Contro Theilard (5 di 16)

Il Magistero contestato, il dissenso...

Dom Georges Frénaud O.S.B. Monaco di Solesmes: Il pensiero filosofico e religioso del padre Teilhard de Chardin. IV. LA SPIRITUALITÀ DEL P. TEILHARD a) VALORE SACRO DI OGNI SFORZO UMANO – Il lavoro nella dottrina cristiana – Il Mondo corporeo, arricchimento del Cristo totale – Progresso universale, concentrazione, socializzazione spirituale – Progresso universale, concentrazione, socializzazione spirituale – Che cosa pensare di questa «spiritualità» dello sforzo naturale? – Progressi umani e doni della grazia – E il peccato originale? Motivi del successo di questa spiritualità b) AMARE IL CRISTO «COME IL MONDO CHE MI HA SEDOTTO»

IV. LA SPIRITUALITÀ DEL P. TEILHARD
Mi resta da affrontare un ultimo aspetto del pensiero religioso del P. Teilhard, quello che ci interesserà più particolarmente e che ha senza dubbio maggiormente contribuito a scatenare il movimento d\’entusiasmo nei laici poco provveduti sulle esigenze della teologia. Si tratta delle conseguenze della sua dottrina dal punto di vista della vita spirituale.

a) VALORE SACRO DI OGNI SFORZO UMANO
L\’Autore è ritornato anch\’egli molte volte su questo punto. Si sente che vuole instaurare una nuova scuola di spiritualità, basata sul principio d\’evoluzione cosmica. L\’essenziale delle sue teorie è espresso nelle due prime parti del Milieu Divin. La prima di queste due parti, intitolata La divinizzazione delle attività, contiene l\’aspetto più originale e anche più contestabile del suo trattato. L\’argomento studiato è il valore definitivo davanti a Dio del lavoro naturale dell\’uomo.

Il lavoro nella dottrina cristiana
È un fatto: «La Chiesa è sempre intenta a dare dignità, a esaltare, a trasfigurare in Dio il dovere del proprio stato, la ricerca della verità naturale, lo sviluppo dell\’azione umana».
È però certo che ogni sforzo naturale compiuto dall\’uomo non è meritevole di salvezza eterna se non nella misura in cui la carità soprannaturale comanda e informa le sue azioni. L\’inno di S. Paolo alla carità, nella prima lettera ai Corinti, lo dice espressamente: «Se non ho la carità, io sono un bronzo che suona o un cembalo che squilla.. Io sono un niente… Questo non mi giova a nulla».
Ma questa necessità assoluta della carità per rendere i nostri atti soprannaturalmente meritori, non implica la completa inutilità, né la mancanza d\’interesse del lavoro naturale o del suo frutto. Questo lavoro è preteso dalla natura dell\’uomo e il suo effetto è un bene reale. La grazia non distrugge la natura. Ben lungi dal sopprimere gli obblighi naturali, la carità soprannaturale li rinforza, subordinandoli a un fine più alto. A più riprese la Sacra Scrittura e specialmente S. Paolo dice ai cristiani che il lavoro è un obbligo: 1) Per non essere a carico dei fratelli, 2) Per poter sovvenire ai bisogni di quelli che non possono bastare a se stessi (malati, bambini, vecchi ecc…). Inteso in una maniera abbastanza vasta, questo secondo motivo può andare molto lontano e dare valore a ogni lavoro dell\’uomo che, in un modo o in un altro, può giovare al bene della comunità.
Si è d\’accordo nel riconoscere inoltre che i frutti puramente naturali di un lavoro hanno un valore speciale agli occhi del cristiano in quanto possono essere ulteriormente utilizzati da altri al servizio di un\’opera soprannaturale. A puro titolo di strumento potranno allora contribuire alla formazione del Corpo Mistico del Cristo. Si vede così che una sana teologia del lavoro non considera mai questo, anche nella sua realtà naturale, come privo di valore e di interesse.

Il Mondo corporeo, arricchimento del Cristo totale
Il P. Teilhard, dimenticando un poco questi dati ben noti della dottrina comune, rimprovera ai Direttori spirituali di minimizzare il valore dei nostri sforzi naturali e quello dei loro frutti. Fa usare loro questo linguaggio:
«Gli scopi terrestri non valgono nulla di per se stessi. Non possiamo amarli che per l\’occasione che ci offrono di provare al Signore la nostra fedeltà e il nostro amore… Le cose della terra non ci sono state date che come una materia di esercizio, su cui noi ci facciamo "a nuovo" lo spirito e il cuore… Poco importa allora ciò che valgono e ciò che diventano i frutti della terra» (Milieu Divin, p. 37-38).
Così l\’Autore del Milieu Divin si ribella contro questo disprezzo dell\’umano e propone una spiritualità dello sforzo che modifica le prospettive e fa cadere l\’opposizione fittizia che si pone troppo spesso tra Dio e il Mondo. Ben lungi dal distoglierci da Dio, il Mondo attirandoci può e deve condurci a lui.
Senza dubbio P. Teilhard riconosce anche lui il valore inapprezzabile dell\’intenzione caritatevole e la sua necessità perché l\’opera umana sia perfetta. Ma afferma che indipendentemente da queste intenzioni, di per se stesso ogni sforzo umano è sempre un vantaggio per il compimento del Corpo Mistico, perché il suo effetto ha sempre una parte di valore definitivo. «Ogni sforzo coopera a compiere il Mondo in Christo Jesu», scrive nel titolo di un paragrafo (p. 41), che sviluppa e dimostra questo pensiero. L\’argomento formale addotto a questo scopo – l\’abbiamo già enunciato prima – può riassumersi così:
Durante la nostra vita terrena il nostro essere spirituale si alimenta col mondo sensibile. Già da questo mondo sono uscite le nostre anime arricchite da ogni loro passato. Non cessano, dopo la loro origine, di essere assediate dalla marea delle influenze cosmiche che ordinano e assimilano. Sotto queste influenze si perfezionano e anche si «fanno». (L\’Autore fedele a Bergson, sembra ammettere che le nostre anime sono costituite dai loro atti). Ora questo perfezionamento naturale delle anime deve entrare con esse nella formazione del Corpo Mistico. Si deve dunque dire che il mondo corporeo intero contribuisce ad arricchire infine il Cristo totale. Più avremo conosciuto il Mondo, e contribuito con la nostra scienza e la nostra attività tecnica a renderlo grande e a ornarlo, più avremo per contraccolpo contribuito alla perfezione del corpo totale del Cristo.

Progresso universale, concentrazione, socializzazione spirituale
Aggiunge altrove questa considerazione: per mezzo del progresso universale che trascina con sé una costante concentrazione e socializzazione spirituale delle anime, lavoriamo efficacemente a realizzare questa unificazione e questo approfondimento della riflessione umana universale che, giunta al suo punto critico, compirà la pienezza dell\’umanità e per lo stesso motivo, anche la pienezza del Corpo Mistico. È così che «per la collaborazione che suscita il Cristo si compie e raggiunge la sua pienezza a partire da ogni creatura… Attraverso ognuna delle nostre opere lavoriamo atomicamente ma realmente a costituire il Pleroma, cioè ad apportare al Cristo un poco di compiutezza».
Tale è la base su cui s\’appoggia P. Teilhard per stabilire ciò che si può chiamare la sua «mistica dello sforzo umano». Ecco in quali termini egli stesso la sviluppa:
«La congiunzione di Dio e del Mondo sta compiendosi sotto i nostri occhi nel dominio dell\’azione. No, Dio non distrae prematuramente il nostro sguardo dal lavoro che ci ha imposto, perché Egli si presenta raggiungibile attraverso questo stesso lavoro. No, non fa svanire nella sua intensa luce i particolari dei nostri fini terrestri, poiché l\’intimità della nostra Unione con Lui è giustamente funzione del compimento preciso che daremmo alla più piccola delle nostre opere… Dio, in ciò che ha di più vivente e di più incarnato, non è lontano da noi fuori dalla sfera tangibile; ma ci attende ogni istante nell\’azione, nell\’opera del momento. È in qualche modo sulla punta della mia penna, del mio piccone, del mio pennello, del mio ago, del mio cuore, del mio pensiero. È spingendo fino al suo ultimo fine naturale il tratto, il colpo, il punto a cui mi sono applicato, che colgo il Fine (con l\’F maiuscola) a cui tende il mio dovere profondo» (Milieu Divin, pp. 53-54).
Prese alla lettera queste affermazioni indirizzate a cristiani che intendono vivere da cristiani, li convincono che per il solo lavoro naturale qualunque sia l\’intenzione, per il solo fatto che è ben compiuto, perfezionato, l\’uomo raggiunge Dio cioè il Cristo. Lo sforzo umano prende così un posto di primo piano, il primo si può dire, sul cammino della perfezione. È da questo che bisogna cominciare e anche se non è sempre il solo a realizzarla, mette già in contatto con il fine supremo.
Certamente il Padre non ha l\’intenzione di ridurre a ciò tutto lo svolgimento della vita spirituale. Fa poi un largo posto al distacco che ci impedirà di dimenticare Dio, posto al termine della nostra azione, e di arrestarci alla nostra opera creata. Ritrova allora le linee maggiori della spiritualità tradizionale che espone in pagine molto attraenti. Sarebbero molto belle se non avesse insistito tanto all\’inizio sul tempo attivo che sarebbe secondo lui il primo passo di una spiritualità completa. Lo sforzo umano deve prendere nella vita cristiana il posto di un\’operazione santa e unificatrice.

Che cosa pensare di questa «spiritualità» dello sforzo naturale?
Che cosa bisogna pensare esattamente di questa spiritualità? Si può essere d\’accordo che il mondo sensibile contribuisce al perfezionamento naturale delle anime. Si può anche essere d\’accordo che queste perfezioni naturali acquisite saranno conservate, in un certo modo, nell\’eternità e potranno così contribuire, a titolo secondario e accidentale, alla bellezza del Corpo Mistico. C\’è in questa considerazione una ragione valida per stimare il lavoro umano, a condizione però di tenere presente che questa ragione resta, di per se stessa, d\’ordine naturale.
Non bisogna soprattutto perdere di vista le altre verità teologiche assolutamente certe che riguardano l\’avviamento e l\’appartenenza soprannaturale delle anime a Dio nel Cristo.
E non sono mai all\’inizio gli sforzi né il lavoro naturale che ci permettono di raggiungere Dio, fine ultimo soprannaturale della nostra vita o che ci inseriscono nell\’unità del Corpo Mistico. I nostri legami vitali col Cristo sono solo le virtù, i doni e gli atti soprannaturali.
Bisogna soprattutto affermare la sproporzione completa che esiste fra tutti i nostri perfezionamenti naturali e ciò che ci conferisce quaggiù la grazia e più tardi la gloria celeste. Così l\’apporto che ogni anima beata aggiungerà alla bellezza e alla ricchezza del Corpo Mistico consiste all\’inizio e prima di tutto in questo grado di grazia e di carità che avremo raggiunto al termine della nostra vita terrestre e nel grado di visione e di godimento beatifico che gli corrisponderà. Vi sarebbe errore e pericolo nel dare allo sforzo naturale e ai suoi effetti propri un valore paragonabile o anche uguale a quello di questi beni trascendenti.

Progressi umani e doni della grazia.
Inoltre si eviterà ciò che il P. Teilhard non ha saputo fare, di pensare e di insinuare che il nostro progresso soprannaturale e il nostro grado di unione a Dio sarebbe, in una certa maniera, proporzionato ai nostri progressi puramente umani. Ascoltiamolo su questo punto:
«Non sappiamo in quale proporzione né sotto quale forma le nostre facoltà naturali passeranno nell\’atto finale della visione divina. Ma non si può dubitare che noi quaggiù ci stiamo preparando, aiutati da Dio, gli occhi e il cuore, che una finale trasfigurazione renderà organi di una potenza di adorazione e di una capacità di beatificazione speciale per ciascuno di noi» (Milieu Divin, p. 47).
Il contesto di queste righe parla del perfezionamento naturale delle anime sotto l\’influenza del mondo corporeo: in un tale contesto l\’affermazione che contengono, anche con l\’inciso «aiutati da Dio» (che non esprime se non un aiuto naturale), è teologicamente inaccettabile. Un poco più lontano, troviamo ancora un\’altra affermazione non meno sorprendente:
«Ogni accrescimento che mi do o che do alle cose può essere notato attraverso qualche aumento del mio potere d\’amare e qualche progresso del beato affrancamento del Cristo sull\’Universo» (Milieu Divin, p. 52).
No, perché la carità soprannaturale non è una virtù acquisita, ma una virtù infusa. L\’aumento del nostro potere d\’amare il Cristo non può venire che da un dono di grazia.

E il peccato originale?.
Infine si terrà conto di un fatto importante, lasciato troppo in ombra nella prospettiva del P. Teilhard: il peccato originale che ha distrutto l\’equilibrio della nostra natura ad un tempo corporale e spirituale.
Questo squilibrio ci spinge come d\’istinto verso le attrazioni del mondo sensibile a spese della nostra salita verso Dio. Senza dubbio, attraverso la creatura, l\’uomo può e deve andare a Dio. Ma la creatura rischia di attirarci a sé, soprattutto se ci si dà a fondo con passione come ci invita a fare il P. Teilhard. Donde la necessità di dare sempre, a tutte le tappe della nostra vita, il primo posto al ricevimento della grazia e all\’esercizio delle virtù soprannaturali. Solo queste virtù sono capaci di correggere la nostra natura e solo esse sono in grado di farci raggiungere Dio in un modo permanente e stabile.
Ecco perché i primi passi nella vita spirituale non devono essere uno sforzo naturale per meglio conoscere e perfezionare il mondo, ma una rinuncia e un abbandono a Dio che ci condurrà per mezzo della sua Provvidenza sull\’una o sull\’altra via che avrà previsto per noi. E la forma di vita più perfetta, di per se stessa, non sarà la vita attiva, quella soprattutto che si consuma nei progressi temporali del mondo, ma la vita di contemplazione principalmente trascorsa a conoscere e ad amare l\’Unico Necessario. Questo è, almeno, l\’insegnamento costante della Chiesa.

Motivi del successo di questa spiritualità
La nuova forma di spiritualità proposta dal P. Teilhard non mancherà di piacere a molti di quelli che vorrebbero andare a Dio restando ben attaccati al Mondo. Si comprende il suo successo con tutti quelli che misurano il valore della vita umana sulle attività esteriori e sui loro risultati immediati e sensibili. E oggi sono la maggioranza.
Nei riguardi della fede e di una sana teologia della grazia, rappresenta una forma sottile di naturalismo attivistico che può condurre à grandi illusioni. Quando il Padre scrive che «in virtù della Creazione ancora in corso, continuata, il Regno di Dio appare come direttamente interessato al Progresso naturale del Mondo» (Notes sur la Notion de Perfection chrétienne), misconosce il senso profondo della Redenzione. Il P. Philippe de la Trinité, che cita questo passaggio, ha ragione di aggiungere: «Il Cristo non è venuto sulla terra per stimolare, direttamente, il Progresso naturale del Mondo. E se fosse venuto per questo, avrebbe totalmente fallito».

b) AMARE IL CRISTO «COME IL MONDO CHE MI HA SEDOTTO»
Terminerò queste riflessioni, prendendo dal Padre Teilhard l\’enunciato dei risultati di questa valorizzazione eccessiva dello sforzo umano sul Mondo. Quando ha l\’occasione di esprimere il suo amore per il Cristo, amore che è il fine ricercato di tutta la vita spirituale, usa una formula che sembra accordare al Mondo, su questo piano dell\’amore, una priorità analoga a quella che gli dava già, l\’abbiamo visto, sul piano della fede. Ecco cosa scrive nella Messe sur le Monde:
«Finché non ho saputo o osato vedere in Voi, Gesù, che l\’uomo di circa duemila anni, il Moralista, l\’Amico, il Fratello, il mio amore è rimasto timido e impacciato,… Da sempre il Mondo, al di sopra di ogni Elemento del Mondo, aveva conquistato il mio cuore, e mai davanti a nessun altro avrei sinceramente ceduto. Allora per molto tempo, pur credendo, ho sbagliato senza sapere ciò che amavo. Ma oggi, che per la manifestazione dei poteri super-umani, che ha conferito la Resurrezione, voi trasparite per me, Maestro, attraverso tutte le potenze della terra, allora vi riconosco come mio Sovrano e mi rimetto deliziosamente a Voi» (cfr. Hymne à l\’Univers, p. 33).
Leggendo queste righe ci si può domandare se il P. Teilhard non ha amato il Cristo perché secondo lui, conteneva il Mondo, oggetto primo e principale del suo amore. Se fosse così, questo amore del Cristo sarebbe ancora una carità teologale? Se amiamo il Cristo, più di tutte le cose, non è prima di tutto perché è Dio, Figlio di Dio e dunque Bontà infinita e infinitamente degno del nostro amore? E come possiamo essere credenti, avere la fede, senza sapere che Colui che amiamo è Dio? Ascoltiamo ancora questi slanci che, malgrado il loro lirismo, sembrano porre l\’amore del Mondo davanti a quello di Dio:
«Gesù… Vi amo come un Mondo, come il Mondo che mi ha sedotto e siete Voi, lo vedo ora, che gli uomini miei fratelli, anche quelli che non credono, sentono e cercano attraverso la magia del grande Cosmo» (Estratto della Vie Cosmique nell\’Hymne à l\’Univers, p. 80).
Ugualmente nella sua prima risposta a Maurice Blondel aveva scritto:
«Il Cristo deve essere amato come un Mondo e piuttosto come il Mondo, cioè come il centro fisico imposto a tutto ciò che deve sopravvivere della Creazione» (Archives de Phil., tomo XXIV, I, p. 135).
Si potrebbe senza dubbio, se avessimo altri testi che ci riportassero esplicitamente in una prospettiva tradizionale e veramente teologica, interpretare queste righe e considerarle come delle balordaggini o degli eccessi di linguaggio. Sfortunatamente l\’opera del P. Teilhard è soprattutto ricca di queste formule eccessive. E sembrano ben riassumere l\’essenziale della sua via spirituale: andare al Mondo è andare al Cristo, poiché è il centro di evoluzione del Mondo. Non si rischia, attraverso una tale via, di limitarci a non amare altro che il Mondo o a tutto amare per il Mondo?
Ci asteniamo dall\’imputare al P. Teilhard questa conclusione estrema, anche se logica, della via su cui indirizza. Ma non sarà uno dei principali pericoli contro cui la Chiesa ha messo in guardia i suoi lettori sprovveduti?