I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Morte del giusto

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...


1. Dolcezza di una buona morte.

2. La morte del giusto è un
sonno.

3. Per il giusto la morte è
desiderabile.
4. Speranza dei giusti in punto di
morte.
5. Vantaggi di una buona morte: l°
Per quello che si lascia; 2° Per ciò che si trova.
6. Esempi ricavati dalla morte dei
santi.
7. La morte del giusto e la sua memoria resta in
onore e venerazione.
8. La buona vita fa la buona morte.


1. DOLCEZZA DI UNA
BUONA MORTE. – La morte di chi teme Dio, sarà dolce e
fortunata, dice l’Ecclesiastico
(Eccli. I, 13). «Le
anime dei giusti sono nelle mani di Dio, dice la Sapienza,
e non sapranno che cosa sia l’orrore della morte. Agli occhi degli
stolti parvero morire, e la loro fine fu giudicata afflizione, e la
loro uscita di qui parve uno sterminio; ma essi sono in pace… Ed
anche quando manca di morte subitanea, il giusto si trova in luogo di
refrigerio e di riposo» (Sap.
111, 1-3 – IV, 7).
Tobia pregava i1 Signore che
ordinasse che l’anima sua fosse ricevuta nella pace, preferendo
morire che vivere… Ed avendo egli infatti molto profittato nel
timor di Dio, se ne morì in pace (TOB. III, 6 – XIV, 4).
«I giusti si
armano di pazienza per vivere, scrive S. Agostino, e gustano soavi
delizie nel morire (In Epist. ad Philipp.)».
S. Gregorio osserva che per il giusto lo splendore del mezzogiorno si
leva in su la sera, perché l’istante in cui la vita sua si
spegne, egli conosce quale chiarezza l’aspetta (Moral.
c. XII).
 
2. LA MORTE DEL
GIUSTO È UN SONNO. – «Quelli che dormono nella polvere
della terra si sveglieranno» – leggiamo in Daniele
(XII, 2); Gesù parlando della morte di Lazzaro, la chiama
sonno: «L’amico nostro Lazzaro dorme» (IOANN. XI, 11-13).
Gli Atti Apostolici,
raccontando la lapidazione e la morte di S. Stefano, dicono che «dopo
di aver pregato Iddio per i suoi uccisori, si addormentò nel
Sjgnore» (Act. Apost.
VII, 59) – «O sonno beato, esclama S. Pier Damiani, sonno
felice! ad esso il riposo andava accompagnato, al riposo la felicità,
alla felicità, l’eternità (Epist.)».
«La mia carne,
canta il Salmista, riposerà nella speranza; perché voi,
o Signore, non abbandonerete l’anima mia nella tomba, voi non
permetterete che il vostro santo veda la corruzione» (Psalm.
XV, 9-10). Quello che il profeta dice qui di Gesù Cristo,
conviene alla morte del giusto, considerata come un breve sonno…
«No, ripete il medesimo Salmista, io non morrò, ma vivrò
e narrerò le meraviglie del Signore» (Psalm.
CXVII, 17).
«Agli occhi
degli insensati, scrive S. Bernardo, gli amici di Dio sembrano
morire, ma agli occhi dei saggi la loro morte è placido sonno,
secondo quelle parole del santo re Davide: Quando il Signore avrà
inviato il sonno a quelli che ama, essi conseguiranno l’eredità
del Signore (Serm. LII, in Cantic.)».
Per i giusti, il sepolcro è un letto; per ciò noi
cristiani chiamiamo cimiteri;
ossia luoghi di dormizione, quelli in cui si seppelliscono i morti;
cosi giorno della dormizione è chiamato il giorno della morte
dei santi. Per i santi appunto furono dette dal Signore ad Osea
quelle parole: «Io li libererò dalle mani della morte,
li riscatterò dal sepolcro: o morte, io sarò la morte
tua!» (OSE. XIII, 14).
«Se voi vi
addormentate del sonno della morte, voi sarete senza timore, dicono i
Proverbi, riposerete e
dolce sarà il vostro sonno» (III, 24). «Ah!
foss’io morto, diceva Giobbe ai suoi amici: dormirei nel silenzio, e
riposerei nel mio sonno» (IOB. III, 13). «I morti che
voi piangete, vivranno, dice il Signore, quelli che furono immolati
per me, risusciteranno; svegliatevi e sciogliete cantici di lode, voi
che abitate nella polvere» (ISAI. XXVI, 19). «Va’,
popolo mio, e entra nel luogo del tuo riposo, chiuditi l’uscio
dietro, tienti nascosto per un momento, finché sia passata
l’indignazione del Signore. Ecco che il Signore uscirà dal suo
santuario per chiedere ragione dei delitti contro di lui commessi
dagli abitanti della terra» (Ib.
20-21). Questa è la voce del Signore ai suoi santi, a quelli
che muoiono nel suo amore. Andate, o giusti, entrate per un po’ di
tempo nelle vostre tombe; là dormite e riposatevi, perché
ben presto, cioè nel giorno del giudizio, io vi risusciterò
affinché godiate della mercede che vi siete meritata.
Riposatevi dai vostri lavori! La morte infatti non è cosa
penosa, ma dolce per il giusto. Paragonato all’eternità, il
tempo che restiamo nel sepolcro non vale una notte di sonno, messa a
confronto con la vita intiera dell’uomo.
 
3. PER IL GIUSTO LA
MORTE È DESIDERABILE. – «Io desidero sciogliermi dai
lacci del corpo, per essere con Cristo» – scriveva il grande
Apostolo ai Filippesi (I, 23). A proposito di queste frasi, S.
Agostino osserva che chi desidera morire per essere con Cristo, non
muore nel patimento; ma vive con disgusto e muore con gioia (In
Epist. ad Philipp.
). Chi è animato
dallo spirito di Dio, calpesta le cose terrene e altro non brama
fuorché le celesti ed eterne; la morte che gliele procura, è
per lui un guadagno, come si esprime S. Paolo (Id.
l, 21).
«Misero me!
esclama il Salmista,
che il mio esilio si è prolungato!» (Psalm.
CXIX, 5). «Liberate, o Signore, l’anima mia dalla prigione,
affinché io dia gloria al vostro nome; i giusti aspettano che
voi mi diate il mio premio» (Psalm.
CXLI, 10). I giusti anelano ad una vita migliore della presente.
 
4. SPERANZA DEI
GIUSTI IN PUNTO DI MORTE. – «Il giusto spera nella sua morte n,
leggiamo nei Proverbi
(XIV, 32). Perciò il Salmista cantava: «Il mio corpo
riposerà nella speranza» (Psalm.
XV, 9); e S. Paolo si rallegrava di non avere corso invano, di non
essersi affaticato inutilmente (Philipp.
II, 16).
Ma quanta speranza avesse in cuore, e con
quanta fiducia affrontasse la morte il grande Apostolo, egli stesso
lo dice: «Io sono già al termine della mia vita ed il
tempo del mio scioglimento è imminente. Ho combattuto per la
buona causa, ho corso il mio arringo, ho conservato la fede. Del
resto mi sta riservata la corona di giustizia, che il Signore, giusto
giudice, mi renderà in quel giorno; né a me solo, ma
anche a tutti quelli che amano la sua venuta» (II Timoth.,
IV, 6-8). E ai Tessalonicesi scriveva: «Non vogliamo, o
fratelli, che voi siate al buio di ciò che riguarda quelli che
dormono, affinché non vi rattristiate, come tutti gli altri i
quali non hanno speranza» (I Thess. IV, 12). Perché,
commenta S. Bernardo, «siccome l’empietà non teme nulla
più che la venuta del grande Iddio, così la pietà,
sicura delle opere sue, con tutto l’animo la sospira e brama
(Comment. in Epist. ad Timoth)».
 
5. VANTAGGI DI UNA
BUONA MORTE: 1° per quello che si lascia.
– Sia che si guardi a quello che l’uomo lascia, sia a quello che
trova morendo, molti sono i vantaggi che il giusto ricava dalla sua
morte…Per ciò che lascia, sono quattro i principali
vantaggi:
1) Il giusto lascia
il proprio corpo. «Finché noi dimoriamo sotto la tenda
del nostro corpo, dice S. Paolo, gemiamo sotto il peso; sapendo che
mentre viviamo nella carne, viaggiamo lungi dal Signore» (II Cor. V, 4, 6). S.
Paolo dà al nostro corpo il nome di tenda, perché: a)
Siccome la dimora che si fa sotto le tende è cosa temporanea e
breve, così il soggiorno dell’anima nel corpo è di poca
e corta durata…
b) L’uomo si ferma nella
sua casa e vi si riposa, ma esce dalla tenda e parte; così
l’anima non riposa nel corpo, ma è sempre in moto, va e corre
alla morte, e per la morte all’immortalità; poiché,
secondo la parola dell’Apostolo, noi non abbiamo quaggiù città
fissa e permanente, ma andiamo in cerca della futura (Hebr.
XIII, 14). c) Il nome di padiglione, o tenda, Indica che noi siamo
stranieri su la terra. d) Come il soldato in guerra alloggia sotto la
tenda, così i fedeli, soldati di Gesù Cristo, dimorano
nei loro corpi, sempre in guerra col mondo, sempre in lotta con le
proprie passioni… Ora, lasciare questo corpo di peccato, soggetto
alla concupiscenza, ad una moltitudine di bisogni, di malattie, di
dolori, questo corpo che sarà tra poco pasto di vermi è
sbarazzarsi di un peso opprimente… Lasciare questo corpo, vera ed
oscura prigione dell’anima, questo corpo che la tiene incatenata e
schiava, è una felicità. «O Gerusalemme, esclama
il profeta Baruch, o anima fedele, deponi il lutto e vesti lo
splendore e la gloria che ti viene da Dio» (V, 1). «Noi
dobbiamo lasciare il nostro corpo, dice il Crisostomo, con quella
speditezza con cui deponiamo un abito e con quella prestezza con cui
Giuseppe abbandonò nelle mani della padrona il suo mantello
(In Epist. ad Philipp.)».
Né questo riuscirà grave all’uomo giusto, perché,
come scrive S. Gregorio: «La conservazione medesima del corpo è
affare di poco momento per l’anima ferita dal dardo del divino
amore… (Homil. XV, in Ezech.)».
Seneca medesimo dà
questo consiglio: Vuoi tu non sottostare al giogo del tuo corpo?
dimora in esso come se ad ogni istante ne dovessi uscire; pensa che
non sai quando ti toccherà lasciarlo, e ti sentirai forte
quando ti bisognerà separartene (Prov.).
2) Il giusto lascia
il mondo, suo nemico giurato, implacabile… Abbandona la terra
seminata di pericoli e di scandali, ecc. (Vedi Mondo
e Niente del mondo).
3) Il giusto lascia i
beni di quaggiù e perciò si libera da gravissime noie e
da continui timori; infatti i beni della terra non sono che tranelli,
inganni, mali (Vedi Ricchezze).
4) Abbandona questa
miserabile vita la quale, secondo S. Gregorio, se si paragona con la
vita eterna, si deve chiamare piuttosto morte, che vita (Homil
XXXVIII, in Evang.
). La vita presente è
un continuo, rigidissimo inverno; la futura è una primavera,
un’estate, un autunno deliziosissimo. La vita di quaggiù è
una lenta morte; Seneca vedeva nella morte niente altro che la fine
dei mali (Prov.).
S. Paolo e gli altri santi desiderarono la
morte, perché consideravano i tre legami che ci strIngono i
polsi e ci tengono incatenati alla terra. Il primo è il legame
delle pene del corpo; il secondo è il legame della
concupiscenza e dei peccati; il terzo, il legame del mondo e delle
cose mondane. La morte spezza tutte queste catene; essa ci fa
impassibili, impeccabili, celesti e divini.
«L’uomo ha tre
motivi di rallegrarsi in morte, osserva S. Bernardo: è
liberato da ogni travaglio, da ogni peccato da ogni pericolo (Trans.
S. Malach.
)». Poi in un altro luogo
ripete: «Tre cose concorrono a rendere preziosa la morte del
giusto: il riposo dopo le fatiche della vita, la gioia di vedere
tanti nuovi e non mai veduti oggetti, la certezza dell’eternità
beata (Serm. XXV, inter Parvos)».
Per l’anima, la morte non è altro che
l’uscita dalla prigione, la fine del suo esilio e dei suoi patimenti,
l’entrata nel porto, la mèta del viaggio, lo scaricamento del
peso che l’accasciava, la contentezza di poter scendere da un cavallo
furioso e uscire da una casa che si sfasciava; il termine di tutti i
dispiaceri, l’allontanamento da tutti i pericoli, lo spezzamento di
tutte le catene, la fine di tutti i mali, il pagamento del debito
contratto verso la natura…
«Colui che
piaceva a Dio, divenne suo diletto, leggiamo nella Sapienza, viveva
tra i peccatori e fu trasportato in un soggiorno migliore; fu tolto
via affinché la malizia non gli travolgesse l’intelletto, o
l’impostura ne ingannasse l’anima. Visse poco tempo e compì
lunga carriera; la sua anima godeva le grazie di Dio, perciò
il Signore si è affrettato a toglierlo di mezzo alle iniquità»
(Sap. IV, 10-14). Ecco
svelato il mistero della morte, anche talvolta prematura, dei buoni.
Per consuetudine,
diceva il santo vescovo Massimo, si dà il nome di morte alla
fine di questa vita; perché se si badasse, si dovrebbe
piuttosto chiamare l’allontanamento della morte, la separazione
dell’anima dalla corruzione, la scomparsa delle tenebre, in una
parola la cessazione di tutti i mali (SURIUS, In Vita). Era questo il
pensiero di S. Gregorio Nazianzeno il quale dice: «Io non so se
questa vita non si debba piuttosto chiamare morte, e al contrario
dare nome di vita alla morte (Orat. de Vita
humana
)». E con ragione, dice S.
Ambrogio, perché «vivendo si rischia l’innocenza;
morendo allontaniamo da noi il pericolo di cadere nell’errore. La
morte ci procura dunque un guadagno, mentre l’uso della vita,
rendendo ci come debitori di un usuraio, aumenta il peso delle nostre
colpe (Offic. lib. II,
c. V)».
Chi muore vede la
fine dei penosi e continui travagli della vita, resta libero dagli
imbarazzi, dai dolori, dalle agonie, dalle persecuzioni che
accompagnano l’uomo sopra la terra; si trova al sicuro dai colpi dei
nemici, coi quali era in guerra; non ha più da temere né
tentazioni né insidie da parte del diavolo… «Il
Signore, dice il Salmista,
protegge le anime giuste, le libererà dalle mani dei malvagi
(con una santa morte)» (XCVI, 10). In punto di morte, il
giusto può ripetere col profeta: «Il Signore ha liberato
l’anima mia dalla morte, i miei occhi dal pianto e i miei piedi dalla
caduta; io camminerò al cospetto di Dio nella terra dei
viventi» (Psalm.
CXIV, 8.9).
Per
ciò che si trova
. – Non solamente per
ciò che lascia, ma anche per ciò che trova, la morte è
vantaggiosa al giusto… Per lui la morte è una freccia d’oro
che lo arricchisce mentre lo ferisce… La morte è per il
giusto il principio del riposo e della pace, la fuga della tristezza,
l’arrivo della gioia, la calma dopo la tempesta, il termine di una
navigazione assai pericolosa, l’entrata nel porto di salute, l’uscita
dal carcere e dall’esilio, il ritorno alla patria.
Sul letto di morte il
giusto considera, dice S. Bernardo, i pericoli ai quali è
scampato, le fatiche sostenute, le lotte dalle quali uscì
trionfante e, dopo una vita santa, egli attende, con fiducia piena di
sicurezza, la beata speranza e l’arrivo della gloria del grande
Iddio. O come sono felici quelli che muoiono nel Signore! Essi
intendono quelle consolanti parole dello Spirito Santo: «Beati
quelli che muoiono nel Signore. Lo spirito già dice loro che
riposeranno dalle loro fatiche; perché le loro opere li
seguono» (Apoc.
XIV, 13). Essi vanno non solamente al possesso del riposo, ma della
gioia che proviene dal nuovo e non mai più veduto spettacolo
che loro si para dinanzi, e dalla certezza di non mai più
perdere la beata eternità. Buona morte è la morte del
giusto, se si guarda al riposo che procura; migliore se si guarda
alla novità che gli scopre; ottima, se si guarda l’eternità
che gli assicura. Pessima invece è la morte dei peccatori.
Perché? E cattiva, perché lo separa dal mondo; più
cattiva, perché lo divide dal corpo; pessima, perché lo
piomba nell’inferno e lo consegna al verme roditore (Serm.
in Cant.
).
«Preziosa al
cospetto del Signore è la morte dei santi» – dice il
Salmista (Psalm. CXV,
5). «Perché in quel punto la luce si leva sopra di loro
e la gioia in ebbri a quelli che hanno il cuore retto. O giusti,
rallegratevi e gioite nel Signore!» (Psalm.
XCVI, 11-12).
Nel momento supremo
della morte, Dio compare all’anima del giusto e: «Lèvati,
gli dice, lèvati tu che hai bevuto fino al fondo il calice
delle mie prove. Ora io te l’ho tolto dalle labbra e tu non
l’assaggerai mai più in eterno» (ISAI. LI, 17, 22).
Alzati, vestiti della tua forza, indossa gli abiti della tua gloria;
tu sei ormai la città del santo, e nessuna macchia non ti
verrà più ad offuscare. Sorgi dalla polvere e siedi sul
trono che ti ho preparato, spezza i ferri che poco fa ti cingevano il
collo (Id. LII, 1-2).
Le tue angustie di un tempo sono omai dimenticate per sempre; io le
ho fatte scomparire e non si rinnoveranno mai più in eterno
(Id. LXV, 16).
«Io udii,
scrive S. Giovanni Evangelista, una voce dal cielo: scrivi: Beati i
morti che muoiono nel Signore» (Apoc.
XIV, 13). Perchè,
come dice S. Bernardo, «la loro morte non ha più
pungolo, ma porta allegrezza (Serm. XXVI, in
Cantic.)
». Infatti per i giusti la
morte è il principio della vita e segna la loro partenza per
il cielo.
Dice S. Paolo: «Noi sappiamo che se si
sfascia questa nostra casa terrena in cui abitiamo, ne abbiamo
un’altra, edificata dalla mano di Dio e non dagli uomini, e che
durerà eternamente nei cieli. Perciò noi gemiamo,
sospirando a questa nostra abitazione che è dal cielo e nel
cielo. E l’avremo, purché però siamo trovati vestiti e
non nudi» (II Cor V, 1-3); ossia, come si esprime S.
Paolino, «se spogliati di corpo, non saremo trovati nudi di
grazia» (Epist.).
Per il giusto, la
morte è l’acquisto di Gesù Cristo e della beatitudine
da lui preparataci; è la compera della vita eterna. In questo
senso S. Paolo scriveva che essendo Cristo la sua vita, la morte era
per lui un guadagno (Philipp.
I, 21)… La morte è l’entrata nella patria e nella gloria.
«Per la via della morte, dice S. Cipriano, noi passiamo è
l’immortalità. Non si arriva alla vita eterna, se non si esce
dalla temporale; la morte non è morte, ma passaggio (De
Mortal
)». E S. Bernardo: «Quaggiù
il giusto muore pieno di giorni ed è accolto là dov’è
la pienezza dei giorni (Serm. in Sap.)».
«La luce del giusto
(morente) splenderà come l’aurora, dice Isaia, la giustizia
camminerà innanzi ai suoi passi e la gloria del Signore lo
circonderà tutt’intorno. La vostra luce, o giusti, splenderà
nelle tenebre della morte e queste tenebre diventeranno per voi
splendenti come il sole. Il Signore vi darà riposo eterno,
circonderà l’anima vostra del suo splendore, rianimerà
le vostre ossa, e voi sarete come giardino sempre irrigato, come una
fonte a cui non manca l’acqua… La cenere di cui coprivate il vostro
capo, sarà cambiata in corona, il vostro pianto in giubilo, le
vesti di lutto in abiti di festa» (ISAI. LVIII, 8, 10-11 – LXI,
3).
Il giusto che muore,
alza, come S. Stefano, gli occhi al cielo e vede il paradiso aperto e
in esso la gloria di Dio (Act.
VII, 55). Vede la scala di Giacobbe, gli angeli che discendono a
cercarlo e ad invitarlo, e al sommo della scala, Iddio, che gli dice:
«Servo buono e leale, perché sei stato fedele nel poco,
ti fa padrone di molto; entra nel gaudio del tuo Signore: Vieni, o
benedetto dal Padre mio, a prendere possesso del regno che ti ho
preparato fin dall’origine del mondo. Ed egli se ne va alla vita
eterna» (MATTH. XXV, 21, 34, 46).
I pagani medesimi avevano conservato qualche
avanzo della credenza, loro derivata dalla primitiva tradizione, che
per quelli i quali avessero osservato le leggi della giustizia, la
morte era passaggio a miglior vita. Ferito a morte in battaglia,
Epaminonda, generale tebano, dimandò se la vittoria fosse dei
suoi, ed avutane risposta affermativa, disse: La mia vita sta per
finire; ma una vita migliore e di un ordine ben più alto che
non è la presente incomincia ora per me. Morendo come muore,
Epaminonda nasce (PLUTARCO). Se crediamo a Strabone, i Bramani
insegnavano che la morte è una nascita alla vita vera e
felice.
«Quello che gli
uomini chiamano morte, dice un antico filosofo, è il principio
dell’immortalità, è l’atto che crea per essi la vita
futura (Maxim. Tyr.
Serm. XXV
)».
Il giorno della morte che fa tanto paura all’uomo, è, secondo
Seneca (Prov.), la
nascita del giorno eterno. «La morte, scrive Cicerone, ci
divide dai mali e non dai beni; non è già una
distruzione che tutto ci tolga, tutto schianti; ma una emigrazione,
un cambiamento di vita, che, per gli uomini illustri e le donne
celebri, è d’ordinario la via del cielo (Tuscul.
1)». Anche Palladio riconosce che con la morte l’anima fugge
dal corpo come da una prigione e se ne va al Dio immortale (Anton.
in Meliss
).
 
6. ESEMPI RICAVATI
DALLA MORTE DEI SANTI. – «Io canterò eternamente le
misericordie del Signore» (Psalm.
LXXXVIII, 1), diceva il profeta David. E San Bernardo fa questo
commento: «Il giusto muore cantando, e canta morendo. O morte!
madre dell’affanno, tu servi alla gioia; nemica della gloria, servi
alla gloria; porta all’inferno, servì d’entrata al celeste
regno; abisso di perdizione, servi a far trovare la salute. O morte!
tu apri ai fedeli che traversano i tuoi domini, larga e gioconda
uscita per arrivare alla vita (Serm. in
Cantic.
)». Per la grazia di Gesù
Cristo e per la forza che da lui ritraevano, S. Lorenzo, S. Vincenzo
e tutti i martiri si ridevano dei carnefici, dei loro tormenti e
della morte. I confessori, le vergini, gli anacoreti giubilavano in
punto di morte. Gli imitatori delle loro virtù si
rallegreranno e gioiranno com’essi, perché saranno vincitori
della morte medesima e passeranno dalla vita presente all’eterna.
La morte è un trastullo per i veri
cristiani; la vita è loro di peso, la morte forma l’oggetto
dei loro voti e della loro felicità. La vita non è loro
tolta dalla morte, ma è cambiata in un’esistenza migliore. Per
la morte cessano di morire e cominciano a vivere di una vita che non
avrà fine… «I malvagi, osserva S. Bernardo, chiamano
morte il passaggio alla vita; ma per il giusto, la morte è
vera e preziosissima pasqua perché egli muore al mondo, per
vivere perfettamente in Dio; entra nella dimora ammirabile del
Signore, penetra nel santuario di Dio» (De nat. et dignit.
divini amor
. C. XV).

 
[* Per comprendere
il senso di questo detto, è da osservare il significata
etimologico e storico della parola Pasqua. Secondo l’etimologia
ebraica phasu o phase,
pasqua, vuol dire passaggio;
nel senso storico e religioso indica letizia, solennità,
festa, unione con Dio]

 
S. Cipriano scriveva:
«Il nostro avversario ha compreso che i soldati di Gesù
Cristo non si possono vincere e che perciò appunto non temono
di morire, non potranno giammai essere vinti (Epistola
ad Cornel.
)». Egli mostrò in se
medesimo la verità di queste parole. Infatti, quando ebbe
inteso la sentenza di morte pronunziata contro di lui, uscì in
questa esclamazione: Io rendo grazie a Dio onnipotente che si degna
di liberarmi dalle catene di questo corpo (In
Vita
).
Di Santo Stefano, il
Nazianzeno dice: «Nel punto della sua morte, egli che non
vedeva nulla di ciò che avveniva intorno a lui, vedeva Gesù
Cristo (In Act. Apost.)».
S. Nicola negli estremi momenti, ripeteva: Signore, nelle vostre mani
ripongo l’anima mia (SURIUS, In Vita).
Il venerabile Beda: Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito
Santo (SUR. In Vita).
S. Maria Egiziaca: Signore, voi lascerete che la vostra serva se ne
vada in pace, secondo la vostra parola (In
Vita
). S. Gorgonia: Io dormirò e
riposerò in pace (RIBADEN. Vit.
Sanct
.).
S. Martino a chi
voleva adagiarlo più comodamente sul suo letto, rispondeva:
Lasciate che guardi piuttosto il cielo che la terra, affinché
l’anima mia prendendo la sua strada si diriga verso il Signore (Stor.
eccles
.). Ahimè, diceva S. Gerolamo,
quanto si è prolungato il mio pellegrinaggio! L’anima mia
anela a voi, o Signore, come cervo assetato corre verso la fonte
(Stor. eccles.). S.
Ambrogio diceva: Io non sono vissuto per temere la morte e non la
temo perché il Signore è buono (POSSIDON. In
Vita S. August
.).
S. Francesco d’Assisi
esclamava: Cavate, o Signore, cavate l’anima mia dalla prigione,
affinché essa lodi il vostro nome; i giusti aspettano che io
riceva la mia ricompensa (S. BONAV.). S. Pietro d’Alcantara spirava
cantando: Io mi sono rallegrato di quello che mi fu detto: Noi
andremo nella casa del Signore (SURIUS. In
Vita
). S. Maria belgica esclamava morendo: O
Signore, nostro re, quanto siete bello! Lodate Dio: Alleluia!
(RlBADEN. Vit. Sanct.).
S. Maura, vergine di Troyes, spirò recitando quella domanda
del Pater: Venga il
regno tuo (GODESC.). S. Aelredo spirava dicendo: Signore, mio Dio, io
canterò eternamente la vostra misericordia, la vostra
misericordia, la vostra misericordia! (GODESC.).
Così parlava
S. Antonio in fine di vita: Giunto che sia il giorno della
risurrezione, riceverò dalle mani di Gesù Cristo questo
corpo che sto per abbandonare, ed esso diventerà
incorruttibile. Poi volgendosi ai religiosi: Addio, disse, miei
figli, addio; Antonio se ne parte (Vit.
Patr
.). S. Bernardo udì una voce che
gli diceva: Vieni, sei aspettata. (In Vita).
S. Giovanni Crisostomo si spogliò dei suoi abiti e ne indossò
dei bianchi, come per prepararsi alle nozze celesti dell’Agnello: si
comunicò e disse: Dio sia glorificato. Così sia (SUR.
In Vita). Gli amici di
S. Lorenzo Giustiniani mentre piangevano sconsolati intorno al suo
letto, l’udirono esclamare in un’estasi di gioia: Ecco lo sposo
andiamogli incontro; Signore Gesù, io vengo a voi! (SURIUS. In
Vita
).
Io entro quest’oggi
al possesso di un regno che Gesù Cristo vuole dividere con me,
diceva S. Fileo martire (SUR. In Vita).
S. Edoardo, re d’Inghilterra, vedendo presso il suo letto la regina,
sua sposa, fondersi in lagrime: Non piangere, le disse, che non morrò
punto, anzi vivrò; io spero, lasciando questa terra di morte,
di entrare nella terra dei viventi per godervi la felicità dei
santi (GODESC.). O mio Signore e mio sposo, esclamò S. Teresa,
ecco dunque arrivata l’ora tanto desiderata! Eccomi vicina alla mia
liberazione. La vostra volontà sia fatta. Ecco finalmente
l’ora in cui escirò dal mio esilio e in cui l’anima mia
troverà nella vostra presenza la felicità, che da tanto
tempo sospira (GODESC.). Il beato Nicola da Longobardo, raccogliendo
l’ultimo suo fiato, gridò con quanto poté di voce: Al
paradiso! al paradiso! e in questo dire, spirò (GODESC.).
S. Francesco Saverio
con gli occhi molli di pianto e teneramente abbracciato al suo
crocefisso, pronunciò queste parole: In te, O Signore, ho
posto ogni mia speranza e non rimarrò deluso. Ciò
detto, una gioia celeste brillò sul suo volto, ed egli rese
l’anima a Dio (GODESC.). S. Stanislao Kostka spirò
placidamente dopo di aver detto che vedeva la B. Vergine accompagnata
da uno stuolo di angeli (GODESC.). S. Luigi Gonzaga ringraziò
Dio che lo volesse chiamare a sé così presto e pregò
uno dei padri che con lui recitasse il Te
Deum
; ad un altro disse: Padre mio, ce ne
andiamo, e ce ne andiamo con gioia (GODESC.).
Oh che fortuna!
esclamava S. Francesco Regis; come muoio contento! Vedo Gesù e
Maria che si degnano venire dinanzi a me, per condurmi nella casa dei
santi! (GODESC.). Il beato Bernardo da Corleone si rallegrava tutto
vedendo che si avvicinava l’ora della sua morte. Passiamo anima mia,
andava ripetendo, passiamo da questa misera vita alla felicità
eterna! Passiamo dal patimento alla gioia! Passiamo dalla corruzione
del mondo ai divini amplessi di Dio (GODESC.). Tutti coloro che si
trovarono presenti alla morte di S.Paolo della Croce, andavano
dicendo dopo che fu spirato: Oggi abbiamo veduto come muoiono i
santi, (GODESC.). Questi edificanti esempi della morte di alcuni
santi si applicano a tutti, perché di ogni giusto che muore,
si può dire quello che l’Ecclesiastico
lasciò scritta del re Ezechia: «Vide con grande animo
gli ultimi suoi istanti» (XLVIII, 27).
 
7. LA MORTE DEL GIUSTO E LA SUA MEMORIA RESTA
IN ONORE E VENERAZIONE. – «Il pescatore Pietro, scrive il
Crisostomo, risplende, anche dopo morte, di tanta luce, che offusca
quella del sole (De S. Petro)». Sopra la tomba di ogni
santo si potrebbe incidere l’iscrizione che si legge su la tomba del
cardinale Alciati, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli in Roma:
«Visse nella virtù, vive nella memoria degli uomini,
vivrà nella gloria». Ovvero l’epitaffio composto dal
Salmista: «La memoria del giusto vivrà in eterno»
(Psalm. CXI, 7). Perciò la Chiesa dà il nome di
nascita al giorno della morte dei santi. Essi infatti nascono alla
vita, possesso dell’eterna gloria, alla fama, alla celebrità,
alla venerazione del mondo.
«La casa
dell’empio, dicono i Proverbi,
sarà sradicata dalle fondamenta; ma i padiglioni dei giusti
rimarranno in eterno» (Prov.
XIV, 11). «Benedizione del Signore sul capo del giusto. La
memoria di lui è un olezzo che si spande nell’avvenire; ma il
nome degli empi marcirà» (Id.
X, 6-7). Il ricordo del giusto è caro e dolce, la sua memoria
è chiara ed onorata, di modo che Dio e gli uomini l’onorano,
la celebrano e benedicono. Così vediamo glorificati Abramo,
Mosè, Giovanni Battista, gli apostoli, i martiri, ecc.
«Chi teme il
Signore, incontrerà bene negli ultimi suoi istanti, e sarà
benedetto il giorno della sua morte» (Eccli.
I, 13). «La sua gloria non verrà mai meno, e il suo nome
passerà di generazione in generazione. I popoli narreranno la
sua sapienza e la Chiesa ne celebrerà le lodi» (Id.
XXXIX, 13-14). «Ricchi di virtù, amanti della vera
bellezza e vivendo in pace nelle loro case, i giusti, nostri padri,
conseguirono la gloria, ciascuno tra i figli della loro nazione; essi
ottennero lode vivendo, quelli poi che nacquero da essi lasciarono un
nome che servì loro di encomio… I loro corpi furono sepolti
in pace, e il loro nome va di bocca in bocca, per tutte le
generazioni» (Id.
XLIV, 6-8, 14).
1° Essi sono in pace, perché
sono morti dopo di avere bene impiegato i loro giorni, e accumulato
un ricco tesoro di buone opere; morirono in buona e lieta vecchiaia;
ed anche quando morirono nel fiore degli anni, avevano una lunga
vita, per i meriti delle loro virtù e della loro santità.
2° Sono sepolti in pace, perché la pompa che ne accompagnò
i funerali era loro ben dovuta, e ricevettero largo tributo di
compianto e di preghiere, ecc. Se già non sono al possesso
dell’eterna gloria, partecipano a tutte le limosine, le orazioni, le
buone opere, ai sacrifizi della Chiesa. 3° Sono in pace, perché
le loro ossa riposano sepolte da amiche mani in mezzo a coloro coi
quali erano vissuti in carità e in pace. 4° Sono in pace,
perché aspettano la risurrezione alla gloria. 5° Sono in
pace, cioè godono buon nome, e una fama gloriosa accompagna la
loro memoria.
«Il nome loro
vive di generazione in generazione» (Eccli.
XLIV, 14). Vive tanto in cielo presso Dio, gli angeli e i santi,
quanto in terra presso gli uomini di tutti i tempi e di tutti i
luoghi. Mentre la loro anima splende vestita dei raggi dell’eterna
gloria, vede Dio faccia a faccia e lo possiede tutto intero; i loro
corpi vengono esposti alla pubblica venerazione su gli altari.
Ora la sorgente e il principio di quest’onore,
di questa gloria dei santi, è una virtù perfetta;
infatti la virtù costituisce il nome, e la memoria poi genera
la gloria nel tempo e nell’eternità. I giusti sono lodati e lo
saranno in tutti i tempi; perché, secondo la frase di San
Antonio, la memoria dei santi è via che conduce alla virtù,
è stimolo alla santificazione (Vit. Patr.).
«Il Signore ti vestirà,
o giusto, del manto di giustizia, dice il profeta Baruch, e ti
cingerà il capo con diadema di eterna felicità. Farà
vedere in te il suo splendore a tutto il mondo poiché il nome
di cui ti farà famoso per sempre, sarà questo: La pace
della giustizia e l’onore della pietà. Il Signore condurrà
i giusti, portati come figliuoli di re» (BAR. V, 2-4, 6).
Gettate uno sguardo su
l’innumerabile schiera di pellegrini di ogni età e condizione
e fortuna che da tutti gli angoli del mondo vanno tutti gli anni a
inginocchiarsi su la tomba degli apostoli e di altri santi, e a
baciarne con venerazione le sacre reliquie. Contate i templi, le
cappelle, gli altari eretti alla memoria di questi amici di Dio;
ascoltate i canti, le preghiere, gli uffizi pubblici celebrati in
loro onore. Tutte le parrocchie cattoliche dell’universo hanno scelto
tra i santi un patrono particolare, e quante portano il nome di un
medesimo protettore! Quando si battezza un bambino, gli s’impone il
nome di un santo sotto la cui protezione è collocato… E i
prodigi, i miracoli coi quali Dio si compiace di onorare i santi, di
esaltarne la potenza e la gloria, che cosa ci dicono?… Che la morte
dei giusti ne eterna la memoria e ne provoca la venerazione…

8. LA BUONA VITA FA LA BUONA MORTE. – «Noi
gemiamo, scrive San Paolo, desiderando di essere vestiti
dell’abitazione nostra che è dal cielo; e lo saremo, purché
siamo trovati vestiti e non nudi» (II Cor. V, 2-3). E
poco dopo: «Noi vogliamo andare ad abitare col Signore, perciò,
sia presenti, sia assenti, ci studiamo di piacergli» (Ib.
8-9). «Beati i morti che muoiono nel Signore», dice
l’Apocalisse; ma perché? «perché le loro
opere buone li seguono» (Apoc. XIV, 13).
«Una buona
morte, dice S. Agostino, è per l’ordinario la conseguenza di
una buona vita; come all’opposto, una cattiva morte finisce una
cattiva vita» (Lib. de Civ. Dei).
Come potrà sperare di morire nel bacio del Signore, chi non è
mai vissuto né di Dio né per Iddio? Chi invece visse
unito al Creatore, come potrà temere di morirne disgiunto? La
morte è l’eco della vita. Se la vita è un concerto di
virtù, di carità, di buone opere, la morte, eco fedele,
risponde virtù, carità, buone opere. Ma se dalla vita
si leva un frastuono di bestemmie, di odio, d’impurità, di
collera, di empietà, di scandali, la morte lo ripete e dice in
eterno bestemmie, odio, impurità, collera, empietà,
scandali. n cielo intende quest’orribile strepito e l’angelo della
giustizia celeste ne chiude l’ingresso al peccatore.
I buoni cristiani
muoiono della morte dei giusti; ma perché? Perché,
risponde il Salmista: «I giorni loro sono pieni» (Psalm.
LXXII, 10); e anche quando muoiono giovani, hanno compiuto una lunga
carriera con le loro virtù, come dice la Sapienza
(Sap. IV, 13). «Il
giusto muore pieno di giorni, commenta S. Bernardo, e rinasce nella
pienezza dei giorni. Egli è ricolmo da tutte le parti; quaggiù
di grazia, lassù di gloria; perché il Signore darà
la grazia e la gloria (Serm. in Sap.)».
La sacra Scrittura
dice di Abramo che morì in buona vecchiaia e pieno di giorni
(Gen. XXV, 8); e del
santo vecchio Eleazaro nota che partì dal mondo lasciando, non
solo ai giovani, ma a tutta la nazione, il ricordo della sua morte
come esempio di coraggio e di forza (II Mach.
VI, 31). I giusti sono ricchi in virtù; ecco perché
muoiono nel Signore… Già prima che lascino la terra, i
giusti sono morti al mondo: vivono di stenti, di digiuni, di
penitenza, di pazienza; vivono su la croce, ma dopo morte godono di
una vita che sarà eternamente gloriosa.
Ci sta a cuore di morire della
morte dei giusti? viviamo della loro vita… Vivere da peccatore e
voler morire da giusto, è pretendere l’impossibile, eccetto il
caso di un incontestabile miracolo che Dio in nessun modo non ci deve
e che probabilissimamente non farà.