Contro Theilard (8 di 16)

Il Magistero contestato, il dissenso...

R. Th. Calmel o. p., «Risposta al Teilhardismo»: Io penso con la tradizione che il fine dell\’apologetica è di convertire al Cristo crocifisso «gli adoratori dell\’universo», lungi dal giustificare la loro idolatria in nome del «Cristo Motore del Mondo». La mia risposta al teilhardismo, nella sua prima parte, si riassume in questa proposizione.

R. Th. Calmel o. p.
«Risposta al Teilhardismo»

Io penso con la tradizione che il fine dell\’apologetica è di convertire al Cristo crocifisso «gli adoratori dell\’universo», lungi dal giustificare la loro idolatria in nome del «Cristo Motore del Mondo». La mia risposta al teilhardismo, nella sua prima parte, si riassume in questa proposizione.
Il P. Teilhard era prete; apparteneva all\’ordine dei gesuiti; si distingueva per la sua competenza in paleontologia. Più di altri aveva sentito le esigenze spirituali del mondo degli scienziati e voleva rendere presente la religione cristiana nel mondo dei tecnici. Era necessario, per giungere a ciò, modificare il Vangelo della Salvezza, la dottrina comune della Chiesa? Quando si tratta di Teilhard e della sua opera, questo è il grande quesito. Non bisognava piuttosto portare il Vangelo immutabile ai contemporanei inebriati dalle loro invenzioni, di modo che, con le loro stesse novità, si convertissero a Gesù Cristo, Re immortale dei secoli?
Io mi son fatto tutto a tutti, dichiarava S. Paolo (I Cor., IX, 22), al fine di guadagnare tutti a Gesù Cristo. Egli descriveva così uno degli atteggiamenti più caratteristici dell\’apostolo. Tuttavia, in mezzo a quelli che comprendeva meglio, che aveva adottato profondissimamente, S. Paolo non voleva conoscere che Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso. Non si era fatto gnostico con gli gnostici, giudaizzante con i giudaizzanti, malgrado il suo immenso amore per il suo popolo. La sua comprensione, la sua pietà, i suoi doni straordinari di simpatia, la sua carità bruciante non avevano nessun legame con l\’errore e il male. Avrebbe trovata blasfema l\’idea di «rettificare la fede» (Cfr. L\’avenir de l\’Homme, éd. du Seuil, Paris, p. 349) per meglio giungere a un certo mondo o a una certa epoca. È una tentazione sempre rinascente per gli uomini dediti all\’apostolato che non conoscono abbastanza Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso, quella di adeguare, di trasfigurare il messaggio della salvezza al fine di assecondare le aspirazioni dei loro contemporanei, anche quando sono inaccettabili. Un prete che evangelizza gli artisti e che è terribilmente sensibile alla bellezza delle forme, stempera le parole di vita eterna fino al punto in cui non sono più fastidiose per le brame. Un altro, che non manca di senso politico, e che è il consigliere religioso del principe, pratica un\’abominevole condiscendenza per l\’orgoglio e la menzogna, che si coprono con la maschera della ragion di Stato. Un terzo che esercita il suo ministero negli ambienti operai e il cui cuore è sconvolto dallo spettacolo della miseria e dell\’ingiustizia, finisce per accordare il Vangelo con i torbidi desideri della vendetta o del messianismo terreno.
Anche P. Teilhard ha ceduto a questa tentazione di adattare il Vangelo. Il suo caso non è certo: rassomiglia a molti altri. Il naufragio delle sue teorie (esse racchiudono infatti «gravi errori contro la dottrina cattolica») è lungi dal costituire una novità priva di casi analoghi. Anche lui ha voluto adattare la religione al gusto delle tendenze aberranti di una certa epoca della storia.
Comunque sia, la lettura del P. Teilhard presenta un reale interesse. Non certo di per se stessa. Ma per contrasto: a causa della potente deformazione che ha fatto subire al dato di fede, il P. Teilhard ci obbliga a prendere più nettamente coscienza di questo dato. Si sa che lo si può riassumere nella grande sentenza di S. Giovanni: «Dio ha amato tanto il mondo che gli ha dato il suo unico Figlio, affinché chiunque creda in Lui non perisca, ma abbia la vita eterna». Questa idea centrale dell\’amore divino è talmente alterata dal teilhardismo da diventare irriconoscibile. Con questo sistema cadiamo nella naturalizzazione del soprannaturale. Secondo Teilhard l\’amore che Dio porta a noi nel Cristo non ci ha liberati dal peccato, dandoci accesso alla vita della grazia; non è qui questione né di peccato, né di grazia, né di redenzione. L\’evoluzione ha rimpiazzato tutto; l\’opera soprannaturale di riscatto compiuta dal Signore, si riconduce all\’azione di propulsione dell\’evoluzione nella direzione dell\’ultraumano. Si comprende quindi questa affermazione di un teologo: con il teilhardismo accade come se avessimo a che fare con una specie di arianesimo della tecnica. Del resto Teilhard stesso confidava in una nota di Etudes (del settembre 1950, p. 284): «È stata mia costante preoccupazione far sfavillare di un Cristo personale e trascendente le proprietà "redentrici" della pena generata dall\’Evoluzione». Voi aspettavate, anch\’io aspettavo che dicesse: la redenzione dal peccato per mezzo del sangue della croce; leggiamo invece: le proprietà «redentrici» della pena generata dall\’Evoluzione. Il dogma cristiano è condotto al disotto del suo livello soprannaturale, abbassato, corrotto. Diminutae sunt veritates a filiis hominum. L\’amore di Dio, secondo Teilhard, non è più l\’amore di Dio. Se questo gesuita avesse realmente sospettato che è per salvare dei poveri peccatori che Dio si dà nel Cristo, non si sarebbe mai permesso di scrivere: «Bisogna andare al cielo con tutto il gusto della terra» (Genèse d\’une Pensée, Grasset édit., Paris, p. 214). «Bisogna, sotto pena di peccato, tentare tutte le, strade, sondare tutto… nulla deve restare intentato nella direzione del super-essere» (Genèse d\’une Pensée, Grasset édit., Paris, p. 148). «(Bisogna) conciliare, sul terreno di un amore sincero, per il progresso naturale, le pretese e gli assolutismi dei credenti e di coloro che non credono» (Genèse d\’une Pensée, Grasset édit., Paris, p. 154). Veramente, poiché Dio ci ama nel Cristo crocifisso come dei peccatori da convertire, molte riconciliazioni si rivelano irrealizzabili, molte esperienze devono restare intentate, molte risonanze de «la passione della terra», devono essere soffocate.
Taci spirito sonoro, estinguetevi voci folli!
Fiore di questo mondo richiudi le tue corolle.
Non si dirà mai con sufficiente misericordia che queste rinunce sono volute dall\’amore stesso, ed è per questo che in un certo senso sono dolci al cuore e non ci gettano nella disperazione: il mio giogo è dolce e il mio fardello leggero. Ma anche non si dirà mai con sufficiente fermezza che queste rinunce sono indispensabili; al di fuori dell\’amore non è altro che sogno, chimera vana, sentimentalismo di volta in volta esaltato e ricaduto.
Mentre rileggevo il corpus teilhardicum in vista di questo saggio, ricevevo delle lettere da diversi luoghi di villeggiatura, dove si erano riuniti degli insegnanti cristiani. Gli assistenti commentavano loro il monitum del Sant\’Ufficio attenuandolo il più possibile, senza tuttavia esser capaci di quel gioco di cui ci ha dato un esempio il P. Leblond in Etudes del settembre 1962. Il fine del monitum non sarebbe di distogliere i cristiani dal teilhardismo, poiché il senso del teilhardismo essendo quello di conciliare scienza e teologia, sarebbe eccellente e tradizionale. Il senso del monitum sarebbe al contrario di distogliere i cristiani da una interpretazione sfavorevole del teilhardismo, il quale in se stesso sarebbe buono e salutare. Proseguendo su questa linea e mutatis mutandis si dirà che il fine della condanna del comunismo non è di distogliere i cristiani da questa menzogna (poiché in se stesso sarebbe eccellente e lavorerebbe a realizzare la giustizia nella città); il fine della Divini Redemptoris sarebbe di distogliere i cristiani da una interpretazione sfavorevole del comunismo. Ecco come si aggirano le decisioni o gli avvertimenti della Santa Chiesa in materia dottrinale.
In ogni caso il lavoro più urgente degli assistenti, indirizzandosi a degli insegnanti privi di dottrina, avrebbe dovuto consistere nel raddrizzare le esposizioni distorte e aberranti dello scienziato gesuita. Alle nostre maestre bisognava dunque leggere questo: «Alle vostre ragazze mostrate senz\’altro che Dio ama la vita. Lui ha istituito il matrimonio, benedice i focolari, accorda la nascita dei figli; vuole un ordine giusto nella città in modo che le famiglia possano svilupparsi convenientemente. Inoltre Lui ha dotato di perspicacia gli scienziati, Lui invia l\’ispirazione ai poeti, accorda la saggezza ai principi e ai re. Ma, infine, questa vita che Dio ama, l\’ama nei peccatori chiamati alla conversione. Perciò non trascurate mai di far notare alle vostre ragazze i punti seguenti: nel matrimonio Dio chiede la dignità, la santità dell\’amore; nello sforzo per migliorare la posizione materiale, la purezza dei mezzi; nell\’opera del poeta, la purificazione delle fonti; nella ricerca dello scienziato e nelle imprese del tecnico, il rispetto del diritto delle persone e del diritto delle città. Perciò quanti salvatori terreni devono essere rifiutati, quante esperienze resteranno intentate, quante riconciliazioni impossibili. Infine, la nostra esperienza umana non resterà assolutamente meschina e intristita, la nostra pienezza umana non sarà mancata; ma questo arricchimento non verrà che in fondo, o piuttosto nella misura che la fedeltà a Dio ci farà consentire al sacrificio e alla croce».
In nome dell\’amore di Dio per la vita e per il suo sviluppo – per la fatica degli uomini e il prolungamento della loro storia – osservare un silenzio totale, un silenzio spaventoso sul peccato e le brame, è forse, come fa lo scienziato gesuita, servirsi del mezzo buono per avere molti lettori; è ugualmente insultare Dio e ingannare gli uomini. Si ingannano gli uomini, perché si lascia loro credere che sono in una condizione diversa da quella vera, quella di peccatori riscattati. Si insulta Dio, perché si sfigura il suo amore, non dicendo che ci deve purificare per elevarci all\’ordine soprannaturale.
* * *
Non ho dimenticato il rimprovero che mi hanno fatto a questo punto certi ammiratori di Teilhard. «Come lo interpretate troppo letteralmente! All\’origine del suo sistema, vi è una visione cosmica infinitamente vasta e progressiva. Egli è dottore e profeta del cosmo da spingere, da centrare sull\’Omega personalizzante, e voi evocate a suo proposito le vecchie questioni terra-terra dell\’ascesi nella vita coniugale, dell\’onestà dei mezzi nella produzione, dei limiti nell\’e sperimentare, della purezza delle fonti nella poesia! Abbiamo una grandiosa (Lettres de voyage, Grasset édit., Paris, p. 280) "macchina scientifico-filosofico-religiosa" e gli opponete delle obiezioni di teologia spirituale!». Rispondo subito. Infatti questa sintesi che si vuole totale misconosce l\’uomo reale, la realtà dei costumi umani, non lascia loro alcun posto. Vi è una falla nella sintesi ed è importante; talmente enorme che la sintesi diventa per questo aberrante.
Quando uno spirito, logicamente uno spirito potente, che potendo abbracciare l\’universalità del reale, è condotto – a causa del suo punto di vista monista sul «tutto» (vedi subito dopo) – a misconoscere l\’uomo reale, l\’uomo creatura peccatrice e riscattata, abbiamo il diritto di interrogarci sulla esattezza delle sue teorie. Una grande sintesi, che pretende di spiegarmi «il tutto», e che guarda al telescopio l\’uomo quale io sono, quale voi siete, si risolve in vane fantasmagorie.
Siamo resi certi dalla più irrefutabile esperienza, dalla fede ancor più irrefutabile, sulle miserie della nostra condizione: peccato, brama, sofferenza. Siamo resi certi dalla fede sulla nostra vocazione a formare il Corpo Mistico, e questo attraverso un cammino tracciato una volta per tutte: il cammino della croce in unione con il Cristo. La fede cristiana ci assicura ancora che l\’edificazione del Corpo mistico per la croce di Gesù non significa in alcun modo evoluzione indefinita dalla parte dell\’ultra-umano, ma vita teologale e, nelle attività profane, accettazione amorosa delle umili realtà spirituali di cui parlavo: l\’ascesi nella vita familiare, la purezza dei mezzi nella politica e nell\’economia, e cose simili. Sappiamo infine che lo sviluppo dell\’umanità non prosegue in una sola direzione, ma in due: gli uni si aggregano al Signore e formano la sua Chiesa; gli altri si lasciano sviare da Satana, talora perfino al punto d\’esser, arruolati negli organismi della contro-Chiesa. Queste sono le due «città trascendenti» che si dividono i cuori degli uomini, ed è inevitabile che i valori propriamente umani, i valori propri alla città politica come l\’arte, l\’economia, le diverse istituzioni, non si sviluppino in un senso unico: talora sono corrotti, talora grandeggiano in maggiore o minore conformità con la loro vera natura. Queste sono le verità ad un tempo naturali e rivelate sulla condizione umana. Quando un prete, anche se molto colto, li contraddice in virtù di una sintesi immensa, immensamente evolutiva, noi non possiamo seguirlo. Alle costruzioni gigantesche (e in definitiva poco resistenti) di uno spirito sedicente cosmico, preferiamo sempre le certezze prime sull\’uomo, quello fra gli esseri che conosciamo meglio. Del resto una sintesi globale e altrimenti fondata che quella del P. Teilhard, non ci manca. Da tempo le verità prime sull\’uomo, il suo stato, la sua storia, la fine della sua storia, sono state integrate dalla dottrina cattolica nel vasto corpus della filosofia e teologia tomista.
Dopo queste considerazioni generali, ecco qualcuno dei testi partendo dai quali le abbiamo formulate. Per questa volta ci limiteremo alle Lettres du Père à sa cousine, dal 1914 al 1919. Sono conosciute sotto il titolo più pretenzioso, ma del resto adeguato, di Genèse d\’une Pensée (Grasset, Paris). È la cugina stessa, Marguerite Teilhard-Chambon, in arte Claude Aragonnès, che ha pubblicato queste lettere. Vi troviamo lo sboccio e le articolazioni maggiori del sistema futuro. In questi testi di guerra, composti in condizioni inverosimili, sotto la spinta del flusso interiore, tutto o quasi tutto ciò che diventerà il teilhardismo è già preformato, e anche con molta precisione secondo un orientamento che non cambierà più. Nessuna modificazione essenziale interverrà in seguito. Proprio grazie all\’amicizia e alla comprensione di sua cugina è stato possibile al P. Teilhard ricavare le proprie idee dal suo spirito; con nessun altro queste idee in attesa avrebbero trovato il mezzo di sorgere e di formularsi. Il clima di una amicizia eccezionale ha reso possibile la genesi di un pensiero, ma purtroppo d\’un pensiero aberrante.
Quando si esprime nell\’amicizia, il teilhardismo è molto più facilmente avvicinabile. E perciò, a coloro che vogliono cominciare a leggere Teilhard de Chardin e non desiderano affrontare delle opere troppo difficili, consiglierò sempre Le lettere alla cugina. Vi troveranno già tutto l\’essenziale, ivi comprese le deviazioni più sorprendenti; vedranno come si manifestano; coglieranno il teilhardismo allo stato nascente, nel suo punto di scaturigine, e in una forma che non poteva trovare che grazie all\’amicizia; una maniera d\’esprimersi meno farraginosa, più leggera, più attraente che nei grandi trattati, ma purtroppo non meno determinata, non meno rovinosa.
Non mi fermerò alla corrispondenza dell\’anno 1915. Non che manchi d\’interesse. È là forse che il Padre ci appare meglio nella sua veste, piena di sollecitudine, di direttore spirituale, con il suo senso cristiano della rinuncia nella delicatezza di una nobile amicizia. Si potrebbe comporre un piccolo florilegio dei pensieri sul distacco, sulla dolcezza, sulla carità fraterna. Teilhard non è certo il P. Lallemant e neppure il P. Grou (due gesuiti grandi spiritualisti: Lallemant, sec. XVII, Grou, sec, XVIII. La Doctrine spirituelle del P. Lallemant e il Manuale delle anime interiori del P. Grou sono dei classici della vita interiore. Vedere la bibliografia alla fine della Vie d\’Oraison di Maritain), ma le sue esortazioni sono belle e salutari. Coloro che hanno tentato di imporci Teilhard come maestro per eccellenza di spiritualità, gli editori di quell\’inno all\’universo, che è un lungo susseguirsi di note false, avrebbero fatto meglio a rilevare certi passaggi delle Lettere alla cugina. In questo caso la loro raccolta non avrebbe avuto il suo carattere teilhardiano, ma avrebbe certamente edificato.