PERSEVERANZA

Teologia: fondamentale, ascetica...

"Cardinale Pietro Parente; Mons. Antonio Piolanti; Mons. Salvatore Garofano: Voci selezionate dal Dizionario di Teologia Dogmatica". PERSEVERANZA (finale): è un grande dono di Dio, per cui l'uomo al momento della morte si trova nello stato di grazia santificante e quindi si salva. Veramente la perseveranza riguarda anzitutto lo svolgimento della vita sotto l'influsso della grazia di Dio.

L'uomo rivestito di grazia santificante, attesa la debolezza della sua natura ferita dal peccato originale e le tentazioni diaboliche, è sempre in pericolo di perdere l'amicizia di Dio ricadendo nel peccato, nonostante il proposito in contrario. Non c'è in questa vita una stabilizzazione dell'anima nella grazia, che renda, come nei beati, impossibile la ricaduta nella colpa. S. Tommaso con fine senso psicologico ne dà così la ragione (S. Theol. I-II, q. 109, aa. 8-9): siccome la grazia santificante risana la mente ma non estingue la concupiscenza, sorgono nell'uomo moti improvvisi di passioni, cui l'animo, non sempre vigile e pronto, non sempre riesce a dominare: una tensione continua è psicologicamente impossibile. Di qui la colpa, che ritorna di tanto in tanto: si resiste per qualche tempo, ma poi stanchi di vigilare e di combattere si finisce col capitolare anche deliberatamente.
 Il Concilio di Trento ha definito (sess. 6, c. 22) che l'uomo già ornato di grazia santificante non può perseverare nella santità senza uno speciale aiuto di Dio. Più ancora, secondo lo stesso Concilio (c. 16), l'uomo santificato ha bisogno dell'aiuto divino particolare per la perseveranza finale, che è magnum donum velato dal mistero della Predestinazione (v. questa voce). In realtà il dono della perseveranza finale è complesso, perché suppone lo stato di grazia santificante e richiede inoltre un influsso continuo di grazia efficace per tutta la vita e specialmente nell'ora della morte, irta di difficoltà psicologiche e di tentazioni. E ancora quel dono importa felici disposizioni della Provvidenza, che assicurino il legame tra lo stato di grazia e l'istante preciso della morte, da cui dipende la sorte eterna dell'uomo. Certo l'uomo deve collaborare con Dio, cooperare liberamente con la sua grazia per meritare la salute eterna; ma è anche certo che quel momento decisivo, a cui confluiscono tanti elementi diversi, è nelle mani di Dio. L'uomo non può esser sicuro della perseveranza finale e neppure può meritarla nel vero senso (v. Merito); può però, secondo una felice espressione dei Padri, meritarla con la preghiera (suppliciter merere).