L’obiezione di coscienza (III)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Mons. José T. Martín de Agar, Professore ordinario nella Facoltà di Diritto canonico della Pontificia Università della Santa Croce (Roma). Professore di Diritto ecclesiastico dello Stato e di Diritto canonico. Professore di Diritti Umani. Saggio tratto da: www.usc.urbe.it/html/php/martinagar/  7. Il problema dei limiti 8. I mezzi tecnici 9. La prestazione alternativa o sostitutiva 10. L’accordo delle parti 11. Neutralità dello Stato e obiezione di coscienza.

7. Il problema dei limiti
Abbiamo già detto che l’obiezione di coscienza è di per sé un problema di limiti, di “equilibrata composizione tra libertà e autorità, tra interessi dell’individuo e interessi della collettività, tra regole lasciate alla responsabilità di ognuno e regole imposte all’osservanza di tutti”
[46]. Ci si può dunque domandare fino a che punto si può ammettere l’obiezione di coscienza. A livello teorico sembra chiaro che non si può attribuire alla coscienza personale il ruolo di arbitro ultimo e definitivo del vigore delle leggi, dato che equivarrebbe a consacrare l’anarchia individualista. L’obiezione di coscienza non può trasformarsi in tirannia della coscienza.
In sostanza, i limiti dell’obiezione sono gli stessi di quelli delle libertà dalle quali trae origine e delle quali è manifestazione: quelli cioè che si possono considerare inclusi nella nozione di ordine pubblico (i principi di autorità e di solidarietà, di libertà e uguaglianza, la pace e l’ordine, i diritti e le libertà degli altri, la salute e la morale pubbliche, la sicurezza). All’ordine pubblico rimandano, in un modo o in un altro, i documenti sui diritti umani per avvertire che questi non sono illimitati
[47].
Orbene, l’ordine pubblico è un concetto giuridico indeterminato, che sottopone il godimento effettivo dei diritti (e l’esercizio del potere) a quelle esigenze della vita sociale che in ogni momento si considerano irrinunciabili; non è possibile a priori stabilire con precisione la sua portata. Sono i giudici coloro che, in ogni caso, lo determinano confrontando leggi e principi, specialmente quelli costituzionali, con la realtà sociale.
In questa attività, si deve ponderare l’impatto dell’esenzione che reclama l’obiettore (o il gruppo di obiettori) sulla vita della comunità nel suo insieme o in determinati aspetti (funzionamento di istituzioni e servizi; costi per l’erario o per l’economia generale; pericoli o carichi per terzi, ecc.). D’altra parte, non sarebbe nemmeno giusta la semplice soluzione di far prevalere sempre l’interesse della maggioranza.

8. I mezzi tecnici
La necessità di trovare un equilibrio tra i diversi interessi riscontrati a livello di principi e diritti fondamentali, porta alla ricerca di soluzioni sul piano tecnico dalle prospettive complementari della legge e della giurisprudenza.
Un sistema di equilibrio basato sulle decisioni, relativamente vincolanti, dei casi precedenti, come quello nordamericano, è più ricco di soluzioni di tipo giudiziario – il che lo rende più flessibile e aperto a nuove ipotesi di obiezione – ma non altrettanto omogeneo e prevedibile. Generalmente negli USA i tribunali applicano a questi conflitti di interessi il cosiddetto balancing test, secondo il quale, di fronte a una restrizione reale ed effettiva della libertà religiosa, si deve dimostrare un interesse generale ineludibile e prevalente (compelling state interest) che la giustifichi. “In altre parole, si fa una valutazione complessiva del danno che soffrirebbe l’interesse protetto dalla norma se si concede l’esenzione, rispetto al danno che soffre il diritto di libertà religiosa quando si impone una condotta in modo coercitivo alla persona, o quando la persona viene discriminata essendo privata di un beneficio a causa della sua obiezione di coscienza contro un comportamento. Se l’interesse concreto procurato dalla norma positiva si considera prevalente -compelling, overriding-, si rifiuta l’istanza dell’obiettore, considerando che non si dà, in sostanza, una discriminazione religiosa, bensì semplicemente una mera limitazione all’esercizio personale della libertà di religione a causa di un interesse legislativo superiore”
[48].
Diversamente, gli ordinamenti di tipo codiciale cercano di ricondurre nell’alveo della norma generale i conflitti di coscienza, cosa che implica maggiore inerzia e lentezza nella risposta. Un’obiezione di coscienza consolidata e di una certa tradizione come quella militare ha trovato il suo alveo preferenzialmente nelle leggi di reclutamento, anche se continua a presentare problemi la valutazione dell’esistenza “in re” delle condizioni per godere dello statuto di obiettore.
Però non si deve dimenticare che in questi sistemi giocano un ruolo importante anche i tribunali costituzionali e che a livello internazionale la protezione pratica dei diritti umani (e pertanto della libertà di coscienza) passa attraverso le decisioni delle commissioni e dei tribunali, stabiliti per vigilare l’applicazione dei Patti da parte degli Stati membri. Tutto questo riguarda in una certa misura i sistemi sia di civil sia di common law.
É comunque un dato di fatto che, nello studio tecnico delle obiezioni di coscienza, la dottrina presta una particolare attenzione alla giurisprudenza, intesa nel senso ampio di risoluzione autorizzata di casi particolari.

9. La prestazione alternativa o sostitutiva
É logico che ammettere un’obiezione comporta sempre un costo: bisogna vedere se ciò è ragionevole in uno Stato democratico, e in quale misura gli stessi obiettori debbano contribuire a sostenerlo.
In linea di principio, agire secondo coscienza non ha motivo di dare adito a penalizzazioni o discriminazioni; però quando tale esercizio interferisce con un interesse generale o particolare dimostrato, è logico che al maggior carico che eventualmente devono sopportare gli altri corrisponda anche un carico ragionevole per colui che fa obiezione.
Per dare risoluzione ad alcune obiezioni, a volte si è ricorso alla sostituzione dell’obbligo respinto con un altro equivalente, che sia accettabile per l’obiettore. La prestazione alternativa ha come ragion d’essere principale ristabilire la giustizia in modo che non si creino disuguaglianze inique e si riduca il costo dell’obiezione
[49]. Può avere anche la finalità di dissuadere i falsi obiettori, che cercano dei vantaggi diversi da quello di salvare la propria coscienza.
Caso tipico è quello del servizio civile sostitutivo di quello militare. Abbiamo già detto che in alcuni paesi si è trasformato in una alternativa opzionale. In ogni caso il servizio civile va perdendo, quasi sempre, le sue connotazioni penalizzanti
[50]; non sempre la maggior durata può considerarsi un elemento aggravante, se si tiene conto di altre circostanze che rendono più duro il servizio militare (disciplina, destinazioni lontane, pericolosità, ecc.) e la necessità di stabilire un certo controllo della sincerità dell’obiettore[51].
Anche le obiezioni fiscali sono suscettibili di prestazione sostitutiva. Chi considera illecito contribuire (anche indirettamente) a determinati fini, non per questo deve ottenere una diminuzione quantitativa del suo contributo globale alle spese comuni.
Negli USA è stata proposta, in diversi modi, l’obiezione fiscale alle spese militari, specialmente dopo la guerra del Vietnam. Varie confessioni e gruppi pacifisti sostengono questa posizione. I tax resistors intendono destinare ad altri fini generali le quantità che sottraggono alle spese belliche; esiste anche un progetto di legge (The World Peace Tax Fund Act) diretto a rendere possibile la creazione di un Fondo di Imposte per la Pace (Peace Tax Fund); tuttavia né i tribunali né il Congresso hanno ammesso per ora questa alternativa. Si è invero considerato che le norme fiscali non si propongono di limitare il libero esercizio della religione; e che in questo campo deve prevalere l’interesse generale del funzionamento delle istituzioni e la libertà dei poteri pubblici di determinare le entrate e le spese, che si vedrebbero lese se molti cittadini decidessero di fare obiezione. La stessa sorte capita all’obiezione fiscale contro l’aborto e altre pratiche contraccettive: la risposta è che non c’è attentato diretto contro la libertà religiosa ed esiste un interesse statale prevalente
[52].
Certamente, trattandosi di un’obiezione indiretta, che non mette in dubbio la moralità delle imposte ma piuttosto l’uso o la destinazione che gli si dà, è più difficile discernere se esiste un vero conflitto di coscienza o piuttosto un rifiuto semplicemente politico. Però questo non autorizza ad eludere superficialmente e a priori qualunque obiezione indiretta, come se le conseguenze di un atto non influiscano sulla sua moralità; per questo non sembra corretta la netta affermazione della Commissione Europea di Diritti Umani secondo cui “l’obbligo di pagare imposte è un obbligo di ordine generale che non ha nessuna incidenza precisa sul piano della coscienza”
[53]. Di fatto sono state ammesse altre obiezioni indirette. Prima di scartare a priori la stessa possibilità di esistenza di un conflitto reale, si tratta, a mio parere, di vedere se, per esempio attraverso una prestazione alternativa, si possano salvare gli interessi in gioco.
Effettivamente, in tema di obiezione alle quote della Previdenza Sociale (che in USA sono imposte) si è stimato che i lavoratori autonomi possono esserne esenti, se appartengono ad una confessione, come la Old Order Amish, che considera la comunità il soggetto obbligato a prendersi cura dei suoi anziani e dei bisognosi (cfr. I Tim 5, 8); questa esenzione è stata tuttavia negata ai lavoratori dipendenti. Anche in Olanda esiste una legge (la Old Age Pension Act) che ammette l’obiezione di coscienza alle quote delle pensioni se sostituita da un’imposta equivalente
[54].
Negli Stati Uniti è stato riconosciuto dapprima in via giurisdizionale, di poi legislativa (1980), il rifiuto di pagare le quote sindacali per motivi di coscienza
[55] nel caso si tratti di membri o aderenti a confessioni che da sempre sono state contrarie a tali quote e il lavoratore paghi questa quantità a enti benefici, non confessionali né commerciali, scelti di comune accordo. In questo modo gli interessi in gioco risultano equilibrati.

10. L’accordo delle parti
Nelle obiezioni di coscienza di tipo lavorativo il diritto americano ricorre a due concetti che servono per cercare di equilibrare gli interessi in conflitto: “adattamento ragionevole” (reasonable accommodation) e “onere eccessivo” (undue hardship). Il padrone deve cercare di adattare l’organizzazione del lavoro alle esigenze religiose del lavoratore, proponendogli in caso di conflitto alternative accettabili, tali cioè da non causare un onere eccessivo. Il problema è quali siano i limiti di tali concetti: il che va risolto con riguardo alle singole ipotesi.
Caso tipico è quello dei sabbatarians (giudei e altre confessioni che considerano proibito il lavoro il sabato). In linea di principio l’impresa non può discriminarli, né al momento di selezionare i candidati al posto, né una volta assunti, e deve cercare di organizzare i turni in modo che non si vedano obbligati a lavorare abitualmente il sabato; non è però obbligata a sopportare disfunzioni o costi eccessivi, né a privilegiare l’obiettore a danno di altri lavoratori.
Così nel caso dell’impiegato di una compagnia di gas che fu licenziato perché si rifiutò di lavorare un sabato in cui ci fu un’emergenza, il tribunale decise che la compagnia si era comportata correttamente, in quanto fino a quel momento aveva rispettato le credenze del lavoratore, e aveva esigito la prestazione al solo fine di assicurare un servizio pubblico
[56].
Nel caso Minkus v. Metropolitan Sanitary District (Chicago), la decisione fu invece di senso opposto. Il distretto sanitario aveva indetto un concorso di sabato. L’aspirante H. Minkus (ebreo ortodosso) chiese di poter sostenere la prova in un giorno differente, ma la sua istanza venne rigettata. Nel processo, il Distretto addusse che la legge esige che gli esami siano “pubblici e competitivi”, il che richiede simultaneità; concedere la richiesta del demandante avrebbe supposto un “onere eccessivo”, perché, oltre al costo che implica un singolo esame, si sarebbero indotti reclami di altri concorrenti . Il tribunale nega che l’imparzialità di un concorso esiga simultaneità: gli esami orali non sono mai simultanei e altri organismi si adattano alle obiezioni religiose dei concorrenti
[57].
La ricerca di una alternativa per salvare la coscienza dell’obiettore esige che tanto l’impresa come il lavoratore siano disposti a sopportare un costo ragionevole, un costo che comunque non deve occultare una discriminazione penalizzante dell’impiegato a causa di ciò che si crede. Il caso Bhatia v. Chevron U.S.A. Inc. rappresenta un esempio.
M. S. Bhatia, di religione sigh, lavora nella Chevron in un reparto dove si devono maneggiare gas e sostanze tossiche. Nel 1982 l’impresa, nel compimento della normativa sulla sicurezza, impose che in questo reparto i lavoratori usassero la maschera ermetica, il cui funzionamento richiede che chi la utilizza sia perfettamente rasato. Bhatia informò l’impresa del fatto che la sua religione gli impediva di tagliarsi la barba e pertanto non poteva seguire la norma di sicurezza. La compagnia affermò di non trovare per lui un posto in cui, alle stesse condizioni di stipendio, non dovesse usare la mascherina; gli offrì allora tre possibilità di lavoro nell’amministrazione, ma l’impiegato le rifiutò. L’impresa gli propose quindi un posto di manutentore, nel quale non dovesse usare la maschera, ma con uno stipendio diminuito del 17%, promettendo di restituirgli il posto precedente non appena sarebbero state sviluppate maschere utilizzabili anche con la barba. Bhatia accettò, però denunciò comunque l’impresa. I tribunali giudicarono che l’impresa aveva cercato soluzioni adeguate, dato che non poteva lasciare il lavoratore al suo posto senza attuare le normative sulla sicurezza, o facendo sì che gli altri lavoratori del reparto assumessero il rischio che il querelante evitava, non potendo realizzare alcune operazioni senza la maschera
[58].
In alcuni casi la questione di coscienza si è risolta trasformandola nel cosiddetto conflitto improprio o falso conflitto, quando, per così dire, si “bypassa” la coscienza dell’obiettore, senza per questo rinunciare al compimento della legge in lui anche se non attraverso di lui. É il caso di alcuni obiettori fiscali (quacqueri) degli USA che si opponevano al pagamento volontario delle imposte, ma non si opponevano al conseguente embargo forzato da parte dell’autorità
[59]. Anche negli USA alcune volte il giudice ha autorizzato trasfusioni di sangue a testimoni di Geova senza il loro consenso, adducendo (tra le altre motivazioni) che i pazienti salvavano la loro coscienza limitandosi a sopportare quello che, dal loro punto di vista, è una violenza esterna[60].

11. Neutralità dello Stato e obiezione di coscienza
Un ultimo problema è posto talora da quelle opzioni di principio adottate dalle autorità costituite che, presentandosi come neutrali, postulano una irrinunciabile prevalenza, più o meno assoluta, in caso di conflitti di coscienza dei cittadini.
É il caso, per esempio, della legge danese del 1970 che impone l’educazione sessuale obbligatoria dei bambini nelle scuole pubbliche. Tre famiglie addussero che tale insegnamento era contrario alle loro convinzioni e chiesero l’esenzione per i loro figli, per gli stessi motivi per cui si può chiedere l’esenzione dalle lezioni di religione. La richiesta fu respinta dalle autorità statali e il caso giunse al Tribunale Europeo di Diritti Umani, che decise a scapito dei genitori, sostenendo che lo Stato può stabilire i piani di studio sulle materie che riguardano la libertà di pensiero, come l’educazione sessuale, per motivi di interesse pubblico, purché l’insegnamento sia impartito in maniera “oggettiva, critica e pluralista”, non dottrinaria, bensì diretta alla semplice trasmissione di informazione e conoscenze. In tali condizioni le convinzioni morali dei genitori non possono rappresentare un ostacolo, in quanto questi sono liberi di inviarli a una scuola privata o di educarli a casa; invece l’insegnamento religioso comporta sempre un indottrinamento e perciò è dispensabile
[61].
Recentemente, in Francia, è stata posta un’obiezione relativa agli indumenti religiosi: tre studentesse musulmane andavano al liceo coperte con il chador (il velo islamico che devono portare le donne) e si rifiutavano di non portare tale indumento, cosa che le autorità consideravano un segno esterno di carattere proselitista proibito dalla legge nelle scuole pubbliche. Chiamato a intervenire, il Consiglio di Stato ha cercato di stabilire i principi generali in grado di compaginare ed equilibrare la laicità dell’insegnamento pubblico (che si deduce dalla laicità dello Stato) e la libertà di espressione delle proprie credenze, affermando da una parte che l’uso di indumenti che manifestano l’appartenenza a una religione non è di per sé incompatibie con la laicità e, dall’altra, che lo potrebbe però essere se il loro uso costituisse un atto di pressione, provocazione, proselitismo o propaganda che attenta alla libertà o dignità di altri membri della scuola o ponga in pericolo la loro salute o sicurezza o disturbi il normale funzionamento del servizio scolastico. Pertanto le autorità di ogni centro possono regolare l’uso di tali segni esterni di carattere religioso
[62]; e il Ministero dell’Educazione ha avvertito che il vestiario degli studenti non deve interferire con lo svolgimento delle lezioni di educazione fisica o di pratica di laboratorio.
Anche negli Stati Uniti si sono presentati casi di obiezione di coscienza in relazione agli indumenti di carattere religioso, in questo caso dei professori, nelle scuole statali. In generale, i conflitti si sono risolti con il mantenimento della proibizioni ai professori di indossare qualsiasi indumento o simbolo di significato religioso, ancorché le loro credenze lo esigano. L’interesse della neutralità dello Stato non può infatti cedere in nessun caso davanti a queste manifestazioni di tipo religioso in ambito scolastico
[63].
Richiama certamente l’attenzione il fatto che questi conflitti, tanto diversi tra loro, nei quali è prevalente la neutralità statale sulla libertà di coscienza, si presentino con una certa frequenza nel campo dell’insegnamento. Bisogna domandarsi se realmente questa neutralità serva alla libertà effettiva di tutti, o se non si sia trasformata in uno strumento per, appunto, neutralizzarne le manifestazioni, a vantaggio di un uniformismo solo in modo presunto asettico. Si dà per scontato che è possibile un’educazione neutra, che trasmetta oggettivamente conoscenze teoriche e pratiche (anche di sessualità), a condizione, però, che si eviti scrupolosamente qualunque allusione di tipo religioso, e si presume allo stesso modo che nessuno come lo Stato può garantire tale educazione. Entrambe le affermazioni sono, in realtà, molto discutibili.
Volendo, infine, riassumere quanto abbiamo visto sull’obiezione di coscienza, si può dire che questa presenta, in una serie infinita di ipotesi concrete, un problema di limiti e di equilibrio tra libertà e leggi, di cui bisogna ancora definire i parametri di validità generale. In questo sforzo gli autori e i giudici, indicando la soluzione dei casi concreti, cercano di stabilire i criteri e i mezzi, tanto di principio quanto di ordine pratico, che possano servire per i casi generali.
In questo contesto vale forse la pena ricordare che, come qualunque problema giuridico, l’obiezione di coscienza richiede prima di tutto realismo: nell’impostazione, distinguendo l’obiezione per motivi etici da altri conflitti simili ma che hanno motivazioni di altro genere (politiche, ideologiche, ecc.), e per circoscrivere quello che appare chiaramente un conflitto irriducibile entro precisi limiti; nella ricerca delle soluzioni che permettano di eludere o almeno attenuare, per quanto sia possibile, il contrasto tra coscienza e norma civile, evitando l’esasperazione individualista della coscienza o che le si contrappongano come limiti alla sua libertà dogmi o miti ufficiali, la cui concreta applicazione in materia deve forse essere ancora dimostrata.


Note:


[1] Versione italiana di Problemas jurídicos de la objeción de conciencia, in «Scripta Theologica» 27 (1995/2) 519-543.
[46] G. Dalla Torre, Il primato…, cit. p. 105.
[47] L’art. 16.1 della Costituzione spagnola, consacra la libertà ideologica, religiosa e di culto “senza altre limitazioni, nelle sue manifestazioni, che quelle necessarie al mantenimento dell’ordine pubblico protetto dalla legge”; nella Legge organica della libertà religiosa, si spiega che tale limite comprende “la protezione del diritto degli altri all’esercizio delle proprie libertà pubbliche e diritti fondamentali, così come la salvaguardia della sicurezza, della salute e della moralità pubblica, elementi costitutivi dell’ordine pubblico protetto dalla Legge nell’ambito di una società democratica” (art. 3.1). Cfr. art. 29 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; art. 9.2 della Convenzione Europea dei Diritti Umani; ecc.
[48] J. Martínez-Torrón, La objeción de conciencia en la jurisprudencia…, cit., p. 451. Casi di obiezione di coscienza alla scolarità obbligatoria sono stati accolti per questa via; i tribunali hanno giudicato che la libertà religiosa non dovrebbe cedere all’interesse pubblico della scolarizzazione, i cui fini si possono conseguire con altri mezzi (cfr. Ibid., p. 444-446).
[49] Ibid., p. 457.
[50] Cfr. la Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa dell’aprile del 1987 [R (87) 8] sul servizio civile alternativo.
[51] Su questo punto Vermeulen propone che il servizio civile duri il doppio di quello militare, precisamente come mezzo dissuasivo per i falsi obiettori, cosa che sembra un’eccessiva penalizzazione per quelli sinceri (Finalità e limiti…, cit., p. 48-49).
[52] Cfr. R. Palomino, Las objeciones de conciencia, Madrid 1994, p. 123-152.
[53] Decisione del 15.XII.1983, in “Decisions and Reports of the European Commission of Human Rights”, vol. 37, p. 142.
[54] R. Navarro-Valls – R. Palomino, Las objeciones de conciencia, in “Tratado de Derecho Eclesiástico del Estado”, Pamplona 1994, p. 1153; J. Martínez-Torrón, La objeción de conciencia en el derecho…, cit., p. 176-178.
[55] Coloro che rifiutano tali contributi (come gli avventisti) considerano che con esse si sostengono sperperi e violenze sociali contrarie alla carità.
[56] É il caso Williams v. Southern Union Gas Company, descritto da R. Palomino, Las objeciones de conciencia, Madrid 1994, p. 177-178.
[57] Cfr. Ibid. p. 181-183. Il Tribunale di Giustizia delle Comunità Europee ha risolto un caso simile (il caso Prais): Il Consiglio delle Comunità Europee convocò un concorso per un impiego di giurista/linguista di lingua inglese. Una concorrente giudea praticante (V. Prais), quando le fu comunicata la data della prova scritta, obiettò che quel giorno coincideva con l’inizio della Pentecoste ebrea (Chavouoth), durante la quale non poteva viaggiare né compiere determinate attività, per cui chiese di poter fare la prova in un altro giorno. Il Consiglio le negò la richiesta adducendo che la prova doveva essere uguale e simultanea per tutti, e che era tardi per rimandarla, dato che i concorrenti erano stati già avvisati. Nella sua sentenza, la Corte, pur stimando che l’uguaglianza religiosa esige che nei concorsi si tenga conto delle difficoltà dei candidati, emanò un giudizio favorevole al Consiglio, stimando per buone le sue argomentazioni sulla simultaneità delle prove e sulla mancanza di tempestività con la quale la concorrente comunicò la sua obiezione (Corte di Giustizia delle Comunità Europee, “Raccolta della giurisprudenza della Corte”, (1976), p. 1589-1600).
[58] Il caso è narrato in R. Palomino, Las objeciones de conciencia, Madrid 1994, p. 215-216.
[59] Vd. l’analisi del caso American Friends Service Commitee vs. United States, in R. Palomino, Las objeciones de conciencia, Madrid 1994, p. 138 s.
[60] Ibid., p. 285-294. Nei casi riportati i pazienti avevano negato ad autorizzare positivamente la trasfusione, però manifestarono in qualche modo che una autorizzazione del giudice non toccava la loro coscienza. La trasfusione non fu invece autorizzata nel caso Osborne, il quale dichiarò che si considerava colpevole (e per questo privato della vita eterna) anche se la Corte avesse autorizzato la trasfusione contro la sua volontà (Ibid., p. 294-296).
[61] Cour Eur. D. H., affaire Kjeldsen, Busk Madsen et Pedersen, arrêt du 7 décembre 1976, série A nº 23, nn. 53-56. Un giudice, nel suo voto particolare, parzialmente contrario alla decisione, reputa che è nella cornice della scuola pubblica che si deve assicurare ai genitori un’educazione dei figli conforme alle loro convinzioni religiose, e che le spiegazioni troppo premature sulle pratiche sessuali possono intaccare la formazione morale dei bambini e pertanto i genitori hanno diritto a opporsi (loc. cit. Opinion séparée du M. le Juge Verdross).
[62] Consejo de Estado francés, Avis Nº 346.893 del 27.XI.1989, in “Conseil D’Etat. Etudes & Documents, 41 (1989), p. 239-242; vd. vers. italiana in “Quaderni di diritto e politica ecclesiastica”, (1990/1), p. 510-515.
[63] Vd. i casi descritti da R. Palomino, Las objeciones de conciencia, Madrid 1994, p. 227-231.