LA LIBERTÀ IN ECONOMIA. Basi filosofiche e giuridiche

Morale: contraccezione, dissenso...

Di p. L. Taparelli d'Azeglio S.J.  1. Proposizione del tema – 2. Sua importanza ed opportunità – 3. Confusione delle idee in tal materia – 4. Si chiede libertà e s'introduce schiavitù – 5. per mania di tiranneggiare – 6. In economia come altrove la libertà debb'essere pel bene – 7. Data una falsa idea della libertà, l'economista utilitario ne addita una via falsa – 8. La libertà dee fondarsi sul diritto non sull'interesse – 9. L'interesse produce solo la libertà del dispotismo – 10. Epilogo di questo paragrafo.

LA LIBERTÀ IN ECONOMIA
«La Civiltà Cattolica», 1860, a. 11, Serie IV, vol. VIII, pp. 33-52, pp. 159-174, pp. 414-433

ARTICOLO I. BASI FILOSOFICHE GIURIDICHE DELLA LIBERTÀ IN ECONOMIA.

§. I. La libertà nel sistema dell'utilismo.

SOMMARIO
1. Proposizione del tema – 2. Sua importanza ed opportunità – 3. Confusione delle idee in tal materia – 4. Si chiede libertà e s'introduce schiavitù – 5. per mania di tiranneggiare – 6. In economia come altrove la libertà debb'essere pel bene – 7. Data una falsa idea della libertà, l'economista utilitario ne addita una via falsa – 8. La libertà dee fondarsi sul diritto non sull'interesse – 9. L'interesse produce solo la libertà del dispotismo – 10. Epilogo di questo paragrafo.

l. Il cannone di Magenta ci ruppe in bocca la parola e in queste carte ogni trattazione economica. Ma ecco che nel ripigliarla siamo turbati di nuovo dai più vicini cannoni di Pesaro e di Perugia. Nondimeno se non vogliamo condannare a morte la trattazione economica, converrà non badare a cannonate, ed in mezzo al nuovo turbine trattare posatamente di Economia. E poiché fummo interrotti in quella appunto che avevamo compiuto la spiegazione dei primi concetti universali che più frequenti occorrono nelle trattazioni economiche, ripigliamo alcuna di quelle quistioni speciali che possono ai nostri lettori per importanza ed opportunità riuscire più gradite.
Fra queste importantissimo ed opportunissimo ci sembra il gran problema della libertà in economia, problema a cui ha dato vie maggior rilievo il recente trattato di commercio tra Inghilterra e Francia e le tendenze liberali a cui in esso si accenna: problema che sminuzzato in varie materie e sotto varii aspetti, discute intorno alla libertà ora dell'industria, ora dei cambii, ora del credito, ora dei cereali ecc. ecc.: quistioni tutte delle quali una è sempre la base, come ben nota il Journal des economistes (1), tutte riducendosi a quell'una «L'uomo è egli indipendente per natura»?

2. Opportunissima diciamo questa quistione non solo pel mondo presente ove ad ogni piè sospinto voi ne udite discorrere; ma anche per la contestura del nostro periodico ove abbiamo trattata poc'anzi la quistione universalissima e fondamentale della libertà in genere, di cui fa parte, e a cui dee per conseguenza risalire come a principio la libertà economica. L'importanza poi apparisce e dall'ampiezza a cui si estende e dal calore con cui viene agitata, giacché «Niuna materia economica, dice lo Stuart Mill (2) , è stata più sottilmente disputata nel nostro secolo: ma per lo più ogni dissertatore si è ristretto a qualche punto speciale, per es. l'educazione, le ore del lavoro, la mendicità ecc. Vero è che costretti dall'indole delle quistioni morali, gli economisti hanno dovuto toccare gli argomenti generali, spiegandone poi esorbitantemente, le applicazioni, gli uni in favore di una assoluta libertà, gli altri in favore di un assoluto dispotismo legifero, senza forse aver determinato essi stessi i limiti precisi entro i quali voleano ristringere l'uno o l'altro sistema». Dalle quali parole del Mill sembra rilevarsi che molta confusione ancora egli vegga regnare nelle dottrine economiche intorno a libertà.

3. Né saremo noi per fermo che impugneremo una tale asserzione dell'economista inglese. Persuasi, per la mediocre lettura che abbiamo, fatto di simili autori essere in essi maggiore la perizia dei fatti economici, che la profondità dei raziocinii filosofici, siamo anzi convinti non aversi dagli economisti, ordinariamente, né le giuste idee di quella libertà che caldeggiano, né conoscersi per conse­guenza la via per arrivarvi. Prima dunque di dare un'idea di vera libertà economica e di piantarne saldamente le basi filosofiche (giacché di economia applicata saremo sempre parchissimi); diamo un'occhiata al modo con cui dagli economisti s'intende e si procaccia la vagheggiata libertà.

4. Essi vogliono libertà economica affinché ciascuno abbia facoltà di adoprare a suo talento l'industria, le forze, le merci, le monete. E per conseguire un tale scopo vorrebbero abolire in economia ogni influenza dell'Autorità suprema: né si avveggono come, togliendo ogni influenza al Governo, introducono veramente la più fastidiosa delle servitù: mercecchè il divieto che vogliono imporre all'autorità, d'intervenire in qualsivoglia contrattazione fra privati, mira finalmente a concedere ai privati medesimi il diritto di formare con una pluralità più o meno artefatta, una legge direttiva delle operazioni economiche, alla quale tutti saranno, se non obbligati, certamente costretti ad obbedire. «Permessa, dicono, la libera concorrenza di tutti, ne risulterà la spontanea fissazione e dei prezzi delle derrate, e dei valori delle monete, e delle mercedi dell'opera, e delle usure dei capitaìi ecc. ecc. Sicché mentre dicono di concedere la libertà all'economia, riconoscono in verità che assoluta libertà non può esistere; e che non saremo affrancati dalle leggi del governante politico, se non per cadere sotto la forza dell'aristocrazia pecuniaria (3). Or non è egli cotesto un sostituire la forza al diritto, un cangiare l'obbedienza in servitù? (4)
Miseranda condizione di coteste teorie di libertà eterodossa, che applicata a qualunque materia, sempre si risolve nel più detestabile dei despotismi, il despotismo delle moltitudini.

5. La quale conseguenza non isfuggì allo sguardo del Mill, quando così parlava (5) intorno alla libertà democratica. «Una costituzione democratica, dice, quando è applicata, non all'intera società, mediante istituzioni democratiche, ma soltanto al governo centrale; non solo non è libertà politica, ma produce per lo più uno spirito pubblico contrario a tal libertà, facendo scendere fino alle infime classi la mania di dominare. Cotalchè, dove in paesi veramente liberi la libertà si fa consistere nel non essere tiranneggiato, sotto cotesta falsa libertà si vuole all'opposto che tutti abbiano speranza o veggano almeno la possibilità di giungere a tiranneggiare gli altri».
Applicate cotesti concetti all'economia e vedrete che quadrano a capello: anche qui, lasciata alle passioni umane una piena libertà, si formerà un centro regolatore composto delle borse più potenti, dei banchi più accreditati, che governeranno a bacchetta non che le tasse dei salarii, delle permutazioni, delle monete, del credito, perfino le sorti degli imperii gittati a balìa d'un giocatore di borsa. E cotesta servitù voi volete appellare libertà economica? E non vedete che concedendo in tal guisa la libertà a ciascun individuo voi rendete possibile la servitù universale e fate schiava la società?

6. E donde un errore sì grossolano in una materia sì caldeggiata dagli economisti e ricercata con tanti studii? La cagione dell'equivoco è quella da noi più volte notata anche in materie politiche: gli economisti scambiano qui la libertà di secondare la tendenza ragionevole ad usare il proprio diritto, colla libertà di seguitare ogni impeto irragionevole secondando la propria passione. Quando nella comunanza civile si riesce a far sì che la ragione trionfi, questa ragione essendo universalmente concorde in tutti gli uomini, stimola tutti concordemente ad approvare il fatto e a dire bene sta: perché la giustizia è bene di tutti. All'opposto quando non si trova un mezzo per far sì che la ragione trionfi, ma si lascia anzi ad ogni passione la libertà di sfrenarsi, ne siegue un urto, un cozzo universale di tutte coteste libertà irragionevoli, tutte diverse fra loro come diverse sono le passioni e gli oggetti delle loro cupidigie: e in cotesto scompiglio, non essendo possibile imporre all'universale la falsa persuasione di un dovere di uniformarsi che non esiste, altro mezzo non rimane per ottenere la quiete che costringere colla forza dei pochi, ma potenti, la moltitudine dei deboli ed impotenti. Vero è che, come nota il Mill, questi che oggi sono deboli ed oppressi, possono sperare di essere domani forti ed oppressori: e questa speranza rende tollerabile la tirannia. Ma la tirannia cangia ella per questo di natura? E la felicità di quei pochi che giungeranno domani a comandare è ella ragionevole compenso per quei moltissimi che sempre rimangono calpestati nella polvere?
La vera libertà dunque, anche per l'economia, non istà nella libertà delle passioni, ma nella sicurezza ragionevole dei diritti. E l'economia allora potrà dirsi libera quando ciascuno potrà, secondo suo diritto, usare le forze e gli averi. Questa sicurezza dei diritti ottengasi poi per mezzo dell'autorità suprema, o di convenzioni fra uguali, ciò poca monta: sempre vi sarà libertà quando ai diritti vivi e non collisi non si contrapponga alcun ingiusto impedimento.

7. Tale è la vera idea di libertà in economia come in tutto il rimanente dell'ordine sociale: e il pretendere di avere nella società, un'assoluta libertà dalle influenze del Governo è un'idea essenzialmente contraddittoria, come volere una società non unita o un'unione senza vincoli.
Falsata così l'idea della libertà sociale, dee naturalmente seguirne che gli utilisti non conoscano ordinariamente la via per cui si giunge a libertà economica. Essi sperano conseguirla col contrasto degl'interessi mentre gl'interessi sono precisamente quelli da cui nascono prima le violazioni di ogni diritto, poi le associazioni o piuttosto congiure di monopolio (6). Il contrasto degli interessi può certamente dare un qualche rincalzo ai sentimenti di probità e di coscienza scemando l'opposizione della passione: ma coscienza e religione sono propriamente quelle che rendono possibile la libertà. Senza un tale elemento morale si daranno talora alcune combinazioni di interessi a contrasto, donde potrà nascere a quando a quando un fatto ragionevole e giusto. Ma un tale risultamento è un fatto casuale ed isolato, o come direbbero gli scolastici, per accidens et praeter intentionem; ed è strano principio di Governo volere ottenere il bene pubblico per cause accidentali e contro l'intenzione di coloro che si chiamano a cooperatori. Procedendo in tal guisa, trasformando una quistione di diritti in una quistione d'interessi, qual meraviglia che gli economisti mai non giungano, come dice il citato Mill, né a ben comprendere la materia, né a ben definire il problema. Essi soggiacciono in questa come in molte altre occasioni alla inesorabile necessità logica del loro sistema utilitario. Fermi come sono nel volere assolutamente che l'economia sia scienza unicamente dell'interesse, e volendo frattanto intrometterla come legge suprema nel governo dei popoli, essi trovansi avviluppati in una rete di contraddizioni inestricabile. Per governare i popoli ci vuole un principio di unità; e l'unità non può nascere dall'interesse. Dunque bisogna ricorrere alla forza o dei governanti o delle pluralità.
Ma essi vogliono ad un tempo la libertà; e la libertà non può stare sotto l'oppressione della forza. Dunque ricorrono al diritto personale di ciascun privato di amministrare liberamente il fatto suo.
Ma conceduta a tutti la personale libertà, cessa la libertà sociale e sottentra l'anarchia, desolazione e distruzione di ogni comunanza civile. Così per ogni parte si incontrano ostacoli ed inconvenienti che costringono poi gli economisti ora a sottoporsi ad un centralismo dispotico, ora ad una anarchica libertà: tirannici l'uno e l'altra in quanto sempre è tirannia dove manca il diritto in chi comanda e l'obbligazione in chi obbedisce.

8. Vede dunque il lettore che la quistione di libertà economica, non cogl'interessi, ma col diritto dee finalmente risolversi se si vuole praticamente introdurre nelle società umane. Finché gli economisti vengono a dirci che la libertà arricchisce gli Stati, che torna a conto anche alle famiglie, che prospera il commercio, che agevola l'industria ecc.; coteste ragioni potranno servire d'incitamento, ma non costituiscono obbligazione. L'obbligazione allora soltanto potrà ottenersi quando si dimostrerà che la libertà economica è essenzialmente connessa coll'ordine morale. Questa è l'assoluta base necessaria di ogni vera libertà sociale; e coloro che vogliono trovare libertà senza diritto alzano un edifizio senza fondamenti.
Di che avviene poi che mentre a piena gola gridano libertà, tocchi repentinamente e feriti da cotesta frenetica in qualche oggetto da loro idolatrato, cambiano linguaggio; e alla libertà universale appongono eccezione arbitraria. «Libertà, griderà il Sauvestre (nell'Onationale) la vogliamo ancor noi la libertà nell'insegnamento; ma badiamo bene: leggere, scrivere, calcolo, storia e geografia di Francia… qui non ci ha da essere libertà: vogliamo che siano studii obbligatorii per tutti, e tutti soggetti inesorabilmente all'esame» (7). Qui la libertà contraria sarebbe disordine.
Libertà vogliamo anche noi, risponde il massonismo belgico, la cui idea prediletta è quella del Marnix, affogare la Chiesa nel fango: Libertà! ma a condizione che i Cattolici non possano lasciare in mano del clero quei doni di carità di cui lo credono solo capace di ben disporre (8). Oh questo no: una tal libertà sarebbe libertà del disordine, perché sarebbe predominio dei clericali.
Libertà voglio anch'io, soggiungerà lo Stuart Mill: ma poiché lo Stato prende cura dei pazzi, perché non prenderà cura dei fanciulli e dei giovani? Hanno i loro parenti: ma questi non possono abusare l'autorità? (9) (Quasi il Governo, contro cui manca ogni appello, non potesse essere tentato di abusare della sua!).
Libertà per tutti, replicherà lo Stuart medesimo: ma innamorato com'egli è degli animali, sottoporrà al legislatore la vita privata dei tiranni domestici per difendere gli animali (10).

9. Lo vedete, lettore; codesti idolatri di una libertà malintesa altro in sostanza non chiedono che la libertà del proprio dispotismo. Ed ecco perché appena la libertà viene gridata in Sicilia, i poliziotti sono scannati, i Gesuiti e i Liguorini sbanditi, il clero spogliato dei diritti civili. Gli oppositori e gli annessionisti respinti nel loro Piemonte, e chi non consente al gridatore di libertà, avvolto nell'ostracismo come nemico della patria. E gli Stati di qua dal Faro ci presenteranno ben presto (non dubitatene), se il Cielo non gli campa, le stesse tragedie, le stesse catastrofi delle quali fin dal primo giorno la libertà partenopea diè sì bel saggio.
Ciò che finora abbiamo esemplato nelle libertà civili e politiche deve incontrarsi ugualmente nelle libertà economiche quando sì promuovono per amore degli interessi: e l'Inghilterra stessa la gran promotrice del libero commercio, appena ne senta un qualche danno sarà la prima ad apporvi eccezioni. Laonde vedete nella tornata 22 Luglio 1857 Lord Abinger proporre un bill per vietare ai Cattolici l'accumulare beni destinati alla beneficenza: nel 1858 il commercio inglese commosso per la gran crisi del 1857 gridare contro il pareggiamento dei navigli esteri coi nazionali in materia di trasporti: e gli armatori inglesi in occasione dell'ultimo trattato 1860 richiamarsi contro l'articolo 10° del secondo paragrafo come ricorda il Conte di Flavignì nella tornata del Corpo legislativo 28 Aprile.
E come in Inghilterra così in Francia: ogni interesse vuol libertà per sé. Al qual proposito fu comica la lite fra fornai e pasticceri ove i Magistrati dovevano decidere della essenziale differenza che passa fra pasticcio e pagnotta. Più serii furono i richiami perfino dei consigli generali dei Dipartimenti quando il Governo cominciò a mostrarsi propenso verso l'affrancamento del commercio estero. Tutto il giornalismo commerciale alzò le grida (11) e specialmente in favore dell'industria metallurgica e delle cave antracitiche. L'America inglese poi si dichiarò più volte contro il libero cambio e per la voce del Carey (nel Parlamento giornale di Torino 15 Gennaio 1853) e per quella ancor più autorevole dei messaggi presidenziali, prima al cadere del 1852 (Vedi Bilancia di Milano 11 Gennaio 1853); poi nel tempo della celebre crisi commerciale, attribuita dal Bucanano alla sfrenata libertà dei banchi privati. Sicché il vero amore di libertà universale non è punto più rigoglioso nei terreni dell'economia che in quei della politica. Si dice, e forse anche da taluni si crede volerla, unicamente perché non si finisce di intenderla.

10. Concludiamo pur dunque ragionevolissima essere la doglianza del Mill quando compiange l'oscurità delle dottrine degli economisti e l'impotenza dei loro metodi nel procacciare la libertà economica di cui sono sì smaniosi. Essi non la conoscono perché confondono la libertà degli individui e delle loro passioni colla libertà pubblica ossia sicurezza d'ogni diritto, e la libertà scritta sulla Carta colla libertà ottenuta nel fatto: quasi bastasse la licenza del Governo, per far sì che ogni privato sia capace di resistere agli assalti di tutti gl'interessi contrarii. Ma deh! che mi vale cotesta licenza se i prepotenti mi opprimono? E non è appunto la licenza conceduta a tutti quella che rende possibile ai prepotenti l'oppressione?
Lo vedete, lettore; chi fa consistere la libertà economica nell'eliminare dall'economia ogni ingerenza della autorità suprema, potrà cambiare padrone, ma non conosce la libertà.
E non conoscendola come volete che additi la via sicura per procacciarla? No, che non vi riuscirà colle sue dottrine utilitarie. Esse ne sono incapaci 1° per impotenza logica, giacché ripugna che dall'utilità-interesse nasca la libertà-diritto; 2° perché la libertà data in balìa a ciascuno diviene libertà dei prepotenti che ne usurpano il monopolio; 3° perché qualunque sia nei privati l'amore di libertà, ciascuno vuol porvi un argine quando se ne sente offeso.
Arrochiscano per dunque a loro posta i gridatori di libertà: l'impossibile, il contraddittorio non l'otterranno giammai. Potranno colla libertà degl'interessi cercare la guerra dell'anarchia o il dispotismo del monopolio: ma quella vera libertà per la quale ogni cittadino può riposare il capo sull'origliere della pace, e misurati col guardo i proprii diritti ripromettersene la piena esecuzione; questa libertà non può sperarsi se non da quella coscienza inviolabilmente onesta, cui solo il Cristianesimo ha formato nel mondo, solo il Cattolicismo sa dotare di forze sopra natura.

§. II. La libertà radicata nel diritto.
SOMMARIO
11. Si applica all'economia l'idea generale di libertà – 12. Non esclude ogni limite – 13. Lo confermano gli economisti – 14. Divario fra gli utilitarii e noi – 15. Noi deriviamo la libertà dall'ordine.

11. La verità, fin qui spiegata, farà comprendere al lettore la necessità in cui ci troviamo di dare per base alla libertà economica una trattazione giuridica. Quando le basi giuridiche sieno ben rassodate allora non solo apparirà possibile la vera libertà economica, ma si sposerà naturalmente a quell'ordine sociale del quale, ella debb'essere ed è realmente indivisibile compagna, tanto essendo impossibile libertà, senza ordine, quanto ordine senza libertà.
A stabilire questa base d'altro non ci è mestieri che applicare all'economia la generale idea già da noi data della libertà.
Libero socialmente abbiamo detto l'uomo allorché tale è l'organismo e la legislazione della società, che niuna violenza può impedirgli l'uso dei propri diritti, l'adempimento dei propri doveri. Aggiungete a cotesto concetto la specificazione delle materie economiche od avrete che «libero è l'uomo economicamente quando può usare i suoi averi e le forze produttive in conformità dei propri diritti e dei propri doveri senza incontrare opposizione ingiusta né da concittadini né da governanti».

12. Capirete quindi che se il governante o i concittadini ristringono con qualche ostacolo giusto e necessario l'uso delle facoltà economiche; cotesti impedimenti non sono contrarii alla libertà propria dell'uomo, essendo proprissimo dell'uomo l'operare secondo ragione, proprissimo della ragione l'osservare ogni giustizia e il rassegnarsi ad ogni necessità. Quindi il vero problema della libertà in economia si riduce ad esaminare quando siano giusti o ingiusti gli ostacoli opposti, or da governi or da privati, al libero esercizio delle facoltà economiche. E questo è ciò che si propongono in fine dei conti anche quei medesimi, che più caldamente sostengono la libertà. Gridino pure di volerla illimitata; sempre giungeranno finalmente ad un punto in cui diranno giusto anzi necessario un qualche limite e giudicheranno licenza quella che prima dicevano libertà.

13. Lo riconosce espressamente il ch. Cherbuliez nel Journal des Economistes; giornale che può annoverarsi fra i più dotti e zelanti promotori della libertà economica. Parlando des limites dans lesquelles doit étre circonscrite la sphère d'activité de l'État (12), egli assume come assioma innegabile essere necessaria per una parte l'attività dello Stato; per altra parte essere indubitato che cotesta attività ha i suoi limiti: che per conseguenza il problema della libertà si riduce finalmente ad una quistione di più o meno. «Je pose en axiome… qu'il y a, pour l'Etat, une sphère d'activité nécessaire, et que cette sphère a des limites extrémes dont la nécessité n'est pas moins certaine. La partie métaphysique du sujet se trouvant ainsi élaguée, il ne reste plus qu'une question de plus et de moins».

14. L'assoluta libertà dunque ben si può invocare con parole fanatiche; ma seriamente nessuno può volerla.
Ripetiamolo dunque: nella sostanza tutti siamo d'accordo: il potere centrale ha dei diritti in materia economica; ma questi diritti hanno i loro confini. Tutto il dissidio sta 1° nel determinare quali sieno cotesti confini di quel più o meno di indipendenza dovuta ai privati; 2° nel principio con cui si può stabilire la misura esatta di cotesti confini, di cotesto più o meno. Secondo il citato Cherbuliez cotesta misura è una quistione di utilità e di convenienza (pag.191): secondo noi è una quistione di diritto radicato nell'ordine. L'utilità e la convenienza ben potranno consultarsi da chi ha il diritto di regolare le opere, affine di applicarlo ragionevolmente; ma non sono il principio donde germina o la libertà o la dipendenza. Io non sono libero nel determinare le spese del mio vitto e vestito, perché questa mia libertà sia giovevole allo Stato; ma sono libero perché provvedere al vitto e vestito è naturalmente di competenza personale. E donde tal competenza? Dal volere del Creatore a noi manifestato nell'ordine universale di natura. Certamente da quest'ordine nascono dei vantaggi avendo Iddio tutto ordinato a bene del creato. Ma grande errore sarebbe prendere questi vantaggi come principii del diritto e valersene colla limitata nostra intelligenza come di causa fondamentale della obbligazione (13). Conciossiachè l'ordine universale esige naturalmente certi incommodi e dissesti negli ordini secondari. Se si prendono i vantaggi per norma del giusto, tutti coloro che sentono questi incommodi ricuseranno come ingiusto l'ordine da cui derivano. E così infatti il volgo sempre suole imputare ingiustizia alle gravezze, i comunisti dicono furto la proprietà altrui della quale essi sentono incommodo, i demagoghi vogliono uguaglianza nelle preminenze sociali riputandosi ingiustamente avviliti.

15. Non dunque dalla utilità, ma dall'ordine del creato dee derivarsi, come ogni altro diritto, così anche il diritto di libertà o il dovere di dipendenza nel disporre dei propriì averi. Ma perché questo possa farsi con verità e sicurezza, uopo è che prima si formi un giusto concetto di questo ordine da cui dee derivare ragionevolmente o libertà o dipendenza economica: ordine, come vedete, morale e non fisico, dovendo determinare le leggi dell'operare umano. Incominciamo dunque dallo spiegare colla maggior chiarezza possibile l'idea di ordine pratico, di ordine morale, di ordine sociale, affine d'inferirne poi un qualche principio universale secondo cui si determini quali sieno le funzioni in cui l'uomo è libero nel disporre degli averi, quali le funzioni in cui dee ricevere la legge da qualche autorità.

INTORNO ALL'UTILITARISMO DEL DUNOYER

APPENDICE all'articolo precedente e propriamente alle parole: Grande errore sarebbe prendere questi vantaggi come principii del diritto e valersene colla limitata nostra intelligenza come di causa fondamentale della obbligazione.

Il valente economista signor Carlo Dunoyer membro dell'Istituto di Francia, destinato dall'Accademia a sentenziare intorno al merito dei tre concorrenti pel premio Bordin, difese la morale dell'interesse nel suo projet de Rapport inserito nel Journal des Economistes Luglio ed Agosto 1860. I tre competitori allievi della scuola razionalistica, obbligati dal loro tema ad esaminare i principii della morale, avevano pomposamente sfoggiato in frasi magniloque di stoico eroismo campate in aria come necessariamente accade agli ontologi che tutta la morale appoggiano a quella nuvola caliginosa che il Kant appellò l'imperativo categorico. Ma se qui si fossero fermati, pazienza! Volle la loro mala stella che per difendere sé piombassero con quanto aveano di braccio sulla scuola empirica, accagionandola di un indegno utilismo schivo d'ogni idea di dovere.
Ora a questa scuola appunto appartiene il Dunoyer, che ebbe l'officio di relatore nel comitato di esame. Pensate, dunque se i tre razionalisti furono i mal capitati! Niuno di essi ottenne il premio: e la relazione concluse che gli autori non avevano saputo in che consistano i doveri; non vedendo nel dovere che una astrazione, essi non sanno come definirlo; isolandolo radicalmente da tutti gli interessi aveano trascurato l'importantissima conciliazione del dovere coll'utilità, senza la quale è impossibile condurre l'uomo al fine che gli è prescritto dal Creatore (Agosto 1860, p. 206 ). Ma il peggio è che nell'atto stesso che in tesi sostengono un eroismo di sacrifizio superiore alla forza e assurdo alla ragione umana, strascinati dal buon senso cadono in una aperta contraddizione ripetendo tutto l'operare morale da quell'egoismo appunto, che prima combattono. Tutti e tre, dice l'Autore, incominciano dal fulminare maledizioni spaventevoli contro l'amor proprio «Oublie-toi, dévoue-toi, sacrifie-toi, s'écrie-t-on d'abord au nom du dévoir» (pag. 184). Ma ben presto eccoti in mezzo a coteste estasi di sacrifizio comparire l'Io, l'inevitabile, l'imperioso, l'insuperabile Io: egli diviene uno strumento in mano della Provvidenza, e l'uomo diviene incapace di amar nessuno se non per amore di sé. Mais le moi, le moi inévitable, impérieux, insurmontable, arrive bientot au milieu de ces paroles inspirées. C'en est fait de nous si le moi s'efface. La raison humaine ne comprend pas facilement que l'on puisse aimer autrement que par rapport à soi. Ecco dove vanno a finire tutte coteste frasi ampollose, tutto cotesto dévouement teatrale. E il peggio è, soggiunge il critico economista, che il medesimo fenomeno, la medesima contraddizione tu la vedi rinnovarsi ogni qualvolta si propone dall'Accademia un qualche tema di scienza morale: e ne cita tre altre memorie coronate dall'Accademia, ove al magniloquo stoicismo dell'esordio tiene dietro un egoismo non meno aperto che coutraddittorio, come alla bella testa oraziona si connette la mostruosa coda di pesce.
Così l'egregio economista, e noi gli tributiamo tanto più sinceri gli applausi quanto è più ferma la nostra persuasione non essere possibile che il razionalismo, fondato sulla eterodossa indipendenza. dell'Io possa mai giungere ad altra morale, tranne a quella dell'egoismo (14), alla quale persuasione siamo lieti che i fatti riferiti dal Dunoyer vengano, sua mercé, ad aggiungere il suffragio dell'esperienza.
Se non che i tre razionalisti aveano accusata la scuola empirica di obliare interamente, anzi essere incapace di stabilire il concetto di dovere: rimprovero che ferì (ed è per lui onorevole il risentimento) la probità dell'illustre accademico. Di che non credette compiuto il suo rapporto se non facea di quella dottrina una splendida apologia, dimostrando l'interesse essere ottimo principio di condotta, quando è convenevolmente istruito e disciplinato, siccome fa la scuola sperimentale. Governato in tal modo, soggiunge, l'interesse è assai più vantaggioso agli uomini che il preteso dévouement, secondo il quale mentre ciascuno dovrebbe sacrificarsi per gli altri, pretenderebbe che gli altri si sacrificassero per lui: l'interesse ammette tutti i sentimenti benevoli, include le idee di dovere, di annegazione, di sacrifizio, di disinteresse, ed è capacissimo di condurre le nazioni ad ogni perfezione, non essendo né meno capace che il razionalismo ad investigarla, né meno efficace a promuoverla (pag. 186).
Tale è in sentenza la tesi sostenuta dall'apologista dell'interesse. La quale se fosse paga di rivendicare a sé un primato comparativo a fronte del razionalismo, non vorremmo certo farci campioni ,di questo e diremmo chi non vuol l'asse prenda il due. Ma poiché oltre il merito comparativo l'illustre economista sostiene la potenza assoluta dell'interesse a produrre il disinteresse anteponendolo perfino alla carità (ivi, p.186, 188); non crediamo doverne trasandare le ragioni, sì per non sembrarne sprezzanti, sì perché la fiacchezza dell'apologia può recare alla nostra tesi una luminosa conferma. Ci si permetta peraltro per amore di brevità d'invitare l'Autore stesso a breve dialogo col suo lettore mutuandone per quanto potremo le parole.
Orsù dunque permettete signor Carlo che vi domandiamo sopra quali argomenti vi fondate per dimostrare che l'interesse, l'amore di sé è tal principio morale che include tutte le idee di dovere, di annegazione, di sacrifizio, di disinteresse.
Dunoyer. In quanto al dovere la cosa è evidente. Dovendo usare, per conseguire il bene, tutte le facoltà, tutti gl'istinti innestati da Dio nel cuore umano; e usarli in modo da ottenere il benessere a cui aspira, la nostra morale impone all'amor proprio molte privazioni, molte regole, il risparmio p. e. la pazienza nel seminare per raccogliere tardi i suoi frutti, la privazione dei capitali per usufruttuarne gl'interessi: e tuttociò con formole sì esplicite e talora sì severe che solo una aperta ingiustizia può negare che dalla nostra morale s'impongano dei doveri (ivi, p.190).
Lettore. Scusate signor Carlo, cotesti comandi che a voi sembrano doveri sono tutt'altro di ciò che significa questa voce nel linguaggio comune. Noi quando diciamo dovere intendiamo un legame di coscienza a cui niuno può sottrarsi senza colpa. Or sembra a voi che il risparmiare, il seminare la terra, il dar denaro a frutto sieno atti che non possono tralasciarsi senza colpa? Potranno obbligare per altri motivi; obbligare per un padre di famiglia che deve sostentare i figli, un negoziante che deve pagare i suoi debiti. Ma per sé niuno è obbligato a farsi ricco e per conseguenza niuno è obbligato ad usarne i mezzi.
D. Ebbene se questa ragione non vi par buona, eccone una che certo non disdirete. Quando noi parliamo di interesse intendiamo sempre che sia ben governato, sicché l'uomo che opera per interesse non danneggi né sé, né gli altri (ivi, p. 182). Or potete voi negare che questo divieto di nuocere non imponga un verissimo dovere?
L. Che imponga un tal dovere per altri motivi, non posso negarlo essendo io cattolico. Ma che questo dovere risulti dall'interesse (il che significa essere principio di morale), questo, lo vedete anche voi, è un'aperta falsità: disciplinate pure l'interesse quanto volete, se non sono obbligato ad arricchire, neppure sono obbligato ad usarne i mezzi e molto meno ad usarli in questa o in quella maniera.
D. Or qui sta il vostro grande errore. Voi vi credete disobbligato dall'arricchire perché non avete mai ponderato qual sia il destino dell'uomo sulla terra. Iddio quando ci pose in questo basso mondo ci assegnò per nostra missione il lavoro invitandoci a perfezionare l'opera della creazione. Volle dunque che usufruttuassimo le forze che egli avea sparse in tutta la natura mondiale: e poiché questo non si potea fare senza aver prima perfezionate le nostre facoltà, soggettare anche queste ad una buona disciplina è dovere anch'esso impostoci dal Creatore (ivi, p. 180). Lavorare a perfezionare la natura, lavorare a perfezionare la nostre facoltà, eccovi due leggi da cui dipende la nostra felicità in questo mondo ed anche il diritto alla ricompensa in un migliore avvenire, se non l'avessimo ottenuta nel mondo presente (ivi, p. 180). Or se queste sono due leggi imposte da Dio, potete voi negare che sono due doveri per l'uomo?
L. Prima di rispondervi intorno ai due doveri, mi permetterete di farvi notare che cotesta vostra risposta è una chiara apostasia dall'utilismo. Voi dovevate mostrarmi che l'uomo tirato dall'interesse acquista le idee del dovere ed è mosso a fare il bene con disinteresse, con sacrifizii, con eroismo: e quando io vi dico che l'interesse non può obbligarmi al disinteresse, voi ricorrete alla volontà di Dio e della suprema autorità di lui volete prevalervi per impormi un'obbligazione. A cotesta autorità suprema io m'inchino riverente, ma vi dico che ella è un plagio fatto alla dottrina cattolica, e non ha che far nulla colla dottrina dell'interesse. Voi mi obbligate col volere di Dio, ma non mi obbligate coll'interesse.
D. E questo che v'importa? Purché i doveri ci siano, la scuola empirica resta giustificata.
L. Oh caro signor accademico, da un filosofo par vostro non me l'aspettava sì grossa. Quando si vuol difendere una scuola non bisogna mettere in campo persone. Siamo persuasi ancor noi che fra gli economisti utilitarii vi sono persone che bramano l'osservanza della giustizia perché sono persone probe. Siamo anzi persuasi che vi sono anche buoni cattolici che credono l'unità e trinità di Dio e tutti gli altri misteri: e gli insegnano e bramerebbero che da tutti fossero creduti. Direte voi per questo che la dottrina empirica includa la fede cattolica? Una verità qualunque allora soltanto si dice appartenere ad una scuola, quando (a diritto o a torto) i seguaci di questa la fanno sgorgare dai suoi principii. Ora lo vedete anche voi, il dovere tratto dalla volontà di Dio nulla ha che fare col principio dell'interesse. Permettete dunque che lo ripeta: pretendere di obbligarmi perché Dio mi impose il lavoro, egli è un rinnegare il principio d'interesse, accettando dai cristiani il principio biblico posuit ut operaretur. Ma questo principio voi lo ammettete solo per metà e così lo rendete non solo monco ma assurdo.
D. Come sarebbe a dire?
L. Il cristiano dà all'uomo per ultimo fine un'eterna felicità essenzialmente spirituale; e riguarda il lavoro nella condizione presente come un castigo della colpa orig….
D. Per carità non mi state a parlare di cotesta vostra pretesa colpa: un uomo assennato come voi dovrebbe comprenderne l'assurdità. E come mai asserire che siamo nati in istato di decadenza, mentre al momento della nostra origine nulla ancora avevamo operato? (ivi, p. 180)
L. Credete a me, signor Carlo, tenetevi lontano dalla sacrestia e lasciate tranquilli i teologi: altrimenti correte rischio di sfigurare. E non vedete che cotesto argomento contro la colpa di origine renderebbe impossibile ogni difetto originario? La fontana non potrebbe essere avvelenata alla sorgente, un figlio non potrebbe ereditare la podagra dal padre, una famiglia non potrebbe essere discreditata per gli antenati, giacché cotesti tre enti non esistevano alla loro origine. Lasciate dunque in disparte la Teologia e contentiamoci di discorrere da filosofi. Il cristiano, vi dicea, dà all'uomo per ultimo fine un'eterna felicità e riguarda il lavoro come castigo: voi gli date per fine godersi la terra e frattanto lo condannate a lavori forzati.
D. Lo condannate? E non vedete che il lavoro è il più bel condimento di questa felicità? E vorreste che Dio ci avesse posti qui in terra a goderci una felicità insipida, goffa, inerte; che ce l'avesse buttata in bocca bella e fatta senza che ci contribuissimo col nostro lavoro? La sarebbe una felicità così sciocca da morirne di noia (si ride) (ivi, p. 180). Mi pare che voi ridete.
L. Che volete ? M'è sfuggito involontariamente. Mi pare una cosa così comica il complesso di queste idee, che non ho potuto trattenermi. Da un canto una felicità seccante che abbisogna del sale della fatica per diventar gustosa! Questo sale poi propinato a larga mano a tanti poveri zappatori, minatori, fochisti, fabbri e cent'altri che sarebbero prontissimi a cambiare il peso dei loro stromenti e i sudori delle stanche membra colla vostra felicità insipida, conseguita nell'ozio e fra i godimenti! L'uomo poi creato per perfezionare la terra, mentre si credea fin qui che la terra fosse fatta per l'uomo! Questo complesso d'idee mi ha fatto ridere; e non è certamente coerente con quel gran principio cristiano «dobbiamo lavorare perché Dio lo vuole».
D. Eppure anche il cristiano dovrebbe ammettere che siamo creati per godere di questa terra: giacché finalmente non dice anche il Genesi che Dio avea fatto l'uomo perché godesse le delizie del paradiso terrestre? Dunque il cercare di godere sulla terra è un compiere i disegni di Dio è quasi un ritornare nell'Eden con una vita onorevole e regolata (ivi, p. 194).
L. E tornarvi dopo che Dio ce ne ha cacciati: e questo voi chiamate compiere i disegni di Dio? Proprio come un malfattore condannato, a carcere e lavori forzati compirebbe il volere del suo giudice fuggendone colla lima o coi grimaldelli. Per carità, signor Dunoyer, lasciamola, vi ripeto, la teologia, che non è pane per i vostri denti; e stiamo fermi al vostro argomento. Secondo voi dunque l'uomo dee lavorare perché Dio lo vuole; e Dio vuole il lavoro perché vuole l'uomo felice sulla terra; e vuole la terra abbellita per felicità dell'uomo. .A noi cristiani parrebbe una ridicolezza che questi beni meschinissimi dovessero servirci per premio, e la felicità oltremondiale fosse solo un compenso per chi non ebbe abbastanza sulla terra. Ma posto che la vostra teoria sia vera, qual sarà il dovere dell'uomo sulla terra? Lo vedete: l'uomo dovrà fare il possibile per godere.
D. Godere sì, ma onestamente senza far male a nessuno.
L. E chi l'obbliga a non far male a nessuno?
D. L'obbliga il suo stesso interesse: il quale vogliasi o non vogliasi farà sempre parte dell'uomo, né mai sarà possibile il soffocarlo. All'opposto bene educato ed istruito, contribuirà alla nostra perfezione, sarà giusto cogli altri, vorrà, sicurezza e libertà per tutti, animerà il lavoro e in favore di tutti…. (p. 192)
L. Faccia pur quanto vuole, l'interesse sarà sempre interesse: e che virtù trovate voi a far bene i proprii affari? (p. 192)
D. Che virtù? Virtù grandissima quando si fanno onoratamente e senza danno altrui. E così li facessero, tutti, che non vedremmo tanti ladri, assassini, peculatori, scrocconi, falsarii, e tanti altri delitti che imbrattano la terra per colpa dei molti che non sanno fare onoratamente i propri i interessi.
L. E questo è quello che voi chiamate virtù! Questo è per voi disinteresse, eroismo, sacrifizio! E avete coraggio di paragonare cotesta virtù, cotesto disinteresse a quegli eserciti di missionari cattolici che, per impulso di carità, scosso ogni peso di sostanze terrene, corrono a portare la luce del vero, a trasformare in uomini le belve, riscattandole dall'abbrutimento selvaggio? Paragonarlo a quelle miriadi d'immacolate vergini che, sepolto nel lezzo degli spedali il fiore di loro bellezza, corrono la terra asciugando ogni lacrima, medicando ogni piaga, confortando ogni agonia? Arrossisco per voi, arrossisco per la generosa vostra Francia che si possa colà, non che mettere a fronte, perfino preferire come fonte di virtù l'interesse alla carità (p. 190).
D. Capperi, che caldo! Tranquillatevi, lettore, se volete trattare da filosofo: e rispondetemi solo a quest'ultima difficoltà. E' egli possibile che l'uomo nulla faccia se non per suo bene? E se fa per suo bene non è egli sempre interessato in tutto?
L. Quando il cristiano opera pel bene infinito, opera certo per proprio bene. Ma in questo due sono le differenze fra il modo con cui egli cerca il bene, e il modo con cui lo cerca l'utilitario. Questo che vuol godere sulla terra gareggia per ingoiarsene quanto può; laddove il cristiano tanto più gode quanto più sa lasciarne ai bisogni altrui. Nell'atto poi del ricercare il bene infinito, il cristiano è spinto principalmente dalla perfezione del Bene ch'egli contempla, anziché dal godimento che ne spera; laddove chi cerca la felicità sulla terra, tutta la cerca per sé solo e si concentra per conseguenza ogni dì nelle angustie del sentimento e della sensazione e per conseguenza nel più ristretto egoismo. Ma questo linguaggio può egli comprendersi dagli economisti?

Eppure volendo essere giusti dobbiamo concludere che quest'articolo del Journal ove tante esorbitanze abbiamo notato, sembraci includere una certa tendenza verso dottrine migliori di cui trapelano alcuni raggi nella confusione di tante altre idee. E non mancano alcuni tratti ove l'interesse invece di essere principio motore vien trasformato quasi in puro indizio del volere divino. «Se Dio volle, dicesi, che certe azioni tornassero costantemente in vantaggio dell'umanità, intese certamente che esse fossero obbligatorie per l'uomo». Ridotta la teoria a questa formola, gli utilisti direbbero ciò che dicono tutti i maestri di naturale diritto, la legge di natura conoscersi dalla convenienza o disconvenienza costante ed universale di certe azioni al bene della natura umana. Insistano su questo argomento gli economisti, correggano quel meschinissimo dogma dell'uomo destinato a godere sulla terra; ed avranno tolto alle loro dottrine un assurdo enorme e un grave pericolo: ma le avranno ridotte a non essere più dottrine di utilista.

NOTE

1 Comment ne voit-il pas que toutes les libertés s'enchainent pour n'en former qu'une? (Giugno 1859, pag. 422)

2 Principes t. II, lib. 5, Cap. XI; §. 1.

3. Sia peraltro detto ad onore degli economisti, anche fra di essi non mancano, almeno nei lucidi intervalli, delle confessioni sincere e dei biasimi di cotesta libertà: e molte ne leggemmo raccolte dal Cattolico di Genova, nel Luglio del 1856: il Journal des Economistes (Febb. 1858, p. 175) riconosce che les speculateurs sans conscience sont toujours ceux qui profitent e mieux des exagérations du credit. E parlando della guarentigia che certuni sperano pel pubblico dalla concorrenza dei privati interessi confessa di non sapersene persuadere (Agosto 1858, pag: 290).

4. Il Corben nei belli articoli che scriveva sulla Borsa di Parigi, notava che la libertà ivi conceduta conduceva ad un régime exclusif qui n'est que de la force brutale, parce qu'elle procède trop souvent en dépit des circonstances d'un ordre général. (Univers 26 Sett. 1858).

5. Tom. II, lib. II, C. XI, §. 6, pag. 554.

6. Ne abbiamo un bel saggio nel nuovo regno d'Italia di cui così parla Le Messager du Midi. Les ourriers se mettent partout en grève; les imprimeurs d'abord, puis les maçons, puis les forgerons ont fait le loi a leurs patrons et les blanchisseurs à leurs pratiques. A présent, c'est le tour des domestiques etc. (Le Monde 17 Luglio 1860). Come vedete l'economia è qui pienamente schiava della forza: giacché se gli operai sono talmonte in forza che possano fare senza stipendio per alcune settimane, potranno prorogando lo sciopero soggiogare la resistenza dei loro Capi: se all'opposto i Capi (come altrove suole accadere) possono passarsi dei loro giornalieri più lungamente che questi dei loro stipendii, abbiano ragione o torto nei loro richiami, saranno vinti colla fame e costretti ad arrendersi a quelle condizioni che dai più ricchi e però più forti verranno imposte. Nel primo caso è monopolio di braccia, nel secondo di capitale.

7. Qu'on rende obligatoire l'instruction élémentaire; c'est-à-dire que la lecture, l'écriture, le calcul et les éléments de l'histoire de la France et de géographie, forment le programme d'un examen dont personne ne puisse ètre dispensé sous aucun prétexte. (Le Monde 10 Gingno 1860 ehe cita l'Opinion Nationale).

8. Si ricorderà il lettore che la legge sopra la carità legale diede occasione a quelle sassaiuole che atterrarono il Ministero e la pluralità cattolica della Camera.

9. En tout pays les fous sont considérés comme l'objet naturel des soins de l'État… à plus forte raison doit-on penser que bien souvent les interets des enfants sont sacrifiès d'une manière plus vulgaire et moins révoltante à l'égoisme ou la maladresse de leurs pére et mére.

10. Les motifs d'intervention legale en faveur des enfanrs ne s'appliquent pus moins à ces malheureux esclaves et victimes des plus brutaux des hommes, aux animaux domestiques… La vie privée des tyrans domestiques est une des choses dont le ligislateur doit le plus s'occuper. MILL pag. 564.

11. Può vedersi un sunto di quel giornalismo nell'Univers 23-1-1860, uno degli ultimi numeri che si pubblicassero di quel nobile e generoso periodico.

12. Vedi Journal des Economistes Ser. 2, T. 10.

13. Nel Journal des Economistes Agosto 1860 il chiarissimo economista Dunoyer ha pubblicato un articolo che pel nome di cui gode fra gli economisti quell'Autore e per la recentissima data con cui parla abbiamo creduto degno di qualche osservazione che inseriremo nell'Appendice al fine di questo articolo.

14. Lo dimostrammo fin dalla prima serie, vol. IV, p. 457, n. 17 e seg.