I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: L’ ubriachezza

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...


1. L’ubriachezza è peccato.
2. Funesti effetti dell’ubriachezza.
3. L’ubriachezza è vergognosa e degradante.
4. L’ubriachezza è fornite d’impudicizia.
5. L’ubriachezza è sorgente di ogni vizio.
6. Castighi dell’ubriachezza.


1. L’UBRIACHEZZA È PECCATO. – Gesù Cristo ci avverte che
stiamo attenti su di noi, affinché non ci accada di lasciarci
aggravare dalla crapula e dall’ubriachezza (Luc.
XXI, 34). Quando l’ubriachezza arriva al punto di privarci dell’uso
della ragione, è peccato mortale. Perciò S. Agostino
afferma che chi si studia di ubriacare uno, facendolo bere più
del bisognevole, gli farebbe meno male se lo pugnalasse, piuttosto
che uccidergli l’anima con l’ubriachezza (Serm.
CCXXXI). Il Savio ci proibisce di prendere parte ai banchetti dei
beoni, perché quelli che si danno al vino, saranno
cacciati dall’eredità dei loro padri. Il vino s’insinua
dolcemente, ma finisce col mordere come serpente e spande il suo
veleno come basilisco (Prov.
XXIII, 20-21, 31-32). L’Ecclesiastico
indica come cagione dei traviamenti dei saggi, insieme con le donne,
il vino (Eccli.
XIX, 2).
«Guai
a voi, dice Isaia, che bevete da mane a sera: guai a voi che siete
robusti a tracannare vino e ostentate la vostra forza nel vuotare
calici pieni di liquori inebrianti. Perciò, come la fiam­ma
divora la paglia, cosi questi uomini bruceranno fino nelle radici e
la loro stirpe se ne andrà in polvere» (ISAI. V, 11,
22, 24). Un bicchiere colmo di vino è un pozzo dorato nel
quale l’ubriaco cade, perde l’anima insieme con la ragione, e si
annega con tutto ciò che possiede. Sant’Agostino chiama la
ubriachezza il pozzo dell’inferno (Serm.
CCXXXI).
Grandissimo e abominevole delitto
è dunque l’ubriachezza; colpevolissimi sono i bevitori che si
abbandonano a così mostruosa e degradante passione. Peccato
speciale è l’ubriachezza, perché mette il peccatore in
un pericolo certo e inevitabile di dannazione eterna. Gli altri
peccatori, quando si vedono minacciati dalla morte, avendo la ragione
si pentono, e possono ottenere il perdono. Ma chi è ub­riaco,
non essendo in senno, non è capace di pentimento, di
pe­nitenza, e se muore in tale stato va dannato.

2.
FUNESTI EFFETTI DELL’UBRIACHEZZA. – 1° L’ubriachezza uccide la
ragione naturale. 2° L’ubriaco non distingue nemmeno più i
suoi amici. 3° Egli è allegro dell’allegrezza dei pazzi.
4° Incollerisce senza motivo. 5° Bestemmia. 6° Spira un
fetore che ripugna, 7° L’ubria­chezza rende insensato, perché
come bellamente si esprime Anacarsi, nel primo bicchiere di vino vi è
utilità; nel secondo, gaiezza; nel terzo, voluttà; nel
quarto, follia (ANTON. In
Meliss
.).
Non
vi è dunque da stupire se i santi Padri pare non trovino
espressioni abbastanza gravi per detestare e fulminare questo vizio.
«L’ubriachezza, scrive S. Bernardo, indebolisce il corpo,
incatena l’anima; genera turbamento nello spirito, apporta il furore
nel cuore; toglie la ragione, così che l’uomo non conosce più
se stesso. L’ubriachezza insomma è un demonio visibile che si
mostra agli occhi di tutti (De
Modo bene vivendi
,
c. XXV)».
S. Ambrogio nota che essa fu causa principalissima della schiavitù
(De Elia et
ieiunio
, c.
XVI). Origene vede in essa una malattia che corrompe il corpo e
l’anima; vizia lo spirito e la carne; indebolisce tutte le membra;
lega i piedi, le mani, la lingua; oscura la vista; toglie la memoria
e la cognizione, cosicché l’ubriaco non sa più, non
sente più di essere uomo (Homil.
III, in Levit
.).
S.
Basilio dice che l’ubriachezza «è un demonio volontario;
è la madre della malizia, il nemico della virtù, di un
uomo coraggioso ne fa un codardo; di un temperante, un dissoluto.
Questo vizio ignora la giustizia, non conosce la prudenza. Che cosa
sono gli ubriachi, se non statue che hanno gli occhi e non vedono,
orecchi e non odono, piedi e non camminano? (Homil.
XIV, de Ebriet.
)».
Il Crisostomo la definisce «un de­monio, un morto animato,
una malattia che non merita pietà, una caduta che non ha
ragionevole scusa, l’obbrobrio universale della schiatta umana
(Homil. I, ad
pop
.)»,
e paragonava un’anima in preda all’ubria­chezza, ad una
città cinta d’assedio, che è tutta sossopra per il
turbamento e per il timore (Homil.
LIV,
ad pop
.).
S. Ambrogio
dice che l’ubriachezza è «fomite a lussuria, strada alla
pazzia, veleno della sapienza (De
Elia et ieiun.
L
I, c. XVI)»,
che per l’ebrietà «lo spirito si accende, l’anima va in
fiamme»
(De Caino
1. I, c. V). S. Agostino la paragona ad un pantano dove non si vedono
guaz­zare che rane e serpi (Serm.
CCXXXI).
L’ubriachezza
provoca la collera di Dio…; mette l’uomo al di sotto del bruto…;
infiamma la impurità…; rovina la sanità e la
fortuna…; fa perdere il pudore, la prudenza; spinge a parole
disoneste, a contese, a risse, ecc.; uccide l’anima, il corpo, lo
spirito, il cuore, l’intelligenza, la memoria, la volontà, la
pace, l’onore, la buona fama… «Il vino, dice S. Cirillo, è
miele al palato, ma fiele velenoso al capo; solletica la gola, brucia
le viscere, fuma. nel capo; rende ottusi i sensi, accascia il vigore,
distrugge l’immaginazione, spegne fa memoria, oscura l’occhio,
indebolisce i nervi, fa balbuziente e laida la lingua, agita le mani,
infiamma il petto, eccita la lussuria, altera la purezza del sangue,
rende scomposto il portamento, insomma mette tal disordine in tutto
il corpo, che dalla testa ai piedi non ha più nulla di sano
(Lib. IV,
de Prov
.
c., V)». «L’ubriachezza,
dice il Venerabile Beda, è uno stato di imbecillità che
istupidisce la ragione, toglie la memoria, acceca l’in­telletto,
eccita la lussuria, lega la lingua, annaspa la parola, corrompe il
sangue, contraffà il viso, agita le vene, tura l’udito,
indebolisce i nervi, sconvolge il senso, divora le viscere, rende
pesante il cervello, snerva il coraggio, chiama il sonno, rallenta la
circolazione del sangue, indura l’anima, macchia e sfigura il corpo,
profana tutto l’uomo rendendolo oggetto di derisione e di scherno (In
Collectan
.)».
Simile in tutto ai bruti, si può dire che l’ubriaco somiglia
in modo speciale alla scimmia, al becco, al porco, al leone; perché
il vino lo fa ridicolo e motteggiatore come la scimmia, ributtante
come il porco, impuro come il becco, impetuoso come il leone.
L’ubriachezza perde, divora, consuma tutto; è una voragine che
inghiotte la sanità, la fortuna, la pace, la salute dell’uomo:
niente basta a colmarla; è l’immagine del baratro infernale.
Lo
Spirito Santo rassomiglia l’ubriaco ad un uomo che dorme in mezzo al
mare, ad un pilota che si è lasciato cadere di mano il timone
(Prov.
XXIII, 34). L’ubriaco non sa mantenere il segreto (Ibid.
XXXI, 4); perché come il fuoco prova il ferro, così il
vino bevuto fino all’ebbrezza mette a nudo il cuore dell’uomo; vi fa
scoppiare la collera, vi porta il turbamento e la rovina (Eccli.
XXXI, 31, 38, 40). S. Basilio scrive (Homil.
XVI, de Ingluvie
):
«Come l’acqua è nemica al fuoco e lo spegne, così
il vino bevuto oltre misura soffoca la ragione. L’ubriachezza è
la morte della ragione, lo spegnitoio della forza, è vecchiaia
imma­tura, morte momentanea… L’uomo ne prova quegli effetti che
risente un cocchio tirato da cavalli indomiti e sfrenati… La
temperanza e la sobrietà formano gli uomini, l’ubriachezza
cambia l’uomo in bestia. L’acqua sommerge le navi; il vino annega gli
uomini. Quindi quel detto d’Isaia (XXVIII, 7): furono assorbiti dal
vino. I beoni assorbono il vino, ma ne sono alla loro volta
assorbiti… Come il fumo mette in fuga le api, così
l’ubriachezza dà lo sfratto ai doni dello Spirito Santo».
L’ubriachezza
è la perturbazione e la rovina delle famiglie: quanti sono i
sorsi di vino che l’ubriacone beve più del lecito, altrettante
sono le lacrime che fa versare alla moglie ed ai figli…
L’ubriachezza distrugge la prudenza, la dignità, il dovere, la
fede, la virtù, la re­ligione e scaccia Dio dal cuore…
L’ubriacone è un vaso sempre aper­to… Egli beve per
vomitare e vomita per bere di nuovo. «O vino! esclama S.
Cirillo; o dolcezza allettante ma tutta veleno! Tu odii quelli che ti
amano, ami quelli che ti aborrono; uccidi quelli che si dilettano di
te, ingoi quelli che ti seguono, ferisci quelli che abusano di te,
sei rimedio a quelli che si servono di te sobriamente: Ah! io ti
conosco, o tossico melato! (Apolog.
in Iudith.
)».
«Per
quelli che vivono nell’ubriachezza, dice il Crisostomo, il giorno si
cambia in notte oscura; non perché scompaia il sole, ma perché
la mente loro si ottenebra per l’ebrietà. L’ubriachezza è
la privazione della sana ragione, è un delirio, è la
perdita della sanità dell’anima (Homil.
LIV
ad pop
.)».
Anche Platone lasciò
scritto, «che se colui il quale ha il governo di una qualunque
cosa, o cocchio, o nave, o esercito, si dà al vino, manda
tutto alla malora (Apud Stobeum serm.
XVIII)». Quindi tra le leggi che dettava per la sua repubblica,
vi era anche questa: «che nessun servo né serva gustasse
vino, nemmeno i magistrati, nel tempo della magistratura; né i
governatori, né i giudici mentre sono in carica (De
Legib
. lib. II)».

3.
L’UBRIACHEZZA È VERGOGNOSA E DEGRADANTE. – Che vergogna è
per l’uomo il mettersi in condizione di non saper più s’egli è
uomo, se vive o se è morto! Eppure l’uomo ubriaco si priva del
lume della ragione col quale si differenzia dal bruto, e quindi si
può annoverare tra le bestie non tra gli uomini, dice S.
Basilio (Homil.
XIV); egli non è né vivo, è morto, dice S.
Gerolamo (In Epl.
ad Galat
. c. V).
Guardate, dice S. Ambrogio, la figura che fa l’ubriaco: egli ha
perduto la voce, ha cambiato co­lore, l’occhio scintilla, il
fiato abbrucia, le narici fremono, la collera lo dimena (De
Elia et ieiun
.).
Dove vi è l’ubriachezza, vi è Satana, dice il
Crisostomo; ivi le parole oscene, le bestemmie, le imprecazioni; ivi
i demoni fanno festa. Oh! come l’asino è da preferire
all’ubriaco! oh quanto vale di più di lui il cane! Non trovi
bestia che nel mangiare e nel bere prenda più del necessario,
e ancorché ti provassi a costringervela con la forza (Homil.
LVII). E già prima aveva detto: «L’ubriachezza cambia
gli uomini in porci, anzi in energumeni. La loro bocca, gli occhi, le
narici, e tutti gli altri loro sensi diventano altrettante cloache di
corruzione (Homil.
LVIII, in Matth
.)».
S. Ambrogio fa notare che l’ubriachezza pare che cambi perfino i
sensi e trasformi l’uomo in belva, perché gli ubriachi sono
come pazzi, vanno barcollando in­nanzi e indietro, a destra e a
sinistra, cadono e si rialzano per ca­dere di nuovo (De
Elia et ieiun
.
c. XII).
L’ubriachezza porta con sé il disordine
e mille miserie. l° L’ubriaco, privo di ragione, mette fuori
tutto ciò che ha in cuore, manifesta i segreti, si attira
l’odio, prepara il terreno per chi voglia tendergli, agguati. 2°
Fà e dice cose ridicole, spregevoli, insensate. Col suo riso
sgangherato, dice S. Basilio, con le sue grida, con la sua collera
precipitosa, con la sua lussuria sfrenata mette ogni cosa sossopra
(S. BASIL. Orat. de Ebriet.). 3° Divora il suo patrimonio,
e si riduce alla miseria con la moglie e coi figli, perché,
come dice S. Ambrogio, «gli ubriaconi bevono in un giorno i
lavori di molti giorni (De Elia et ieiun. c. XII)». 4°
Mette a scompiglio tutta la casa; rovescia ogni cosa, e tutti fuggono
dinanzi a lui. Avviene perfino, talvolta, di doversi levare nel cuore
della notte oscura e fredda e fuggire in fretta, per evitare i
cattivi trattamenti di tali esseri cangiati in bestie. Vedeteli
ravvoltolarsi nel fango, con gli abiti a brandelli, questi in preda
ad una gioia insensata, quelli sopraffatti da una melanconia
spaventosa, altri agitati da una collera furibonda. Le loro orecchie
rombano come onde muggenti, i loro occhi imbambolati non discernono
più le cose. La loro vita è un sonno, il loro sonno è
per essi una morte. Oh quanto una tal vita è deplore­vole,
inutile, scandalosa! Essa è la vergogna del genere umano e con
ragione S. Giovanni Crisostomo asserisce che l’ubriaco non è
solamente un essere inutile nella società e inetto ai pubblici
e privati affari, ma è ancora tale, che il solo vederlo mette
ribrezzo, e la com­pagnia ne è intollerabile, per il
fetore che manda (Homil. LVII).
Così
vorace è il lupo che, anche pienamente sazio, se gli si
pre­senta una preda tosto l’assale e la sbrana, poi vomita per
potersi divorare il nuovo pasto. Tale è l’ubriacone. Sua unica
vita è bere, digerire e vomitare, per bere di nuovo, dice S.
Bernardo (Epist.);
mette tutta la sua felicità nel soddisfare il palato. Non si
sveglia e leva che per bere, e non beve che per dormire; più
vino beve e più ne vuol bere; non ha ancora cessato, che già
ricomincia di nuovo. O vita animalesca e degradante! Cade per
istrada, bisogna sorreggerlo; e cade a tavola, bisogna portarlo a
letto. Di lui dice il profeta Abacuc: «Ti sei coperto
d’ignominia; bevi ancora e dormi, e un vomito ignominioso seppellisca
sotto un cumulo di sozzura la tua gloria» (II, 16).
Che
cosa vergognosa è mai quella di bere più vino di quello
che ne s,opporti lo stomaco! esclama Seneca. O quanto spesso i beoni
si abbandonano a eccessi dei quali arrossiscono gli uomini sobri!
L’ubriachezza è una vera follia volontaria la quale, togliendo
a chi ne è schiavo il pudore che si sforza di rattenerla,
questi non pensa più che a darsi in braccio ad ogni vizio e
metterlo in mostra; perché quando l’ubriachezza si è
impadronita di un uomo, egli propala tutto ciò che di malvagio
si cova nel cuore. Osservate quali disor­dini ha cagionato
l’ubriachezza: essa ha dato in potere ai nemici nazioni forti e
bellicose; ha diroccato fortezze che si difendevano eroicamente da
lungo tempo; ha abbattuto poderosissimi e terribili com­battenti;
ha vinto quelli che il ferro non aveva potuto soggiogare (Ad Lucil.).

4.
L’UBRIACHEZZA È FOMITE D’IMPUDICIZIA. – «Non
ubriacatevi di vino, nel quale è lussuria» – dice S.
Paolo (Eph.
V, 18), il quale l’aveva imparato dai libri sacri dov’è
scritto: «Cosa lussuriosa è il vino, e turbolenta è
l’ubriachezza: chi si diletta di loro non sarà mai saggio»
(Prov.
XX, 1). I costumi corrispondono alla temperanza del corpo; l’uomo
sobrio è continente, l’intemperante è voluttuoso.
«Dovunque s’incontra la crapula e l’ubriachezza, state certi di
trovare regina l’impudicizia, scrive S. Gerolamo. Io non crederò
mai casto un ubriacone; e quantunque addormentato dal vino, può
tuttavia commettere lussuria a cagione del vino. Noè prende in
un’ora, dominato dal vino, tale indecente atteggiamento, che non
aveva mai preso per seicento anni indietro. Lot si ubriaca una sola
volta e commette un incesto senza saperlo; e così quegli che
Sodoma non aveva vinto, fu vinto dal vino (In
c. I. ad Tit.
)».
Il
medesimo santo Dottore dice che né dal Vesuvio, né
dall’Etna, né dalla terra di Vulcano, né dall’Olimpo si
sprigionano fiamme così ardenti come quelle che bruciano le
midolle dei giovani infarcite di vino e di alimenti (Ad
Furiam
.). «Il
ventre gonfio di vino, scriveva a Eusto­chio, bolle
d’impudicizia; chi empie il ventre di vino, nutrisce Venere. Il vino
e la giovinezza sono due focolari di libidine; perché spargere
olio sul fuoco della gioventù? perché ad un
corpicciuolo già in fiamme aggiungere esca? (Ad
Eustoch
.).
Semenza di lussuria è la bevanda del vino» (Contra
Iovin.
).
Non
meno energicamente si esprime S. Basilio: «L’incontinenza
scaturisce pubblicamente, come da naturale sua sorgente, dal vino; da
questo stimolata, acquista tal forza che dà in pazzie e furori
peg­giori di quanti ne possano fare i bruti più lascivi…
L’ubriachezza è il fornite della lussuria, l’alimento della
voluttà, la peste della gio­ventù, il veleno
dell’anima, la rovina delle virtù… Il fuoco che si ac­cende
nelle vene portatovi dal vino, diventa una fornace d’infocate saette
a uso del demonio; il vino fa su le passioni quell’effetto che fa
l’olio su la fiamma (Homil.
contra Christ
.)».
La medesima espressione adopera S. Ber­nardo: «L’ubriachezza
nutre la fiamma della fornicazione» (Epist.);
e S. Agostino la definisce: «Turpitudine dei costumi, disdoro
della vita, obbrobrio dell’onestà, corruzione dell’anima (De
Sobrietate et Virgin
.)».
Finalmente S. Ambrogio dice: «Per gli occhi entra nel cuore la
lussuria; per l’ubriachezza divampa; è que­sta fornite di
libidine, per cui lo spirito s’infiamma, l’anima brucia. Infatti
l’ubriaco, caldo di per sé e riscaldato dall’ardente vapore
del vino, non può contenersi, e diventa zimbello di bestiali
libidini (Apolog.
II,
in David
.
c. III)». Altrove
il medesimo Santo la chiama il naufragio della castità,
l’incentivo alla libidine (De
Elia et ieiunio
).

5.
L’UBRIACHEZZA È SORGENTE DI OGNI VIZIO. – «Madre di
tutte le virtù è la sobrietà, dice Origene; e al
contrario, madre di tutti i vizi è la ubriachezza»
(Homil. III, in
Levit
.). S.
Giovanni Crisostomo scrive che «nessuno è così
intimo e caro amico al demonio, quanto chi, si dà
all’ubriachezza, perché questa passione è la sorgente,
la madre, il principio di tutti i vizi (Homil.
LVIII, in Matth
.)».
Non ne parlano diversamente S. Ambrogio e S. Agostino: quegli la
chiama arsenale di tutte le passioni (De
Elia et ieiun
.),
madre di ogni genere di delitti, tempesta della carne, naufragio
della castità (Exhort.
ad Virg
.);
questi vede in lei la sorgente di tutti i misfatti, la materia delle
colpe, la radice dei delitti, l’origine di tutti i vizi (Tract.
de Sobriet. et Virgin
.).
Il vino conduce all’orgia; l’orgia alla fornicazione; la fornicazione
alla perdita della fede e della religione; la perdita della fede
all’apostasia; l’apostasia alla perdita eterna di Dio e dell’anima:
di modo che dobbiamo convenire con Ponziano nel chiamare
l’ubriachezza «la metropoli di tutti i mali» (De
ebriet
.); e nel
qualificarla, con S. Basilio, «un demonio introdotto
volontariamente, per mezzo del piacere, nell’anima; madre della
malizia, nemica giurata della vir­tù (Apud
Anton. in Meliss,

L I, c, XLI)».

6.
CASTIGHI DELL’UBRIACHEZZA. – Noè si ubriaca, ed ecco il suo
figlio Cam insultarlo e punirlo con amara derisione. Sansone
avvinazzato è consegnato da Dalila ai nemici che, strappatigli
gli occhi, lo condannano a girare una macina, come un giumento. Si
addormenta Oloferne ubriaco, e Giuditta gli tronca il capo.
Baldassarre vede in mezzo alle anfore ed ai calici una mano che segna
la sua sentenza di morte, e dal banchetto passa al sepolcro. I figli
di Giobbe restano schiacciati sotto la casa, che loro cade addosso
mentre stanno facendo baldoria. Erode, avvinazzato, ordina la
decapitazione di Giovanni Battista, ed è anch’egli colpito da
morte crudele. L’epulone del Vangelo, amico della tavola, è
precipitato nell’inferno e non può, dice S. Giovanni
Crisostomo, ottenere dopo questa vita nemmeno una goccia di acqua
(Homil. in Ev.
Lucae
). Amàno,
osserva S. Ambrogio, in mezzo ai vini di splendido convito, paga il
fio della sua ubriachezza (De
Elia et ieiun.
).
Come è vero quello che dice S. Basilio! «L’ubriaco è
assorbito, mentre si crede di assorbire. Infatti come il pesce,
quando si lancia avido all’amo, si affretta ad ingoiare l’esca e si
trova in quel punto il ne­mico tra le fauci, così
l’ubriacone ingoia col vino il suo nemico che lo spinge a ogni più
vile e più vergognoso eccesso, tanto che si può
paragonare ad un energumeno, con questa differenza, che gli ossessi
sono tormentati dal diavolo, loro malgrado; al contrario, l’ubriaco è
tormentato, avvilito, malmenato dall’ubriachezza, perché così
gli piace (Admonit.
ad filium spirit
.)».
Dice
il Savio: «A chi le minacce? a chi le risse? a chi i
trabocchetti? a chi le ferite senza cagione? a chi l’occhio sanguigno
e ardente? non forse a quelli che guazzano nel vino e prendono
diletto nel vuotare bicchieri?» (Prov.
XXIII, 29-30). Ah! dunque, «non provocate a bere quelli cui
piace il vino, perché il vino ne ha mietuto molti»
(Eccli.
XXXI, 30). È giusto giudizio di Dio, che i beni da lui datici
a nostro uso e nostra santificazione volgano a nostro danno e castigo
se ne abusiamo; di modo che troviamo i nostri persecutori e manigoldi
in quelli che abbiamo fatto nostri idoli. Tale è il vino; tali
sono gli onori, i tesori, i piaceri; tali le creature animate nelle
quali abbiamo posto eccessiva compiacenza.
Infiacchire,
di volontà deliberata, la sanità e la vita; perdere la
ragione, l’onore, la tranquillità, la fortuna, l’anima, il
cielo, Id­dio, ecc., tutti questi castighi che si rovesciano su
l’ubriacone non sono essi spaventosi? Non è forse una
punizione terribile assimilarsi, anzi rendersi inferiori al bruto, al
giumento; eccitare in noi le più sozze inclinazioni, senza
potere né volere vincerle? Non è orrendo ca­stigo
bere al calice dell’ira di Dio, inebriarsi del vino dell’angoscia,
della perplessità, dell’ignominia, della confusione; metterei
in condizioni di non più pentirei, di non più ricevere
i sacramenti, non più otte­nere misericordia? Si può
immaginare stato più deplorevole e più spaventoso per
l’eternità? Ora l’ubriaco si espone a tutte queste scia­gure,
a tutti questi castighi; egli per l’ordinario se li attira, se li
merita sempre… All’ubriacone più specialmente che ad ogni
altro peccatore sta riservato quel castigo descritto nell’Apocalisse:
«Be­verà del vino puro della collera di Dio, che sta
preparato nel calice della sua vendetta; e sarà cruciato nel
fuoco e nello zolfo; e il fuoco dei suoi tormenti s’innalzerà
per i secoli dei secoli e non avrà riposo né giorno né
notte» (Apoc.
XIV, 10-11).