Mariano de Jesús Euse Hoyos, presbitero

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

L’angelo custode dei poveri e dei peccatori


ERNESTO ACOSTA ARTEAGA


Mariano de Jesús Euse Hoyos è di discendenza francese. Il suo trisnonno, il dottor Pedro Euse, era originario della Normandia e, secondo fonti sicure, fu inviato in terra d’America, in qualità di medico della Colonia, dal Re di Spagna, Carlo IV. Si sposò con Tomasa Macías Rojo, ebbe vari figli, fra i quali Juan Antonio, che fu il bisnonno di Mariano de Jesús e si sposò a Medellín con María Antonia Yepes Arango. Questi furono i genitori di Pedro Euse Yepes, padre di Pedro José Euse Bustamante, progenitore di Padre Mariano Euse.

Sua madre fu Rosalía de Hoyos Echeverri, figlia di Vicente e di Angela Maria. Stirpe, quella di Mariano de Jesús, profondamente cristiana, con diversi sacerdoti: nella linea paterna Padre José María, zio di terzo grado, e nella linea materna il Vescovo Valerio Antonio Jiménez de Hoyos, cugino di secondo grado, e Padre Fermín de Hoyos Echeverri, zio. Mariano de Jesús nacque a Yuramal, Antiochia, il 14 ottobre 1845, primogenito di sette fratelli, e fu battezzato il giorno seguente. Ricevette la Confermazione a Girardota, Antiochia, il 22 settembre 1847, ad opera di Juan de la Cruz Gómez Plata. Mariano trascorse l’infanzia e l’adolescenza in campagna. Lì fu iniziato dai genitori alla conoscenza del catechismo e dell’aritmetica, lì imparò a leggere e a scrivere. L’ambiente cristiano e contadino della famiglia fu il fattore decisivo della sua vita. Con il sostegno di suo zio, Padre Fermín de Hoyos, venne iscritto alla scuola «San José» di Marinilla, Antiochia, dove fu promosso con il massimo dei voti. Negli anni seguenti fu compagno inseparabile del suo virtuoso zio, Padre Fermín, prima a Girardota e poi a San Pedro de los Milagros. In entrambe le parrocchie svolse l’ufficio di sacrestano e aiutò nell’ufficio con dedizione esemplare; approfittava del tempo libero per avanzare negli studi. Nel provare il forte impulso della grazia verso il sacerdozio ministeriale, Mariano volle essere fedele alla sua vocazione e chiese di essere ammesso nel Seminario di Medellín, di recente fondazione, cosa che ottenne il 3 febbraio 1869. Ebbe come condiscepoli Manuel Antonio López de Mesa, in seguito Vescovo di Antiochia, Gregorio Nacianceno Hoyos, poi Vescovo di Manizales, e Marco Fidel Suárez, futuro Presidente della Repubblica di Colombia. Il 20 marzo di quello stesso anno gli furono conferiti la prima tonsura e i quattro Ordini minori. Trascorsi tre anni e cinque mesi, chiese gli Ordini sacri, che ricevette per gradi: il 30 giugno il subdiaconato, la domenica successiva il diaconato e infine il 14 luglio il presbiterato. Giunse quindi al sacerdozio all’età di ventisei anni e nove mesi. Cantò la sua prima Messa nella chiesa di San José, a Medellín. Culminava così una delle più belle fasi della sua santa vita!

La prima nomina ricevuta fu quella di Coadiutore di suo zio nella parrocchia di San Pedro. Il 10 gennaio 1873 gli fu conferito il titolo di parroco sostituto di quella parrocchia. Il 30 gennaio 1875, alla morte del parroco, fu designato parroco ad interim. Sarebbe ingiusto non dire che il magnifico tempio, che oggi possiede il titolo e la dignità di Basilica minore, fu iniziato sotto gli auspici di Padre Mariano Euse. Dopo quattro anni trascorsi a San Pedro, nell’aprile del 1876 fu nominato Coadiutore del presbitero Rudesindo Correa, ad Angostura, dove si recò. Tutti, sia il vecchio parroco sia i fedeli, lo ricevettero a braccia aperte, poiché era un uomo di provata virtù e di giudizio maturo, anche se aveva appena trent’anni.


Gli toccò allora vivere una situazione dolorosa poiché a quell’epoca scoppiò in Colombia la guerra civile e cominciò la persecuzione contro il clero. Tante contraddizioni finirono col minare la fragile salute del parroco che, recluso in casa, si offriva in costante olocausto per le necessità della Chiesa e della patria. Il Coadiutore invece lottava senza tregua e ricorreva a ogni mezzo per superare le difficoltà: intensificò la preghiera e sottopose il corpo a una dolorosa disciplina e a digiuni frequenti. A volte dovette nascondersi in una cantina, che gli serviva anche da cappella, da abitazione e da cucina. Lo si vedeva spesso in paese e nei campi, andare di casa in casa, istruendo gli uni, soccorrendo gli altri e consolando tutti. Alla fine del 1878 fu designato parroco di Sabanalarga, Antiochia. Restò lì meno di tre anni. Il 21 gennaio 1882, Padre Mariano ricevette la nomina e il titolo di parroco di Angostura. Quanto fu fortunata quella parrocchia, dove questo uomo di Dio visse per quarantacinque anni, facendo il bene a piene mani e lasciando una scia di santità! Padre Mariano amava i bambini, cercava di edificarli e di colmare il loro cuore di purezza, di fede, di carità e di rispetto per gli anziani. Nutrì un affetto particolare per i contadini. Fu «l’angelo custode dei poveri»; la sua carità non conobbe limiti, dava quanto aveva, anche le sue vesti e lo scarso pane quotidiano. Quanta sollecitudine mostrava per i malati, per le sofferenze altrui che considerava come proprie! Possedeva anche il carisma di attirare nell’ovile le pecore smarrite. Pregava intensamente e faceva pregare per la conversione dei peccatori. Fu un evangelizzatore zelante, le sue catechesi per i bambini e gli adulti, i suoi discorsi dottrinali erano pieni di massime e aneddoti utili. Fra le sue preoccupazioni vi era quella del decoro della casa del Signore. Fece erigere gran parte dell’attuale tempio, fece costruire il tetto e il pavimento, oltre all’altare e al tabernacolo. La struttura era completa e la decorazione soddisfacente.


Minata la sua salute con il lavoro, gli anni e le penitenze, sentì avvicinarsi l’ora della morte e chiese di essere confortato con l’Unzione dei Malati e con il santo Viatico, prima di perdere conoscenza. Rese la sua anima a Dio verso mezzanotte del 12 luglio 1926. Aveva ottant’anni e quasi nove mesi. Fu sepolto il giorno seguente, nella cappella del Carmelo, contigua al vecchio cimitero. Le esequie furono impressionanti: quante persone vi parteciparono! Quante dimostrazioni di pietà si videro!


 


Autentico buon pastore zelante evangelizzatore


Il 10 ottobre 1980 fu scritto, nella Congregazione per le Cause dei Santi, sotto il protocollo n. 1394, il nome di Mariano de Jesús Euse Hoyos, con il suo inseparabile titolo di parroco. Quando il vecchio parroco di Angostura, già agonizzante, raccomandò al suo fedele collaboratore di chiedere la parrocchia in eredità, presentiva che questi, il presbitero Mariano de Jesús Euse, sarebbe diventato un pastore straordinario, che avrebbe brillato di luce propria, non per eclissare gli altri, ma per essere un modello per tutti. Immaginava che la Santa Sede lo avrebbe proclamato parroco esemplare e prevedeva che Dio, per manifestare le meraviglie del suo potere, lo avrebbe presentato agli occhi del mondo come parroco santo.


Conosceva ogni «pecora» del suo «gregge»


Su invito del Vicario Generale della Diocesi di Antiochia, Padre Mariano Euse si presentò come candidato al posto vacante di parroco e fu scelto in quanto soddisfaceva appieno i requisiti richiesti. Si mostrò subito degno della parrocchia di Angostura, della quale fu effettivamente nominato parroco il 9 gennaio 1882. Si lanciò allora coraggiosamente, come un atleta, per intraprendere la corsa decisiva. Fu un autentico «buon pastore». Zelante evangelizzatore, diffuse la dottrina con le sue parole semplici e comprensibili ai dotti e agli ignoranti, e soprattutto con la testimonianza della sua vita integerrima. Uomo di Dio, benediceva tutto per colmare di grazie le persone e le cose. Si fece guardiano dell’innocenza dei bambini, cacciatore di anime, protettore dei contadini, medico spirituale dei malati, personificazione della carità verso tutti i bisognosi. Come era questo parroco ammirevole e cosa faceva? Istruiva ed elevava gli ignoranti, convertiva i peccatori, confortava i malati, preparava i moribondi al cielo. Conobbe personalmente ogni pecora del suo gregge, dalla più piccola alla più anziana, dalla più affezionata alla più intrattabile. Conosceva il nome e l’età di tutti. Ogni focolare era la sua famiglia, si sentiva padre di tutti e tutti lo vedevano come tale.


 


Un profondo senso di responsabilità


Questo è il suo profilo a grandi linee. Vi sono però dettagli che delineano, in modo luminoso e inconfondibile, la sua figura di parroco. Come non ammirare il suo profondo senso di responsabilità nel rapporto con i nuovi vicari cooperatori, che «si era impegnato ad assistere nella Santa Messa, nella recita dell’Officio divino e nell’amministrazione dei Sacramenti, fino a quando non sarebbero diventati esperti»? Come non apprezzare la sua ansia di servizio, che lo spingeva a facilitare la celebrazione dei matrimoni, «poiché aveva adottato il sistema di far sposare i suoi fedeli, invece di lasciarli bruciare nel fuoco della concupiscenza»? È impossibile non apprezzare il suo altruismo, che lo portava a fare da padrino di battesimo a molti bambini, per risparmiare spese e difficoltà ai genitori, in generale molto poveri. E che dire della fedeltà che dimostrava nell’adempimento dei doveri di amministratore, con l’opportuno invio di preventivi, quote e offerte prescritte, con la diligente opera di raccolta e di consegna delle decime, con i resoconti statistici, che erano una chiara prova dello stato religioso ed economico della parrocchia? I sogni più dorati, i più bei programmi di rinnovamento di una parrocchia non si realizzano se il parroco non è veramente tale, non è all’altezza della situazione. In uno dei suoi molti momenti d’ispirazione, il Papa attuale ha dato della parrocchia questa sublime definizione: «La parrocchia è un frammento della storia della salvezza, delimitata nel tempo e nello spazio, ma al contempo incommensurabile per quanto si riferisce alla presenza del Dio vivo, dell’opera salvifica di Cristo, dell’effusione dello Spirito Santo nei cuori e nelle coscienze umane». Una formula così bella rimane inedita se manca un parroco in grado di tradurla e di metterla in pratica.


«Quanto la Chiesa raccoglierà grazie a lui!»


È vero che in un certo senso non esiste un popolo cattivo per un parroco buono. «Credo con gioia e speranza nel potere misterioso del parroco buono perché da lui, direttamente o indirettamente, verranno tutti i beni. Credo con paura e con orrore nel potere del parroco cattivo, perché da lui, per commissione, omissione, complicità e castigo, verranno tutti i mali sul suo popolo», scrisse Monsignor Manuel González, Vescovo spagnolo.


E aggiunse: «Un parroco è incurante, pigro, infedele? Nella misura in cui lo è, inizia a venir meno l’azione della Chiesa per mezzo della parrocchia e ad apparire, al posto del benefico influsso di questa, l’ombra di un sinistro potere distruttore. Il parroco è onesto, discreto, umile, abnegato, zelante? Quanto la Chiesa farà e raccoglierà per mezzo di lui! Il parroco è santo? Se lo è, può tutto, può addirittura fare miracoli!». L’immodificabile programma pastorale, più di una volta meditato di fronte al sacrario e garantito dalla sua efficienza, deve essere quello del prototipo dei parroci, ossia quello di Mariano de Jesús Euse Hoyos: vivere a contatto con i fedeli, migliorare i buoni, ridurre il numero degli indifferenti, convertire i peccatori, assicurare la cooperazione delle famiglie e, soprattutto, mantenersi in costante rapporto con Dio, dal quale derivano tutti i doni, per ricercare la propria santificazione e così santificare gli altri.


E.A.A.


 


Apostolo del confessionale e direttore di anime sul modello del Curato d’Ars


JESÚS DARÍO LOPERA MARTÍNEZ


Padre Mariano de Jesús Euse dedicò molti anni della sua vita di sacerdote e di parroco all’ufficio di confessore e di direttore di anime, divenendo un esempio e un modello ammirevoli, alla maniera del santo Parroco di Ars. Possiamo dire che per lungo tempo questo ufficio fu la sua più grande e più amata occupazione, per molte ore del giorno e a volte anche fino a tarda notte. Venivano da ovunque, anche da luoghi molto distanti, per essere ascoltati da lui, in confessione, penitenti di ogni indole, età e condizione, o per affidarsi alla sua guida spirituale. La sua pazienza inalterabile e la sua proverbiale amabilità, unite alla sua abilità pastorale, in tutta la problematica di quanti confessava e guidava, faceva sì che si rivolgessero a lui moltissime persone, in gruppo o individualmente, in modo continuo e spossante. Di fatto possedeva in maniera straordinaria il dono del consiglio e della discrezione, poco comune in altri confessori. A ciò si univano una grande comprensione e un’esperienza pratica che gli permettevano di conquistare subito la completa fiducia di tutti i penitenti, senza alcuna distinzione di mestiere, età o classe, anche di quelli che lo avevano appena conosciuto. Si avvicinavano a lui, con grande naturalezza e semplicità, come a un nonno affettuoso, i bambini e i giovani più timidi e schivi, senza alcun timore o diffidenza, grazie alla sua amorevole e paterna accoglienza, alla bontà del suo dolce sguardo e al perenne sorriso sulle sue labbra. La benedizione di Padre Marianito lasciava un non so che nell’animo, come un balsamo di tenerezza e di affetto che faceva pensare all’abbraccio del Padre Celeste, che accarezza con affetto suo Figlio. Parimenti, le religiose, i sacerdoti, i novizi, le novizie e i seminaristi trovavano sempre in lui il Pastore e la guida adatti alla loro anima, il gran confidente nel quale potevano riporre tutta la loro fiducia. Si recavano da lui membri di varie comunità religiose, e anche quei giovani che aspiravano ad entrare in esse al fine di essere saggiamente e adeguatamente orientati e diretti, con grande maestria, in modo graduale e sistematico, nella vita spirituale fino a raggiungere la perfezione, con fama di santità. Santità fatta non tanto di ammirazione abbagliante, quanto di logorio e di servizio alla Chiesa nella vita quotidiana, nella routine delle rispettive case o conventi, e nella sollecitudine verso i fratelli nei diversi apostolati secondo il proprio carisma, senza ambire a incarichi o fare distinzioni.


Molti sacerdoti del suo presbiterio, e anche di altre Diocesi, sia secolari che religiosi, ricevettero da lui quella guida che ricercavano e a cui anelavano da lungo tempo. La sua fama di buon confessore e di direttore spirituale esperto si diffuse progressivamente in molti paesi della sua Diocesi di Santa Rosa de Osos, fino ad abbracciarla tutta. Lo chiamavano ovunque richiedendo i suoi servigi, persino nella città di Medellín, capitale attuale, che era a quel tempo a 4 o 5 giorni di cammino. Anche le persone che si erano allontanate da molti anni dai sacramenti, si recavano da lui, per chiedere perdono e riconciliarsi con Dio. Dicevano: «Io, con Padre Marianito mi confesso, perché è come se mi confessassi con Dio stesso». A tale proposito si racconta di alcuni moribondi che, dopo aver penosamente agonizzato per diversi giorni e intere notti, attendevano solo l’arrivo di Padre Marianito, che avevano fatto chiamare per ricevere da lui gli ultimi ausili spirituali, per poi spirare placidamente con la sua confortante presenza e il suo sguardo pieno di Dio, di consolazione e di speranza. Questi atteggiamenti tanto esemplari di Padre Marianito come confessore e direttore spirituale, uniti al suo ruolo di vicario foraneo per vari anni e di consultore di altri vicari e Vescovi, crearono fra gli altri membri del suo presbiterio appartenenti alle parrocchie vicine a quella di Angostura e in tutta la


Diocesi di Santa Rosa, una sorta di scuola di rinnovamento e di aggiornamento della pastorale penitenziale. Perciò Padre Mariano de Jesús Euse Hoyos, Padre Marianito, può essere giustamente considerato un modello nell’apostolato del Confessionale e nella guida delle anime, in Colombia e in tutto il continente latinoamericano.


 


Fratello carissimo e amico incomparabile


LEONIDAS LOPERA


Funesta fu la notizia della morte del santo e caro Padre Marianito, amato da Dio e dagli uomini! Cosa posso dire io che l’ho conosciuto quando ancora non era sacerdote, a San Pedro, nella casa parrocchiale di Padre Fermin de Hoyos? Non so cosa dire di questo santo sacerdote, carissimo fratello e amico incomparabile, così simile a san Vincenzo de’ Paoli nella fedeltà sacerdotale, in umanità, temperanza, pazienza, obbedienza, semplicità e innocenza, unite alla pietà e alla mitezza! Mi sembra di udire la parrocchia di Angostura e quelle vicine dire alla morte quello che i fedeli di Patrasso dissero al tiranno che crocifiggeva l’apostolo Andrea: «Concedici questo uomo giusto; consegnaci questo uomo santo; non sacrificare questo uomo caro a Dio, giusto, mite e pietoso». È scomparso l’ultimo membro che rimaneva in questa Diocesi dell’antico e santo clero che, per nostra ammirazione e per darci un nobile esempio, sostenne il fuoco dello zelo e dell’incrollabile fedeltà sacerdotale in quei tempi terribili e calamitosi della persecuzione della Chiesa, fra gli anni ’77 e ’80 del secolo scorso. Io ero un bambino e lo conobbì, entrambi fuggitivi, sui monti e in luoghi spopolati. Lo ripeto, mi dispiace: ci ha lasciato Padre Marianito, uomo mite e umile, sacerdote modello, dalla vita integra e pura, colui che fin da giovane edificò con il candore infantile del suo comportamento, con la semplicità dei suoi costumi, con zelo amorevole e discreto, con la pietà sincera che lo caratterizzava, con quella giovialità e dolcezza che incantavano e attraevano tutti, con quella tenerezza e mitezza che conquistavano tutti.


Da quando fu ordinato sacerdote, fu considerato un uomo santo. Conquistava il cuore di noi bambini con piccoli doni e parole innocenti e amorevoli. Poggiava sul nostro capo le sue mani benedette, ci faceva ascoltare il suo orologio da tasca per suscitare la nostra curiosità, tracciava sulla nostra fronte il segno della croce e poi ci faceva recitare il «Benedicite» e l’«Avemaria».


Che innocenza, che candore, che dolcezza! Trattava gli adulti di entrambi i sessi con confidenza, senza suscitare alcuno scandalo. Faceva notare con tatto le loro qualità fisiche e morali, ricordando l’operato, le virtù e la nobiltà dei loro avi, poiché nella sua felice memoria permanevano vivi nomi e cognomi di più di due generazioni. Si ricordava persino dell’aspetto, dei modi, dei detti e della figura di ogni persona e riconosceva nei discendenti la voce, l’atteggiamento, il carattere degli avi, per farsi ben volere da colui al quale voleva parlare della


sua anima e di Dio, lodando prima quelli che lo avevano preceduto. Che rara e semplice capacità aveva di accattivarsi le persone! Riusciva sempre a farsi amare, per poi realizzare il suo intento, che era quello di santificare. Inseguiva i peccatori restii e ostinati, con il sorriso sornione e la pazienza di un bambino, che corre in una prateria agitando il suo retino per catturare un’inquieta e silvestre farfalla. Miracolo della perseveranza e della dolcezza, aiutate dalla grazia divina, nonostante tutto e malgrado l’opinione della gente, arrivava il momento in cui, nei campi della salute o della morte, Padre Marianito riusciva ad avvolgere con le reti dell’amore e della contrizione il peccatore che stava inseguendo.


Provava compassione per qualsiasi miseria umana. Dava la sua amicizia a ogni peccatore, non si spaventava di fronte ai vizi di nessuno, né si scandalizzava dinanzi ad essi. Trattava tutti come se fossero retti cristiani, con confidenza semplice e familiare, come se fossero realmente suoi fratelli carnali o suo figli. Che bontà! Le parrocchie che frequentava lo attendevano con l’ansia di godere della sua amabilità e della sua dolce conversazione. Di fatto metteva in pratica quanto detto da san Francesco di Sales: «Si prendono più mosche con una goccia di miele che con anfore di aceto». Considerava ogni focolare la sua famiglia, conosceva il nome di ogni bambino e s’informava della sua età. Andava sempre a visitare le persone in lutto ed era molto zelante nel recarsi a casa dei malati, verso i quali dimostrava una pietà compassionevole e una capacità ineguagliabile di colmarli di grazie e di consolazioni.


 


L’iter della causa ed il miracolo


ANTONIO SÁEZ DE ALBÉNIZ – Postulatore


Padre Mariano de Jesús Euse Hoyos era considerato già in vita un santo. La sua fama di santità aumentò dopo la morte. Solo nel 1981 la Congregazione per la Dottrina della Fede concesse il suo «Nihil Obstat», ossia l’autorizzazione per avviare la Causa. Il Postulatore diocesano era il sacerdote Ernesto Acosta Arteaga, mentre Padre Teodoro Zamalloa, O.SS.T. ricevette, nel dicembre 1981, il mandato di Postulatore presso la Congregazione per le Cause dei Santi.


Quest’ultima, il 2 aprile 1982, diede il suo «Nihil Obstat» per l’introduzione della Causa. Ebbe quindi subito avvio il processo diocesano a Santa Rosa de Osos, processo che si svolse velocemente visto che un anno dopo, nel maggio 1983, fu presentato alla Congregazione, per poi essere aperto il 16 maggio 1993. Nel dicembre 1984 ottenne il decreto di validità e nel gennaio 1985 fu nominato Relatore don Francesco Moccia, S.A.C. La Positio fu affidata all’avvocato Andrea Ambrosi, che la concluse e la consegnò alla Congregazione il 24 giugno 1988. Il 9 maggio 1989 fu esaminata nel Congresso Peculiare dei Consultori teologi. Il 13 ottobre di quello stesso anno, fu nominato Ponente S.E. Mons. Paolo Limongi. La Congregazione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi la esaminò il 19 dicembre 1989. Nell’udienza pontificia del 3 marzo 1990 si lesse il decreto che dichiarava le virtù eroiche del servo di Dio. Il 29 gennaio 1996 fu nominato nuovo Postulatore Padre Antonio Sáez de Albéniz, o.ss.t. Appena letto il decreto sulle virtù eroiche del servo di Dio, una guarigione presumibilmente miracolosa fu presentata all’esame della Congregazione. Il sacerdote Rafael Vélez Saldarriaga era stato operato alla prostata nel 1970. Nel 1982 gli diagnosticarono un cancro laddove era stato operato. Lo operarono di nuovo e poi lo sottoposero a un trattamento a base di radiazioni e di estrogeni. Per cinque anni non ebbe altri sintomi, ma al loro termine si manifestò un edema linfatico alle gambe. I medici lo attribuirono alla radioterapia fatta in precedenza. L’edema si aggravò fino a trasformarsi in elefantiasi, soprattutto nella gamba destra, con la complicazione di un processo infettivo. Il trattamento a base di antibiotici e diuretici, abbinato ad altre cure, non sortì alcun effetto. Anzi, gli fu scoperta una metastasi ossea situata in particolare nella colonna vertebrale e nel bacino. Il dolore era molto acuto. La situazione si protrasse per oltre sei mesi. Il malato si affidò con molta fiducia all’intercessione di Padre Marianito. Quando i medici lo dichiararono in fase terminale e tutto sembrava perduto, senza che intervenisse alcuna terapia se non quella a base di calmanti per placare il dolore fortissimo, nel settembre del 1987 iniziò a migliorare. La guarigione fu istantanea; durò pochi mesi e fu completa e definitiva.


Il processo diocesano si celebrò a Santa Rosa de Osos dal primo dicembre 1990 al 15 novembre 1991. All’inizio del 1992 fu presentato alla Congregazione per le Cause dei Santi. Il nuovo Postulatore, Padre Antonio Sáez de Albéniz, O.SS.T., chiese che fosse esaminata la sua validità. Questa fu riconosciuta con decreto dell’11 novembre 1996. Il 5 febbraio 1998 fu sottoposto all’esame della Consulta Medica, che espresse un voto unanimemente positivo. Il 25 settembre dello stesso anno fu esaminato dal Congresso Peculiare dei Consultori teologi. Il 2 febbraio 1999, con S.E. Mons. Mario Rizzi come nuovo Ponente, si riunì la Congregazione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi, che dichiarò la guarigione un fatto miracoloso attribuito all’intercessione del nuovo beato. Infine, il 26 marzo dello stesso anno, il decreto sopra il miracolo fu letto dinanzi al Papa.


© L’OSSERVATORE ROMANO Domenica 9 Aprile 2000