IL SUICIDIO

di Lino Ciccone. I. ELEMENTI CONOSCITIVI PRELIMINARI. Un primo approccio globale al problema. Studi sistematici nelle scienze umane. Qualche dato statistico. Per una definizione di suicidio. LA MORALITA OGGETTIVA DEL SUICIDIO. Una prima valutazione generale. Dati biblici. La Tradizione. Il Magistero ecclesiale. La riflessione teologica. III. LE  RESPONSABILITÀ IN QUESTIONE. 1. Responsabilità del suicida. 2. Le responsabilità sociali & collettive. 3. Responsabilità personali. La «sindrome presuicidaria» & conseguenti indicazioni per la prevenzione del suicidio. INDICAZIONI
BIBLIOGRAFICHE. NOTE.


I. ELEMENTI CONOSCITIVI PRELIMINARI 
 
1. Un primo approccio globale al problema
Come fatto, il suicidio è sempre esistito. Nuova è nel nostro tempo la sua espansione sociale, come pure nuove certe forme e i significati che assume.
Come valutazione, si va dalla condanna più severa alla sua esaltazione, sia nel passato sia oggi. Nel mondo antico extrabiblico si trovano ambedue le valutazioni. Così tra le varie scuole filosofiche della Grecia, stoici e cinici ne sostenevano la legittimità, mentre pitagorici, platonici e peripatetici lo condannavano, sia pure con motivazioni diverse. E nella società greca la condanna del suicidio era logicamente coerente con la concezione dominante, che vedeva l’individuo come parte integrante della polis e, quindi, nel suicidio una inammissibile fuga dai compiti verso di essa.
Nel mondo romano era prevalente un atteggiamento favorevole alla legittimità del suicidio. Un atteggiamento che trovò la più elaborata giustificazione ed esaltazione in Seneca
[1].
Nel mondo cristiano occidentale, dopo una condanna praticamente unanime, ricompare una sua esaltazione a partire dal secolo XVIII, nel contesto dell’individualismo e soggettivismo illuministico, con la connessa concezione della libertà come rifiuto di ogni dipendenza da qualunque autorità e da princìpi o riferimenti religiosi. Il suicidio viene esaltato quasi come l’affermazione emblernatica di questa libertà individuale. Su posizioni del genere troviamo, per esempio: Hume, Rousseau, Montesquieu e, in seguito, Schopenhauer, Nietzsche e altri
[2]. In tempi a noi più vicini, in campo filosofico si dà una valutazione positiva del suicidio in qualche corrente esistenzialista, vedendovi «l’ultima libertà della vita» (Jaspers)[3]. E nel nostro tempo si sono aggiunti, un po’ ovunque, i sostenitori del Diritto a morire con dignità», cioè della liberalizzazione dell’eutanasia.
All’intemo della Chiesa, dottrina e riflessione teologica non hanno avuto mai esitazioni sulla inammissibilità morale dei suicidio. Le prime eccezioni sono costituite da qualche teologo che giunge a sostenere la liceità dell’eutanasia
[4]. Un’evoluzione significativa invece si è avuta nella valutazione della responsabilità e colpevolezza soggettiva di chi si suicida o tenta di suicidarsi, come vedremo tra poco.
 
2. Studi sistematici nelle scienze umane
La configurazione del suicidio come fenomeno e problema anche sociale si verifica nel secolo XIX, quando in vari Stati dell’Europa si costata una vera esplosione nella estensione dei fenomeno. Così in Francia, Inghilterra, Svezia, Prussia
[5]. E non sorprende che i primi studi sistematici sul suicidio siano venuti da sociologi. Rimane tuttora classico lo studio di uno dei fondatori della sociologia moderna, Emil Durkheim, Le suicide, pubblicato nel 1897[6]. Ben presto si aggiunse il contributo di altre giovani scienze umane, quelle psicologiche e psichiatriche.
Vennero così a delinearsi le due principali correnti interpretative della dinarnica del suicidio: quella di matrice sociologica, che vede in fattori socio-culturali esterni al soggetto, la sorgente di spinte suicidarie, e quella di matrice psicologica che le colloca invece nel suo mondo interiore, ma in profonda interazione affettiva con le persone all’intomo. Qualche cenno sulle tesi dei due indirizzi.
Secondo l’indirizzo sociologico, può venire in questione: un individualismo esasperato per cui il soggetto si sente abbandonato a se stesso; oppure, al contrario, un collettivismo che esalta la società fino a rendere irrilevante il singolo e la sua vita. Durkheim denominò «egoistico» il suicidio che si consuma nella prima situazione, «altruistico» nella seconda (esempio chiarificatore:gli aviatori suicidi, nazisti e giapponesi nell’ultima guerra mondiale). Chiamò poi «anomico» il suicidio indotto da una situazione sociale in cui il perseguimento spasmodico di rapidi progressi fa perdere ad alcuni la capacità di autoregolazione nelle proprie aspirazioni
[7]. Di scarso rilievo i progressi compiuti dalla sociologia del suicidio dopo Durkheim[8].
Nell’indirizzo psicologico, la molteplicità di scuole e di indirizzi si ripercuote anche nei confronti del suicidio. Si può solo cercare di individuare i contributi più seriamente fondati e più ricchi, sia di scuole sia di singoli studiosi. Tali sembrano essere, secondo studiosi competenti, l’interpretazione psicoanalitica e quella logoterapetitica, mentre di singoli studiosi appaiono meritevoli di particolare attenzione gli studi di Edwin Shneidman
[9]. Aggiungerei a questi, il contributo particolarmente prezioso dello psichiatra austriaco Erwin Ringel, specialmente con la sua accurata analisi della «sindrome presuicidaria», che consente non solo di comprendere il cammino che di solito percorre il candidato suicida, ma anche di scoprire in tempo la situazione e porre in atto un intervento irtirato, capace molte volte di condurre il soggetto ad abbandonare ogni proposito suicida. Data la evidente utilità dei contributo di Ringel, ne verranno esposti i Punti Principali nell’apposita Nota, al territine del capitolo[10].
Data l’impossibilità, in una trattazione breve come la presente, di riassumere in termini chiari le varie teorie, mi limito a riportare la conclusione a cui esse conducono. Ecco come la sintetizza, al termine di un volume intero sul suicidio in cui ha trovato ampio spazio l’esposizione degli apporti delle scienze umane, Adrian Holderegger: «II suicidio è nella maggior parte dei casi la conclusione di un’evoluzione psichica che con buone ragioni può essere considerata morbosa, così che il parlare di libera morte appare più che problematico [ … ]. Una cosa dovrebbe comunque essere chiara: l’inclinazione al suicidio è sottoposta a influssi più o meno incalzanti e cegenti, che le scienze umane hanno ampiamente spiegato»
[11].
Un ultimo dato mi sembra utile accennare. Capita spesso di sentir chiamare in causa, tra i fattori responsabili di casi di suicidio, il cosiddetto «effetto Werther», quando si verifica una serie a catena di suicidi, dopo che sui media ha trovato ampio spazio la cronaca di un suicidio. All’origine sta la pubblicazione, da parte di J. W. Goethe, del romanzo I dolori del giovane Werther (1774), a cui seguì una vera epidemia di suicidi
[12].
Concludendo questo punto, vorrei notare che le varie teorie o ipotesi sui fattori responsabili di spinte suicidarie, sono da considerare non altemative, ma complementari, quando sono seriamente fondate. E non sono da ritenere esaustive. Non mancano studiosi che, riconoscendo la decisione di uccidersi come il «prodotto» di un intreccio inestricabile di fattori eterogenei, concludono che in definitiva essa rimane un mistero, dato che il suicidio è fuori di ogni logica.
Più importante ancora, per la successiva riflessione morale, è sottolineare il contributo prezioso, dato dalle scienze umane, a una seria presa di coscienza della complessità dei fattori in causa nel suicidio e, conseguentemente, al superamento della pregiudiziale affermazione di colpevolezza nel suicida, che è invece non la norma, ma l’eccezione, e la cui effettiva esistenza deve essere dimostrata nei singoli casi. Hanno pure aperto la via per individuare in tempo situazioni a rischio di suicidio, con la possibilità di porre in atto una tempestiva e appropriata prevenzione. Infine hanno messo allo scoperto la corresponsabilità di altri in ogni suicidio, sia della società nel suo complesso, sia di alcuni in particolare.
 
3. Qualche dato statistico
a) In àmbito internazionale
Dati attendibili sul totale di suicidi nel mondo non esistono, visto che quelli forniti da fonti particolarmente autorevoli negli ultimi anni oscillano tra 400.000 e 779.000
[13]. Delresto è evidente l’impossibilità di averli, data l’assenza di rilevazioni in molti Paesi, anche tra i più popolosi, come Cina e India. Conviene limitare l’attenzione ad alcuni dati, tra quelli che risultano seriamente documentati.
In molti Paesi il suicidio rientra tra le prime dieci cause di morte nella popolazione; in alcuni è tra le prime tre cause fra persone comprese fra i 15 e i 34 anni. Il tasso di suicidio, cioè il numero di suicidi ogni 100.000 abitanti, vede ai primi posti Ungheria e Finlandia, la prima col 38, 6 (ma nei maschi è il 58 0, nelle donne 20, 7) e la seconda col 29, 8 (uomini 48, 9 e donne 11, 7); c’è poi un blocco di Paesi tra il 20 e il 22: Austria, Belgio, Francia, Svizzera, Danimarca. Agli ultimi posti: Messico, 2, 3; Colombia, 3, 3; Grecia, 3, 5; Venezuela, 4, 8. L’Italia, 7, 5 (uomini 11, 2 e donne 4, 1), ma vedremo meglio la situazione italiana tra poco. Gli Usa, 12, 2 (uomini 19, 9 e donne 4, 8).
Più dei 90% dei suicidi risultano affetti da qualche malattia psichiatrica, nella maggioranza dei casi si tratta di depressione e di alcolismo.
Da ricerche anteriori, condotte da vari studiosi, si ricavano altri dati utili
[14]:
– dei 20 Paesi con alti tassi di suicidio, 17 appartengono all’area dei Paesi più ricchi e benestanti;
– lo status socioeconomico delle persone non costituisce un fattore rilevante di rischio suicida;
– più una persona, o uno Stato, è religiosa e minore è il suo tasso di suicidio;
– i protestanti presentano un tasso di suicidio più alto degli ebrei, e questi, a loro volta, più alto dei cattolici;
– quelli che tentano il suicidio hanno la tendenza a compiere ripetuti tentativi a bassa letalità.
Altro dato che si può aggiungere è quello di un notevole aumento di suicidi tra adolescenti e giovani (tra i 15 e i 24 anni di età) in alcuni Paesi, per esempio la Francia, dove il suicidio è arrivato a costituire la seconda causa di morte, dopo gli incidenti stradali, mentre è addirittura la prima causa di riortalità tra i 25-35 anni
[15].
Un ultimo dato. Alle forme consuete di suicidio, almeno tre sarebbero da aggiungere, sorte nel nostro tempo, cioè:
1) i suicidi causati dal prolungato abuso di bevande alcoliche e di droghe, detti da alcuni «suicidi al rallentatore»; oppure dalla scelta di comportamenti noti come a rischio di infezione da HIV;
2) quelli collettivi, o «rituali», ogni tanto ordinati in alcune sètte, religiose o meno che siano;
3) quelli di eutanasia su richiesta del paziente, anche se poi abbinati a omicidio, dato che vengono eseguiti da altri su di lui.
 
b) Dati riguardanti l’Italia
Il numero di suicidi, rimasto a lungo attomo ai 3000 ogni anno, è andato aumentando notevolmente a partire dal 1977, anno in cui furono 3524, e hanno superato i 4000 nel 1982, con una sostanziale stabilizzazione attorno ai 4000 negli anni successivi, con un massimo di 4543 nel 1992, per ridiscendere al di sotto dei 4000 a partire dal 1994; nel ’95 sono stati 3564. Il tasso di suicidio ogni 100.000 abitanti, nel 1996, è stato di 6, 3
[16].
Senza attardarci in cifire e percentuali, colpisce la vistosa differenza tra le Regioni dei centro-nord, più ricche e quasi tutte più secolarízzate, e quelle del Mezzogiorno, più povere e più religiose, differenza a vantaggio del sud d’Italia.
Altro dato interessante è che il suicidio registra un crescendo quantitativo col crescere dell’età delle persone. Così, nel 1995, su un totale di 3911 suicidi, la quota maggiore è costituita da anziani di età superiore ai 65 anni, con 1394 suicidi. Uetà più a rischio è dunque quella anziana, non però per il numero di anni, ma per la condizione dell’anziano nelle società sviluppate, dove si vale nella misura in cui si è attivamente presenti nel circolo produttivo. L’anziano, pensionato, ne è fuori, perciò è un emarginato, spesso anche abbandonato persino dai propri figli. Chi ha assorbito le concezioni della cultura dominante finisce spesso per sentirsi inutile a sé e di peso agli altri. Un terreno, questo, propizio per l’instaurarsi di stati depressivi e, quindi, per l’affacciarsi dell’idea di togliersi di mezzo.
Che sia l’emarginazione, ben più di sfavorevoli condizioni economiche, a costituire fattore importante di suicidio, lo conferma un altro dato, sempre del 1995: sui 3911 suicidi, la disoccupazione in età lavorativa ha inciso con 190 casi di persone in cerca di prima occupazione, più 222 in cerca di nuova occupazione, mentre gli occupati sono a quota 1170.
Per finire: i dati forniti sono inferiori alla realtà. Sono infatti quelli che risultano in base a «schede individuali compilate dalla Polizia di Stato e dai Carabinieri in base alle notizie contenute nel rapporto o verbale di denuncia che viene trasmesso all’Autorità giudiziaria»
[17]. Sfuggono perciò a ogni conteggio tutti gli altri casi. Quando il suicidio non è avvenuto pubblicamente, i parenti, per un comprensibile senso di riserbo, e anche per rispetto del buon nome del defunto, cercano di tenerlo nascosto. E il medico, chiamato a stendere la diagnosi di morte, aderisce facilmente alla richiesta, attribuendo la morte ad altre cause.
 
4. Per una definizione di suicidio
Può sembrare strano, nia una definizione valida e condivisa di suicidio non esiste, come fanno rilevare diversi studiosi
[18]. Senza pretesa alcuna di essere io a risolvere il difficile e spinoso problema, indico semplicemente quale realtà è quella di cui si occupa il presente capitolo quando parla di suicidio: la soppressione della propria vita, intenzionalmente provocata dal soggetto stesso, mediante un’azione o una omissioneposta in essere da lui stesso oppure da lui richiesta ad altri.
Le ultime parole, pur potendo far riferimento a casi e situazioni diversi, sono dettate soprattutto dalla novità costituita dalla recente comparsa sulla scena dei cosiddetto «suicidio assistito», di cui parleremo a proposito dell’eutanasia. Si noterà che la definizione proposta rende superflua la distinzione tra suicidio «diretto» e «indiretto». Nella definizione è chiaro che qui noi parliamo sempre e solo di quello che altri qualificano come suicidio diretto, intendendo per indiretto quello che deriva, come effetto collaterale involontario, da un’azione in sé stessa e intenzionalmente indirizzata al conseguimento di un altro obiettivo. Ma si guadagna in chiarezza se a questo, che è uno dei tanti casi di azione a doppio effetto, si evita di dare il nome di suicidio, dato che tale non è, visto che la propria morte è tutt’altro che desiderata e cercata, ma solo subìta.
 
II. LA MORALITA OGGETTIVA DEL SUICIDIO
 
1. Una prima valutazione generale
Sulla base della definizione ora proposta di suicidio, risulta immediatamente evidente la inconciliabilità di questo comportamento con la inviolabilità di ogni vita umana, compresa, dunque, anche la propria. Il suicida proclama coi fatti di considerarsi padrone della sua vita. Può quindi fondatamente considerarsi dimostrata la oggettiva illiceità del suicidio. Si tratta però di un procedimento logico, che vale per tutti i comportarnenti in cui si dispone di una vita umana. Ci chiediamo perciò se non ci sia qualche cosa di più specificamente riguardante il suicidio o almeno più direttamente a esso riferibile, nella Scrittura, nella Tradizione, nel Magistero, e così pure nella riflessione teologica su di esso.
 
2. Dati biblici
Nella Sacra Scrittura nulla è detto esplicitamente circa il suicidio. Ma già Sant’Agostino, con la consueta sua lucidità, lo vedeva incluso nel quinto comandamento: «Non è lecito uccidersi, giacché nel precetto Non uccidere, senza alcuna aggiunta, nessuno, neanche l’individuo cui si dà il comandamento, si deve intendere escluso [ … ]. Non uccidere, quindi, né un altro né te. Chi uccide sé stesso infatti uccide un uomo»
[19].
Più ancora però è la concezione biblica dell’uomo e della vita umana che implica un rifiuto e una condanna netta del suicidio. «Per il cristiano, morire non è forse acconsentire alla chiamata del Signore e lasciar ritomare a Lui quella vita che Dio accoglie al fine di rinnovarla nella pienezza della risurrezione? Cristo è rimasto sottomesso al Padre che gli fissava l’ora in cui avrebbe dovuto lasciar questo mondo per ritornare verso di Lui, il suo Dio e nostro Dio (cft Gv 13, 1 e 3). Il discepolo, a sua volta, rispetta l’ora del Padre, perché sa che il servo sofferente, il cristiano, si dimostra fedele nell’assumere gli stessi sentimenti che furono in Cristo (cfr Fil 2, 5)»
[20].
E inconciliabile col suicidio è anche un insegnamento più generale sulla vita cristiana, così formulato da Paolo: «Nessuno di noi vive per sé stesso e nessuno muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo. siamo dunque del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14, 7-9). Non occorre una laboriosa esegesi per cogliere il radicale contrasto tra la realtà di una vita che è tutta «del Signore» e «per il Signore», e il gesto suicida con cu uno la fa da padrone sulla vita propria.
 
3. La Tradizione
Rimasto implicito nel messaggio biblico, il suicidio trovò ben presto post( nella riflessione cristiana, sollecitata anche dalla esaltazione che ne faceva no sia alcuni filosofi, specialmente gli stoici, sia correnti ereticali come i do natisti e i circoncellioni. Ne trattarono così Lattanzio, Ambrogio, Agostino Girolamo, e molti altri
[21]. La riprovazione morale del suicidio è netta e seria mente argomentata.
Conferma significativa della severità con cui era condannato il suicidio s ebbe poi ben presto nelle sanzioni canoniche decretate da vari Concilî, il merito alla sepoltura e a preghiere di suffragio per i suicidi. Per esempio: il Concilio II di Orléans (533) proibiva di ricevere offerte per suffragi in favore dei suicidi (can. 15); il Concilio II di Braga (563) vietava la sepoltura ecclesiastica di suicidi
[22]. Tale severità era conseguenza logica della diffusa convinzione che il suicida era considerato responsabile del suo gesto, e pertanto era ritenuto un «pubblico peccatore» morto impenitente. Non si faceva quindi che applicare ai suicidi una norma che valeva per tutti quelli così considerati. Il divieto di sepoltura ecclesiastica, sia pure con alcune precisazioni e senza escludere eccezioni, si è conservato fin quasi ai nostri giorni, preser te come era nel Codice di Diritto canonico in vigore fino al 26 novembre 1983 (can. 1240, § 1, 3). Su questo tomeremo tra poco.
 
4. Il Magistero ecclesiale
Le accennate pene, conseguenti a suicidio, presuppongono ovviamente ur valutazione morale di condanna del suicidio, come di un peccato particola mente grave, parte integrante della dottrina morale della Chiesa fin dai prin secoli.
Nel Magistero recente, quando si porta anche sulle ragioni che giustificano la condanna del suicidio, vedremo che costantemente viene messo in primo piano qualche aspetto che mette in causa il rapporto personale con Dio gravemente sovvertito con tale scelta. Un intervento di qualche ampiezza si trova in un discorso di Pio XII. Oltre a confermare la gravità morale del suicidio, il Pontefice lo collocò in una prospettiva inconsueta, sottolineando in esso anche «il contrassegno dell’assenza dellafede o della speranza cristiana»
[23]. In questione, dunque, non solo il rispetto dovuto alla vita, ma anche una delle virtù teologali.
La condanna più autorevole e solenne del suicidio è quella del già citato numero 27 della Gaudium et spes: insieme ad altri delitti contro la vita, il «suicidio volontario» è posto tra le «cose vergognose» che «deturpano la civiltà umana [ .. ] e costituiscono i più gravi insulti allo stesso Creatore».
Più recente e articolata è la condanna del suicidio nella Dichiarazione sull’eutanasia, della Congregazione per la Dottrina della fede (5 maggio 1980). Le argomentazioni addotte sono sostanzialmente quelle di san Tommaso, che vedremo tra poco, ma al primo posto viene in evidenza «il rifiuto della sovranità di Dio e del suo disegno di amore»
[24].
La EV, oltre a ripetere e confermare quelle argomentazioni, ne sviluppa brevemente la prima: «Nel suo nucleo più profondo, esso [il suicidio] costituisce un rifiuto della sovranità assoluta di Dio sulla vita e sulla morte, così proclamata nellapreghiera dell’antico saggio di Israele: “Tu hai potere sulla vita e sulla morte; conduci giù alle porte degli inferi e fai risalire” (Sap 16, 13; cfr Tb 13, 2)» (n. 66). Ancora una volta viene dunque messo in luce, nel suicidio, un aspetto che investe direttamente il rapporto di ogni uomo con Dio
Si può infine collocare qui, come espressione del Magistero, sia pure con le dovute precisazioni, anche il nuovo Codice di Diritto canonico, tenendo presente l’affennazione dei Papa nel promulgarlo, che, cioè «in un certo senso, questo nuovo Codice potrebbe intendersi come un grande sforzo di tradurre in linguaggio canonistico [ … ] la ecclesiologia conciliare»
[25]. In tema di suicidio è evidente una vera e propria svolta nella normativa, che suppone una svolta anche nella valutazione morale del suicidio, certo in termini da precisare. La prima cosa da rilevare è la scomparsa del divieto della sepoltura ecclesiastica. I suicidi, infatti, non compaiono più nell’elenco di quelli per i quali esso è previsto (can. 1184, § 1), come invece lo erano nel Codice precedente (can. 1240, § 1, 3). Ciò presuppone che la condizione di «pubblici peccatori» non è più data per scontata, ma deve risultare, nel singolo caso, e senza ombra di dubbio; solo allora, e se è impossibile evitare lo scandalo dei fedeli, i suicidi possono rientrare in quella categoria e perciò (senza che siano esplicitamente nominati) essere privati della sepoltura ecclesiastica (can. 1184, § 1, 3, più il § 2). C’è da aggiungere che anche in questo ultimo caso, in base a una Circolare già esistente fin dal 1973, si può rimuovere l’ostacolo costituito dallo scandalo mediante una adatta catechesi, in cui venga illustrato «il significato delle esequie cristiane, che moltissimi vedono come un ricorso alla misericordia di Dio e come una testimonianza dellafede della comunità nella risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà»[26]. Il Magistero mostra così di aver recepito l’apporto degli studi delle scienze umane sul suicidio, circa l’assenza di vera responsabilità personale, come un dato che vale per la stragrande maggioranza dei casi. E il contrario che deve essere dimostrato.
 
5. La riflessione teologica
Nell’esporre la dottrina proposta dal Magistero abbiamo fatto notare che le argomentazioni a sostegno della illiceità del suicidio sono, sostanzialmente, quelle elaborate da Tommaso d’Aquino, ma con una significativa inversione nell’ordine: al primo posto viene il suo essere contro Dio stesso, mentre questo è all’ultimo posto nell’Aquinate.
San Tommaso tratta del suicidio nella II-II, q. 64, art. 5. La sua tesi è quella di una radicale illiccità: omnino illicitum. E adduce tre ragioni, che si muovono in tre direzioni diverse: il soggetto stesso, la società, Dio. Si possono vedere felicemente sintetizzate, e in qualche punto anche completate, nella già ricordata Dichiarazione sull’eutanasia, della Congregazione per la Dottrina della fede, nei termini seguenti: il suicidio «costituisce, [ … ] da parte dell’uomo, il rifiuto della sovranità di Dio e del suo disegno d’amore. Il suicidio, inoltre, è spesso anche rifiuto dell’amore verso sé stessi, negazione della naturale aspirazione alla vita, rinuncia difronte ai doveri di giustizia e di carità verso ilprossimo, verso le varie comunità e verso la società intera» (1, 3).
Tenuto conto di quanto è ovvio, e di quanto già detto in antecedenza circa la vita umana, sembra utile aggiungere qualche breve annotazione. Nei confronti di Dio, al tradizionale rifiuto della sua signoria sulla vita, si aggiunge opportunamente il rifiuto anche «del suo disegno d’amore». Si valorizza così un altro elemento importante della concezione cristiana della vita, quella cioè di essere dono e compito, portatrice di un disegno preciso di Dio, che il suicida, col suo gesto, rifiuta.
Un’altra annotazione può essere utile, in rapporto a quanto fa riferimento alla società, dati gli sviluppi enormi che ha conosciuto il rapporto intercorrente tra individuo e società nei tempi moderni, specialmente con l’avventc del Welfare State. Il singolo non può vivere da solo, ha bisogno della società ma questa ha bisogno, anzi, ha diritto al contributo di tutti i suoi membri pei poter soddisfare le esigenze di ognuno. Un contributo tanto più necessario e consistente, quanto maggiore si è fatto il carico di servizi che la società deve assicurare ai singoli. Chi si uccide pone arbitrariamente fine al suo impegn( verso gli altri e rifiuta il contributo che gli altri legittimamente attendevan da lui, E molto opportunamente fa notare uno studioso che ai problemi della vita ha dedicato tanta parte delle sue fatiche, Giacomo Perico: «Non ha valore e significato la scusa della propria inutilità per vecchiaia, per malattia, per incapacità ad operare. La vera ricchezza di un gruppo umano non sta propriamente nella somma dei valori utilitaristici e produttivi, ma principalmente in quelli squisitamente umani: valori di dedizione, di bontà, di sacrificio personale, già di per sé stessi altissimi, che di riflesso riescono a conservare nella società le energie più sane e impegnate, con cui solo è possibile ottenere l’osservanza delle leggi e quello spirito di reciproco rispetto e tolleranza, sui quali è fondato ogni rapporto di collaborazione e di fiducia»
[27].
Concludendo questo paragrafo, è utile sottolineare i limiti di una esposizione necessariamente breve. Tale brevità ha reso impossibile sia una esposizione più ampia delle argomentazioni tradizionali qui adottate, sia una conoscenza e una seria valutazione delle critiche a cui sono state sottoposte, come pure di argomentazioni alternative che sono state avanzate. Di questo è bene essere consapevoli
[28].
 
III. LE RESPONSABILITÀ IN QUESTIONE
 
Sono in causa: il soggetto che compie il gesto suicida, la società, le persone che avevano rapporti significativi coi suicida. Il termine «responsabilità» qui non è univoco. Quando si tratta del suicida, esso sta a indicare il passaggio dalla valutazione della moralità oggettiva dei suicidio alla colpevolezza o incolpevolezza della persona che lo commette; in una parola: si passa dall’atto in sé alla persona che lo compie. Per la società e per le persone, invece, il termine «responsabilità» indica la parte di colpa che esse hanno, o possono avere, quando si verifica un fatto del genere.
 
1. Responsabilità del suicida
L’utilità di questo paragrafo è duplice: nei confronti di chi ha tentato di suicidarsi senza riuscirci, e ora è tormentato da forti sensi di colpa per il gesto compiuto, poter dare un aiuto competente a fare chiarezza nella sua coscienza; per chi si è suicidato, un aiuto a dare base seria alla decisione circa la concessione o la negazione della sepoltura ecclesiastica. Un aiuto però che non potrà andare al di là di semplici orientamenti, dato che ogni giudizio sul grado di responsabilità di una persona è sempre indebito.
Un primo criterio generale si deduce facilmente dalla conclusione, già sopra sottolineata, a cui sono giunte le scienze umane, valida per la grande maggioranza dei casi, criterio che può essere così formulato: la presunzione di irresponsabilità, o almeno di lieve responsabilità, costituisce l’ipotesi più fondata in partenza, ed è il contrario a dover essere dimostrato. Esattamente l’opposto, dunque, del criterio ordinario per cui il soggetto è da presumere responsabile dei propri atti, salvo prove in contrario.
Inoltre, il criterio generale che esige di valutare ogni atto di una persona nel contesto della sua vita e del suo stile di vita, va qui seguito con particolare serietà, trattandosi di un gesto di estrema gravità. Ne segue, per esempio, che davanti al suicidio di chi è sempre vissuto cori una concezione della vita in cui non c’è posto alcuno né per Dio né per valori comunque trascendenti il livello materiale e sensibile, e in una situazione di sofferenza in cui egli è incapace di dare un senso alla continuazione della vita, ci sono elementi sufficienti per orientare verso l’affermazione della responsabilità del soggetto; al contrario, davanti a un suicidio che è in contrasto con tutta una concezione di vita costantemente professata e vissuta, non si può che orientarsi verso l’ipotesi, fondata, di fattori ignoti che hanno reso irresponsabile il soggetto nel prendere una decisione così gravemente e radicalmente in contrasto con le sue convinzioni e la sua vita.
 
2. Le responsabilità sociali & collettive
Tra le caratteristiche delle società sviluppate che le scienze sociologiche hanno messo in evidenza, e che sono anche largamente conosciute, alcune risultano particolarmente capaci di costituire se non veri e propri fattori incentivanti, almeno terreno propizio al sorgere di dinamiche suicidarie. Tale è, per esempio, la crisi dei «gruppi primarî», specialmente della famiglia. L’avere alle spalle una famiglia dissestata, o addirittura disgregata, è uno dei fattori che stanno all’origine di molti suicidi. E la nostra società porta pesanti responsabilità in proposito. Ci sia o no un vero e proprio piano o progetto alla base, sta di fatto che la società sembra impegnata a realizzare la totale disgregazione dell’istituto familiare, dopo averlo profondamente sconvolto attraverso uno sviluppo economico mal concepito e peggio attuato. L’organizzazione del lavoro, il potenziamento della diffusione di idee e costumi libertariamente irresponsabili sulla sessualità e il matrimonio, la legalizzazione di comportamenti che minano alla radice la famiglia, come il divorzio e l’aborto prima, ora anche la distruzione di ogni concetto condiviso di famiglia, la equiparazione al matrimonio di unioni omosessuali, per non parlare della mole di svantaggi a cui si condannano le famiglie con più di due figli, e altri dati sconcertanti, sono solo alcuni aspetti del denunciato folle impegno della società per disgregare la famiglia e così estendere ulteriormente il terreno favorevole al sorgere di personalità con predisposizioni al suicidio.
Altra caratteristica della società contemporanea è la disumanizzazione diffusa dei rapporti interpersonali, col netto predominio di relazioni meramente utilitaristiche e anonime e il conseguente isolamento dell’individuo, condannato ad affrontare da solo i problemi personali più profondi e sofferti. Non a caso è potuta sorgere e affermarsi una letteratura della incomunicabilità e dell’angoscia. L’immagine di un naufrago in balia delle onde in un mare in burrasca non è retorica. E l’uomo abbandonato a sé stesso, lasciato solo davanti a problemi, difficoltà, sofferenze, è facilmente esposto alla sensazione di essere schiacciato da un peso opprimente, senza altra via d’uscita che quella di sottrarsi alla vita stessa.
Molte altre cose ci sarebbero da dire in materia, ma le poche ora accennate possono bastare per capire in che senso si parla di responsabilità sociali e collettive nei confronti del suicidio. Più ampie informazioni si possono trovare nei vari volumi segnalati in nota.
 
3. Responsabilità personali
Si tratta qui delle persone legate da relazioni significative col suicida, come i familiari e altri parenti, amici, compagni di scuola o di lavoro, educatori e insegnanti, e così via.
In questa variegata cerchia di persone, viene da accennare anzitutto ai genitori, quando, per esempio, ai loro figli si preoccupano di risparmiare ogni privazione, ogni fatica, sia pure con le migliori intenzioni di questo mondo. Cresciuto nella bambagia, secondo una indovinata immagine popolare, il giovane si trova impreparato e incapace ad affrontare con coraggio le frustrazioni e gli insuccessi, che prima o poi la vita riserba a tutti. Può bastare allora anche solo una bocciatura a scuola, o anche solo un rimprovero, una delusione amorosa, a spingere al suicidio. Questa situazione diseducativa si è fatta oggi più frequente col diffondersi del modello di famiglia con figlio unico. Sono troppi i genitori che non avvertono le particolari esigenze che si impongono in una tale situazione per neutralizzare i rischi che essa comporta e riuscire a dare ugualmente al figlio una educazione valida.
Oltre ai genitori, in una comunità cristiana, è da chiamare in causa chi svolge la missione di pastore e guida. Una attenta rilevazione delle responsabilità che essa comporta si trova nel già citato discorso di Pio XII ai parroci e quaresimalisti di Roma. Egli pose, tra l’altro, una serie di interrogativi, che sono di fatto una chiara indicazione di compiti da assolvere: «Abbiamo noi, pastori di anime, fatto abbastanza per radicare nei cuori la fede e la speranza cristiana? Per ispirare il coraggio nelle avversità, la pazienza nelle malattie, lafiducia nella Provvidenza, laforza spirituale contro tanta viltà? Per scuotere salutarmente i tentati da così insana suggestione?». E il Pontefice concluse affermando: «La lotta contro il suicidio rientra pienamente tra i doveri del ministero sacerdotale»
[29].
Ma in una qualche responsabilità sono coinvolti anche altri che non hanno doveri specifici di cura nei confronti del suicida. «Quando uno si uccide, c’è sempre qualche altro che lo aiuta ad uccidersi, almeno per una presenza che gli doveva e che gli ha negato. Sarà dunque bene che ci guardiamo più attentamente d’intomo per scoprire quella persona che ci vive ogni giorno accanto da molti anni e che tuttavia ci aspetta da tutti quegli anni per avere da noi una presenza che l’aiuti a vivere»
[30]. La conferma che non poche volte può bastare «tendere la mano» per salvare chi è sull’orlo del suicidio, viene, tra l’altro, dall’esperienza di iniziative modeste, come, per esempio, «telefono amico»: è bastato far sentire al candidato suicida la vicinanza di una voce e di un cuore sinceramente comprensivo e accogliente per farlo desistere dal suo proposito.
 
NOTA. La «sindrome presuicidaria» & conseguenti indicazioni per la prevenzione del suicidio
Come già preannunciato, viene qui riassunto, nei suoi punti essenziali, un ampio resoconto degli studi dello psichiatra austriaco Erwin Ringel, particolarmente utile per comprendere meglio e aiutare in tempo chi è tentato di suicidarsi
[31].
Ringel basa le sue affennazioni sull’esame di 745 casi di tentato suicidio nel volume Il suicidio. Esito di uno sviluppo psichico patologico, pubblicato a Vienna nel 1953. Egli stesso ha avuto cura di distinguere i casi di persone malate di mente, che ovviamente presentano una problematica tutta loro, dai casi di persone sostanzialmente normali, i soli che qui interessano.
Quella che egli ha denominato «sindrome presuicidaria» è una situazione caratterizzata da tre elementi: Einengung [termine intraducibile e che verrà spiegato subito], aggressività rivolta verso il soggetto stesso, fantasie suicide (p. 113).
Einengung. Nel linguaggio corrente significa «chiusura»; qui indica una situazione interiore dei soggetto, che si percepisce come cacciato in un vicolo cieco con un’unica via d’uscita, il suicidio (pp. 111 s.).
Il secondo elemento non ha bisogno di spiegazioni.
Il terzo è un processo di «progressiva familiarizzazione con l’idea della morte», prima con quella della morte in generale, poi con quella della propria morte, fino a fare i preparativi per attuarla (pp. 112 s.).
Si passa al di là della sindrome quando il soggetto arriva a prendere la decisione di togliersi la vita. «La decisione è sofferta, vi è ambivalenza. tra una componente depressiva, autoaggressiva, quasi masochistica che fa un bilancio impietoso della situazione e la restante autostima che fa esitare ad accettare il fallimento totale; [ … ] gli elementi su cui si basa tale decisione non sono fissi, ma dinantici, variabili, il bilancio non è definitivo, ma deve essere considerato come provvisorio». Comunque «tale decisione non può essere considerata come un atto libero, essa è spesso un atto travagliato di disperazione di chi si sente sopraffatto dagli eventi e dalla situazione; è un atto di capitolazione di chi si crede irrimediabilmente sconfitto e quindi non crede più che abbia senso proseguire la lotta» (pp. 115 s.).
Quale aiuto si può offrire. In sostanza e principalmente si tratta di «cercare di modificare positivamente gli elementi soggettivi e oggettivi della Einengung» (p. Il 8). Non è impresa sempre difficile, anzi a volte è addirittura facile: «In alcuni casi già la semplice disponibilità a fornire aiuto può avere un effetto terapeutico. [ … ] L’attenzione che gli si presta rompe l’isolamento, non si sente più dei tutto solo, perché c’è qualcuno che gli dimostra interesse; se aveva deciso di togliersi la vita perché convinto che la sua esistenza fosse priva di valore e di senso, il fatto che qualcuno sia disposto a dedicargli del tempo, si interessi ai suoi problemi e sia intenzionato ad aiutarlo può risollevare la sua autostima quanto basta a stimolarlo a cercare di risolvere i propri problemi, a infondergli coraggio e speranza» (p. 118).
Naturalmente nulla può garantire l’efficacia della prevenzione, anche quando è condotta nel migliore dei modi. Ma è significativa e confortante la costatazione delle percentuali altissime di persone che, salvate dopo un tentato suicidio e adeguatamente aiutate, non ripetono più il tentativo. Da notare pure che le percentuali più alte si sono registrate nelle persone che hanno una fede religiosa a cui aderiscono (cfr pp. 120-123). Queste rilevazioni non sono solo di Ringel, ma anche di altri studiosi.
Infine due altri dati utili. Il primo: «Tra i fattori che aumentano il rischio di suicidio si cercherebbero invano le malattie incurabili». «In particolare i casi di persone che si tolgono la vita dopo aver appreso di essere ammalate di cancro sembrano essere molto più rari di quanto non si pensi» (p. 123). Il secondo dato: «Vi è correlazione tra diagnosi di tossicodipendenza e persistenza di tendenze suicide accentuale e di un elevato rischio di un nuovo tentativo di suicidio». La diffusione della droga va perciò messa tra i fattori che spiegano l’aumento di suicidi giovanili (p. 124).
In conclusione: «Anche se è chiaro che una prevenzione assoluta dei suicidi non è possibile, nella quasi totalità dei casi l’assistenza prestata ha dato ottimi risultati: gratificante è soprattutto il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi le persone salvate erano riconoscenti per l’aiuto ricevuto» (p. 125).
 
INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE
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 NOTE
* Testo tratto da: Lino Ciccone, La vita umna, Milano: Ares, 200, pp. 85-99.
[1] Per più ampie informazioni si può vedere: D. De Maio, Il darsi la morte nel corso dei secoli. Excursus storico, in «Famiglia Oggi» 21 (1998) 2, 43-60.
[2] Cfr L. Tomasi, Suicidio e società. Rfenomeno della morte volontaria nei sistemi sociali contemporanei, Angeli, Milano 1989, pp. 42 s.
[3] Cfr G. Masi, Suicidio, in AA.VV., Enciclopedia filosofica, vol. 6, Sansoni, Firenze 1967, pp. 262-264.
[4] Per esempio: H. Küng – W. Jens, Della dignità del morire. Una difesa della libera scelta, Rizzoli, Milano 1996.
[5] Cfr E. Fromm, Psicanalisi della società contemporanea, Edizioni di Comunità, Milano 1977, p. 149.
[6] E. Durkheim, Le suicide, Alcan, Paris 1897. Una traduzione italiana è di M. J. Tosi, Il suicidio, Utet, Torino 1969; ristampia nel 1977, in un volume comprendente, anhe un’altra opera dello stesso Durkheim.
[7] Per più ampie e più chiare conoscenze si può vedere, per esempio: A. Holderegger, Il suicidio. Risultanze delle scienze e problematica etica, Cittadella, Assisi 1979, pp. 102-115; L. Tomasi, op. cit., pp. 159-229.
[8] Per brevi, ma precise informazioni sull’argomento, si veda: E. Fizzotti – A. Gismondi, Il suicidio. Vuoto esistenziale e ricerca di senso, Sei, Torino 1991, pp. 64-68.
[9] Cfr E. Fizzotti – A. Gismondi, op. cit., pp. 70-83; 148-169.
[10] Lo scritto fondamentale di Ringel è il volume Selbstmord. Abschluss einer krankhaften psychischen Entivicklung, Maudrich, Wien 1953. Non esiste, purtroppo, a mia conoscenza, una traduzione italiana. Sì può trovare una buona esposizione del pensiero di Ringel in E. Pavesi, Tentativi di suicidio e la loro prevenzione. La sindrome presuicidaria e la sua evoluzione, in «Renovatio» 25 (1990) 110-125.
[11] A. Holderegger, op. cit., pp. 433 s.
[12] Per una documentata informazione circa il dibattito sull’argomento, si veda, nel citato articolo di Pavesi, pp. 114 s.
[13] La cifra di 779.000 è fornita dall’Oms nel suo Rapport sur la Santé dans le monde 1995; quella di 400.000 è della stessa Oms in Who, Guidelines for the primary prevention of mental, neurological and psychosocial disorders, n. 4, Suicide, Ginevra 1993. Da questa ultima fonte, molto più accurata, desurno i dati che ora riferirò. Dati aggiornati fino al 1995, circa il tasso di suicidio ogni 100.000 abitanti in vari Paesi, offre G. Brunetta, Suicidi in Italia. Una rivisitazione umana, in «Famiglia Oggi» 21 (1998) 2, p. 15, tabella I. Non risultano novità di rilievo rispetto ai dati che riferirò qui di seguito.
[14] Fonte: M. Garzia, Suicidio, in AA.VV., Nuovo dizionario di sociologia, Paoline, Milano 1987, pp. 2135-2149.
[15] Cfr P. Romani, Uscire e ritornare alla vita, in «Farniglia Oggi», cit., pp. 61 s.
[16] Dati desunti dalla pubblicazione annuale dell’Istat, Compendio statistico italiano, e dal citato articolo di G. Brunetta in «Famiglia Oggi».
[17] Annotazione costantemente apposta in calce alle tabelle sui suicidi nel citato volume dell’Istat.
[18] Per esempio: M. Vari Vyve, La notion de suicide, in «Revue phìlosophique de Louvain» 52 (1954) 593-618; A. Holderegger, Il suicidio. Risultanze…, cit., pp. 26 s. Significativamente poi, questo autore darà non una definizione, ma solo un «tentativo di definizione», che analizzerà parola per parola (pp. 27-43).
[19] Sant’Agostino, De civitate Dei, l. I, cap. 20, in PL, 61, col. 35; trad. it. nell’edizione latíno-italiana di Città Nuova, Opere di S. Agostino, vol. V/I, Roma 1978, pp. 60-63.
[20] Conferenza episcopale francese – Consiglio permanente, L’eutanasia (16 giugno 1976); trad. it. in An Co 14 (1976) 525-534.
[21] Indicazioni abbondanti e precise nell’Indice CLXIX De homicidio, in PL, 220, coll. 858-886.
[22] Cfr A. Michel, Suicide, in DTC, XIV/2, col. 2743.
[23] Pio XII, Discorso ai parroci e quaresimalisti di Roma (18 febbraio 1958), in Discorsi e radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XIX, Editrice Poliglotta Vaticana, Città dei Vaticano 1959, p. 774.
[24] Congregazione per la Dottrina della fede, Dichiarazione Iura et bona sulla eutanasia (5 maggio 1980), I. «Valore della vita umana», n. 3, in Ench Vat 7, 353.
[25] Giovanni Paolo II, Costituzione apostolica Sacrae disciplinae leges (25 gennaio 1983), in Ench Vat 8, 628.
[26] Congregazione per la Dottrina della fede, Lettera circolare Complures conferentiae (29 maggio 1973), in Ench Vat 4, 2508 e successivo Decreto Patres Sacrae Congregationis (20 settembre 1973), ivi, 2610. La Circolare faceva riferimento non ai suicidi, ma a «quei fedeli che, al momento della morte, si trovano in una situazione matrimoniale irregolare»; successivamente, però, si esprime in termini che riguardano tutti quelli che si trovano «in condizione manifesta di peccato». E il successivo Decreto riguarda appunto tutti i «peccatori manifesti».
[27] G. Perico, A difesa della vita, Centro Studi Sociali, Milano 1965/4, p. 249.
[28] Tutto quanto accennato, e integrazioni anche degli altri aspetti del suicidio, si può trovare nella già citata monografia di A. Holderegger, Il suicidio. Risultanze …, cit.
[29] Pio XII, Discorso ai parroci … cit., in Discorsi e radiomessaggi … cit., p. 774.
[30] L. Rossi, Suicidio, in DETM, p. 1065.
[31] Per non moltiplicare i rimandi in nota, una cifra tra parentesi lungo il testo indicherà la pagina della rivista «Renovatio» su cui è stato pubblicato lo studio qui riassunto nei suoi punti essenziali: E. Pavesi, Tentativi di suicidio e la loro prevenzione. La sindrome presuicida e la sua evoluzione, in «Renovatio» 25 (1990) 110-125.