Il senso cristiano della storia (2/4)

Storia della Chiesa

di Dom Gueranger, Abate di Solesmes (Prosper-Louis-Pascal Gueranger), (Sable sur Sarth, 1805/Solesmes 1875), considerato il restauratore dell’ordine benedettino in Francia. L’AZIONE DELLA SANTITA’ NELLA STORIA. Che lo storico dia ai Santi largo spazio nella storia se vuole che sotto la sua penna la storia sia come Dio la vede e la giudica

IL SENSO CRISTIANO DELLA STORIA


di Dom Gueranger, Abate di Solesmes (Prosper-Louis-Pascal Gueranger), (Sable sur Sarth, 1805/Solesmes 1875), considerato il restauratore dell’ordine benedettino in Francia.


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Indice


Il soprannaturale nella storia


L’azione della santità nella storia


I doveri dello storico cristiano


Il Cristo eroe della storia



 


 


L’AZIONE DELLA SANTITA’ NELLA STORIA


 Può lo storico cristiano, soddisfatto di avere in tal modo indicato in linea generale il carattere soprannaturale degli annali umani, sentirsi dispensato dal registrare le manifestazioni di minore importanza che la bontà e la potenza divine hanno disseminato lungo il corso dei secoli al fine di ravvivare la fede nelle generazioni successive? Si guarderà bene dal macchiarsi di tanta ingratitudine; e come sarà felice di riconoscere che il Redentore non ha promesso invano al fedeli i segni visibili del suo intervento fino alla fine dei secoli, così sarà sollecito a iniziare i propri fratelli alla gioia provata nell’incontrare sul proprio cammino gli infiniti raggi di una luce inattesa che, pur collegandosi non sempre direttamente ai tre grandi centri, offrono tuttavia, ciascuno di essi, testimonianza della fedeltà di Dio alle proprie promesse e conferma preziosa che illumina tutto l’insieme. I singoli miracoli possono a buon diritto appartenere alla storia ogni qual volta non abbiano soltanto portata individuale, ma suscitino vasta eco. Inutile aggiungere che per fare un resoconto serio e veramente storico, gli studiosi devono seguire una critica imparziale. Perciò l’apparizione della croce a Costantino può a ragione figurare negli, annali del IV secolo. Lo stesso vale per i prodigi che avvennero nella stessa epoca a Gerusalemme quando Giuliano l’Apostata volle ricostruire il tempio di Salomone. Né si devono più tacere i miracoli di San Martino che cosi’ profonda influenza esercitarono sull’estinzione dell’idolatria fra i Galli; né quelli di San Filippo Neri a Roma e di San Francesco Saverio nelle Indie, che nel XVI secolo attestarono clamorosamente che la Chiesa papale, malgrado le blasfemie della Riforma e la decadenza del costumi, era tuttavia l’unica depositaria delle promesse e roccaforte della fede. Non significherebbe forse lasciare una lacuna nella Storia, dal punto di vista cristiano, passar sotto silenzio i fatti prodigiosi che hanno  accompagnato quasi ovunque l’introduzione del Vangelo nelle diverse regioni in cui è stato predicato, per esempio i miracoli del monaco Sant’Agostino durante la sua opera di apostolato in Inghilterra, e quelli che in Oriente e in Occidente hanno scandito la missione degli illustri promotori della vita religiosa, da Sant’Antonio nel deserto dell’Egitto fino a San Francesco e a San Domenico fra i nostri padri del XIII secolo? La catena di queste meraviglie prosegue fino ai nostri tempi; significherebbe dunque fraintendere il ruolo dello storico cristiano pensare che si sia già fatto abbastanza segnalando fatti di tale natura accaduti alle origini del cristianesimo. Essi sono stati, per così dire, continui e costanti, e continueranno a esserlo; sono il pegno della presenza naturale di Dio sul Cammino dell’umanità, inoltre hanno avuto un’influenza reale sui popoli. Voi, storici, dovete tenerne conto, se li ritenete veri; è vostro dovere registrarli e determinarne il ruolo e la portata.


Mi affretto a dire che non tutte le forme di storia esigono indagini minuziose sui fatti soprannaturali; non ritengo che la storia ecclesiastica vera e propria debba essere l’unica forma alla quale il cristiano consacri il proprio talento nello scrivere e nel raccontare. Che questo talento si esprima dunque in tutte le forme di storia; sia generale che particolare; sia che si tratti di memoriale o di biografia. Va tutto bene, purché sia cristiana; ma lo storico deve aspettarsi di incontrare ben presto e di sovente sulla propria strada l’elemento soprannaturale; che egli non venga mai meno al proprio dovere! Volete scrivere la storia di Francia? Niente di meglio, se siete in grado di farlo; ma aspettate di trovarvi di fronte a Giovanna d’Arco. Che farete di questa meravigliosa figura? Non vorrete negare, né raccontare con ambiguità, fatti che sono ormai del tutto chiari. Cercherete di spiegarli facendo riferimento a principi naturali? Perdereste il vostro tempo; non c’è nulla di più inspiegabile che la missione e le gesta della Pulzella d’Orléans! Vi scorgerete l’Opera di una legge provvidenziale che regola gli avvenimenti umani o forse addirittura i destini della Francia? Ma qui le leggi ordinarie sono sovvertite; non riusciamo a individuare nulla, nè prima nè dopo, che consenta di pensare che Dio agisca in tal modo nel governo generale del mondo. Direte allora, in stile accademico, che, tutto sommato, la missione di Giovanna d’Arco rimane inspiegabile, e che coloro che hanno voluto renderne ragione in termini umani, si sono dibattuti in difficoltà dalle quali non sono riusciti a districarsi? Andate fino in fondo, credetemi; confessate francamente che esistono i miracoli nella storia e che la missione di Giovanna d’Arco è uno di questi. Ammettete dunque con semplicità che la pastorella di Domrémy ha veramente visto i Santi e udito le Voci; che Dio le ha elargito la propria forza invincibile; che le ha infuso lo spirito di profezia; che l’ha resa vittoriosa sui bastioni di Orléans; che l’ha assistita con la virtù sovrumana dei martiri nel sublime sacrificio che doveva coronare la sua miracolosa carriera. Ma attenti a non trarre deduzioni che potrebbero scaturire spontanee da questi fatti meravigliosi. Che cosa è dunque Giovanna d’Arco? E una meteora di cui Dio sì è compiaciuto per abbagliarci senza altro scopo se non quello di mostrare il proprio potere? La ragione ci proibisce di pensarlo, e la fede ci mostra in questa manifestazione senza uguale la predilezione di Dio per la Francia, l’intenzione di sottrarre questo regno profondamente cristiano al giogo dell’eresia che l’Inghilterra protestante avrebbe certamente imposto ad essa un secolo dopo.


Ma la storia cristiana non si limita a segnalare negli eventi miracolosi altrettante testimonianze della vocazione soprannaturale dell’umanità; essa ritiene che sia importante anche studiare e segnalare manifestazioni più o meno frequenti, più o meno rare, della santità nei secoli. Nella sua infinita giustizia e misericordia, Dio elargisce Santi alle varie epoche, oppure decide dì non concederli in modo che, se è lecito esprimersi in tal modo, è necessario consultare il termometro della santità per saggiare la condizione di normalità di un’epoca o di una società. I Santi non sono solamente destinati a figurare nel calendario, essi svolgono un’azione a volte latente, quando consiste solo nell’intercessione e nell’espiazione, ma più spesso palese e di efficacia duratura. Io non parlo dei martiri che costituiscono uno dei pilastri su cui poggia la fede e ai quali dobbiamo la sua conservazione; l’importanza del loro ruolo nella storia dell’uomo è fin troppo evidente; ma non è lecito ignorare che, al termine delle persecuzioni di Diocleziano, nel mezzo del cataclisma delle eresie che rischiarono di travolgere la barca della Chiesa nei secoli IV e V, alla vigilia dell’invasione dei barbari pagani, il cristianesimo e, tramite esso, la società furono salvati dai Santi. Vescovi, dottori, monaci, vergini consacrate, quale elenco ci offre quest’epoca che fu come il secondo campo di battaglia della Chiesa!


 Lo storico può tacere davanti a questo fenomeno incomparabile? Senza dubbio non potrebbe astenersi dal nominare Atanasio, Basilio, Ambrogio, perché questi personaggi hanno, come si suoi dire, un ruolo storico; ma per grandi che siano, non esauriscono tutto ciò che di efficace la santità ha prodotto nell’ordine visibile di questo mondo durante il periodo di cui parliamo. Il ruolo di Sant’Agostino, per esempio, è assai poco storico; tuttavia, quale uomo ha influito più di lui sul suo secolo e su quelli successivi? Questo esempio specifico ci trascinerebbe troppo lontano, se dovessimo raccontare quanto noi cristiani siamo debitori verso questi amici di Dio: San Gregorio di Naziente, Sant’Ilario, San Martino, San Giovanni Crisostomo, San Gerolamo, San Cirillo di Alessandria, San Leone. Non limitiamoci a vedere in loro grandi geni e grandi uomini. Senza dubbio i grandi geni e i grandi ortodossi sono un dono di Dio; Bossuet e Fénelon nel XVII secolo sono un dono di Dio; ma quando al genio, all’importanza della persona, si unisce la santità, allora è tutt’altra cosa. L’uomo di genio affascina; il Santo soggioga; si ammira il grande uomo, ma è sufficiente il nome del Santo, l’impronta dei suoi passi per commuoverci; il suo ricordo fa battere il cuore anche dopo che è scomparso da questo mondo.


Non si creda dunque di avere scoperto il segreto dell’influenza dei Santi del IV e del V secolo nella fama più o meno luminosa acquistata grazie alla loro eloquenza e sapienza, e neppure nell’importanza della carica che la maggior parte di coloro che ho ricordato occuparono nella gerarchia ecclesiastica. Il popolo venerava in loro un’altra aureola; Valente tremava davanti a Basilio, e Teodoro davanti a Sant’Ambrogio, per altri motivi che non il loro valore personale, come si suol dire oggi. È Dio, Dio stesso che si esprime nei Santi; ed è per questa ragione che non si può resistere a loro. Si sapeva che questi uomini che erano allora il baluardo della Chiesa, luce e gloria della stessa, appartenevano alla famiglia di quegli eroi del deserto il cui nome e le cui opere erano universalmente note; che la maggior parte di loro aveva indossato la “melotte” prima del pallio. Da Occidente e da Oriente, i fedeli partivano in carovane per andare nel deserto dell’Egitto e della Siria a contemplare e ascoltare, se possibile, uomini come Antonio, Pacomio, Ilarione, Macario; ritornati nelle loro città, si rallegravano nel riconoscere nei pastori incaricati di santificarli questi sublimi personaggi. No, questo culto della santità, giustificato da tanti esempi, non può essere ignorato nelle cronache dell’epoca che seguì la pace della Chiesa; esso attesta, con assoluta chiarezza, l’opera e la presenza dei Santi in questi secoli e di conseguenza il soccorso soprannaturale che Dio volle allora concedere alla società cristiana.


L’invasione dei barbari, con le sventure che l’accompagnarono, fornirà allo storico l’occasione di definire il nuovo ruolo della santità davanti a disastri inauditi. Le orde tumultuose che si rovesciano sull’impero incontrano ovunque i Santi, e i Santi sono per loro come una diga che protegge dall’inondazione. Santi vescovi che arrestarono l’avanzata di un capo feroce, Santi pastori che salvarono il loro gregge ricorrendo alla spada; Santi monaci la cui maestosa semplicità disarmò il fiero conquistatore che prima non pensava che a immolarli; Sante vergini che, come Genoveffa, rinvigorirono la città e con le loro preghiere ne allontanarono il flagello di Dio. Per poco che si studi a fondo il crudele periodo delle invasioni, si scorgerà ovunque il rinnovarsi di questo stupefacente fenomeno, e ci si convincerà che fa parte della verità della storia raccontare queste meraviglie e riconoscere che l’unico ostacolo incontrato dai barbari, l’unico che rispettarono, fu la santità. Agostino era steso sul letto di morte a Ippona quando i Vandali cominciarono l’assedio della città: per darne l’assalto attesero che il mirabile vescovo avesse reso l’anima a Dio. Sarebbe triste pensare che i barbari si siano mostrati superiori ai cristiani dei nostri giorni nel percepire la presenza dell’elemento celeste che non è mai totalmente assente nella Chiesa, ma che si manifesta di quando in quando, con maggiore o minore intensità, a seconda dei bisogni dei popoli e a seconda che la giustizia o la misericordia prevalgano nei consigli di Dio.


Lo storico cristiano non può dimenticare né le opere, né la regola del grande Patriarca dei monaci d’Occidente, al quale spetta l’onore di aver preparato la salvezza della cristianità europea; né la pleiade di Santi vescovi che brillarono nel VI e nel VII secolo, e che, con i loro concili, e con le loro fondazioni religiose, effettuarono un’opera grandiosa, edificando tra l’altro il regno di Francia come le api costruiscono l’alveare: l’espressione è di Gibbon. Lo storico non dimentichi di dire che i fondatori della nostra monarchia si onorano a centinaia sugli altari. Non dovrà neppure dimenticare i Santi Pontefici del Seggio apostolico, uomini come San Gregorio Magno, le cui virtù ressero e santificarono con tanta dolcezza l’Oriente e l’Occidente; come San Gregorio II, la provvidenza dell’Italia; come San Zaccaria, l’oracolo della nazione franca; come San Nicola I, che si prodigò con tanta generosità per strappare alla rovina l’impero d’Oriente, mantenendovi l’unità con la vera fede. Lo storico seguirà i passi di questi eroici apostoli che il monachesimo occidentale invia verso le regioni del Nord; non uno che non fosse santo, non uno solo il cui fecondo apostolato non si compisse nella santità.


Lo storico potrebbe forse ignorare la gloriosa schiera di Santi imperatori e di Santi re che per oltre tre secoli ascendono al trono e sigillano con marchio soprannaturale la politica delle epoche della fede? Quale materia di studio è l’influenza secolare di questi Santi incoronati sulla società nei secoli! Uomini come Sant’Enrico, Santo Stefano di Ungheria, Sant’Edoardo Confessore, San Ferdinando e il nostro San Luigi! E ancor più numerose le Sante imperatrici, regine, duchesse, angeli visibili che compaiono ai popoli in mezzo ai quali esse operano istruendo, sviluppando con esempi sublimi lo spirito cristiano contro il quale la corruzione della natura protesta senza tregua, e che senza tregua ha bisogno di essere rinvigorito! Nell’esporre il ruolo attivo di tanti eroi ed eroine del trono, è forse sufficiente accennare al fatto che furono virtuosi e che sono stati annoverati fra i Santi? No, bisogna penetrare più a fondo e capire che ciò che viene chiamato leggenda è m realtà storia rigorosa. L’operare benefico dei Santi re e delle Sante regine è una delle principali manifestazioni di Dio nella conduzione soprannaturale della società. Stia in guardia a non sbagliare, lo storico, quando si accinge a studiare la reazione cristiana del XI secolo, reazione che strappò l’Europa alla barbarie; stia in guardia a non attribuire, contro la verità, al genio di un uomo o alla forza d’animo di un altro, il trionfo dello spirito sulla forza bruta! Il trionfo si compì perché Dio diede Santi alla sua Chiesa. Se Gregorio VII non fosse stato Santo, non avrebbe mai osato mettersi all’opera. Che cosa avrebbero fatto Anselmo, Pier Damiani, se fossero stati soltanto dei dotti e pii pontefici? Cluny fu il punto di appoggio della leva che in quel secolo fece muovere il papato, ma non dimentichiamo che l’abbazia fu edificata per merito di quattro Santi la cui lunga vita copre un periodo di un secolo e mezzo. Chi potrà mai spiegare l’azione di San Bernardo nel XII secolo; se non si tiene conto della luminosa santità che brillò in lui? Chi dunque resse la decadente società del XIII secolo se non il serafico Francesco e l’apostolico figlio di Guzman che con le loro opere e virtù sovrumane risvegliarono tanto vigorosamente l’idea del soprannaturale in declino? E in campo dottrinario, che cosa se non la santità consentì a Tommaso d’Aquino e a Bonaventura di emergere ben al di sopra di tutti gli altri dottori della scolastica? Nel XIV secolo la cristianità sembra accasciarsi, esausta a causa delle lacerazioni del grande scisma e ancor di più a causa del dilagare del naturalismo e del sensualismo che il prestigio della santità del XIII secolo aveva potuto neutralizzare ma non distruggere. Sembra che Dio in questo secolo si sia mostrato più avaro di Santi. A parte l’illustre Santa Caterina da Siena, in quest’epoca non ne scorgiamo uno solo la cui azione abbia avuto vasta eco. Lo storico non mancherà di segnalare questo tratto caratteristico di una decadenza che è ancora agli albori, ma dovrà studiare a fondo la sublime figura di Caterina da Siena che riassume tutta la vitalità soprannaturale del suo tempo.


Il XV secolo, più infelice ancora del precedente, perché per la prima volta i più celebri dottori elaborarono le dottrine anarchiche mentre si sviluppava l’eresia di Wycliffe e di Giovanni Huss che si ribellavano alla cristianità, il XV secolo, dico, fu povero di Santi. Il loro numero non è nemmeno la metà di quello del XIII. L’effetto straordinario che San Vincenzo Ferreri produsse su molti regni mostra tuttavia che lo spirito della santità viveva ancora nelle masse, ma bisogna aggiungere che questo Angelo del giudizio di Dio aveva terminato la sua carriera già nel 1419.


Segue il XVI secolo, tempo di prove terribili nella prima metà, epoca di trionfo nella seconda. Lo storico non mancherà di provare con i ratti che la santità vi appare in proporzione analoga. San Gaetano domina quasi da solo la prima metà; ma non appena scocca l’anno 1550, una fioritura meravigliosa sboccia sui rami dell’albero secolare del cristianesimo; e mentre il protestantesimo si arresta finalmente nelle sue conquiste, Dio si compiace di mostrare che la Chiesa romana non ha perduto nulla perché ha conservato il dono della santità. Sarebbe necessario riscrivere una storia cristiana del XVI secolo qualora in essa non si desse giusto rilievo al rinnovamento dei costumi cristiani iniziato da San Gaetano e continuato con tanto vigore e ampiezza da Sant’Ignazio di Loyola e dai Santi della Compagnia di Gesù; alla riforma della disciplina formulata nei saggi decreti del Concilio di Trento e resa effettiva da Papi come San Pio V e da vescovi come San Carlo Borromeo; alla rinascita dell’apostolato dei Gentili con San Francesco Saverio e a quello delle città cristiane con San Filippo Neri; alla purificazione dei Chiostri ad opera di Teresa, Giovanni della Croce, Pietro D’Alcantara. È necessario risalire al IV secolo per ritrovare una costellazione di Santi radiosa quanto quella che brillò nel cielo della Chiesa, quando la cosiddetta Riforma ebbe infine stabilito le proprie frontiere. Ma di tutti questi uomini gloriosi la Francia non ne fornisce neppure uno; lo storico dovrà spiegare tale peculiarità.


Sorge il XVII secolo, e benché chiamato ad un’aureola di santità meno luminosa di quella del secolo precedente, offre ancora molte belle manifestazioni del principio soprannaturale negli uomini di Dio. San Francesco di Sales ha il diritto di trattenere su di sé a lungo l’attenzione dello storico. In lui, con la sua fede inviolabile, la sua carità senza limiti, la sua lotta incessante, è, per così dire, incarnata la Chiesa cattolica. La santità di Francesco prorompe in scritti che rianimano e regolano la pietà presso tutte le nazioni cattoliche, ma soprattutto in Francia. Mostrando loro la Vita Devota Giacomo I diceva ai suoi vescovi anglicani: “Fateci dunque dei libri come quello”. Questo principe eretico percepì in quel momento lo spirito della santità, spirito che permetto di raccomandare allo storico cristiano.


Una storia non è completa se non è anche, in certa misura, storia letteraria. Io consiglio al nostro narratore di non trascurare gli scritti dei Santi. Soprattutto non li confonda con le aspirazioni e le fatiche del genio pio. Le pagine dei Santi hanno un sapore particolare che non si trasmette se non si è Santi, lo dimostra la lettura di Santa Teresa, per esempio, che commuove in modo ben diverso a quello delle più celebri lettere spirituali del XVII secolo.


La Francia deve molto a San Francesco di Sales ed è giusto considerarlo uno dei principali autori del movimento ascensionale dello spirito cristiano da cui la nostra patria fu favorita per mezzo secolo. Grazie a tale felice reazione, durante questo periodo, la Francia riacquista un posto d’onore fra le nazioni in cui fiorisce la santità. La cristianità riceve da noi allora Pietro Fourier, Francesco Régis, Giovanna Francesca di Chantal, Vincenzo de’ Paoli; purtroppo quest’ultimo eroe del cristianesimo chiude la serie dei Santi francesi nel XVII secolo. Si spense nel 1660, e da allora la Francia, gloriosa in tanti campi, rimase sterile di Santi. E proprio questo periodo il più celebrato oggi. Che lo storico non trascuri di ricercare le cause dell’indebolimento dello spirito cristiano da noi proprio nell’epoca in cui si scriveva con tanta eloquenza su argomenti religiosi. Forse riuscirà a spiegare come, fin dalla reggenza che iniziò nel 1715, la Francia fosse dominata con successo da uno spirito di incredulità il cui corso nulla potè arrestare. Evidentemente il senso del soprannaturale si era impoverito, il naturalismo si era fatto strada in modo sotterraneo. Ci furono tuttavia altri due servitori di Dio, che dopo avere brillato negli ultimi anni del XVII secolo, prolungarono la loro carriera molto in là nel XVIII secolo: Giovanni Battista de la Salle e Luigi di Monfort; ma bisogna aggiungere che essi furono misconosciuti, perseguitati, censurati, e che se Dio non avesse vegliato sul dono che ci faceva, la loro reputazione e le loro opere sarebbero naufragate nel disprezzo e nell’oblio. Che si leggano i libri scritti per ravvivare la pietà cristiana nella seconda metà del XVII secolo, che si dica se si parla spesso dell’esplosione meravigliosa di santità fuori dai confini della Francia in quest’epoca! Forse i nostri padri riuscivano a trovare negli autori famosi qualche allusione a Santa Maddalena de’ Pazzi, a Santa Rosa da Lima che avevano irradiato sul secolo il profumo delle loro virtù e il cui nome era così popolare ovunque altrove? Si può concepire che i prodigi, e perfino il nome di San Giuseppe di Cupertino, conosciuto in tutto l’universo cattolico, abbiano impiegato tanto tempo per varcare le Alpi; che un duca di Brunswick, testimone delle meraviglie divine evidenti in quel servitore di Dio, abbia abiurato per questo motivo il luteranesimo nelle sue mani, rinunciando così per sempre ai propri diritti dinastici, e che mai lo strumento meraviglioso di questa celebre conversione, personificazione della santità della Chiesa, che viveva a qualche centinaia di leghe da Parigi, sia stato contrapposto ai protestanti né prima né dopo la revoca dell’Editto di Nantes? Ma non avvenne. Nel V secolo, ai limiti dell’Oriente, dall’alto della sua colonna, San Simeone Stilita si raccomandava alle preghiere di Santa Genoveffa a Parigi; nel XVII secolo, un taumaturgo, che superò per le meraviglie da lui compiute la maggior parte dei Santi, ha potuto vivere e morire in un paese vicino senza che nessuno in Francia, all’infuori dei religiosi del suo Ordine, se ne sia curato! Possiamo stupirci dopo di ciò della blasfemia e delle risa imbecilli suscitate dalla pubblicazione della vita di San Giuseppe di Cupertino? Lo ripeto: se il nostro storico vuole approfondire, come è suo dovere, lo stato dei costumi cristiani, dovrà preoccuparsi di questi strani fenomeni.


Il XVIII secolo, con la diminuzione sempre crescente del numero dei Santi, gli rivelerà a sua volta un sintomo generale di indebolimento nella società cristiana. Mai il termometro della santità potè essere applicato con maggior precisione, il secolo naturalista, del resto, non meritava che Dio si desse la pena di esibire il soprannaturale. Cose prodigiose tuttavia accadevano in seno alla Chiesa là dove la vita non può spegnersi. Veronica Giuliani, decorata dalle stigmate della Passione del Cristo, riassumeva nella sua vita i miracoli di molti Santi; Leonardo di Porto Maurizio, Paolo della Croce, Alfonso di Liguori, con le loro eroiche virtù, meritavano ogni giorno di più l’onore che era loro riservato dì essere innalzati agli onori degli altari. La Francia non ebbe più figli che sembrassero destinati a tali onori da mostrare al mondo fino a che, dal seno della corte più corrotta che la nostra storia abbia conosciuto, due donne del sangue di San Luigi si presentarono successivamente per afferrare la palma della santità che, prima o poi, la Chiesa, si spera, confermerà loro. Una, vergine e discepola di Teresa, fu Luisa di Francia; l’altra, sposa e regina, fu Clotilde di Sardegna. Queste due principesse e un mendicante, Benedetto Giuseppe Labre, rappresentano le uniche espressioni di santità che la Francia sembra aver prodotto in tutto il corso del XVIII secolo, e quando esse apparvero, il paese stava per essere lasciato in balia dei nemici dell’ordine soprannaturale che ne avrebbero fatto un mucchio di rovine sanguinanti, se la mano misericordiosa che voleva castigarci e istruirci ma non annientarci, non avesse finalmente spezzato gli oppressori del suo popolo.


Questa enumerazione molto incompleta delle risorse che offre allo storico cristiano lo studio della santità in ogni secolo, mi ha trascinato troppo lontano. Riassumerò in due parole: se il narratore possiede il dono della fede, che includa nei suoi scritti i fatti soprannaturali che hanno influito in modo sensibile sui popoli, perché essi sono la continuazione dei tre grandi fatti miracolosi sui quali si sviluppa tutta la storia dell’umanità. Se vuole raccontare e dipingere i costumi dei popoli cristiani, che riassuma per ogni secolo la statistica della santità; che mostri che è con l’influenza della santità che la fede si sostiene e che la morale si conserva; in una parola, che dia ai Santi largo spazio nella storia se vuole che sotto la sua penna la storia sia come Dio la vede e la giudica.


(Continua)