Perché un Dio uomo (XI)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Sant’Anselmo.  18 – La morte di Cristo dà soddisfazione a DIO per i peccati degli uomini. In che senso Cristo dovette e non dovette patire. 19 – Quanto ragionevolmente dalla sua morte sgorghi la salvezza umana. 20 – Grandezza e giustizia della misericordia di DIO. 21 – È impossibile che il diavolo si riconcili con DIO. 22 – La verità del vecchio e del nuovo Testamento provata da ciò che è stato detto.

18 – LA MORTE DI CRISTO DÀ SODDISFAZIONE A DIO PER I PECCATI DEGLI UOMINI. IN CHE SENSO CRISTO DOVETTE E NON DOVETTE PATIRE
ANSELMO – Ma dimmi ora che cosa ti sembra si debba rispondere alla questione che hai proposto all’inizio e che ne ha richiamate molte altre.
BOSONE – In poche parole la questione è questa: perché Dio si è fatto uomo per salvare con la propria morte l’uomo, quando, almeno sembra, avrebbe potuto ottenere lo stesso risultato in altro modo? E tu, rispondendo con numerose e necessarie ragioni, hai dimostrato come la restaurazione della natura umana non avrebbe dovuto essere rimandata né sarebbe potuta avvenire, se l’uomo non avesse pagato a Dio ciò che gli doveva per il peccato.
Ma il debito era così grande che per soddisfarlo, essendo obbligato solo l’uomo ma potendolo so lo Dio, occorreva che quell’uomo fosse pure Dio. Quindi era necessario che Dio assumesse l’uomo nell’unità di persona per far sì che colui che doveva pagare e non poteva secondo la sua natura, fosse personalmente identico a colui che lo poteva.
Hai poi spiegato come quell’uomo che doveva essere Dio dovesse essere assunto da una Vergine e nella persona del Figlio di Dio e come abbia potuto essere preso dalla massa peccatrice senza peccato. Hai anche dimostrato che la vita di quest’uomo è così sublime e preziosa che può bastare a risarcire i peccati di tutto il mondo, anzi che vale infinitamente di più.
Rimane dunque da chiarire come questa vita venga data a Dio per i peccati degli uomini.
ANSELMO – Se si è lasciato uccidere per la giustizia, non ha dato la sua vita per l’onore di Dio?
BOSONE – Se posso comprendere ciò di cui non dubito – sebbene non veda come abbia agito ragionevolmente proprio perché poteva insieme e salvaguardare completamente la giustizia e non perdere in eterno la sua vita – confesserò che egli fece a Dio per il suo onore e liberamente un dono tale che nulla di ciò che non è Dio può reggere al confronto e soddisfare tutti i debiti di ogni uomo.
ANSELMO – Non capisci che sopportando con benigna pazienza gli insulti, gli oltraggi e la morte in croce tra i ladroni per la giustizia che, come abbiamo detto, obbedendo conservava, diede un grande esempio agli uomini così da spingerli a non allontanarsi dalla giustizia che devono a Dio, nonostante tutti i disagi che possono provare? Questo esempio egli non lo avrebbe dato se, ricorrendo alla sua potenza, avesse evitato la morte che gli veniva inflitta per una tale causa.
BOSONE – Sembra che abbia dato questo esempio senza alcuna necessità, perché sappiamo che molti prima della sua venuta, e Giovanni Battista dopo la sua venuta, ma prima della sua morte, l’hanno dato a sufficienza sopportando coraggiosamente la morte per la verità.
ANSELMO – Nessun uomo, all’infuori di lui, morendo, diede a Dio una cosa che non dovesse un giorno necessariamente perdere, o pagò ciò che non doveva. Egli invece liberamente offrì al Padre ciò che nessuna necessità gli avrebbe mai fatto perdere, e pagò per i peccatori quello che non era obbligato a pagare per sé. Perciò diede un esempio molto più grande ed efficace nel far sì che nessuno dubiti di ridare a Dio per se stesso, quando la ragione lo domanda, ciò che un giorno sicuramente dovrà abbandonare. Egli infatti senza averne personalmente alcun bisogno e senza essere costretto a farlo per gli altri ai quali non doveva che il castigo, donò una vita così preziosa, anzi se stesso, cioè una persona si sublime e con tale volontà.
BOSONE – Ti avvicini molto al mio desiderio. Ma non impazientirti se ti chiedo una cosa, che ti può sembrare stupida, ma alla quale io non saprei rispondere se ne venissi richiesto. Tu dici che morendo egli diede quello che non doveva. Nessuno però potrà negare che egli ha agito in modo migliore donando un simile esempio e che questo è più gradito a Dio che il non averlo fatto; e neppure dirà che egli non avrebbe dovuto fare ciò che era migliore e ciò che capiva essere più gradito a Dio. Come dunque affermeremo che egli non dovette dare a Dio ciò che fece e ciò che capì essere migliore e più gradito a Dio, soprattutto perché la creatura deve a Dio quanto essa è, sa, e può?
ANSELMO – Benché la creatura non abbia nulla da sé, tuttavia, quando Dio le concede di fare o di non fare lecitamente una cosa, le dà la possibilità di scegliere o l’una o l’altra. Per cui, sebbene una sia migliore dell’altra, la creatura non è obbligata in maniera determinata né all’una né all’altra; ma sia che compia quella migliore sia che compia l’altra, si deve dire che doveva fare ciò che fa. E se compie la cosa migliore essa ha un premio in quanto liberamente dà ciò che è suo.
Per esempio, pur essendo la verginità migliore del matrimonio, nessuno dei due stati è imposto all’uomo in modo determinato, ma diciamo che sia chi usa del matrimonio sia chi preferisce conservare la verginità fa quello che deve fare. Nessuno affermerà che non si deve scegliere la verginità o il matrimonio; ma che ciascuno deve fare ciò che preferisce prima di scegliere l’uno o l’altro stato, e se sceglie la verginità può attendere una ricompensa per il dono che liberamente offre a Dio.
Pertanto quando affermi che la creatura deve a Dio ciò che conosce come migliore e lo può attuare, se intendi “a titolo di giustizia” e non sottintendi “se Dio lo comanda” non sempre è vero. Perché, come ho detto, l’uomo non deve praticare la verginità a titolo di debito, ma deve usare del matrimonio se lo preferisce.
E se la parola “dovere” ti crea delle difficoltà e non la puoi separare dall’idea di debito, sappi che come alle volte le parole “potere”, “non potere” e “necessità” vengono usate non perché siano nelle cose di cui si parla, ma in altre, così qui viene usata la parola “dovere”. Così, quando si dice che i poveri devono ricevere l’elemosina dai ricchi, si intende dire che i ricchi devono fare l’elemosina ai poveri. Infatti questo debito non lo si deve esigere dal povero ma dal ricco.
Si dice anche che Dio deve sovrastare tutte le cose non perché egli sia con ciò in qualche modo debitore, ma perché tutto deve essere a lui sottomesso. Si dice anche che deve fare ciò che vuole, perché ciò che vuole è ciò che deve essere. Così quando una creatura vuoi fare ciò che è in suo potere di fare o di non fare, si dice che deve farlo perché ciò che vuole è ciò che deve essere. Così quando il Signore Gesù, come abbiamo detto, volle subire la morte, poiché era in suo potere il subirla e il non subirla, dovette fare ciò che fece in quanto dovette essere fatto ciò che volle; e non dovette farlo in quanto non c’era alcun titolo di debito.
Cioè, poiché questo stesso individuo è insieme Dio e uomo, da quando è uomo, secondo la natura umana ha ricevuto dalla natura divina (che si distingue da quella umana) di avere come proprio tutto ciò che aveva per cui non era in obbligo di dare se non ciò che voleva; a causa della persona invece tutto ciò che aveva lo aveva talmente da se stesso e gli era così perfettamente sufficiente che non doveva pagare niente a nessuno e non aveva bisogno di dare perché gli fosse ridonato qualcosa.
BOSONE – Ora vedo chiaramente che per nessuna ragione si sottomise alla morte per l’onore di Dio a titolo di debito, come la mia ragione sembrava dimostrare, e ciò nonostante dovette fare ciò che fece.
ANSELMO – E’ così, e quell’onore va a tutta la Trinità. E poiché quel medesimo è Dio, Figlio di Dio, offrì sé a se stesso per il proprio onore e si offrì anche al Padre e allo Spirito Santo; cioè la sua umanità alla sua divinità che è unica e uguale per le tre persone. Tuttavia per rimanere nella stessa verità ed esprimere più chiaramente ciò che vogliamo, abitualmente diciamo che il Figlio spontaneamente offrì se stesso al Padre.
Infatti in questo modo si parla con la massima proprietà, perché anche in una sola persona è compreso tutto Dio, a cui egli si offrì secondo l’umanità; inoltre quando si predica che in questo modo il Figlio intercede per noi presso il Padre, l’uso dei vocaboli “Padre” e “Figlio” suscita nel cuore degli uditori una certa quale immensa tenerezza.
BOSONE – Lo accetto con tutto il cuore.

19 – QUANTO RAGIONEVOLMENTE DALLA SUA MORTE SGORGHI LA SALVEZZA UMANA
ANSELMO – Guardiamo ora, come più possiamo, quanto ragionevolmente sgorghi dalla morte dell’uomo-Dio la salvezza umana.
BOSONE – A questo aspira il mio cuore. Infatti, sebbene mi sembri di capire, voglio che tu mi faccia la tessitura delle ragioni.
ANSELMO – Non c’è bisogno di spiegare quanto sia grande il dono che il Figlio spontaneamente offrì.
BOSONE – È chiaro abbastanza.
ANSELMO – Suppongo che non penserai che debba rimanere senza ricompensa colui che spontaneamente offre un così grande dono a Dio.
BOSONE – Al contrario vedo la necessità che il Padre ricompensi il Figlio. Altrimenti si mostrerebbe o ingiusto se non lo volesse, o impotente se non lo potesse: cose tutte estranee a Dio.
ANSELMO – Colui che ricompensa qualcuno o gli dona ciò che egli non ha o gli condona ciò che potrebbe da lui esigere. Ora prima ancora di compiere questa grande opera il Figlio possedeva tutto ciò che era del Padre, né mai ebbe un debito che gli potesse venir condonato. Che premio dunque verrà dato a colui che non ha bisogno di nulla e al quale nulla può essere dato o condonato?
BOSONE – Vedo da una parte la necessità del premio e dall’altra l’impossibilità; perché è necessario che Dio dia ciò che deve e non c e cosa che possa essere donata.
ANSEIMO – Se un premio così grande e così meritato non viene dato né a lui né ad altri, sembrerà che il Figlio abbia compiuto invano un’opera così grande.
BOSONE – È empio il pensarlo.
ANSELMO – Dal momento dunque che il premio non può essere dato a lui, necessariamente deve essere dato a qualche altro.
BOSONE – E’ una conclusione inevitabile.
ANSELMO – Se il Figlio volesse che ciò che gli è dovuto sia dato a un altro, potrebbe il Padre legittimamente impedirglielo o negarlo a colui al quale egli lo vuol dare?
BOSONE – Al contrario credo giusto e necessario che il Padre lo dia a colui al quale il Figlio lo vorrà dare, perché al Figlio è lecito dare ciò che è suo e il Padre può dare ciò che deve solo a un altro.
ANSELMO – A chi più convenientemente assegnerà il frutto e il premio della sua morte se non a coloro per la salute dei quali si è fatto uomo – come la ragionevolezza della verità ci ha insegnato – e ai quali, come abbiamo detto, morendo diede l’esempio di come si muore per la giustizia? Invano infatti sarebbero suoi imitatori, se non fossero partecipi dei suoi meriti.
O chi più giustamente costituirà eredi di un diritto del quale non ha bisogno, e della sua sovrabbondante pienezza se non i suoi parenti e fratelli – che vede consumarsi nel bisogno e nel profondo della miseria, vincolati da tanti e tali debiti – così da condonare il debito contratto con i peccati e da dare loro quello di cui i peccati li hanno privati.
BOSONE – Il mondo non può udire nulla di più ragionevole, dolce e desiderabile. E questo mi riempie di tanta fiducia che non posso più dire di quanta gioia s’allieta il mio cuore. Mi sembra infatti che Dio non rigetti alcun uomo che si avvicini a lui sotto questo nome.
ANSELMO – E’ proprio così, purché si avvicini come si deve. Come poi ci si debba avvicinare alla partecipazione di tanta grazia e come si debba vivere sotto di essa, ce lo insegna a ogni passo la Sacra Scrittura, che è fondata sopra la solida verità come sopra robusto fondamento – che con l’aiuto di Dio abbiamo potuto in qualche modo intravedere.
BOSONE – Veramente ciò che viene edificato sopra questo fondamento ha le basi sulla solida pietra (cf Lc 6, 48).
ANSELMO – Penso d’aver soddisfatto abbastanza alla tua questione. Veramente uno più dotato di me lo potrebbe fare in maniera più completa. Esistono infatti altre ragioni più profonde e più numerose di quelle che la mia o la mortale intelligenza possano comprendere intorno a questo mistero.
E’ chiaro anche che Dio non aveva alcun bisogno di fare quello che abbiamo spiegato, ma l’immutabile verità così esigeva. Sebbene infatti si dica che ciò che quell’uomo fece, lo fece Dio a causa dell’unità della persona, tuttavia Dio non aveva bisogno di scendere dal cielo per vincere il diavolo né di lottare contro di lui secondo le leggi della giustizia per liberare l’uomo; ma Dio esigeva che l’uomo vincesse il diavolo e che colui che peccando aveva offeso Dio pagasse secondo giustizia. Al diavolo, Dio non doveva che la punizione, e anche l’uomo non gli doveva che il contraccambio, cioè: essendo stato vinto da lui, doveva vincerlo a sua volta. Però tutto quello che si esigeva dall’uomo, l’uomo lo doveva a Dio e non al diavolo.

20 – GRANDEZZA E GIUSTIZIA DELLA MISERICORDIA DI DIO
ANSELMO – La misericordia di Dio che ti sembrava negata quando approfondivamo la giustizia divina e il peccato dell’uomo, la ritroviamo ora così grande e così armonizzata con la giustizia, che non la si può pensare più grande e più giusta. Infatti quale condotta può essere più misericordiosa di quella del Padre che dice al peccatore condannato a tormenti eterni e privo di ciò che potrebbe salvarlo: “Prendi il mio Unigenito e offrilo per te”; mentre il Figlio a sua volta gli dice: “Prendimi e salvati”?
E’ questo che essi ci dicono quando ci chiamano e attirano alla fede cristiana. Che cosa infatti di più giusto che colui a cui viene dato un prezzo più grande di ogni debito rimetta ogni debito, posto che il dono gli sia dato con i dovuti sentimenti?

21 – È IMPOSSIBILE CHE IL DIAVOLO SI RICONCILI CON DIO
ANSELMO – Se attentamente consideri la redenzione umana, capirai che la riconciliazione del diavolo, sulla quale mi hai interrogato, è impossibile. Come infatti l’uomo non poté essere riconciliato che per mezzo di un uomo-Dio – che poté morire e con la sua giustizia restituire a Dio ciò che questi aveva perduto a causa del peccato dell’uomo – così gli angeli dannati non potrebbero venire salvati che da un angelo-Dio, che possa morire e che per la sua giustizia ridoni a Dio ciò che i peccati degli altri gli hanno tolto.
E come l’uomo non doveva essere rialzato da un altro uomo, che non appartenesse alla stessa schiatta benché della medesima natura; così nessun angelo deve essere salvato da un altro angelo perché, sebbene essi siano tutti della stessa natura, non sono anche della stessa schiatta come gli uomini. Infatti gli angeli non discendono da un solo angelo, come gli uomini da un solo uomo.
C’è anche un’altra ragione che impedisce la loro restaurazione, e cioè: come caddero senza che qualcuno recasse loro danno o facilitasse la loro caduta, così devono rialzarsi senza l’aiuto di alcuno. E questo è impossibile per loro. Infatti non possono essere rimessi nella dignità che dovevano avere, poiché se non avessero peccato avrebbero perseverato nella verità (cf Gv 8, 44) senza l’aiuto altrui e con la potenza che avevano ricevuto. Quindi se qualcuno pensasse che un giorno la redenzione del nostro Salvatore deve abbracciare anche loro, ha qui le prove con le quali può ragionevolmente convincersi che irragionevolmente si sbaglierebbe. E questo non lo dico perché il valore della sua morte non superi in eccellenza tutti i peccati degli uomini e degli angeli, ma perché una ragione immutabile si oppone alla salvezza degli angeli caduti.

22  LA VERITÀ DEL VECCHIO E DEL NUOVO TESTAMENTO È PROVATA DA CIÒ CHE È STATO DETTO
BOSONE – Tutto ciò che affermi mi sembra ragionevole e tale da non poter essere contraddetto da nulla. Anzi con la soluzione della sola questione che abbiamo proposto vedo provato tutto ciò che è contenuto nel Nuovo e nel Vecchio Testamento. Infatti tu provi apoditticamente che Dio si è fatto uomo e con metodo (che se anche venissero tolti i pochi elementi che hai preso dai nostri libri parlando, per esempio, delle tre persone di Dio e di Adamo è tale da appagare con la sola ragione non soltanto i giudei ma anche i pagani.
Ora, dal momento che lo stesso Dio-uomo fonda il Nuovo Testamento e approva il Vecchio e poiché è necessario riconoscere che egli è verace, nessuno può negare la verità di qualunque affermazione ivi contenuta.
ANSELMO – Se abbiamo detto qualcosa che deve essere corretto non ricuso la correzione, purché essa sia conforme a ragione. Se invece ciò che crediamo d’avere scoperto per le vie della ragione è confermato dalla testimonianza della verità, dobbiamo attribuirlo non a noi ma a Dio, che è benedetto nei secoli. Così sia.