, modi gentili, poiché per lui sono abitudini, o meglio, automatismi poco costosi da acquistare e che gli rimarranno per tutta la vita. L’esperienza insegna che quando questa educazione è stata trascurata da piccoli, è difficile inculcarla da grandi.

* L’ineducazione compromette l’avvenire umano e professionale di un fanciullo, la buona educazione invece lo favorisce.

* La cattiva educazione rischia in molti casi di paralizzare o diminuire l’influenza del bambino diventato adulto; una buona educazione invece la facilita e la moltiplica.

* La gentilezza è una virtù educatrice nel senso che, senza eccessivo sforzo, obbliga a un continuo autocontrollo. È virtù sociale perché facilita i rapporti fra gli uomini. Non v’è niente di più penoso, sia in famiglia che nell’ufficio, del contatto con persone ” senza delicatezza “. Quanti focolari distrutti perché una parte non aveva ” forma ” ! Non è forse vero che spesse volte ciò che divide gli uomini non sono questioni di principio ma questioni di modo?

* La gentilezza sovente è definita ” l’arte del saper vivere “, poiché rende dolce la vita agli altri. Si chiama anche ” tatto “, perché è come una specie di senso dell’anima che ci fa sentire cosa conviene pensare, fare o dire in ogni circostanza per non disturbare o far penare gli altri.

* Vale la pena educare alla gentilezza: non è tempo perso o preoccupazione inutile. Le regole di buona educazione — da non confondersi con l’ipocrisia mondana o con la preziosità affettata — fanno parte del bagaglio di tutti gli uomini degni di tale nome che si rispettano e contraccambiano.

* La gentilezza non è un privilegio di casta o di classe: in tutti i ceti si trovano anime sensibili e delicate. Non bisogna però confondere la gentilezza con un codice di regole convenzionali; basta conoscerle in generale, cercando soprattutto di non infrangere lo spirito che le ha dettate.

*Rollin diceva: ” Non dico che bisogna iniziare il fanciullo a tutte le galanterie della civiltà, nò che lo si debba guidare con il cerimonioso codice che domina nel
gran mondo. L’essenziale è combattere nella giovane generazione le inclinazioni opposte ai comuni doveri della società: una grossolanità aspra e rustica, che non fa scorgere ciò che può piacere o dispiacere agli altri; un egoismo attento solo al proprio comodo e benessere, una superbia e un’alterigia che ci convincono che tutto ci è dovuto e nulla dobbiamo agli altri; uno spirito di critica, di civetteria e di contraddizione che tutto condanna e non produce che male: ecco i difetti cui bisogna muovere guerra spietata ” .

* Le ” buone maniere ” devono essere l’espressione più chiara della bontà.

* I particolari di ciò che comunemente si chiama buona educazione non sono che alcuni elementi d’una formazione veramente buona. Un uomo ineducato non
corre solo il rischio di urtare gli altri, ma di subire egli stesso le conseguenze del suo modo di vivere e di pagare, a volte assai duramente, la negligenza circa le regole sociali la cui importanza gli è sfuggita. Non si tratta né di ingrandire né di sminuire l’importanza di quella ” civiltà infantile e onesta “, variabile secondo i paesi e le epoche che — malgrado il suo formalismo e relativismo — suscita nell’individuo un desiderio assai lodevole di rendersi sopportabile e possibilmente amabile con chi lo circonda.

* Tra gli obblighi della civiltà e il dovere della morale sociale spesso vi è solo differenza di grado, tant’è — come afferma Leone Harmel — che il problema sociale è più questione di finezza che questione economica.

* Bisogna però confessare che il principale ostacolo alla gentilezza è il disprezzo degli altri o meglio la paura di essere impacciato. I fanciulli odierni troppo spesso
sentono ripetere questo fallace slogan: ” Dove c’è l’impaccio non c’è piacere “. Ora, secondo Pascal, la gentilezza consiste innanzi tutto nel ” sapersi vergognare “. Non temere però di far notare che la piccola pena è compensata ampiamente, se non altro, come diceva un umorista, dal non permettere alla liberà individuale di
rendere insopportabile la vita comune.

* Alla domanda se la gentilezza sia una virtù, M. Paul Archambault risponde: ” Sì, più esattamente è incontro o una sintesi di virtù: dignità personale, astenendosi da parole e gesti che a poco a poco trascinino a sentimenti abietti e a cose basse;
rispetto verso un vecchio, un maestro, un benefattore, manifestando quanto essi hanno di umana grandezza; carità, se si tratta di evitare al nostro prossimo ogni disturbo o pena inutile; umiltà, quando c’è da mettersi e restare al proprio posto, non imponendo la propria presenza ne i progetti, ne le preferenze ” .

* Sebbene la vita moderna tenti di atrofizzare questa delicatezza del cuore espressa con la gentilezza e il rispetto, i genitori devono vegliare maggiormente su di essa facendola passare nell’abitudine e nei riflessi dei loro figli. L’esempio anche qui ha una influenza capitale, poiché il fanciullo si modella, anche in questo, prima di tutto sui genitori. Come pretendere che un figliolo non dica parole grossolane e non tratti irriverentemente i suoi educatori, se non gliene date l’esempio?

* Non occorrono molti ragionamenti per convincervi che l’autorità non vi da affatto il diritto di trattare il fanciullo senza riguardo. Si tratta di tatto e di discrezione; la più confidente intimità vuole la più delicata gentilezza. Non usate mai, anche nei momenti d’impazienza, così comprensibili a volte, apostrofi e qualificazioni che
oltrepassano il vostro pensiero e dimostrano mancanza di controllo e di rispetto alla dignità del fanciullo.

* Come potranno i genitori ottenere il rispetto da un figlio, stimato nei primi anni come un giocattolo e poi come un piccolo domestico, senza apprezzarne la personalità e ragionare con lui sul serio? Come fanno a non comprendere che, rispondendo alterati o con un ” lasciami in pace ” alle domande del fanciullo, distruggono essi stessi la confidenza e l’ammirazione, norme fondamentali di ogni elementare rispetto? Come potrebbe il fanciullo rispettare i genitori quando si accorge che essi per i primi infrangono quelle regole che gli vogliono imporre?

* Suscitare nel fanciullo ammirazione per le persone e cose che lo meritano vuol dire educare in lui il senso del rispetto, poiché un fanciullo che sa stimare, d’ordinario è rispettoso; un fanciullo indifferente a tutto, invece, non sarà mai rispettoso.

* Vorrei dire qualche parola sulla gentilezza che bisogna usare verso i fanciulli. In ognuno di essi si trova un istinto innato di rispetto: perché allora alcuni adulti li
trattano sì poco seriamente? E cosa meravigliosa che il fanciullo si senta mosso così presto dall’istinto di grandezza, che è in lui; si sente assai presto qualcuno, e vuole diventarlo. Egli desidera per sé i riguardi che si hanno per le persone adulte. Francesco, di tre anni, restituendo a suo padre un pezzo di pane tirategli bruscamente da un capo della tavola, dice: ” No, babbo; non devi darmi così
il pane… dammelo gentilmente “. Il babbo, intelligente, approva la protesta del suo ragazzino: egli sa che non si può esigere dal più piccolo il rispetto e la gentilezza dei tratti che rispettandolo, perché a buon diritto si sente uguale a suo padre in dignità.

* Purtroppo, prestissimo il fanciullo perderà il senso di questa uguaglianza. Abituato a essere trattato con quella brutale sdegnosità, che troppi adulti confondono con la familiarità, a essere interpellato senza alcun garbo, comandato imperiosamente, accetterà, in apparenza, questo trattamento inferiore; ma si vendicherà sugli altri delle umiliazioni che gli avranno fatto subire: si mostrerà
imperioso con le sorelline.

* L’ubbidienza, come la gentilezza, deve essere automatica per il buon andamento dell’ordine familiare; il fanciullo deve comprendere che l’ordine, la proprietà, le buone maniere, rendono la vita gradevole e bella. Se i genitori fanno lo sforzo di dare le abitudini della gentilezza, queste si manifesteranno da sé senza la minima difficoltà. ” Buongiorno… Grazie… Prego… Scusi… Per piacere… ” sono modi che il fanciullo deve imparare per imitazione. È raro che i genitori educati abbiano figli ineducati, soprattutto se loro spiegano il perché bisogna essere educati appena vedono risvegliarsi la loro ragione.