LA RICCHEZZA NELLA ECONOMIA SOCIALE.

Morale: contraccezione, dissenso...

Di P. L. Taparelli d'A. S. J., 1. Soggetto economico delle potenze.- 2. è la ricchezza nazionale. – 3. In qual senso è nazionale? – 4. Gli averi non sono l'essere, – 5. ma sono le cose e le opere – 6. da produrre, consumare, distribuire. – 7. Schiarimenti intorno alla ricchezza, – 8. specialmente alla materiale, – 9. negata da molti – 10. e ragionevolmente. – 11. Classificazione delle opere – 12. materiali, – 13. morali. – 14. miste. – 15. Giustezza della definizione del Say. – 16. Che cosa sia permutabile, – 17. e permutazione; -.18. Si specificano le cose permutabili, escludendo l'uomo e gli atti morali, -19. benché utili anche materialmente. – 20. Producono in fondo alieno. – 21. Si distinguono dal loro involucro materiale. – 22. Esclusione dei beni ed opere soprannaturali. – 23. Epilogo delle cose permutabili e impermutabili.

LA RICCHEZZA NELLA ECONOMIA SOCIALE
«La Civiltà Cattolica», 1858, a. 9, Serie III, vol. IX, pp. 270-288.

SOMMARIO

1. Soggetto economico delle potenze.- 2. è la ricchezza nazionale. – 3. In ­qual senso è nazionale? – 4. Gli averi non sono l'essere, – 5. ma sono le ­cose e le opere – 6. da produrre, consumare, distribuire. – 7. Schiarimenti intorno alla ricchezza, – 8. specialmente alla materiale, – 9. negata da molti – 10. e ragionevolmente. – 11. Classificazione delle opere – 12. materiali, – 13. morali. – 14. miste. – 15. Giustezza della definizione del Say. – 16. Che cosa sia permutabile, – 17. e permutazione; -.18. Si specificano le cose permutabili, escludendo l'uomo e gli atti morali, -19. benché utili anche materialmente. – 20. Producono in fondo alieno. – 21. Si distinguono dal loro involucro materiale. – 22. Esclusione dei beni ed opere soprannaturali. – 23. Epilogo delle cose permutabili e impermutabili.

1. Esaminammo finora alcune inesattezze delle idee che sogliono proporsi da molti economisti intorno al vero intento della Economia sociale. Questa, abbiam detto, mira direttamente, non ad accumulare ricchezze, ma ad ordinare le persone rispetto alla ricchezza. Ad esercitare cotesta funzione il governante ha in mano, quasi stromento, tre specie o classi di potenze: la potenza dell'interesse messa in moto dai beni sensibili, quella della ragione e della giustizia eccitate dalla verità dell'ordine intelligibile, quelle finalmente della religione operante fra i Cristiani per via di fede e di carità. Con queste tre potenze un savio governante può dare agli associati un ordine sì perfetto relativamente all'uso degli averi che nella socie­tà cristiana esso potrà risolvere con vantaggio del bene comune i complicati problemi, in cui si perde o vaneggia l'Economia eterodossa.
Contemplato lo scopo e le potenze, esaminiamo al presente il soggetto o materia, intorno a cui esse dai sudditi debbono esercitarsi sot­to l'indirizzo del governante. Questa materia, abbiamo detto, sono gli averi, o, come gli economisti dicono ordinariamente, la Ricchezza. Ma quale ricchezza? Esaminiamo prima che significhi l'epiteto nazionale o pubblico aggiunto a ricchezze; poi quali sieno gli averi che la costituiscono; finalmente la permutabilità; per cui questi averi entrano nel novero delle ricchezze. Incominciamo dal primo.

2. Ed eccoci, lettore gentile, ad un passo assai sdrucciolevole, grazie alla poca esattezza filosofica, con cui la materia venne trattata da molti economisti. Essi professarono, dopo lo Smith, il Genovesi ed altri, di studiare la ricchezza pubblica, la ricchezza delle nazioni ecc.: professavano cioè anche col solo frontespizio del libro di trat­tare una materia appartenente all'ordine pubblico, e per conseguenza soggetta ai pubblici governanti; e frattanto essi ragionarono di tutta quella ricchezza che ciascuno dei sudditi possiede per naturale diritto; considerandone le varie fasi e i provvedimenti che possano crescerla o diminuirla. Ora è facile il comprendere che la somma collettiva delle ricchezze dei sudditi se può dirsi nazionale, tal si dice in tutt'altro senso, che la ricchezza amministrata per con­to del Corpo sociale. Questa è veramente cosa pubblica, da impiegarsi per comun bene della nazione e non mai per utilità di alcun privato. Sulla ricchezza dei privati all'opposto, il Corpo della nazione, l'autorità che la governa e il Principe, in cui cotesta autorità si attua, non hanno alcun diritto di uso, ma solo il diritto di regolare chi le usa in modo che esso non offenda i doveri di giustizia e di benevolenza. Considerare amendue cotesti soggetti con le medesime teoriche e col medesimo intento dovea naturalmente condurre e condusse pur troppo a quella idea socialistica che lo Stato è il vero padrone di tutta la ricchezza sociale, e a lui tocca il concederne ai privati quel tanto che per sua benignità non vorrà ingoiarsene. Queste idee, che con tanti vituperii si rinfacciano alla famosa lettera di Luigi XIV al Delfino, si accettarono poi da molti quando vennero canonizzate dall'oracolo del Montesquieu, dal rivoluzionario Mirabeau, dagl'invasori dei beni di Chiesa, poi dei castelli aristocratici, poi dei fondi comunali: ed allora soltanto s'incominciò a spaventarsene, quando comunisti e socialisti vollero trarne svergognatamen­te, ma logicamente, le ultime conseguenze applicandole a qualsivoglia proprietà. All'udire da costoro che se la ricchezza è nazionale, tutti i nazionali debbono parteciparne, gli economisti si sono riscossi, e a coro pieno hanno cominciato a perorare per la libertà eco­nomica; cadendo, già s'intende, nell'eccesso opposto; come sempre avviene a chi acconcia la dottrina agli eventi, invece di giudicare e guidare gli eventi con le dottrine. E dopo aver detto che tutti i beni dei privati sono ricchezza della nazione, si venne poi a dirci che i governanti della nazione non debbono impicciarsi per verun conto nell'uso che i privati fanno dei loro beni.

3. Gli schiarimenti da noi dati, intorno al vero scopo della pubblica Economia ed alla vera funzione economica del pubblico governante, ci sembrano condurre naturalmente ad evitare cotesti contrarii eccessi. Imperocché stabilito chiaramente che lo Stato non governa le ricchezze dei cittadini, ma sì i cittadini rispetto alle loro ricchezze; vede ciascuno che queste non cessano di essere ricchezza dei privati, né sono ricchezza nazionale in senso solidario, ma in senso collettivo, vale a dire, in quanto appartengono agl'individui, i quali considerati collettivamente formano la nazione. La dif­ferenza fra nazionale collettivo e nazionale solidario, importantissima nelle pratiche applicazioni e però degnissima della nostra atten­zione, apparisce evidentissima, quando trattisi di quelle ricchezze: immateriali che certi economisti vollero (inopportunamente, come fra poco vedremo) intrudere nei calcoli economici. In tali materie può, volendo, riunire idealmente le capacità, gl'ingegni, le fantasie, le eloquenze, le vene inventive, gli estri poetici ecc., che sono posseduti alla spicciolata dagl'individui di quella nazione; e dire per cagion d'esempio la nazione tedesca è ricca d'ingegno astrattivo, l'italiana di estro armonico, la spagnuola di sentimenti generosi ecc. Ma cotesta ricchezza può ella dai Governi rispettivi raccogliersi negli erarii e spendersi a loro talento? No: ogni specolatore tedesco, astrae o sogna per conto suo; ogni maestro di cappella dispone liberamente in Italia del suo estro armonico; ogni Caballero spagnuolo trae merito o vanto personale dai suoi senti­menti generosi: Or così vuolsi intendere essere nazionale la ricchezza dei privati: essa è nazionale unicamente, perché appartiene agli individui di quella nazione; né frutta agli altri se non in forza del buon volere dei padroni e della comunicazione sociale. La sola differenza che passa in tal caso tra queste seconde vere ricchezze e le prime impropriamente delle ricchezze immateriali è, che quelle prime essendo inaccessibili alla violenza sfuggono di fatto ad ogni solidarietà: le seconde all'opposto, benché per diritto appartengano al privato, possono dal comunismo artigliarsi e buttarsi nell'erario comune e battezzarsi indebitamente ricchezza nazionale solidaria, mentre non sono ricchezza nazionale se non collettivamente. All'opposto la ricchezza solidariamente nazionale, sapete qual è? È quella soltanto, l'uso della quale appartiene, secondo giustizia, al Corpo intero della nazione: ricchezza o tratta dalle pubbliche gravezze o risultante dai fondi comuni. Ma di questa oramai appena ser­basi una qualche memoria storica, essendosi venduti quasi tutti i beni dei Comuni, delle province ecc.; dopoché si trovò il comodo espediente di provvedere ad ogni bisogno smugnendo con tasse e soprattasse dalle borse dei privati l'inesausta ricchezza nazionale. Questo diciamo, come ben comprende il savio lettore, non già per biasimare ogni tassa che s'imponga, ma per mettere .nel suo vero lume la falsa terminologia che dà occasione agli eccessi, e l'importanza di correggerla con altra più esatta. Stabilito che l'Economia, pubblica somministra scientificamente i dati per regolare le mutue relazioni dei sudditi rispetto agli averi; il soggetto dell'Economia saranno questi averi medesimi in generale, in quanto vengono adoperati dai cittadini o nel soddisfare ai proprii bisogni o nel concorrere, pagando le giuste gravezze, a sostentare i pesi comuni imposti dall'autorità, secondo le norme di giustizia e di benevolenza sociale. Il danaro che da tali gravezze si accumula, sarà veramente danaro nazionale da amministrarsi per pubblica autorità e spendersi in vantaggio del Corpo sociale. Tutto il rimanente degli averi privati sarà ricchezza dei privati stessi che giustamente li possiedono: né niuno avrà dritto a chiederne loro il conto, se non in quan­to il modo di usarli potesse riuscire meno conforme ai mutui doveri di giustizia e di benevolenza.
Così vede il lettore che da un canto si concede ai privati pienissima libertà in ciò che appartiene ai loro interessi; dall'altro si pianta la base di quella comune autorità ordinatrice, senza cui non vi è società; e che governando uomini dotati di corpo, bisognosi di sussidii materiali, contigui nell'usarli, dee necessariamente correggere le esorbitanze che in tali relazioni, come in ogni altra, possono accadere.

4. Così gli averi, la ricchezza dei socii, in quanto regolati dall'autorità, sono la materia della pubblica Economia. Ma che intendiamo noi colla parola averi? Distinguasi attentamente ciò che l'uomo è da ciò che egli ha; giacché ciò che l'uomo è, vien detto suo in un senso totalmente diverso da ciò che egli ha. Mia è la mia testa, la mano, il piede: ma perché miei sono cotesti membri, sono io forse padrone di disporne e regalarli a mio talento? No: essere miei significa qui: formar parte di me, della mia persona. Quando all'opposto io dico mio questo libro che leggo, questo tempo che spendo leggendolo, intendo significare, che, senza offendere il diritto altrui, il libro potrei bruciarlo ed impiegare in tutt'altro il mio tempo. Quindi si comprenderà agevolmente quali sieno i miei averi. Benché io dica d'avere una testa, un'anima, un cuore ecc., per dire che la mia persona, il mio essere risulta da cotesti elementi o essenziali o integrali; non ne siegue che l'Economia debba dettare le leggi del mio pensiero e degli affetti del mio cuore. L'avere si prende qui nel primo senso testè spiegato; e significa che essi sono parte della mia persona con tutte le mie membra e le mie potenze naturali e soprannaturali. Questa persona mia è proprietà tutta del Creatore, che per sè solo tutta la creò e cui niuno dee rapirla.

5. Ma per sostentare e promuovere al compimento dei divini intenti questa mia esistenza composta, mi furono somministrate dal Creatore le cose materiali e le opere che possono prodursi dalle mie facoltà, applicando i mezzi materiali ai miei bisogni personali. Que­ste due categorie di esseri che stanno perpetuamente a mia disposizione, queste sono veramente i miei averi, appunto perché posso disporne senza alcun detrimento dell'essere mio. Cose materiali ed opere destinate a modificarle, ecco dunque in due parole tutti gli averi dell'uomo.

6. E come esercita egli coteste opere intorno alle cose, per conseguire l'intento prescrittogli dal Creatore? Ognuno lo vede: essendo le cose destinate a sostentamento dell'uomo e ad esercizio delle sue facoltà, egli dovrà prima di tutto raccoglierle, studiarle, ed acconciarle ai bisogni, e questo, dicesi dagli economisti produrre: acconciatele, o dovrà consumarle nel soddisfare ai proprii, o farne parte ad altri secondo gli altrui bisogni. Produrre dunque, consumare e distribuire sono le tre funzioni dell'uomo intorno agli averi, nelle quali può intervenire commodo o incommodo scambievole, quando gli uomini vivono in società (1). Delle quali per conseguenza il pubblico governante deve studiare attentamente le proprietà, le cause intrinseche, gli effetti spontanei eccetera, se vuole introdurre l'ordine in tal materia con regolamenti ragionevoli, e non iscompigliarlo con avventare comandi a casaccio.

7. Ma questo primo concetto degli averi, ossia della ricchezza molto fu oscurato dalle discussioni di parecchi economisti e dalla confusione delle loro idee. E in primo luogo, avendo essi preso di mira, non il destino dell'uomo nel disegno del Creatore, ma la cupidigia dell'interesse avido di accumulare; diedero per tema alle loro ricerche, non già l'uso, ma il cumulo; ossia la copia degli averi, la quale propriamente si chiama Ricchezza. Quindi eccoci lanciati negli equivoci e nelle quistioni: giacché gli uni dicevano non doversi appellare ricchezza ogni piccolo avere, ma la quantità de­gli averi medesimi: altri il loro superfluo, altri la loro utilità, altri, il valore permutabile, altri il lavoro impiegatovi, altri la soddisfazione ottenutane. Il chiarissimo Cavalier Bianchini, da cui abbiamo tratto coteste sei categorie, dopo aver riferito ben trenta definizioni della ricchezza, deplora questi equivoci che producono nella scienza molta oscurità, ed esclude per lo meglio della scienza me­desima il vocabolo ricchezza, adoprando invece la parola proprietà, la quale, come ognuno vede, equivale a ciò che abbiamo detto gli averi (2). Essendo un avere dell'uomo qualunque cosa od opera, della quale egli possa disporre in qualunque, anche minima quantità; la materia dell'Economia resta in tal modo sgombra dagli equivoci. Ma proseguiamo a considerare le sentenze dei citati economisti.

8. Non può dirsi ricchezza ciò che non è utile. Dunque, dissero «ciò che è utile dovrà dirsi ricchezza». Or negherete voi che sia utile l'ingegno, utile molte volte la probità, utile la sanità, utile il conoscimento del vero e molte altre simili doti ed abitudini immateriali? Posto che sieno utili, dovranno essere ricchezze e divenire soggetto dell'Economia (3). E poiché coteste doti dei privati ridondano massimamente in vantaggio della società, questa dovrà occuparsi del modo di propagarle e perfezionarle, e le opere di coloro che coltivano la probità, la verità, la religione ecc. potranno valutarsi come quella di chi coltiva l'orto o la vigna o il bestiame, di chi costruisce macchine, di chi tesse panni (4). Con tal serie d'idee non può recar meraviglia che dallo Scialoia si annoveri tra i produttori anche il sapiente, l'amministratore, il magistrato (5), e dal Bastiat il prete, il missionario, il Pontefice stesso, calcolandone, se occorre, in lire, soldi e danari il valore della giustizia amministrata, dell'onestà predicata, dell'indulgenza conceduta (6). Per la stessa ragione è comunissimo il sentirci dire che la forza muscolare del facchino, la scienza del letterato o del professore, l'arte del can­tante o del pittore sono un capitale accumulato (7): il che pareggia quelle braccia, quella mente, quell'immaginazione allo scrigno d'un banchiere, o al portafoglio d'un viaggiatore che reca il suo nu­merario in cambiali. Che il mantenere la forza delle braccia, l'acquistare scienza o capacità, costi spese e talora anche gravi che possono meritare rimunerazione, non è chi voglia negarlo; ma quello stimare le membra del manovale e il valore degl'ingegni a proporzione del danaro che vi si spende; questo è ciò che include ed ingerisce un falso concetto, il quale incarnandosi poi nella pratica, produce, quella spietatezza all'inglese che riduce l'operaio ad una bestia da soma, od anche peggio; giacché finalmente la bestia viene nutricata dal padrone come roba propria, laddove le braccia dell'operaio si tassano unicamente a proporzione del lavoro e della concorrenza.

9. Queste esorbitanze, tanto contrarie al senso comune, dovettero naturalmente disgustare altri economisti più assennati, benché infetti di utilismo, d'eterodossia, di miscredenza: i quali riprovarono i così detti prodotti immateriali, limitando la materia delle scienze economiche alle sole cose possedute e permutabili (8). Si quistionò dunque e si continua a quistionare intorno a ciò che debba comprendersi, nella parola ricchezza: e il chiarissimo Dunoyer si lagna nell'articolo Production, cui citammo più sopra, che i suoi colleghi nell'Istituto l'abbiano combattuto, allorché egli sosteneva essere ric­chezza per gli economisti l'ordine prodotto da un governo, la costumatezza prodotta da un moralista, l'istruzione da un professore, la sanità da un medico, l'agilità prodotta da un maestro d'arti cavalleresche; essere per conseguenza produttrice di ricchezza ogni arte che lavora a formare gli uomini al pari di ogni altra che lavori intorno alle cose (9).

10. Noi che in questo piato crediamo ragionevolissimi quegli accademici che non accettavano nelle loro dogane coteste mercanzie spirituali, faremo il possibile per chiarire viemeglio quali sieno quegli averi (opere e cose); che devono far parte della scienza economica. E rispetto alle cose non veggiamo che possa sorgere alcun dubbio, trattarsi qui di quelle soltanto, che possono entrare in com­mercio per via di produzione, uso e permutazione. Conciossiachè, avendo noi già stabilito che l'Economia pubblica non si occupa delle cose, se non in quanto dee regolare nel loro uso le persone per mantenere l'ordine nelle loro scambievoli relazioni; e queste relazioni scambievoli in materia di averi riducendosi tutte o al produr­re, o al distribuire, o al consumare; quelle cose soltanto potranno entrare nell'Economia politica, le quali servono a compiere nella civil comunanza coteste funzioni. Le cose dunque che, per l'illimitata loro abbondanza non possono richiedere cooperaziorre al produrle, né soffrire ingiustizie nel distribuirsi, nè danneggiar chicchessia nell'essere consumate, vengono naturalmente trasandate dall'Economia politica. Ma se l'opera umana trova il modo di crescerne l'utilità e renderle cooperatrici al lavoro, imprigionando p. e. l'aria in un molino a vento o in un mantice, la luce in un dagherrotipo; allora anche di queste cose potrà occuparsi l'Economia sociale e terrà conto dei loro effetti nelle relazioni economiche.

11. Detto delle cose, vediamo ora quali sieo le opere che ragionevolmente entrano nelle trattazioni economiche. Esse possono dividersi, secondo il citato Dunoyer, in due classi; le une che lavorano intorno alla materia, le altre che intorno alle persone. Le prime è chiaro che sono ricchezza materiale, benché non sieno ma­teria, giacché e chi le vende e chi le compra non chiede già l'opera per sè, ma per l'utilità ch'essa ingenera nella cosa lavorata. Or questa utilità è, al pari delle altre cose materiali, fungibile e permutabile. Dunque cotesta opera può univocamente confrontarsi con queste e proporzionatamente valutarsi.

12 Non così l'opera esercitata intorno alle persone, la quale può molte volte ottenere effetti di tal natura, che non ammettano verun confronto colle cose materiali. Se da una riva del fiume per tragittare all'altra io chiedo al navicellaio che mi trasporti, quest'opera, benché esercitata intorno alla persona, non differisce punto da quella che egli eserciterebbe tragittando una mercanzia. Lo stesso ­può dirsi del servo che veglia al letto del padrone infermo, o l'accompagna a passeggio per le vie. In simili azioni l'effetto che si pretende è materiale, e l'opera impiegatavi può pareggiarsi a mille al­tre opere consimili che alimentano il commercio fra gli uomini.

13. Ma quando coteste opere intorno alle persone pretendono principalmente un effetto morale o intellettuale, allora si decompongono naturalmente in due parti: una che può pareggiarsi ad opera materiale, l'altra (e questa è la principale) che trascende totalmente la materia. Quando un professore, zelante pel bene dei suoi allievi, vocifera dalla cattedra, egli impiega un'ora di tempo, oltre la mezz'ora di viaggio per venire da casa all'Università, stanca la sua macchina nel declamare e nel camminare, come potrebbe stancarla un pubblico banditore o un mercivendolo. Sotto tale aspetto se si voglia calcolare a rigore di giustizia l'opera del professore, nulla impedisce di confrontarla alle due altre, e di trovarvi una equivalenza. Ma il professore con quell'opera e in quel tempo ha spianata la via allo scolaro per l'acquisto di nobilissime verità. Troverete voi fra ­le merci materiali un corrispettivo equivalente a coteste verità? Po­tete voi dire, esempligrazia, che il teorema pitagorico del quadrato dell'ipotenusa ha il valore di 30 braccia di panno, o d'un sacco di frumento? Per quanto sieno avvilite le intelligenze, non ne troverete una che osi istituire cotesto confronto o stabilire cotesta parità tra un teorema e un sacco di grano. Ora l'opera umana non prende valore se non nel suo prodotto. Dunque l'opera di quel professore, in quanto è produzione di verità o verità prodotta, non può confrontarsi con altri prodotti materiali, né far parte della ricchezza economica. Per conseguenza l'onorario dato al professore ben potrà riguardarsi in parte come retribuzione materiale del materiale incommodo e del tempo e dell'opera, che poteva impiegarsi nella produzio­ne di beni materiali; in parte come provvigione pei lunghi studii, pei libri ed altri mezzi necessarii a tale uopo; ma non contraccambia punto l'inestimabile tesoro di verità intelligibili. E lo stesso dite dell'istituzione religiosa, della educazione morale.

14. Evvi tra le due classi precedenti una intermedia; ed è di quelle opere che, scuotendo i sensi e l'immaginazione, hanno bensì qualche remota attinenza coll'uomo intellettivo, ma lavorano immediatamente sull'uomo sensitivo. E qui, generalmente parlando, il paragone non è impossibile tra queste ed altre opere materiali, essendovi una certa proporzione, per esempio, tra la dolcezza del suono che molce materialmente l'orecchio, e quella del sapore che soddisfa anche più: materialmente il palato; tra le soavità delle armonie di un quartetto a corda e quelle di un quartetto a voci, ben­ché in queste ultime l'intelligenza abbia una parte che non può ave­re nel suono delle corde. Qui dunque l'azione per sè può entrare fra le ricchezze, benché la finalità possa nobilitarla e moralizzarla.

15. Queste idee intorno alla materialità delle opere che formano parte di ricchezza, mostrano molto ragionevole il Say e dopo di lui molti altri economisti, i quali restrinsero l'idea di ricchezza alle sole cose possedibili e permutabili. Alle cose; e così escludevano le perso­ne: possedibili; e così escludevano dalla categoria di ricchezza tutte quelle cose che o per abbondanza, o per altre ragioni l'uomo non potrebbe appropriarsi; permutabili; onde non è ricchezza ciò che non è possibile ridurre colle cose materiali a ragionevole confronto ed equivalenza.

16. L'opinione di questi ne sembra molto plausibile, e solo richiede una spiegazione chiara, ed accertata che determini quali sieno le cose permutabili, ossia venali (10). Al che ci aiuteranno gli economisti medesimi spiegandoci come naturalmente avvenga e s'introduca fra gli uomini la permutazione.

17. Osservano essi che nel primo stadio della sua esistenza l'uomo nella società puramente domestica produce da sè, benché rozzamente, tutto l'occorrente a campare la vita: Ma per poco che, o nella famiglia le persone, o nella società crescano in numero le famiglie, l'osservazione ci mostra nelle varie persone diversissime capacità: e quale eccelle nei lavori di mente, quale in quei di ma­no: giganteggia il sesso virile nelle imprese di forza e di coraggio al di fuori, mentre il sesso donnesco sostiene con l'assiduità del lavoro e la delicatezza delle cure l'interna economia e la tranquillità domestica: si ravvisa così a poco a poco come fruttifica la divisione del lavoro, a condizione peraltro che il lavorato superfluo a un produttore gli venga compensato dai prodotti altrui. Così a poco a poco viene a stabilirsi fra tutti quasi un tacito patto, con cui ciascun ar­tigiano assume l'incarico di servire con l'arte sua tutto il proprio Comune; purché questo assuma l'obbligo corrispettivo di compensare con altri prodotti il soprappiù delle derrate apprestate con l'arte propria dal rispettivo artigiano. «Io, dice ciascuno di loro, farò per tutti il pane, io gli abiti, io le calzature, io i trasporti ecc. ecc.; a patto però che il soprappiù delle merci mi venga contraccambiato dalle merci altrui (11). Cotalché la permutazione ben può dirsi con le parole dell'Ortes: Occupazioni prestate a un modo e ricevute in tutti i modi. Ora il lavoro, come altrove dicemmo, è primitivamente destinato al sostentamento materiale del lavorante. Dunque mezzi analoghi di sostentamento formeranno un equo ricambio del lavoro ceduto. Vede qui il lettore l'inesattezza filosofica di quelle formole usate da certi economisti: Ogni servizio merita prezzo: Ogni merce non è che servigio ceduto; Ogni ricchezza servigii accumulati ecc. Prescindendo anche dal valore intrinseco della materia, in cui cotesti servigii si attuano, queste frasi, perché sieno rigorosamente vere, debbono restringersi ai servigii in materie permutabili, e pe­rò non ogni servigio sarà venale, nè potrà dirsi ricchezza. Gran servigio vi rende in lite giusta un testimonio veridico, in elezione pubblica un suffragio favorevole. Potete voi comperare coi servigii economici cotesti servigi morali? No: quello solo che potete compen­sare all'uno e all'altro è il tempo e la fatica del viaggio distratti dall'occupazione delle giornaliere loro faccende.
Questa dottrina, che nelle cose mercatabili include quelle soltanto che si attengono alla materiale esistenza, viene in sostanza insegnata dagli economisti nella teorica poco fa abbozzata della permutazione. Giacché ciascun artefice in tanto si acconcia a lavorare per altri, ed a eseguire per sè un solo genere del sostentamento necessario (p. e. il solo pane), in quanto suppone che di calzatura, di vesti, di trasporti ecc. verrà fornito dalle opere altrui. La permutazione è dunque un succedaneo del lavoro, con cui ciascuno do­vrebbe sostentarsi, e serve di compenso a quelle opere che, distolte dal proprio sostentamento, s'impiegano in fornirlo ad altrui. Fate dunque il conto di tutte quelle cose che per la commoda vostra esistenza terrena potreste procacciarvi col vostro lavoro, inclusovi il lavoro medesimo, con che la procaccereste, e il tempo, a cui necessariamente va legato il lavoro; e vedrete quali sieno le cose che potete e dare e ricevere in contraccambio nella compravendita. Noi, deducendo le conseguenze della teorica precedente, daremo qui un saggio di applicazione.

18. Ed incominciando dall'escludere ciò che non entra in commercio, è chiaro che l'uomo nel suo essere sostanziale non può mettersi in vendita come proprietà arbitrariamente usabile in bene del padrone; che sarebbe vendere la roba altrui, essendo egli con tutto l'essere suo cosa di Dio. E se talora fu detto anche onestamente che gli schiavi si vendono (come nel sacro testo dicesi degli Ebrei), ciò si vuole intendere di tutta l'opera loro, ma non della loro persona. Né possono mettersi in vendita le sue facoltà parte anch'esse dell'essere umano: ma nulla vieta che l'opera di queste facoltà, venga dall'uomo alienata per acquistare o sostentamento o perfezione, poiché appunto a procacciarsela sono destinate dal Creatore le opere delle facoltà umane: e tanto vale a conseguire questo intento l'adoprare immediatamente queste forze a modificare la materia che dovrà sostentarmi, quanto l'impiegarle in pro di taluno che mi somministri quella materia già per opera sua modificata. Corre tuttavolta grande differenza tra il sostentamento materiale e la perfezione morale; potendo il primo comunicarsi altrui; laddove la seconda è tutta personale. Potrà dunque vendersi l'opera che ad altrui vantaggio è diretta, ma non quella che compie il proprio dovere morale: potrà l'avvocato vendere quel tempo e quell'opera che impiega a perorare la tua causa, ben potendo impiegare quel tempo e quell'opera in altri lavori al suo interesse materiale; ma non potrà farsi pagare né l'amore, con cui lavora per te, riguardandoti come suo prossimo, né la verità degli argomenti, con cui sostiene la tua causa, giacché l'amore del prossimo e il non menti­re sono un compimento del suo dovere (12). Per la stessa ragione il magistrato non è un negoziante di giustizia, né il missionario di onestà, né il professore di verità, né il soldato del sangue proprio o dell'altrui. Tutti costoro hanno assunto come ufficio proprio l'adempimento di certi doveri, la cui materia non è venale, nè può trovare un correspettivo omogeneo nei materiali interessi. Se una tale proporzione fosse possibile, il senso comune non rimarrebbe vulnerato al sentirsi dire, esempligrazia, che un magistrato abbia fabbricato con una sentenza cento scudi di giustizia, o un professore insegnato in una lezione cento franchi di verità. E ci vuole l'eccesso di corruzione, a cui l'eterodossia ha ridotto gl'Inglesi, per rendere credibile ciò che pure ne venne riferito, che sieno ac­cettate colà come frasi correnti quelle, con cui si dice che l'inca­rico di deputato alla camera dei Comuni, costa mille, duemila ghinee ecc. Sente ognuno che cotesti termini sono tanto eterogenei che non possono trovare fra di loro una proporzione: e come è impossibile in aritmetica sommare o moltiplicare insieme quindici sinfonie con venti canne di tela per la disparatezza di tali oggetti; così vede impossibile ridurre a qualche proporzione quei beni morali coi materiali.

19. Ma potete voi negare che i clienti e le cause concorrono più volenterosi in mano ad avvocati onesti? Se questo non negate, dovete riconoscere, causa di lucro e fattore di ricchezza doversi dire eziandio l'onestà.
Chi così la discorre sembraci confondere l'accidentale col per sè deliberato. Certamente tutte le doti pregevoli e dell'anima e del corpo, traendo le simpatie dell'uomo ragionevole e sensibile, debbono avere una qualche influenza sulle sue condizioni sociali. Ma mettereste voi con proprietà di discorso fra i fattori di ricchezza il conversare ameno di persona sollazzevole o la bella fisonomia e la carnagione porporina di una persona avvenente? Se l'onestà, la piacevolezza, la bellezza traggono le affezioni del cuore, e così dànno occasione a qualche contratto; ciò è pura accidentalità: non richiesta, né contemplata da chi possiede quei pregi: i quali anzi perderebbe­ro ogni loro valore, se venissero diretti e calcolati come elementi di guadagno. L'onestà venale sarebbe propria dell'ipocrita, la lepidezia venale del buffone o del cerretano, la beltà venale della prostituta. E la ragione di questo è che non può computarsi tra le ricchezze commerciabili ciò che non può cadere in permutazione; né cade in permutazione ciò che il possessore non vuole o non può vendere. Quelle doti dunque che non possono essere dal possessore ragionevolmente gittate nel commercio, mai non potranno dirsi materia permutabile, ossia ricchezza. Tolgasi dunque di grazia dal catalogo delle ricchezze mercatabili e l'adempimento dei doveri morali e tutto ciò che, non confortando direttamente la materiale esistenza; non può avere un corrispettivo contraccambio nell'ordine materiale. Ed affinché in questo non si cada in errore, abbiasi grande avvertenza a sceverare nelle figure rettoriche ciò che è verità da filosofo, dalla veste fantastica che l'eloquenza v'aggiunge. E chi scrive in tali materie meglio ancora farà, se darà bando a coteste metafore ingannevoli, sforzandosi a tutt'uomo di esprimere con la parola schietto e semplice il vero. Contro la qual regola peccano gli economisti poc'anzi citati, i quali trovano lavoro accumulato nelle merci.

20. A queste ragioni che rendono intrinsecamente vituperevoli tali formate malintese di economia, un'altra in molti casi potrete aggiungerne, ed è che l'opera, con che si reca altrui certa specie di servigi, non è propriamente un donargli ciò che egli non ha, ma solo un aprirgli la via a trovare quel tesoro che virtualmente possiede: il che avviene appunto nell'insegnare il Vero o nell'educare all'Onesto. Il Vero scientifico insegnato dal maestro non è per lo più se non l'àpprensione interna di una verità, alla quale il maestro ha solo appianata la via: l'Onesto è un puro conformarsi a quell'interno insegnamento della coscienza che dall'educatore vie­ne, non già creato, ma solo posto in evidenza ed in rispetto. Ger­mina dunque cotesta specie di beni dall'intelletto e dal cuore dell'alunno, vale a dire nel proprio fondo di lui, benché per Opera del­l'altrui mano educatrice: cotalché dire che l'istitutore o lo scrittore, vende verità o probità, sarebbe un attribuirgli la proprietà di cotesti frutti che germogliano dal fondo del suo allievo o del suo lettore.

21. Quello che egli può farsi pagare in certi casi è come abbia­mo detto poc'anzi, il tempo e l'opera che poteva impiegare pel proprio sostentamento, e che ha dovuto spendere non solo nell'esercizio attuale di sua funzione, ma nelle lunghe, preparazioni, nello studio indefesso, nel procacciar libri e stromenti necessarii, nel mantenere corrispondenze coi dotti ecc.: cose tutte che li chi voglia coscienziatamente consecrarsi a tali funzioni potrebbero meritare ben altro stipendio, che quello talora meschinissimo, onde vengono retribuite. Non per questo crediamo assolutamente giustificate certe doglianze (in parte, a vero dire, ragionevoli) di chi s'indegna al vedere meglio retribuita una capriuola della Cerrito, che una lezione astronomica dell'Arago. Certamente è ragionevolissimo il disde­gno, quando si vede un pubblico sì bestialmente schiavo della vo­luttà, che voglia pagare a sì caro prezzo quella capriuola. Ma se trattasi di rimeritare nei due lavori la parte materiale, quell'ora impiegata dall'Arago nella lezione accademica non ha un minuto di più dell'ora impiegata ballando dalla Cerrito. La verità poi che egli discuopre agl'intelletti non è sua merce: egli altro non fa che additare la via e alzare il sipario a chi vuole contemplarla. Questa opera certamente è pregevole, com'è pregevole la gentilezza di chi vi guida per incognite vie. Ma essa non si può permutare col materiale, né si deve esagerare, quasi ella fosse creatrice di quella verità, alla quale solo vi apre il cammino.

22. Molto più poi debbono porsi fuori d'ogni conteggio economico tutti quei beni spirituali che la soprannaturale liberalità di Dio pone tal volta a disposizione degli uomini, sia con provvedimento ordinario d'istituzioni costanti, come nei Sacramenti e nel Sacrifizio, sia per grazia, straordinaria, come nelle rivelazioni e nei miracoli. Nei quali casi, chi volesse ridurre a commercio economico la grazia divina, cadrebbe in quella colpa che dal fatto di Simon Mago ricevette presso i teologi il nome di simonia.
Ecco dunque, come vedete, non poche opere escluse dal commercio economico, ossia dal corso delle cose venali. E dalle opere escluse è facile il discernere tutte le altre che restano incluse nella ricchezza economica. Ma noi per fornirvi una guida più fedele stringeremo qui in poche formolette il fin qui discorso intorno alla vendibilità.

23. Non può vendersi ciò che non è nostro; ma non tutto il no­stro è per questo stesso vendibile. L'uomo è padrone di sè, in quanto col libero arbitrio può governarsi. Ma poiché questo arbitrio ha un fine ed una legge morale che fanno tutto l'uomo servo di Dio, l'essere dell'uomo non può vendersi: né per conseguenza le sue facoltà che formano parte dell'essere.
Gli atti di queste facoltà possono rivolgersi o direttamente al suo fine morale, o al sostentamento fisico, o a prepararne la materia necessaria. I due primi modi di operazione sono doveri inviolabili, e però niuno può permutarli con beni materiali. Restano dunque solo fra le materie mercatabili le materie superflue ai proprii bisogni, e l'azione delle forze, con cui a questi bisogni provvedonsi i mezzi materiali.
Queste forze sono o intellettuali o materiali; e sì le une che le altre possono dirigersi a preparare un materiale elemento di agiatezza. In questo caso il loro esercizio diviene materia permutabile come quelle materie, in cui la loro operazione si attua. Potrà dunque un artigiano vendere o il mobile che ha fabbricato, o il lavoro di quattro giorni richiesto a fabbricarne un altro: uno scrittore potrà vendere il manoscritto da lui composto o l'opera dell'ingegno e il tempo richiesto a comporre altro libro o giornale ecc. Questa opera, questo ingegno egli poteva impiegarli a formarsi macchine che agevolassero il lavoro, mobili che adagiassero la vita. Può dunque permutarle con altri oggetti materiali ed equivalenti. Così sempre più riesce evidente che la ricchezza è, come nota il Marescotti, nel connubio del lavoro umano con la materia, giacché il lavoro stesso in tanto acquista un pregio venale, in quanto o l'ha trasformata, o è potenzialmenle diretto a trasformarla.
Tale ne sembra l'idea essenziale ed esatta della venalità o permutabilità economica, dalla quale vede le voi medesimo sgorgare quasi corollario la necessità dell'equivalenza nelle permutazioni della quale tratteremo altra volta.

NOTE

1. Vi sarebbe una quarta maniera di usare le cose e sarebbe quella dei prodighi e scialacquatori che, gittandole senza pro, le disperdono. Ma questa quarta funzione viene proscritta e dalle leggi economiche e dalle morali, come quel­la che evidentemente è contraria all'intento del Creatore e al comun bene de­gli uomini. Se questa prodigalità sperdesse solo le materie, potrebbe forse in certi casi trovar qualche scusa nella loro soprabbondanza. Ma l'opera umana sì angustamente circoscritta fra i limiti di una vita che vola col tempo, con qual pretesto può scialacquarsi, conceduta come è per l'utilità della persona e della società? Oh se riflettessero a questo quegli apostoli del lusso e quelle signorine galanti che per una comparsa d'una sera sprecano il lavoro di 30 o 40 persone impiegate ad azzimarle ed attillarle! Ma di questo diremo altravolta.

2 Principii della scienza del ben vivere sociale, Sezione seconda, pag. 60.

3. Tutto che soddisfa i bisogni e i desiderii dell'uomo gli economisti considerarono come parte di ricchezza. (SCIALOIA Principii d'Economia Sociale Sez. I, c. I, §. II, n. 5.

4. L'azione del medico è affatto uguale all'azione dell'agricoltore. GIOIA presso SCIALOJA Sez. I, c. V, §. IV.

5. L. c. c, IV, §. II.

6. Curioso in tal proposito è il passo seguente del Dunoyer. Très assurèment la leçon que débite un professeur, est consommée en meme temps que produite, de meme que la main d'oeuvre répandue par le potier sur l'argile, qu'il tient dans ses mains: mais les idées inculquées par le professeur dans l'esprit, des hommes qui l'écoutent, la façon donnée à leur intelligence, l'impression salutaire operée sur leurs facultés affectives sont des produits qui restent, tout aussi bien que la forme imprimèe à l'argile par le potier. Un medecin donne un conseil, un juge rend, une sentence, un orateur débite un discours, un arti­ste chant un air ou declame une tirade: c'est là leur travail: il se consòmme à mesure qu'il s'effectue, comme tous lé travaux possibles; mais ce n'est pas leur produit, ainsi que le prétend à tort J. D. Say: leur produit, comme celui des producteurs de toute espèce, est dans le résultat de leur travail, dans les modifications utiles et durables, que les uns et les autres ont fait subir aux hommes sur lesquels ils ont agi, dans la santé que le medecin a rendue au malade; dans la moralité, l'instruction, le gout qui ont répandus le juge, l'artiste, le professeur. PRODUCTION. Dictionnaire d'Èconomie politique. Al quale Dizio­nario noi ricorreremo soventi, (benché siamo persuasi, al par d'ogni uomo savio, che le scienze non si studiano su i dizionarii), pel valore dei dotti che lo hanno compilato: il cui solo nome ce ne guarentisce l'esattezza nel riportare genuinamente le dottrine dei moderni economisti.

7. Le talent d'un fonctionnaire public, l'industrie d'un ouvrier, forment un capital accumulé. Ivi, pag. 442.

8. Les seules richesses, dont il est question en economie politique, se component des choses que l'on possède et qui ont une valeur reconnue(SAY, Catéchisme d'Economie politique ch. 1.)

9. On ne peut pas dire… que ces produits n'ajoutent rien au capital natiònal: ils l'augmontent aussi réellement que peuvent le faire des produits de toute autre espéce. Un capital de connaissances ou de bonnes habitudes ne vaut pas moins qu'un capital d'argent ou de toute autre espèce de valeurs.

10. Prendiamo questi due vocaboli quasi come sinomimi; benché vi sia una qualche differenza filologica, potendo il verbo permutare adattarsi a qualsivoglia contratto, ove due proprietarii mutuamente si contraccambiano le loro proprietà; laddove il vendere non suole applicarsi se non ai contratti, ove una almeno delle due parti riceve in contraccambio il danaro. Ma questa differenza, come ognun vede, non influisce per nulla nel determinare quali sieno le cose che meritano il nome di permutabili; altro non essendo la vendita, che un'agevolazione delle permutazioni o un loro intermedio, come generalmente osservano gli economisti. Chi cede la derrata pel denaro intanto accetta la moneta, in quanto è sicuro di potere con essa ottenere un'altra derrata. Nel caso nostro dunque tanto vale il dire cosa venale, quanto il dirla permutabile.

11. Ammirabile per semplicità e chiarezza apparisce l'antichissimo economista Platone, allorché nel secondo libro della Repubblica, spiega questa divisione del lavoro.

12. Diciamo che non potrà farsi pagare, vale a dire, esigere un equivalente. Ma comprende il lettore che non escludiamo, per questo ogni rimunerazione a premio, contraccambio ben diverso dalla mercede. Questa viene retribuita da contraente uguale per compenso dell'opera ceduta, quella dall'Ordinatore sociale per atto esercitato in vantaggio della società.