I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Grandezza dell’uomo

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

1. L’uomo è creato a immagine di
Dio.

2.
Valore inestimabile dell’uomo.

3.
Impero dell’uomo.

4. L’uomo servo di Dio.
5. L’uomo figlio di Dio.
6.
Dio padre dell’uomo.
7. L’uomo è tempio di Dio, casa
di Gesù Cristo, cittadino del cielo.

8. L’uomo è costato il sangue di
Gesù Cristo.

9. L’uomo partecipa della natura
divina.

10. L’uomo deve vestirsi di Gesù
e non può vivere che di Gesù.
11. L’uomo è cosi grande che gli
bisogna la casa di Dio per abitazione, e Dio medesimo per cibo.
12. L’uomo è così grande che gli
bisogna l’immortalità.
13.
La grandezza dell’uomo dipende tutta da Dio.

1.
L’UOMO È CREATO A IMMAGINE DI DIO. – Dio trae dal nulla
l’universo e per fare questo gli basta un cenno della sua volontà, basta un fiat.
Ma a quest’universo manca un capo, manca un re che regga e governi tutto quello
che fu creato. Allora l’augusta Trinità si raccoglie, diremmo, a consiglio, e
stabilisce di formare un essere che sia l’immagine e l’espressione di lei
medesima su la terra, e questo essere è l’uomo (Gen. I, 26). Solo, tra
tutte le creature, l’uomo porta in sé l’immagine di Dio; egli è lo scopo, il
fine dell’universo.
   «Poteva darsi, domanda S. Ambrogio, onore
più sublime per l’uomo, che quello di essere formato a immagine e somiglianza
del suo Fattore? (De dignit. humanae condit. cap. III). Ma Dio avrà fatto casi
con l’uomo senza mirare a un disegno? No, risponde S. Leone: «Se noi esaminiamo
da uomini saggi e spassionati l’origine della nostra creazione, conosceremo che
siamo stati creati a immagine di Dio affinché siamo imitatori del nostro autore
e che la dignità della nostra schiatta in ciò consiste che splenda in noi,
quasi in uno specchio, la somiglianza della benignità divina (Serm. I de ieiun. X mens.)». Da ciò si rileva perché Clemente Alessandrino
chiami l’uomo « pianta celeste» (Stromat.). Le
piante hanno le loro radici nella terra, ma l’uomo le ha in cielo; perciò come
l’albero si nutre per mezzo delle radici della terra; così l’uomo non trae il
succo di vita, se non dal cielo.
   O uomo animalesco che ti abbassi fino a
renderti simile alle bestie, e spesso a metterti al di sotto di esse, a
invidiare lo stato loro, bisogna che tu comprenda una buona volta la tua
dignità e consideri le mirabili prerogative della tua creazione e gli altri
onori che ti sono resi. Non come le altre creature, con un cenno imperativo – Fiat
­ tu sei uscito dal nulla, ma dietro una parola di consulta – Faciamus. – Dio si consiglia con se stesso, come in
atto di produrre un capolavoro.
   Tutto ciò che Dio aveva creato nel mondo,
prima dell’uomo, non era capace di conoscere, di amare, di servire e di
possedere il suo Creatore. Ora Dio abbellisce l’uomo di tutte queste sublimi
prerogative; e nel formarlo non si propone altro modello che se stesso. Con quelle
parole: Facciamo l’uomo ad immagine e somiglianza nostra, Dio esprime tutte le
bellezze dell’uomo e ad un tempo tutte le ricchezze di cui, per sua bontà, lo
ha fornito: intelletto, volontà, memoria, rettitudine, innocenza, chiara
conoscenza di Dio, amore infuso di questo primo essere, sicurezza di godere con
lui una medesima felicità…
   Faciamus
hominem
– Facciamo l’uomo: al suono di queste parole compare nel mondo
l’immagine visibile della Trinità augusta, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Simile al Padre, ha l’essere; simile al Figlio, ha l’intelligenza; simile allo
Spirito Santo, ha l’amore. Dio è intelligenza, volontà, amore; l’uomo fatto ad
immagine di Dio, possiede anch’egli l’intelligenza, la volontà, l’amore.
   In tre modi l’uomo rassomiglia a Dio: 1° per
natura, poiché noi constiamo di una natura ragionevole ed intelligente, come
Dio è ragionevole ed intelligente…; 2° per la grazia, la quale, al dire di S.
Bernardo, consiste nelle virtù… 3° la somiglianza
perfetta ed infinita si compirà nel cielo, con la visione e la gloria
beatifica… «Rendiamo dunque, dirò col Nazianzeno, a
questa immagine di Dio in noi scolpita, l’onore che le è dovuto, e riconosciamo
la nostra dignità (Serm. de Nativ.)».
   L’immagine naturale di Dio sta nell’anima
che è spirito, non materia, che è agile, immensa, intelligente, libera,
immortale. Quest’immagine di Dio è naturale all’uomo e non si è punto
cancellata per il peccato di Adamo, ma solamente sfigurata e malmenata.
Un’altra immagine di Dio vi è ancora nell’uomo, ed è l’immagine sopranaturale,
che consiste nella grazia e nella giustificazione con cui l’uomo diventa
partecipe della natura divina; e quest’immagine avrà il suo compimento nella
gloria e nella vita eterna. Poiché «l’anima dell’anima è la grazia», dice S.
Agostino (De Cognit. verae
vitae
). Adamo fu creato in questa grazia che è una vera immagine di Dio.
Questa rassomiglianza dell’anima con Dio per la grazia, dipende dalla volontà
dell’uomo; peccando la perde, ma la ricupera, ricuperando la grazia e la giustizia
di Dio…
   Solo l’uomo è fatto a somiglianza di Dio. Il
sole, che è pure sì splendente e bello; la luna e le stelle, magnifico
ornamento del cielo; la terra con le mille sue svariatissime produzioni;
l’oceano con tutta la sua immensa ampiezza, non sono fatti a immagine di Dio.
Non vi è che l’angelo e l’uomo decorati di così preziosa prerogativa. O uomo,
esclamerò col Crisologo, perché essendo fregiato da
Dio di tant’onore, ti disonori? Perché tanto vile ti fai agli occhi tuoi,
mentre tanto grande e nobile comparisci a quelli di Dio? E non ti accorgi che,
abbassando te stesso, disprezzi Dio di cui sei l’impronta? (Serm.).

   2. VALORE
INESTIMABILE DELL’UOMO. – Di sei qualità principali, o proprietà eccellenti è
composta la natura ragionevole dell’uomo che costituisce l’immagine di Dio. La
prima sta nell’essere l’anima spirituale e indivisibile, come spirito
indivisibile è Dio… La seconda consiste nell’essere l’anima immortale, come
immortale è Dio… La terza, nel libero arbitrio di cui è fornita… La quarta
nell’essere dotata d’intelligenza, di volontà, di memoria… La quinta,
nell’essere atta alla virtù, alla sapienza, alla grazia, alla beatitudine, alla
visione di Dio, ad ogni bene… La sesta, nel suo dominio su tutto il rimanente
dell’uomo e della creazione… A queste se ne può aggiungere una settima: che
siccome tutte le cose sono contenute eminentemente in Dio, così ancora può
dirsi proporzionatamente dell’uomo. In virtù della sua intelligenza egli si
appropria ogni cosa, perché può formare nella sua mente un’immagine o
rassomiglianza di ogni cosa… Perciò possiamo dire col Crisostomo: «Non vi è
tesoro ancorché preziosissimo, neppure il mondo tutto, che valga quanto l’anima
(Hom. III in Epistola ad Cor.)». No,
nessuno di noi non sarebbe mai giunto a conoscere la grandezza dell’uomo, a
indovinarne l’alto destino, se non ci avesse soccorsi la rivelazione e la sacra
Scrittura.
   «Il Signore Iddio, dice
la Genesi, alitò sul
volto all’uomo il soffio di vita, e l’uomo ebbe un’anima vivente»  (Gen. II, 7). Questo linguaggio non
significa punto che Dio abbia una bocca come gli uomini e che con essa aliti,
ma la Scrittura
dice così per farci intendere che Dio stima l’anima e l’ha cara come
un’emanazione della sua propria vita. È vero che trasse dal nulla, come tutte
le altre creature, ma dicendoci lo Spirito Santo che l’anima è un soffio
divino, vuole indicare che Dio l’ha prodotta con particolare e tenero affetto,
come se l’avesse tratta dal suo cuore.
   Di più:
la Scrittura non dice che
Dio ha fatto l’anima nostra con le sue mani, come ha fatto il nostro corpo, né
che l’abbia creata parlando, come creò tutti gli altri esseri, ma alitando;
perché intendiamo ch’egli ha in certo modo partorito un carissimo concepimento
che portava in sé da tutta l’eternità. È come se
la Scrittura dicesse che
l’anima procede dall’interno di Dio; come il respiro non è altro se non un escire ed un entrare continuo dell’aria, la quale va al
cuore, poi lo lascia per rientrarvi ben tosto a mantenervi la vita; similmente
l’anima nostra non è uscita da Dio se non per rientrarvi; egli non l’ha
respirata se non per aspirarla di nuovo. E se l’anima ha dato, per così dire,
un sollievo al suo cuore uscendone, sembra che in certo qual modo lo ristori e
lo consoli quando a lui ritorna con qualche aspirazione amorosa. Ah! se noi
sapessimo quello che è l’anima nostra al cuore di Dio! ella non saprebbe vivere
senza Dio, come Dio pare non sappia essere contento senza di lei.
   Osservate la
mirabile relazione che Dio stabilì tra il suo Spirito e il nostro! Lo Spirito
Santo è una sacra emanazione del cuore di Dio, emanazione che lo riempie di
gioia in se stesso; e la nostra anima è un soffio che gli reca della
compiacenza al di fuori di lui. Lo Spirito Santo è l’ultima delle ineffabili
produzioni di Dio in se stesso; l’anima nostra è l’ultima di tutte le
meravigliose produzioni di Dio al di fuori di lui.
   L’anima sta così mirabilmente sollevata al
di sopra del corpo, che si direbbe più vicina a Dio che l’ha creata, che non al
corpo al quale è congiunta. E in verità, fra le creature di questo basso mondo
non ve n’è altra, fuor di lei, in cui si possa trovare qualche tratto visibile
delle perfezioni di Dio. Essa è più sublime dei cieli, più profonda degli
abissi, più ampia dell’universo, durevole come l’eternità. Dio è spirito,
l’anima è spirito; Dio è semplice e indivisibile, l’anima è semplice e
indivisibile; Dio è immobile mentre mette tutto in moto e a tutto dà vita, il
medesimo è dell’anima rispetto al corpo che da lei ha vita; Dio è intelligente,
e l’anima è intelligente; Dio vuole, e l’anima vuole; Dio si ama, e l’anima,
amando Dio, ama veracemente se stessa; Dio ha fatto tutte le cose, l’anima
opera, e chi potrebbe mettere limiti alla sua azione? Dio è libero e
signoreggia tutto il creato; l’anima è libera, e muove a suo talento le membra
del corpo; Dio ha tutto presente alla sua memoria, l’anima possiede anch’essa
questa facoltà; Dio è onnipotente, l’uomo dispone, quando vuole, della potenza
divina, fa cose mirabili, e parecchie ne abbraccia nell’ampiezza del suo
spirito; Dio è il fine, lo scopo di tutte le cose; l’uomo è il fine della
creazione; Dio è tutto intero nel mondo e in ogni parte del mondo, l’anima
governa il corpo, si trova tutta intera in esso ed in ciascuna delle sue parti;
e, quel che è il sommo della perfezione, come Dio Padre, conoscendo se stesso
per via dell’intelletto genera il Verbo, e amandolo produce lo Spirito Santo;
così l’uomo, conoscendosi, produce nella sua anima una parola intelligente,
espressione di se medesima; e di qui l’amore procede nella sua volontà. Sono
questi altrettanti pensieri di S. Agostino il quale ne deduce che salvare un
anima è opera più eccellente che creare il cielo e la terra (Serm. XXIV,
de Temp
.). Certamente, di tutte le perfezioni, la più divina è
quella di essere cooperatore di Dio nel ricondurre le anime al loro Creatore di
cui partecipano la nobiltà, la sapienza, il dominio, la grandezza, lo spirito.
   L’anima supera in valore il mondo intero;
perché fatta a immagine di Dio, essa partecipa di Dio medesimo, è come una
porzione del suo alito divino: secondo la parola stessa di Dio: «Se tu separi
quello che vi è di prezioso (l’anima) da ciò che vi è di vile (il corpo)
nell’uomo, egli sarà in certo qual modo la bocca mia» (IEREM. XV, 19).
   S.
Agostino e S. Tommaso insegnano che la conversione e la giustificazione del
peccatore sono lavoro più grande, più difficile, più stupendo della creazione
del mondo; il Crisostomo osserva, che convertire un’anima è fare a Dio un dono
più eccellente, più gradito, che innalzargli un tempio; perché tutte le somme
che si spendono a costruire un sontuosissimo tempio, non giungono mai a
pareggiare il valore di un’anima. Salvare un uomo è limosina più grande che
dare centinaia di milioni, che dare il mondo intero, se fosse possibile, poiché
un’anima vince in pregio ogni cosa creata. Infinito è il suo valore, poiché è
costata il sangue di un Dio; e tutto ciò che esiste, sole, stelle, terra, mari,
monti, animali, tutto è stato fatto per l’uomo.
   «Quando tutta la terra, dice Filone, si
cambiasse in oro, o in qualche altra materia ancor più preziosa, e che tutti
gli architetti e gli orefici lo adoperassero nell’innalzare portici, vestiboli,
palazzi, tempi a Dio, tutto ciò non sarebbe degno di formare lo sgabello del
suo trono: e un’anima che si trova in grazia, è degna di riceverlo, di
alloggiarlo!» (Lib. de Cherub.). Che pregio!… che
dignità… che valore non ha un’anima!…

   3. IMPERO DELLUOMO. – «Signore, esclamava,
con santo entusiasmo il profeta, voi avete fatto l’uomo di poco inferiore agli
angeli, l’avete coronato di gloria e di onore, gli avete dato il dominio su
tutte le opere delle vostre mani. A lui avete assoggettato gli animali dei
campi, gli uccelli dell’aria, i pesci del mare» (Psalm.
VIII, 5-8). E in fatti leggiamo nel Genesi che, nell’atto di formare
l’uomo, Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, ed egli
comandi ai pesci del mare, agli uccelli dell’aria, alle fiere e a tutti i
rettili che si muovono su la terra» (Gen. I, 26). Dio ha dunque
costituito l’uomo re dell’universo; ad uso suo ha costrutto il magnifico
palazzo di questo mondo…

   Il mondo è il tempio di Dio; l’uomo ne è il
sacerdote per pregare e ringraziare Dio a nome di tutte le creature, poiché
egli solo possiede la ragione e la parola. Tutte le creature pongono le loro
ricchezze ai piedi dell’uomo-re, e stanno pronte ai suoi comandi. Noi siamo
tutte ai tuoi servizi, esse gli dicono, ma a patto che tu porti al trono di Dio
e le tue adorazioni e per te e per noi. Ogni cosa è a tua disposizione, usane
per Iddio, e tutto riferisci a Dio che ci ha creato per tua utilità e per tuo
servizio. Il nostro fine è di servire a te; il tuo, o uomo-re nostro, è di
servire a Dio. E ciò appunto che ricordava l’Apostolo ai Corinzi, scrivendo:
«Tutte le cose sono vostre; ma voi siete di Cristo; Cristo poi è di Dio» (I,
III, 22-23).
   S. Ambrogio osserva che non senza giuste
ragioni l’uomo fu l’ultima opera della creazione; che essendo tutte le cose
state fatte per lui, esse dovevano precederlo per rendergli omaggio e per
offrirsi ai suoi bisogni. Egli è stato fatto l’ultimo perché è il compendio e
la causa del mondo, il quale fu creato per lui, ed ha in proprietà ed in
abitazione gli elementi. Egli vive tra le fiere, nuota coi pesci, vola più alto
degli uccelli, conversa con gli angeli; abita la terra e sale al cielo, passa i
mari, valica i monti, coltiva la terra, la fa insomma da erede e padrone del
mondo intero (lib. VI, Epistola
XXXVIII). L’uomo è dunque fatto per regnare. «Or perché, dice S. Basilio, o
uomo-re, ti rendi schiavo delle tue malvagie inclinazioni? perché farti schiavo
del peccato? perché consegnarti in balìa al demonio?
Dio ti ordina di tenere il primato tra le creature e di governarle; e tu,
stordito! spezzi il tuo scettro, abbandoni il tuo regno, scendi dal tuo trono,
per occupare l’ultimo stallo, per essere servo di chi deve servire a te. Tu sei
creato per dominare su tutto e tutto domina su di te! Tutto deve a te obbedire,
e tu obbedisci a tutto! O inaudito spaventoso scompiglio!» (Homil.
X).
   L’anima è nell’uomo la signora, la
direttrice, la regina non solamente di tutte le membra, ma dei sensi, delle
passioni, dei pensieri, dei desideri. Essa dunque governi i suoi appetiti e non
si lasci da essi tiranneggiare. «Governate il vostro corpo con la ragione, dice
S. Basilio, come il cavaliere governa il cavallo col freno (Homil.
X)». Sotto quest’aspetto, S. Gregorio considera i cristiani buoni e pii quali
veri re; perché dominando le concupiscenze, mettono un freno alla lussuria,
alla gola, all’orgoglio, alla collera. Sono re i quali, tutt’altro che
soccombere alle tempeste delle tentazioni, le dominano e sforzano i venti e i
marosi in burrasca a quietarsi (Serm. de Nativ.).
   «Rallegrati, uomo-re, discendente di Dio,
dice Origene, vedendo le insegne della tua dignità reale. Re tu sei chiamato,
perché a te è stato detto Tu sei di schiatta regale. E perché tu sei re, a
giusto titolo Gesù Cristo, tuo re e tuo Signore, si chiama il Re dei re, il
Signore dei dominanti. Quando egli regni in te, costituisce te medesimo re su
tutto il creato. Se dunque in te l’anima comanda e la carne obbedisce, se
sottometti al tuo impero la concupiscenza, se freni le cattive inclinazioni, tu
saprai che sei re, e che meriti di esserlo. E quando sarai tale, quando
regnerai su te stesso, tu regnerai ancora sopra Iddio, perché otterrai da lui
tutto quello che vorrai» (In Evang.).
   «Qual atto più regale, scrive S. Leone, che
quello di sottomettere la carne allo spirito, e lo spirito a Dio? E quale
funzione più sacerdotale che quella di consecrare a
Dio una coscienza monda e offrirgli su l’altare del cuore ostie di pietà e di
purezza? Ciò facendo, noi siamo veramente quali ci chiama l’Apocalisse (I, 6),
re e sacerdoti» (Serm. de Nativ.).
   Il vero e
più bel regno dell’uomo sta in ciò che Gesù Cristo regni in lui e lo governi;
perché allora egli riceve da Gesù Cristo, solo ed unico vero re universale, la
dignità e la potenza regia; allora egli regna e governa davvero. Regna 1° sopra
di se stesso, su tutte le facoltà, su tutti i sentimenti suoi… 2° Regna in
tutto ciò che lo circonda; trae al suo vassallaggio tutte le cose… 3° Regna
sul prossimo, al quale va debitore del suo affetto e dei suo amore. L’uomo che
si unisce con Dio, domina se stesso piamente e santamente, e regola le sue
azioni. Impara facilmente a governare e reggere tutto il resto: e allora è in
lui un regno di pace, di felicità, saggio e caparra del regno eterno: allora
ogni cosa è sua, ed egli è di Gesù, come Gesù è di Dio  (I Cor III, 22-23).
   L’estensione del regno dell’uomo quaggiù è
la fede; la sua larghezza è la speranza; la durata sarà il cielo per
l’eternità…

  
4.
L’UOMO SERVO DI DIO. – La sovranità dell’uomo consiste
principalmente nell’essere servo fedele di Dio: «Io diffonderò il mio spirito,
dice il Signore, sui miei servi e su le serve mie» (IOEL. II, 29). E dove regna lo spirito di Dio, è la vera
sovranità.
   Nobilissimo ed onorevolissimo è il titolo di servo di Dio e il supremo
Capo della Chiesa non ne volle assumere altro per sua divisa; se pure non
diciamo che l’aggiunta fattavi di Servo dei servi di Dio: – Servus servorum Dei, – mentre sembra che ne diminuisca
il lustro, in verità l’aumenta. Servire Dio è regnare; quindi il Salmista
esclamava: «Perché io sono, o Signore, vostro servo, vostro servo devoto,
perciò avete spezzato le mie catene» (Psalm.
CXV, 16). Abramo, Mosè, Giobbe si tennero onorati a
chiamarsi servi di Dio. Anzi Gesù Cristo medesimo applicò a sé questo titolo in
Isaia. La Beata Vergine,
Madre di Dio, si gloriò di chiamarsi l’ancella del Signore: – Ecce ancilla Domini
(Luc.
I, 38); e S. Paolo non s’intitola, in capo alle sue Epistole, con altro nome se
non con questo: «Paolo, servo di Gesù Cristo» – Paulus,
servus Christi
. – E
riguardo alla Vergine Maria, è cosa notevole che ella assuma il titolo di serva
del Signore, appunto quando, per l’ambasciata di Gabriele, seppe di essere
stata innalzata a tale dignità, di cui né l’uomo né l’angelo può immaginare la
maggiore. All’annunzio della sua maternità divina, di quella prerogativa che la
costituiva regina del cielo e della terra per tutta l’eternità, l’umile
verginella esce in quelle mirabili parole: «Ecco l’ancella del Signore» – Ecce
ancilla Domini.
– E chi vorrà ancora contrastare
che il titolo di servo di Dio, non sia titolo di onore sublime, di dignità
sovrana? Chi non applaudirà a S. Agata, la quale, ai rimproveri che le faceva
il preside pagano, che menasse vita da schiava, vivendo da cristiana, lei che
era di famiglia nobile, rispose; «l’umiltà e la schiavitù dei cristiani, vince
in pregio e splendore le ricchezze e la porpora dei re terreni?» (In Vita).
   Quindi il titolo di servo di Gesù Cristo
prova la grandezza dell’uomo; prova che l’uomo è, in quanto all’anima, della
natura degli angeli; ora gli angeli anch’essi nel cielo, regnando con Dio, sono
suoi servi. Questo solo titolo li costituisce re.

  
5.
L’UOMO FIGLIO DI DIO. – Se l’essere servo di Dio è un
onore così sublime e un titolo di tanta grandezza per l’uomo, che cosa si dovrà
dire dell’onore e della eccellenza che gli viene dal titolo di figlio di Dio?
Eppure è questo, dice S. Giovanni, il titolo, è questa la qualità che, per
effetto dell’immenso suo amore, ti ha dato il Padre  (I, III, 1). Questo augusto titolo di
figli di Dio ci. fa partecipi dei suoi divini attributi. Come Dio è santo per
essenza, così il giusto, generato alla giustizia di Dio, fatto figlio di Dio,
ha la santità nella sua qualità di figlio di Dio; egli diventa onnipotente e
può ripetere con S. Paolo: «Ogni cosa io posso in colui che mi sostiene» (Philipp. IV, 13). Diventa immutabile, di man era che
unendosi con Dio, né le lusinghe, né le minacce del mondo potranno più
scuoterlo. Diventa celeste, così che dimentica e disprezza la terra. Diventa
come impeccabile… Diventa buono per i suoi simili, e come sole benefico
spande su tutti le sue liberalità, e tutti infiamma del suo amore. Diviene
sapiente nella prima delle scienze, che è quella della religione e della virtù,
perché ha Dio per maestro, e l’inspirazione divina l’istruisce di ogni cosa.
Egli è imperturbabile, perché tenendo l’anima sua fissa in Dio, alle vicende
del secolo o non bada, o se ne ride. Egli è liberale, senza invidia, rende bene
per male e converte così in amici i suoi nemici; le sue mire sono rette come
azioni; si mostra paziente, forte, uguale, costante, sincero, perché tale è Dio
suo padre…
   I cristiani si
vantano di essere figli di Dio, e lo sono in fatti; ciò posto, devono lavorare
con zelo e perseveranza: alla loro perfezione ed esercitarsi nelle opere
eroiche e divine… Seguite il consiglio di S. Cipriano
che dice: «Quando vi punge lo stimolo della carne, rispondete: Io sono figlio
di Dio e nato per ben altra e più sublime occupazione che non è quella di dare
pascolo ai sensi. Quando il mondo vi tenta coi piaceri e con le ricchezze,
rispondete: Io sono figlio di Dio, chiamato agli onori, ai diletti del cielo.
Quando il demonio cerca di sedurvi, ditegli: 
Vattene, o Satana, ritìrati nel tuo inferno;
non permetta mai Iddio
che, essendo figlio dell’Altissimo, io diventi figlio del serpente! Nato per un
regno eterno, calpesto come fango, guardo come fumo quanto può essermi quaggiù
offerto di più lusinghiero» (De Spectac.). Voi
siete figli di Dio; imitate Gesù Cristo che vi chiama a fare la volontà di Dio,
ad avvicinarvi sempre di più a lui…; affrettatevi, correte per la strada che
vi conduce al vostro Padre celeste…

   6. DIO PADRE DELL’UOMO. – Figli di Dio! Dio
è adunque nostro Padre! O quanto è grande l’uomo! Si
stima fortunato e va superbo chi può vantare dei titoli di nobiltà; ora che
cosa sono tutti i titoli, le dignità, le onorificenze di questo mondo, in
confronto del titolo di cristiano, che ci rende figli di Dio e ci permette di
chiamare Dio nostro Padre!… Vedete quel mandriano che custodisce la greggia
alla campagna? egli è nobile, ha per padre Iddio… Vedete questo accattone
cencioso, che limosina alla vostra porta? Egli è di nobile stirpe, perché suo
padre è Dio. Egli. può ogni giorno ed ogni istante dire con verità al pari del
primo dei re: Padre nostro che sei nei cieli…
   «Come è grande, dice S. Cipriano,
l’affabilità di Dio! Che abbondanza di dignità e di bontà è mai questa sua a
nostro riguardo, che non solamente permetta, ma ordini, ma voglia che noi lo
chiamiamo nostro padre, e lo sia veramente! Gesù Cristo è il Figlio di Dio, e
noi abbiamo il titolo di figli del medesimo padre! Ah! chi di noi avrebbe mai
osato chiamare Dio suo padre, se egli non l’avesse, più che permesso,
comandato? Dobbiamo dunque ricordarci, fratelli carissimi, e considerare che
mentre chiamiamo Dio nostro padre, dobbiamo diportarci
come figli di Dio, affinché se noi siamo contenti di avere Dio per padre, egli
sia pure contento di avere noi per figli (Serm.)».
   «Essi saranno chiamati, dice Osea, figli del
Dio vivente (I, 10). Questa dignità, quest’innalzamento dell’uomo, fino ad
avere Dio per padre, essere suo figlio, è quasi infinita. «Che Dio chiami
l’uomo suo figlio, e che l’uomo chiami Dio suo padre è tale favore, che supera
immensamente ogni altro favore», diceva già S. Leone (Serm.
VI de Nativ.
). E perciò esorta l’uomo ad imitare
Dio suo padre, a vivere della sua vita, per condurre una vita divina, non
terrena, non carnale, e così conchiude: «Riconosci, o cristiano, la tua dignità
e, fatto partecipe della natura divina, bada a non ricadere nell’antica tua
bassezza con una condotta depravata e guasta (Serm.
I de Nativ.
)». «Venendo d’una schiatta scelta e
reale, continua il citato padre, rispondi alla tua destinazione, ama quello che
è gradito a tuo Padre, guarda che vi sia tra te e lui somiglianza di pensieri,
di affetti e di opere, affinché egli non abbia da rivolgerti quel rimprovero
d’Isaia: Ho allevato ed innalzato dei tigli, ed essi mi hanno voltate le
spalle» (ISAI. I, 2). Praticate quell’insegnamento di Cristo: «Siate perfetti,
com’è perfetto il Padre vostro celeste» (MATTH. V, 48).
   Notate quello che dice il Vangelo di S.
Giovanni: «Il Verbo ha dato loro la potestà di diventare figli di Dio; l’ha
data a coloro che non sono nati dal sangue, né per impulso della carne, né per
volontà dell’uomo, ma da Dio» (IOANN. I, 12, 15); la dà a coloro che sono
simili all’Unigenito di Dio, cui il Padre disse da tutta l’eternità: «Tu sei
mio Figlio, oggi io ti ho generato» (Psalm.
II, 7).
   I cristiani non sono figli di dèi muti e
morti, non sono i figli degli idoli, ma i figli del Dio vero, del Dio vivo, del
Dio che è la vita per essenza, la vita divina ed increata,
vita che ad essi comunica. In questa generazione e figliazione, il padre è Dio;
la fecondità è la grazia preveniente; la madre è la volontà che consente e
coopera a questa grazia; la famiglia che ne nasce sono i giusti; l’anima di
questa famiglia è la carità. Il modello di questa figliazione è nella
figliazione del Verbo di Dio: poiché come Dio Padre genera ab
eterno
un Figlio che è a lui consostanziale ed
uguale in ogni cosa, così genera nel tempo dei figli, che sono per grazia
quello che l’Unigenito di Dio è per natura; come si rileva da quel tratto di S.
Paolo ai Romani: «Quelli che Dio ha conosciuto con la sua prescienza, li ha
anche predestinati ad essere conformi all’immagine di suo Figlio, affinché sia
egli il primogenito tra molti fratelli» (Rom. VIII, 29).
   «Tutti quelli, continua a dire l’Apostolo,
che sono mossi dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. Voi non avete
già ricevuto di nuovo lo spirito di servitù nel timore, ma lo spirito di
adozione dei figli, in virtù del quale gridiamo: Abba,
Padre. Perché lo Spirito rende egli medesimo testimonianza al nostro spirito,
che noi siamo figli di Dio. Ma se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio,
coeredi di Gesù Cristo; a patto però che con lui patiamo, per essere con lui
glorificati» (Rom. VIII, 16-17).       

   Per meglio approfondire e comprendere questa
adozione dell’uomo per parte di Dio, bisogna osservare che in essa non ci
vengono solamente dati la grazia, la carità e gli altri doni dello Spirito
Santo, ma ci è dato lo Spirito medesimo che è il dono primo ed increato dato da Dio agli uomini. Avrebbe Iddio potuto,
nella giustificazione per la grazia e la carità infusa, farci solamente giusti
e santi; e questa sarebbe già stata una grazia segnalatissima ed un benefizio
immenso di Dio, ancorché non ci avesse adottati in figli; ma la bontà sua non
si tenne paga a tale favore; egli ha voluto renderci così giusti, da poterci
adottare come figli. Avrebbe inoltre potuto compiere tale adozione, dandoci
solo la carità, la grazia, i doni creati, favori questi certamente immensi; ma
l’infinita benignità di Dio si compiacque di aggiungere se medesima ai suoi
doni e santificarci e adottarci con se stessa di modo che lo Spirito Santo si è
di propria volontà aggiunto ai suoi doni, di modo che nel darci la grazia e la
carità, ci dà anche se stesso personalmente e sostanzialmente, secondo quelle
parole dell’Apostolo: «La carità di Dio è sparsa nei nostri cuori per mezzo
dello Spirito Santo che ci fu dato»  (Rom.
V, 5). Spirito che perciò il medesimo Apostolo chiama «Spirito di
adozione»   (Rom. VIII, 15). È
questa la somma stima che Dio ha fatto di noi, ed è questa ancora la nostra
suprema grandezza ed elevazione, che ricevendo noi la grazia e la carità,
riceviamo ad un tempo la persona medesima dello Spirito Santo che unendosi da
se stesso alla carità ed alla grazia, abita in noi, ci adotta, ci vivifica e ci
divinizza.
   Ma non basta: lo Spirito Santo, scendendo
personalmente in un’anima giusta, conduce con sé le altre persone divine dalle
quali è inseparabile. Quindi l’augustissima Trinità tutta intera viene
personalmente e sostanzialmente nell’anima che è giustificata e adottata, e
finché quest’anima persevera nella giustizia, Ella vi abita come in proprio
tempio, secondo quel testo di S. Giovanni: «Dio è carità; e chi dimora nella
carità, dimora in Dio, e Dio in lui» (I, IV, 16); e quell’altro di S.
Paolo: «Chi si tiene unito a Dio, forma con lui un medesimo spirito» (1 Cor.
VI, 17). Questo appunto dimandò Gesù Cristo a suo
Padre nella preghiera che fece la vigilia della sua passione: «Che siano tutti
una sola cosa, come tu sei in me, o Padre, e io in te, che siano anch’essi una
cosa in noi» (IOANN. XVII, 21). Queste parole sono spiegate da S. Cirillo (lib. II in Ioann.
c. XXVI), da S. Atanasio (Orat. IX, cont. Arian.), dal Toledo e
da altri, in questo senso: partecipino cioè tutti del medesimo spirito che è
uno; siano uniti a lui e, per lui, alle altre persone divine, non formino tra
tutti che una cosa sola in lui, talmente che siano tutti come se non fossero
che un solo, e ciò nello Spirito Santo; a quel modo che le tre persone divine
non sono che uno, in una sola natura divina.
   Quindi nella giustificazione e adozione
dell’anima, ci vengono comunicate la grazia e la carità, e lo Spirito Santo e
tutta
la Trinità
Santissima si unisce ai suoi doni sostanzialmente, per unirci
a sé sostanzialmente, santificarci, adottarci, deificarci. Per mezzo di questa
adozione, noi riceviamo primieramente la suprema dignità della figliazione
divina, affinché siamo in realtà i figli di Dio, non solo accidentalmente per
la grazia, ma ancora sostanzialmente per natura e siamo come dei; poiché Dio ci
comunica e ci dà realmente la sua natura. Riceviamo in secondo luogo, in
qualità di figli, il diritto dell’eredità celeste, alla beatitudine eterna e a
tutti i doni di Dio nostro padre. Riceviamo in terzo luogo una mirabile dignità
di opere e di meriti; vale a dire le nostre opere vestono una dignità somma,
acquistano un valore, un prezzo, un merito immenso e pienamente proporzionato e
conveniente alla loro ricompensa che è la vita e la gloria eterna essendo fatte
da chi è veramente figlio di Dio, e derivando, in certo modo, dà Dio medesimo,
dallo Spirito divino che abita in noi, che ce le inspira e vi coopera.
   Da quanto abbiamo detto ne segue in primo
luogo, che la giustizia inerente o la grazia santificante per la quale noi
siamo giustificati e adottati in figli di Dio, non è una semplice qualità, come
pensa qualcuno, ma comprende parecchie cose: la remissione dei peccati, la
fede, la speranza, la carità ed altri doni, anzi lo Spirito Santo in persona,
autore dei doni e quindi
la Santissima Trinità, poiché l’uomo riceve tutte
queste cose nella giustificazione infusa, come insegna il Concilio di Trento (Sess. VI, c. VII).
   Ne deriva in secondo luogo, che sbagliano
coloro i quali credono che nella giustificazione e adozione, lo Spirito Santo
non ci venga comunicato nella sua sostanza e nella sua persona, ma solamente
quanto ai suoi doni. Infatti S. Bonaventura dice che lo Spirito Santo
accompagna personalmente i suoi doni, e diviene assoluta possessione delle
anime giustificate e adottate (In I Sentent.
d. 14, art. 2, q. 1). La stessa cosa afferma il Maestro delle sentenze (Lib. I,
dist.
14, c. 15) seguendo S. Agostino e altri dottori. In questo parere convengono Scoto, Gabriele, Marsilio, Vasquez,
Valenza, Suarez, il quale dà per certa dottrina e
cita ad appoggio della medesima S. Leone, S. Agostino, S, Ambrogio. S. Tommaso
dice anch’egli espressamente (1.a 1.ae q. 45, art. 3 et
6 e q. 38, art. 8), che lo Spirito Santo è dato a tutti i giusti, non solamente
quanto all’effetto, ma nella sua propria persona.
   Ne risulta per terzo corollario, che
l’adozione nostra, una in se stessa, è però duplice in virtù. Per la prima,
siamo adottati in figli di Dio, mediante la carità creata e la grazia infusa
nell’anima, ed è questa un’immensa partecipazione alla natura divina. Per la
seconda, riceviamo lo Spirito Santo e la natura divina, mediante la grazia, e
in forza di lei siamo divinizzati e adottati in figli di Dio. Ora questa doppia
adozione ha suo principio quaggiù per la grazia, e il suo compimento in cielo,
per mezzo della gloria eterna, della visione beatifica, del possesso
inammissibile di Dio.

   Finalmente dalla dottrina esposta si deduce
che, siccome Gesù Cristo è Figlio di Dio per natura: in quanto Dio, in virtù
della generazione eterna, in quanto uomo, in virtù dell’unione ipostatica; così
noi siamo figli adottivi di Dio, ma in maniera ben più nobile e più reale che
non sia quella dell’adozione tra gli uomini. Infatti i figli adottivi degli
uomini non ricevono nulla, fisicamente parlando, dal padre adottante, se non
una denominazione morale e legale per cui viene loro il diritto all’eredità; ma
noi riceviamo da Dio la grazia e, con la grazia, la natura stessa di Dio; e
come tra gli uomini ha vero nome di padre colui che comunica ad un altro la sua
propria natura generandolo, così Dio è chiamato padre, non solamente di Gesù
Cristo, ma ancora di noi, perché ci comunica, per mezzo della grazia, la sua
natura, che comunica a Gesù Cristo per mezzo dell’unione ipostatica, e ci rende
per tal modo veri fratelli di Gesù Cristo.
   Da Ciò si può
comprendere che grande benefizio sia quello della figliazione e adozione
divina. Eppure, quanto pochi conoscono quest’infinita dignità nel suo vero
aspetto! ma più pochi ancora sono quelli che vi riflettano e la stimino nel suo
giusto valore. Ogni uomo dovrebbe ammirare, pieno di riverenza, tanta nobiltà e
grandezza; dovrebbero i dottori e i predicatori mettere in aperta luce
l’eccellenza del cristiano, affinché i fedeli comprendano che sono i templi
vivi di Dio, che portano Dio stesso nel loro cuore, e che perciò hanno il
dovere di camminare con Dio, di conversare degnamente con un tale ospite che
loro sta sempre a fianco, che è dappertutto, che tutto vede, e non li lascia
mai un istante.
   Con tutta ragione, il grande Apostolo
scriveva ai Corinzi: «Forsechè non sapete che le
vostre membra sono tempio dello Spirito Santo il quale è in voi che avete
ricevuto da Dio, e che voi non appartenete a voi medesimi? poiché siete stati
riscattati a gran prezzo. Glorificate adunque e
portate Dio nel vostro corpo» (I Cor. VI, 19-20).
   «Ricordati, riceva S. Leone Magno,
ricordati, o cristiano, di quale capo e di quale corpo tu sei membro, Ricordati
che, strappato all’impero delle tenebre, fosti trasportato nella luce e nel
regno di Dio. Per il sacramento del battesimo, tu sei divenuto tempio dello
Spirito Santo; bada di non scacciare, col peccato, dal tuo cuore un tale ospite
e di non sottoporti di bel nuovo alla schiavitù del demonio; perché tu costi il
sangue di Cristo il quale ti giudicherà secondo giustizia, avendoti redento per
misericordia (Serm, I de Nativ.)».
   Dice S. Agostino: «La prima nascita viene
dall’uomo e dalla donna; la seconda viene da Dio e dalla Chiesa. Questi sono i
nati da Dio; perciò Dio abita in noi. Mirabile cambiamento! Dio si è fatto
carne, l’uomo è divenuto spirito! Che cosa è questo prodigio e quest’onore, o
miei fratelli? Elevate la vostra anima a sperare e abbracciare quello che solo
è desiderabile, rinunziate alle cupidigie del secolo. Voi siete stati comprati
a gran prezzo; per voi il Verbo si è fatto carne; per voi, quegli che era
Figlio di Dio, si è fatto figliuolo dell’uomo, affinché voi, che eravate
figliuoli degli uomini, diventaste figli di Dio (Serm,
XXIV, de Temp.
). Poi in altro luogo: «Gli uomini
sono figli degli uomini quando si diportano male;
sono figli di Dio quando operano bene. Dio li fa di figli dell’uomo, figli di
Dio, perché fece del Figlio di Dio, il figliuolo dell’uomo. Vedete se è grande
questa partecipazione alla divinità! Il Figliuolo di Dio si è fatto partecipe
della nostra mortale condizione, affinché l’uomo mortale sia partecipe della
sua divina natura. Immensa carità che ci dimostra quel Dio che ci promette la
divinità! (In Psalm. LII)». E S. Ambrogio
dice: «Dio mette nel numero dei suoi figli coloro nei quali vede l’immagine di
suo Figlio» (De Fide, lib. V, c. 3).
    Conoscendo adunque
la nostra grandezza, dirò con S. Cirillo gerosolimitano: governiamoci
spiritualmente, per renderci degni dell’adozione di Dio; perché chi è governato
dallo spirito di Dio, è figlio di Dio. Così facciamo, perché non dobbiamo
udirci dire: Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Diamo gloria
al Padre nostro celeste con sante azioni, affinché gli uomini, vedendo la
nostra buona condotta, siano tratti a lodare il padre nostro che è nei cieli (Catech. VII).
   Di questo argomento si serviva S. Cipriano per allontanare i fedeli di Cartagine
dagli spettacoli profani. «Può forse lasciarsi attrarre dalle opere degli
uomini, chi pensa di essere figlio di Dio? Ah! cade dal vertice della sua
grandezza, chi si diletta e si lascia rapire da altra cosa che da Dio (De Spectaculis)». E altrove: «Poiché ch’amiamo Dio nostro
padre, dobbiamo regolarci da figli di Dio, affinché se noi andiamo superbi di
avere Dio per padre, anch’Egli goda di averci in figli. Governiamoci come
templi di Dio, e sia manifesto che in noi abita Iddio; acciocché avendo
cominciato ad essere celesti e spirituali, non ci occupiamo d’altro che di
oggetti spirituali e celesti (Tract. de orat.)».
       

  
7.
L’UOMO È TEMPIO DI DIO, CASA DI GESÙ CRISTO, CITTADINO
DEL CIELO. – «Non sapete, scriveva S. Paolo ai Corinzi, che voi siete il tempio
di Dio? che il vostro corpo è l’abitazione dello Spirito Santo il quale è in
voi e che avete da Dio?»  (I Cor.
III, 16), (Ib. VI, 19). Voi siete l’edificio
non dell’uomo, ma di Dio, e per conseguenza un tempio non profano, ma santo,
nel quale Dio abita per mezzo della fede, della speranza, della carità e, con
tutti i suoi doni, vi dimora egli medesimo in persona. Voi siete i tabernacoli
di Dio, i vasi consecrati a Dio… Non profaniamo
dunque mai questo tempio, perché «chi viola il tempio di Dio, dice lo stesso S.
Paolo, sarà da Dio sterminato; perché santo è il tempio di Dio, e questo tempio
siete voi»  (I Cor. III, 17). Gesù
Cristo dimora in noi, come un figlio nella propria casa (Hebr.
III, 6).
   Ricordatevi che «voi non siete più stranieri
o pellegrini, ma concittadini dei santi, famigliari della casa di Dio» (Eph. II, 19). Concittadini degli angeli, dei
patriarchi, dei profeti, degli apostoli, dei martiri…, voi godete i diritti
di cittadini nella Chiesa di Gesù Cristo; voi appartenete alla casa, alla
famiglia di Dio. Dio è vostro padre, la Chiesa e Maria Vergine sono vostra madre, i beati
del cielo sono vostri fratelli. Voi siete della famiglia del Re-Messia, Dio e
uomo, membri della repubblica cristiana, nella quale avete diritto ai
sacramenti della Chiesa, a tutti i doni di Gesù Cristo, e siete inscritti nel
ruolo dei cittadini, degli eredi dell’eterna gloria. A ciascuno di voi è
assegnato un angelo che lo protegga; è stato dato il nome di un santo, perché
gli sia guida e conforto: nulla vi manca… Non siete forse sommamente nobili,
grandi, felici!
   Membra di Cristo, come ci chiama S. Paolo (I
Cor
. XII, 27), noi siamo figli di Dio; «ma se siamo figli siamo anche
eredi; sì, eredi di Dio, coeredi di Gesù Cristo» (Rom. VIII, 17).
 
  
8.
L’UOMO È COSTATO IL SANGUE DI GESÙ CRISTO. – «Voi non
appartenete a voi stessi, diceva S. Paolo ai Corinzi, perché siete stati
comperati ad alto prezzo. Glorificate e portate Dio nel vostro corpo» (I Cor.
VI, 19-20). E quale fu questo prezzo? Lo dice S. Pietro: «Non con oro o con
argento siete stati redenti; ma col prezioso sangue di Cristo, quasi agnello
immacolato e incontaminato» (I PETR. I, 18-19). S. Giovanni diceva a Gesù
Cristo: «Tu sei stato ucciso, e ci hai redenti col tuo sangue» (Apoc. V, 9).
   Magnifico e prezioso è il sole, sono belle
la luna e le stelle, ma non costarono il sangue di Gesù Cristo… Ricco è la
terra, fecondo è il mare, ma Gesù Cristo non ha dato per loro il sangue. Solo
l’uomo ha avuto per suo prezzo il sangue di un Dio; solo per l’uomo morì Gesù
Cristo! Così grande, così nobile, di tanto pregio è l’uomo, che tutto l’oro,
tutto l’argento, i tesori tutti del mondo non ne uguagliano il valore; poiché
per trovare un prezzo che gli equivalga, si dovette cercarlo non tra le
creature, ma nel sangue di un Dio! Se dunque mettiamo sopra una bilancia, da
una parte l’uomo e dall’altra il sangue di Gesù Cristo, vediamo che il prezzo
dell’uomo pareggia il sangue di Gesù Cristo; e se non è possibile stimare al
giusto valore il sangue di un Dio, è pure impossibile calcolare il prezzo
dell’uomo; voi valete quanto vale il sangue di Gesù Cristo.

  
9.
L’UOMO PARTECIPA DELLA NATURA DIVINA. – L’uomo, creato
ad immagine di Dio, è già una specie di divinità; ma principalmente nella sua
rigenerazione, per mezzo di Gesù Cristo, diventa Dio, partecipa alla natura
divina». Il Verbo si è fatto carne – Verbum
caro factum est
(IOANN, I, 14). Ecco l’uomo divinizzato…
   «Dobbiamo congratularci, diceva S. Agostino,
con la natura umana perché il Verbo se l’è vestita in modo da collocarla
immortale nel cielo, e perché l’argilla è stata innalzata a sedere alla destra
del Padre. Chi non si rallegrerà con la sua natura divenuta immortale in Gesù
Cristo, e non spererà di vedere anche in sé il medesimo prodigio, per virtù di
Gesù Cristo?» (Serm. de Nativ.). «Ah sì, Dio si è fatto uomo,
affinché l’uomo diventasse Dio; e perché l’uomo mangiasse il pane degli angeli,
il Signore degli angeli si è fatto uomo (Serm.
IX de Nativ.
)».
   La medesima cosa insegna il Nazianzeno: «Il Verbo del Padre si è fatto uomo, e della
nostra condizione, per unire così l’uomo a Dio. Da una parte e dall’altra, è un
solo Dio, un Dio fatto uomo, per fare, di me mortale, un Dio (In Distich.). Gesù nacque nella carne, affinché noi
nascessimo nello spirito; nacque nel tempo, acciocché noi nascessimo
nell’eternità; nacque in una stalla, perché noi nascessimo nel cielo (Serm. de Nativ.)».
E prima di lui S. Atanasio aveva scritto: «Come il Signore si è fatto uomo
vestendo corpo umano, così noi uomini, siamo divinizzati dal Verbo di Dio,
dacché egli fu ricevuto nella carne (Serm.
IV cont. Arian.
)».
   Nell’incarnazione il Verbo eterno unì a sé
la umanità come sposa, per unirsi e sposarsi a tutto il genere umano; e per
renderci di mortali, immortali; di terrestri, celesti; di uomini, convertirei
in dèi, secondo la frase di S. Bernardo (Serm. in Cant.).
«Perciò Dio si è fatto uomo, per fare dell’uomo un Dio». S. Leone pure scrive:
«Gesù Cristo si è fatto figliuolo dell’uomo, acciocché noi possiamo diventare
figli di Dio (Serm. VI de Nativ.)». Cristo Gesù ha voluto, nella sua carne e nel
suo sangue, divenire nostro fratello. Infatti, come nota S. Agostino: «Chi
chiama Iddio suo padre, necessariamente chiama Cristo suo fratello (In Psalm. XLVIII)».
   Con ragione Clemente di Alessandria afferma
che Gesù Cristo ha cambiato nella sua incarnazione la terra in cielo, e fatto
degli uomini altrettanti angeli, o piuttosto altrettanti dèi (Adhort. ad Gent.),
Questo appunto vuole significare S. Giovanni con quelle parole: «Diede loro la
potestà di diventare figli di Dio. E il Verbo si è fatto carne» (IOANN. I,
12-14); e così le spiega Origene: Il Verbo si è incarnato, ma per noi, i quali
senza l’incarnazione non avremmo in nessun modo potuto essere trasformati in
figli di Dio. La salute è discesa per riascendere coi
salvati. Gli uomini furono cambiati in dèi da colui che di un Dio ha fatto un
uomo. Ed abitò in noi, cioè possiede la nostra natura, per rendere noi
partecipi della sua (Homil. II)».
   Satana per ingannare i nostri padri, dava a
loro la speranza di potere diventare dèi (Gen. III, 5). Or bene, egli
profetizza senza volerlo e la sua profezia si adempirà con l’incarnazione del
Verbo: egli sarà colto al suo laccio e la sua menzogna diventando, in senso
contrario a quello da lui inteso, una realtà e la più stupenda delle verità, si
volgerà in sua onta e confusione e disfatta. Così Dio si burla del demonio, e
cava il bene dal male. Il Figlio di Dio ha voluto, col vestire umana carne, che
l’uomo il quale ambiva di diventare Dio, divenisse tale e lo divenisse senza
delitto. A questa deificazione dell’uomo, per mezzo dell’incarnazione del
Verbo, alludeva il Salmista quando diceva degli uomini: «Voi siete tutti dèi e
figli dell’Altissimo» (Psalm. LXXXI, 6).
   Così è infatti, se è vera la sentenza di S. Cipriano, che «Dio si è mescolato all’uomo; che Cristo
volle essere quello che è l’uomo, affinché l’uomo possa essere quello che è
Cristo (Serm. de Nativ.)».
E lo è difatti c’on una così intima unione, che, come dice S. Agostino, tutti
gli uomini, avendo a capo Cristo, formano Gesù Cristo (Serm.
de Nativ
.). Perciò ognuno può dire con S.
Basilio: «Per l’immagine di Dio improntata nell’anima mia, ho ricevuto l’uso
della ragione; ma, divenuto cristiano, divengo simile a Dio (Homil. X Hexamer.)».
   Se Gesù Cristo uscì dai giorni dell’eternità
per entrare nei giorni del tempo, come si esprime un profeta, lo fece perché
noi uscissimo dai giorni del tempo, ed entrassimo nei giorni dell’eternità».
«Egli è disceso, dice Sant’Agostino, perché noi ascendessimo e, partecipando
alla natura dei figli degli uomini, ha adottato i figli degli uomini, per farli
partecipi della sua natura. O uomini, non disperate di poter diventare figli di
Dio, poiché il figlio stesso di Dio si è fatto carne (Serm.
de Nativ.
)».
   Dice S. Bernardo (Serm. sup. Missus):
«L’onnipotente maestà, nel vestire l’umana carne, fece tre cose, o unioni delle
quali non si sono fatte né si faranno mai su la terra le più grandi, le più
inaudite; infatti nell’incarnazione appaiono insieme uniti e commisti Dio e
l’uomo, una madre e una vergine, la fede ed il cuore umano, stupende,
ineffabili sono queste mescolanze; e chi non tiene per uno dei più grandi
miracoli, che cose tanto diverse, tanto separate, tanto tra loro divise, si
siano congiunte in perfettissima armonia?». Poi su
quelle parole agli apostoli: «Dimorate in me, ed io in voi»  (IOANN. XV, 4) il medesimo dottore esce in
queste esclamazioni: «O sublimità! o autorità della più grande sublimità è
questa, che l’uomo abiti con gli angeli, che la terra e la polvere s’innalzino
fino al cielo, che l’uomo uscito dal fango venga associato alla compagnia degli
angeli! che anzi, incredibile cosa! la creatura dimori nel Creatore, quello che
fu fatto, in colui che lo fece; il redento, nel redentore; il servo, nel
padrone; il peccatore, nel giusto per essenza; il fango, nell’Onnipotente; il
transitorio, nell’immutabile; il temporaneo, nell’eterno; la miseria, nel sommo
bene! O cielo, che inenarrabile grandezza, abitare in colui che rende
eternamente felice, che santifica tutto ciò che è santo, che è la verità, la
vita, la gloria eterna, la gioia del mondo, la bellezza del cielo, la soavità
del paradiso, la beata eternità e la beatitudine eterna, cioè il Signore
Gesù!».
   Noi diventiamo partecipi della natura
divina, dice S. Pietro (II, I, 4). L’anima ornata della grazia di Dio è
una regina infinitamente bella, superiore in bellezza non solamente a tutte le
creature, ma ancora alla bellezza creata degli angeli; poiché per mezzo della
grazia noi abbiamo parte alla natura divina, e partecipiamo per conseguenza in
modo eccellentissimo e strettissimo alla bellezza somma e soprannaturale di
Dio, che supera immensamente ogni bellezza naturale e creata.
   A proposito di
quelle parole del profeta Baruch: «Dopo ciò fu veduto
sulla terra e conversò con gli uomini» (III, 38), che S. Giovanni mostra
adempite in quel sublime tratto: « E il Verbo si è fatto carne, ed abitò fra
noi» (I, 14), S. Cipriano fuori di sé per lo stupore
esclama: «Che pretendi di meglio, o uomo? Prima si diceva a Dio: l’uomo a Voi
appartiene: ora si dice all’uomo: Dio appartiene a te. O uomo, tu basti a Dio,
basti anche a te Iddio».
(Serm. de
Ascens
.). «Riconosci, o cristiano, dice Sant’Ambrogio, la grandezza,
la sapienza, la nobiltà del nome tuo. Il Cristianesimo importa l’imitazione
della natura divina; se dunque sei cristiano, imita Gesù Cristo; non portare un
nome vano e inutile, ma onoralo con le virtù; sii all’altezza di un nome così
grande, facendo opere degne di lui; risponda la tua vita a tal nome, affinché
non sia in te un nome vano, e il tuo delitto risulti enorme» (De degnit. sacerd.).
   Il
cristiano che opera altrimenti, porta un nome bugiardo; non ha del cristiano né
lo spirito né il cuore, né il pensiero, né l’affetto, ma solo l’apparenza; non
è un cristiano. Dica adunque tra sé il cristiano: io
sono di schiatta divina, il Figlio di Dio è mio fratello, mio dottore, mio
signore; devo dunque vivere divinamente, affinché sia un altro Gesù Cristo.
Poiché noi siamo, al dir di S. Pietro, «progenite
eletta; sacerdozio regale, nazione santa, popolo di acquisto» (I, II,
9).

  
10. L’UOMO DEVE VESTIRSI DI GESÙ E NON PUÒ
VIVERE CHE DI GESÙ.
– A
vestire il nostro corpo basta la spoglia delle bestie…; ma a vestire l’anima
che è spirituale le abbisogna Gesù Cristo… S. Paolo dice: «Vestitevi del
nostro Signore Gesù Cristo»  (Rom.
XIII, 14). «Chiunque è stato battezzato nel nome di Cristo, ripete ai Galati, si è vestito di Cristo» (Gal. III, 27).  «Vestitevi dell’uomo nuovo, scrive agli Efesini, che è stato creato secondo Dio, nella giustizia e
nella santità della verità»  (Eph. IV, 24). Ogni altro vestimento che non sia
Cristo è indegno dell’anima nostra… Dallo splendore e dalla magnificenza di
tale vestimento, argomentate la grandezza e nobiltà dell’uomo…
   «Gesù Cristo, come asserisce l’Apostolo, è
morto per tutti, affinché coloro che vivono, non vivano più per se stessi, ma
per colui che è morto e risuscitato per essi» (II Cor. V, 15). Poiché,
se noi siamo morti con Gesù, crediamo che vivremo anche con lui. Consideratevi
come morti al peccato, ma viventi per Iddio in Gesù Cristo (Rom. VI,
8-11). Perciò afferma che il Cristo è la sua vita  (Philipp. I,
21); e vita talmente intima, così totale che si può dire con ragione non essere
più Paolo che vive, ma Gesù Cristo che vive in Paolo. Gesù Cristo è così la
vita del cristiano, ed il cristiano deve vivere così intimamente di Gesù
Cristo, che se non vive di questa vita, è morto…

  
11. L’UOMO È COSÌ GRANDE CHE GLI ABBISOGNA
LA CASA DI DIO PER
ABITAZIONE, E DIO MEDESIMO PER CIBO. – Un muratore qualunque basta a costruire
una casa che ricoveri il nostro corpo; una capanna coperta di paglia serve
abbastanza a questo bisogno, e ben presto una bara ed una fossa formeranno
tutta la sua abitazione… Ma per l’anima ci vuole un palazzo non costrutto
dall’uomo, ma dalla mano di Dio… I più ingegnosi architetti non possono
innalzare all’anima una dimora che sia degna di lei…; ci vuole perciò
l’architetto del cielo…; l’uomo sente il bisogno di avere per dimora la casa
stessa di Dio…; Gesù Cristo si è preso il compito di questa costruzione,
quando disse: «Ecco che io vado a prepararvi l’abitazione»  (IOANN. XIV, 2).
    A nutrire il corpo bastano poche biade dei
campi…, ma a nutrire l’anima creata ad immagine di Dio, si richiede la grazia
di Dio… Le bisogna il corpo, il sangue, l’anima, la divinità di Gesù Cristo:
«V’impegno la mia parola, che se voi non mangerete la carne del Figliuolo
dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita»  (IOANN. VI, 54). Potete voi comprendere la
vostra grandezza? Essa è così sublime, che pretende un Dio per cibo; e senza
questa vivanda, senza il pane eucaristico voi non vivete… Ah sì! voi solo, o
mio Dio, siete il cibo dell’anima mia. Voi dimostrate così quanto grande avete
fatto la creatura ragionevole; tutto ciò che è meno di voi, tutto ciò che non è
voi, non basta a nutrirla, a renderla sazia; ella non basta dunque a se
stessa…, e ogni abbondanza che non è voi, o mio Dio, è miseria, fame,
indigenza (AUGUSTIN. Confess.).

  
12. L’UOMO È COSÌ GRANDE CHE GLI BISOGNA
L’IMMORTALITÀ. – L’uomo sente in sé il bisogno di vivere immortale,
indistruttibile, e Dio l’ha creato tale 
(Sap. II, 23); ed all’uscire da questo
mondo, egli se n’andrà nella casa della sua eternità (Eccle.
XII, 5). Quello che finisce non è dunque fatto per l’uomo; dunque l’uomo è
fatto per Iddio che non finisce mai…
   L’uomo formato ad immagine di Dio, l’uomo di
un valore infinito, l’uomo re, servo di Dio, figlio di Dio, dimora di Gesù
Cristo, erede dell’Onnipotente, coerede del Salvatore; l’uomo che è costato il
sangue di un Dio, che partecipa della natura di Dio, che è fatto Dio per
l’incarnazione del Verbo, l’uomo che deve avere per vestimento, per cibo, per
vita, Gesù Cristo, e per abitazione il paradiso; l’uomo che ha bisogna
dell’immortalità, l’uomo che è tutto questo, l’uomo cui bisognano tutte queste
cose, dimostra che è un essere di una nobiltà, di una grandezza quasi infinita.
   Ah! se tu imparassi, o uomo, a leggere i
titoli della tua nobiltà e grandezza, se tu ti conoscessi, come rispetteresti
te stesso, come ti stimeresti felice, come ti adopereresti a renderti degno del
tuo sublime destino, della tua alta vocazione! oh! come disprezzeresti tutto il
resto, di te tanto inferiore e tanto indegno! e come avresti a cuore l’affare
del tuo eccelso fine, che è di conoscere, amare, servire Dio e giungere al
porto dell’eterna salvezza! Ma tu sei cieco, sordo e muto su questo punto; tu
rassomigli a quelle statue di cui parla il Salmista, che hanno bocca, e non
parlano; hanno occhi, e non vedono; hanno orecchie, e non intendono; hanno naso
e non odorano; hanno mani, e non toccano; hanno piedi e non camminano; hanno
gola che non dà suono (Psalm. CXIII, 13-17). O
uomo stordito ed infelice, ben si può dire di te: «L’uomo, in seno alla sua
grandezza, non ha compreso la sua condizione; egli si è messo alla pari coi
giumenti, e si è reso simile a loro» (Psalm.
XL VIII, 12).

   13.
LA GRANDEZZA DELL’UOMO
DIPENDE TUTTA DA DIO. – L’uomo non è così nobile e grande e potente come
abbiamo veduto, se non per virtù di Dio; egli deve dunque attaccarsi a Dio, e a
Dio solo, con tutte le forze dell’anima sua… Ricordi che egli non vive se non
per conoscere, amare, servire Dio, per ottenere la grazia in questo mondo, e la
gloria nell’altro. «Non dimenticarti, o uomo, dice S. Gregorio Nisseno, che sei creato per vedere e contemplare Dio, non
per strisciare su la terra; non per vivere come i bruti, secondando le
passioni, ma per condurre una vita celeste, per salire al cielo» (Orat. II, in Psalm.
XXXIII). «O anima, esclama S. Agostino, o anima fatta a immagine di Dio,
redenta col sangue di Gesù Cristo e a lui sposata per la fede, figlia adottiva
dello Spirito Santo, ornata di virtù, destinata a vivere con gli angeli, ama
colui che tanto ti ha amata; occupati di colui che tanto ha pensato a te; cerca
colui che ti cerca; ama il tuo amante divino; veglia col tuo Dio che tiene
continuamente i suoi occhi aperti su di te; lavora con lui perché egli lavora
per te; sii pura con colui che è la purezza per essenza, santa col Santo dei
santi» (Confess.).
   S. Paolo diceva ai Colossesi:
«Poiché avete ricevuto il Signore Gesù Cristo, camminate su le sue orme,
radicati in lui, edificati su lui, consolidati nella fede» (Coloss.
II, 6-7). Rilevate qui tre mezzi eccellenti che S. Paolo propone sotto forma di
tre paragoni, affinché noi apparteniamo veramente a Dio. Egli paragona Gesù
Cristo e la fede in lui: 1 ° ad una strada in cui bisogna camminare: in ipso
ambulate
. 2° Ad una radice alla quale bisogna tenersi uniti, anzi essere
innestati: radicati. 3° Ad un fondamento sul quale dobbiamo essere fabbricati:
super
aedificati in ipso
. È necessario camminare su le
orme di Gesù Cristo, tenerci a lui uniti e sopra di lui innalzare la fabbrica
della nostra vita, con la pratica delle virtù… Poiché dice S. Bernardo: «Le virtù sono stelle e l’uomo è il firmamento di
queste stelle (Moral. c. XXIV)».