Cap. 12 Il Congresso di Vienna

Storia della Chiesa

Prof. A. Torresani. 12. 1  Vincitori e vinti – 12. 2  Restaurazione, legittimismo, equilibrio – 12. 3  La Santa Alleanza – 12. 4  Il principio dell’intervento – 12. 5  La crisi economica – 12. 6  La cultura romantica – 12. 7  Cronologia essenziale – 12. 8  Il documento storico – 12. 9  In biblioteca.

A dicembre 1814, tra gli alleati vittoriosi sembrava profilarsi una rottura clamorosa,  ma poi si arrivò al compromesso, favorito dall’avventura napoleonica dei cento giorni che costrinse i vincitori a rinnovare l’alleanza.
     Si discusse a lungo circa i criteri da adottare per risolve­re i problemi aperti. Fu proposto il principio di restaurazione, ossia riportare tutto com’era pri­ma della tempesta rivoluzionaria e napoleonica, ma troppi fatti nuovi impedivano di tornare al passato. I rappresentanti degli Stati minori, che temevano di scomparire, proposero il principio del legittimi­smo, ossia di restituire il trono a coloro che  vantavano i più consistenti diritti, ma anche in questo caso troppi fatti nuovi erano accaduti senza poterli cancellare. In definitiva prevalse il principio dell’equilibrio tra le potenze che, a conti fatti, risultò il reale criterio direttivo dei lavo­ri.  Alessandro I propose una sorta di fratellanza di tutti i so­vrani cristiani che avrebbero dovuto adottare, come codice di comportamento politico e morale, il Nuovo Testamento. Castle­reagh e Metternich si fecero beffe di proposte del genere. Il primo escluse di poter accettare un progetto così elevato ma po­liticamente irrilevante, il secondo, invece, ottenne di adattarlo alle sue esigenze.

12. 1 Vincitori e vinti
     I rivolgimenti dell’età rivoluzionaria e napoleonica impres­si all’Europa erano tanto profondi che al Congresso di Vienna parteciparono anche alcuni capi di Stato accanto ai lo­ro ambasciatori. 
La sistemazione politica della Francia Il primo problema era di stabilire chi doveva governare la Francia.  Agli alleati apparve chiaro che solo i Borbone offrivano il requisito di essere tanto conservatori da frenare il rivoluziona­rismo francese,  di accettare gli antichi confini della Francia, di non favorire alcuno degli Stati vincitori.  Il 31 marzo 1814, Alessandro I fe­ce il solenne ingresso in Parigi e subito dopo prese alloggio nella casa di Talleyrand, il quale convocò per il 1° aprile il Senato facendo approvare il manteni­mento delle libertà civili, garanzie per i funzionari e i posses­sori dei titoli di Stato, un progetto di costituzione che esenta­va i Francesi da ogni vincolo di fedeltà a Napoleone, ma che chiariva anche l’impossibilità da parte degli emigrati e del cle­ro di rientrare in possesso dei loro beni.  Il 6 aprile il Senato elevò al trono Luigi XVIII, mentre Napoleone si trovava ancora nel castello di Fon­tainebleau impegnato nel vano tentativo di assicurare la succes­sione al figlio. 
Il trattamento riservato a Napoleone Lo zar Alessandro I commise l’errore di concedere a Napoleone il regno dell’isola d’Elba, con due milioni di franchi all’anno pagati dalla Francia, e l’assegnazione del ducato di Parma all’imperatrice Maria Luisa. Napoleone il 13 aprile ratificò il trattato di Fontainebleau e una settimana dopo prese la via dell’esilio.  
Il primo trattato di Parigi Il 30 maggio il nuovo governo fran­cese firmò il primo trattato di Parigi con le condizioni di pace.  I confini della Francia furono fissati su quelli esistenti nel 1792. La Francia s’impe­gnava ad accettare le trasformazioni che sarebbero state decise a Vienna.  Il primo trattato di Parigi non prevedeva né indennità, né occu­pazione militare, né altro tipo di clausole umilianti per la so­vranità della Francia.
I festeggiamenti della pace a Londra Nei primi giorni di giugno a Londra ci furono i festeggiamenti della pace ai quali furono invitati tutti i capi di Stato. Poi fu deciso di dar inizio al congresso di Vienna a settembre.  Fino a questo momento avevano trionfato i progetti e gli interessi britannici sostenuti da lord Castlereagh che aveva ottenuto la restaurazione dei Borbone, la cessione del Belgio alla dinastia amica degli Orange, la riva sinistra del Re­no affidata alla Prussia e altre importanti concessioni in campo coloniale.
Iniziano i lavori del Congresso di Vienna  A settembre arrivaro­no a Vienna le delegazioni degli Stati interessati allo stabilimento di confini ragionevoli e di accordi che garantissero la pace di cui tutti avevano bisogno.
Le delegazioni al Congresso di Vienna  Il re di Prussia Federico Guglielmo III era accompagnato dal cancelliere Hardenberg e da Alexander von Humboldt, uno dei maggiori scienziati del tempo.  Lo zar di Russia Alessandro I era assistito dal ministro agli esteri Nesselrode e da von Stein che fino al 1813 aveva guidato le riforme dello Stato prussiano.  Alessandro I aveva un ca­rattere eccitabile, pronto ad accendersi per grandi pro­getti e perciò si sapeva che sarebbe intervenuto personalmente ai lavori del congresso. Luigi XVIII non s’arrischiò di andare a Vienna: la delegazione  francese fu guidata da Charles Maurice de Talleyrand. Lord Castlereagh guidava la delegazione britannica. Clemens von Metternich guidava la delegazione austriaca. Ai lavori di Vienna prese parte anche il cardinale Erco­le  Consalvi segretario di Stato del papa Pio VII.
Problemi procedurali  I festeggiamenti viennesi avevano il duplice scopo di celebrare la grandezza dello Stato absburgico e di permettere incontri informali tra le varie delegazioni.  Essendo troppo numerosi gli Stati ammessi al Congresso, la conduzione dei lavori fu affidata alle quattro potenze vincitrici (Austria, Prus­sia, Russia, Gran Bretagna).  Più tardi i quattro divennero otto con l’ingresso di Francia, Spagna, Portogallo, Svezia.  Fu neces­sario creare comitati speciali per risolvere la questione svizze­ra, la questione italiana, la tratta degli schiavi, i problemi di precedenza diplomatica.
Il progetto russo  La Russia presentò il proprio progetto che prevedeva la riunificazione della Polonia da assegnare a un governo nazionale sotto tutela russa.  La Prussia sarebbe sta­ta compensata con la Sassonia, e l’Austria con una condizione di preminenza in Italia.  Al Metternich il proget­to russo appariva mostruoso e perciò avanzò come pregiudiziale per l’Austria un’alternativa: o la Russia unificava sotto di sé la Polonia, ma senza permettere l’ingresso della Prussia in Sasso­nia; oppure la Prussia si annetteva la Sassonia, ma in quel caso la Russia non doveva occupare la Polonia.
Il progetto britannico  Castlereagh trovava conveniente per la Gran Bretagna una forte Europa centrale fondata sulla collabora­zione tra Prussia e Austria, per controllare la Francia a ovest e la Russia  a est: perciò la cosa migliore era che Austria e Prussia rientrassero in possesso delle regioni della Polonia occupate prima della rivoluzione.  Castlereagh, Metternich e Hardenberg decisero di presentare ad Alessandro I la proposta di limitare il controllo russo in Polonia ai ter­ritori a est della Vistola.  Alessandro I ebbe uno dei suoi famo­si accessi di collera che mandò all’aria il progetto di sparti­zione della Polonia. 
La questione della Sassonia A Metternich non rimase che opporsi alla cessione della Sassonia alla Prussia perché au­tomaticamente essa sarebbe divenuta la potenza egemone della Ger­mania.  Il motivo del duro trattamento della Sassonia era di aver combattuto per Napoleone e perciò essa andava trattata alla stregua di una nazione vinta; in realtà la Sassonia formava un ampio rettangolo che da una parte andava fino al Reno e dall’altra fino al confine polacco. Fu deciso di spartire la Sassonia che per metà rimase uno Stato indipendente con le città di Lipsia e Dresda, e per l’altra metà fu annessa alla Prussia.  A dicembre la controversia produsse a Vienna una tensione così acuta da far temere una possibile guerra tra la Gran Bretagna e gli Stati continentali. 
La Francia rientra nel gioco diplomatico A questo punto della discussione si inserì il Talleyrand che introdusse nella confe­renza il famoso principio di legittimità: ossia che tutto il periodo rivoluzionario e napoleonico andava considerato come un incubo della storia europea, da mettere tra parentesi, restituen­do ai popoli i loro legittimi sovrani.  In realtà, Talleyrand aveva ricevuto istruzioni precise di limitare l’espansione della Prussia verso il Reno, impedendole di divenire la potenza egemone entro la progettata Confederazione degli Stati germanici.  Il Talleyrand doveva opporsi anche all’e­spansione dell’Austria in Italia e della Russia in Po­lonia: quest’ultima o tornava indipendente o doveva esser sparti­ta tra le tre potenze come alla fine del secolo pre­cedente.  A dicembre, Talleyrand fu ammesso a far parte del direttorio delle quattro grandi potenze.  Il 3 gennaio 1815, di fronte alla possibilità di un’ini­ziativa bellica della Prussia, Gran Bretagna, Austria e Francia formarono una triplice alleanza per prestarsi reciproco aiuto in caso di aggressione.
Ridimensionamento del progetto prussiano  Hardenberg dovette ce­dere sulla questione della Sassonia, e a febbraio accettò un com­promesso che assegnava alla Prussia poco più della metà di quel territorio, ma senza le due città principali.  Subito dopo anche la Russia cedette sulla questione polacca, accettando il ritorno alla situazione prebellica con la Posnania alla Prussia e la Galizia all’Austria.
La Confederazione germanica  Più difficile apparve l’accordo sulla Confederazione germanica, il sogno dei patrioti che fin dall’inizio del Congresso avevano visto svanire la prospettiva di un impero germanico comprendente tutti coloro che avevano in co­mune la lingua e la cultura tedesca.  Nella primavera del 1815, sulla base di una proposta  austriaca, si giunse al compromesso che prevedeva la Confederazione di 34 Stati e quattro città li­bere, riuniti in una dieta federale presieduta dall’Austria.  La costituzione prevedeva che i prìncipi non potessero condurre ne­goziati separati in caso di guerra o stipulare alleanze ostili al bene comune della Confederazione.  Ma non erano stati previsti né poteri federali a livello esecutivo, legislativo e giudiziario, né una moneta unica né un sistema di libertà civili comune a tutti gli Stati membri.  Tutti capivano che la Confederazione era solo una tappa intermedia che tuttavia aveva il pregio di sempli­ficare il caos politico tedesco avvenuto al tempo della pace di Vestfalia (1648).  I 34 Stati erano ancora troppi e presto si aprì un lungo dibattito tra il partito dei “Grandi tedeschi”, orientato verso Vienna, preferendo una blanda egemonia dell’Austria che, proprio perché aveva in seno al suo impero numerose nazionalità diverse per lingua, religione e cultura, rappresentava un pericolo minore rispetto al partito dei “Piccoli tedeschi”, orientato verso Berlino e desideroso di affermare  il nazionalismo tedesco anche al costo di escludere l’Austria dalla Confederazione, pur di escludere dalla futura Germania nazionalità allogene.
Il problema italiano  Ancora più difficile la soluzione del pro­blema italiano che Metternich tendeva a trasformare in un proble­ma interno dell’Austria.  Nel gennaio 1814 l’Austria aveva stipu­lato un’alleanza con Gioacchino Murat e il prezzo era stato di assicurargli il trono contro l’opinione del Talleyrand che avreb­be voluto la restituzione di Napoli ai Borbone, ancora rifugiati in Sicilia.  Il problema rimase aperto fin quando il Murat fece il passo falso di riavvicinarsi a Napoleone nel corso dei cento giorni, e poi di tentare di sollevare l’Italia contro l’Austria mediante il proclama di Rimini che non sortì al­cun effetto.  Murat fuggì in Francia dopo la battaglia di Water­loo e, imitando Napoleone, tentò uno sbarco nell’Italia meridionale che gli costò la vita.  Napoli tornò ai Borbone e in Italia fu  stabilito un sistema di otto Stati: il Lombardo-Veneto all’Austria; un fratello dell’Imperatore d’Au­stria tornò nel Granducato di Toscana; la sorella Maria Luisa ebbe il ducato di Parma e Piacenza; un nipote, Francesco IV di Austria-Este ebbe il ducato di Modena e Reggio; il papa Pio VII fu confermato sovrano dello Stato della Chiesa; Vittorio Ema­nuele I riebbe il regno di Sardegna comprendente anche Nizza, la Savoia e il territorio dell’antica repubblica di Genova.  Il principato di Lucca fu assegnato a un Borbone-Parma in attesa della morte di Maria Luisa che aveva solo un vitalizio, ossia senza la possibilità di trasmissione a eredi. A Napoli e in Sicilia, col titolo di re delle Due Sicilie, tornava Ferdinando I di Borbone.
     Le commissioni particolari per la questione svizzera, il di­ritto di navigazione sui fiumi, la precedenza diplomatica e il commercio degli schiavi africani portarono a termine i loro lavo­ri con risultati apprezzabili, quando si sparse la notizia dell’ul­tima avventura di Napoleone che sembrava rimettere tutto in discussione.

12. 2  Restaurazione, legittimismo, equilibrio
     Intorno al 7 marzo 1815 giunse a Vienna la notizia della fu­ga di Napoleone dall’Elba e tutti i governi convennero che la pa­ce con Napoleone non era possibile.  Luigi XVIII fuggì a Gand mentre gli eserciti alleati si mettevano in marcia. 
La nuova coalizione europea contro Napoleone Il 25 marzo fu sottoscritto un documento secondo cui le quattro grandi potenze si impegnavano a fornire ciascuna un esercito. Napoleone cercò di ricorrere alla tat­tica di dividere gli avversari, ma riuscì ad at­tirare dalla sua parte solo il Murat, e il 18 giugno a Wa­terloo tutte le sue possibilità furono annullate: anche in caso di vittoria avrebbe ritrovato sul suo cammino gli eserciti coa­lizzati.  Il 25 giugno Luigi XVIII ritornò in Francia e quattro giorni dopo le truppe prussiane occupavano Parigi.
Napoleone a Sant’Elena  Napoleone vagò nella  Francia occidenta­le ancora per una decina di giorni tentando di fuggire negli Stati Uniti, ma infine dovette ammettere che la flotta inglese non gli lasciava varchi.  Si arrese al capitano del Bellerophon, che lo trasferì a Ply­mouth, ma senza farlo scendere a terra, giusto il tempo di sapere che Napoleone doveva esser confinato nell’isola di Sant’Elena.
Conseguenze politiche dei Cento giorni  L’avven­tura dei cento giorni fu interpretata come fallimento della politica di moderazione nei confronti della Francia.  Le quattro grandi potenze decisero di fiaccare la resistenza francese, ma entrarono in disaccordo circa le misure da prendere perché il Ca­stlereagh aveva in mente i problemi dell’equilibrio.  An­che il Metternich concordava con Castlereagh e insistette per re­cuperare la Francia a un sistema conservatore, proponendo l’occu­pazione temporanea da parte degli eserciti alleati di Parigi e di  altre parti del territorio francese, il pagamento di forti inden­nità e la cessione di alcuni territori.  Lo zar Alessandro I, cui risaliva in larga misura la responsabilità di non aver saputo neutralizzare Napoleone, si avvicinò alle posizioni di Castle­reagh e Metternich. Il 20 settembre le nuove condi­zioni di pace furono presentate al Talleyrand che le rifiutò, ma il suo governo gli tolse il mandato di rappresentare la Francia e il suo posto fu preso dal duca di Richelieu che accettò il trattato. 
Il secondo trattato di Parigi I nuovi confini della Francia fu­rono quelli del 1790: il cambiamento più rilevante fu la cessione della Saar alla Prussia; poi fu chiesta l’occupazione per tre anni della Francia da parte di un esercito di 150.000 uomini e il pa­gamento di una forte indennità di guerra.  Una delle clausole del trattato prevedeva la restituzione delle opere d’arte sottratte dagli eserciti di Napoleone. 
Significato politico dei mutamenti territoriali Se esaminiamo l’atto finale del Congresso di Vienna, troviamo che i mutamenti territoriali rispondono al duplice principio di contenere la Francia e di assicurare agli alleati compensi reciproci.  Il con­tenimento della potenza francese avvenne con l’espansione dell’O­landa; con l’espansione della Prussia divenuta la guardiana del Reno; con il consolidamento della Baviera, del Baden e del Württemberg; con le garanzie internazionali di indipendenza della Svizzera; con l’ingrandimento del regno di Sardegna.  I compensi territoriali delle potenze in funzione di equilibrio spiegano l’annessione della Norvegia alla Svezia; l’acquisto di vasti ter­ritori in Italia da parte dell’Austria; l’occupazione di gran parte della Polonia, della Finlandia e della Bessarabia da parte della Russia; l’annessione della Pomerania svedese, di parte della Sassonia, della Posnania e di parte della Germania occi­dentale da parte della Prussia; infine, il trasferimento della Colo­nia del Capo, di Ceylon e di Malta alla Gran Bretagna.
Trionfo del principio di equilibrio  Come si vede, dei tre criteri invocati per ristabilire la pace in Europa, quelli di re­staurazione e di legittimismo furono messi da parte non solo in Germania e in Italia, ma anche in altre parti d’Euro­pa a favore del principio dell’equilibrio delle potenze europee, per cui ogni mutamento territoriale di una di esse produceva una serie di compensazioni a favore delle altre.  Ma la rivoluzione francese aveva liberato le energie dirompenti del patriottismo e del nazionalismo che per qualche tempo sembrarono essere la stessa cosa, ma che col tempo rivelarono aspetti divergenti: infatti, mentre il patriot­tismo è virtù che ha profonde relazioni con la giustizia dal momento che ciascuno riceve dalla patria una specie di seconda nascita mediante la cultura, la lingua, le tradizioni del luogo in cui è nato; il nazionalismo, al contrario, è una esaltazione della forza della propria nazione che si af­ferma sulle altre per piegarle e distruggerle.  Per circa un secolo e mezzo l’Europa è stata dilaniata dal nazio­nalismo che utilizzò il patriottismo per fini poco pacifici.

12. 3 La Santa Alleanza
    Nell’estate del 1815 lo zar Alessandro I visse una profonda esperienza religiosa che nulla vieta di ritenere sincera. 
Progetti reazionari La definitiva caduta di Napoleone permetteva di fare un bilancio del quarto di secolo appena termi­nato e di interpretarlo come un tentativo di sovvertire l’assetto cristiano della società.  Era anche troppo facile indi­care nella rivoluzione politica e sociale il frutto maturo della critica illuministica che in modo subdolo e corrosivo aveva mina­to la fede dei popoli verso Dio e verso i sovrani.  Anche il re­gime repubblicano appariva sovversivo perché abituava i popoli alle lotte di partito.  Il regime migliore appariva ad Alessandro I sotto la forma di una monarchia paternalista senza costituzione scritta, retta da governi nominati dal sovrano. 
Antiliberalismo Il liberalismo politico ed economico sembrava la premessa dello spirito sedizioso e rivoluzionario.  Poiché ciascuno Stato da solo non poteva venire  a capo dei fermenti ri­voluzionari operanti al suo interno, appariva necessario che tut­ti i sovrani stipulassero tra loro una “sincera e indissolubile alleanza”, impegnandosi a basare la loro con­dotta in politica “sui precetti della santa religione, os­sia sui precetti della giustizia, della carità cristiana e della pace che, ben lungi dall’essere applicabili solo agli atti priva­ti, devono avere influenza immediata anche nei consessi dei prin­cipi”. 
La Santa Alleanza La proposta di una Santa Alleanza fra tutti i sovrani europei apparve al Castlereagh e al Metternich una fanta­sia priva di valore.  Il primo, in una lettera a lord Liverpool, premier del governo britannico, definì il progetto “un’opera di sublime misticismo e idiozia”.  Tuttavia il Metternich, che temeva la potenza dello Stato russo, ritenne opportuno asse­condare Alessandro I e insieme con la Prussia il documento fu sottoscritto con un protocollo che prevedeva in­formazioni riservate sui possibili agenti rivoluzionari tra le polizie degli Stati membri della Santa Alleanza: l’Austria posse­deva in quel momento il miglior servizio di spionaggio d’Europa e già aveva ottenuto che la corrispondenza internazionale passasse da Vienna per controllare il contenuto delle lettere sospette.
Un tentativo di organismo sovranazionale  La Santa Alleanza, tuttavia, si può anche interpretare come uno dei ricorren­ti tentativi di dirimere le controversie internazionali con l’ar­bitrato, in luogo di ricorrere alla guerra e in questo senso essa si può paragonare alla Società delle Nazioni, proposta al termine della prima guerra mondiale, o all’Organizzazione delle Nazioni Unite, sorta al termine della seconda guerra mondiale.  Dall’in­successo di quei tentativi non si può dedurre la loro inutilità perché tutto ciò che è in grado di rendere odioso il ricorso alla guerra e alla violenza rende un prezioso servizio alla pace.  La Gran Bretagna rifiutò di partecipare alla Santa Al­leanza perché vi scorse la possibilità di interferenza nei suoi affari interni.  Il papa Pio VII non vi aderì per il ti­more di avallare una specie di sincretismo tra diver­se confessioni cristiane che giudicava inopportuno: forse ritenne che la progettata alleanza, nelle mani del Metternich, avrebbe avuto poco di santo, col rischio di trasformare la religione in uno strumento del potere politico.

12. 4  Il principio dell’intervento

     Esaminando il contributo politico dei negoziatori della pace di Vienna, potremmo chiederci chi sia riuscito a far affermare i princìpi più validi per mantenere l’Europa in una situazione di pace e di progresso. 
Successo immediato del Metternich Per molto tempo gli storici hanno indicato in Metternich il vincitore, ma se si esamina la storia per tempi lunghi, il vero trionfatore fu il Castlereagh.  Il primo riuscì a far risaltare la parentela tra rivoluzione po­litica e rivoluzione sociale, in­ducendo a considerare ogni mutamento dell’antico regime una spe­cie di salto nel buio.  I governi dovevano perciò promuovere il benessere dei cittadini, ma senza alcuna concessione di libertà politiche.  Un solido esercito e una polizia efficiente per tener d’occhio liberali e giacobini; una rigorosa censura sulla stampa per impedire la formazione di un’opinione pubblica ostile al governo; la periodica convocazione dei rappresentanti delle grandi potenze per valutare il progresso delle forze eversive; l’intervento delle grandi potenze interessate al­la conservazione dell’ordine negli affari interni degli Stati in­capaci di bloccare le forze rivoluziona­rie, erano i mezzi consigliati dalla politica del Metternich.  Il corollario era la formazione di un direttorio delle grandi potenze sulla politica mondiale.  Il sistema del Metter­nich ebbe successo solo nei piccoli Stati, ma fallì quando i mutamenti ac­caddero all’interno di una grande potenza come la Francia.
Successo per tempi lunghi del Castlereagh  Il Castlereagh, inve­ce, guidava la politica estera di una grande nazione che attraversava una fase di crescita tumultuosa del commercio e dell’industria: alla Gran Bretagna occorrevano frontiere aperte, basse tariffe doganali, libertà di movimento dei capitali, poli­tiche economiche liberiste, ossia proprio ciò che l’Austria cercava di imbrigliare con una rete di accordi politici di stampo conservatore.  La politica del Castlereagh avrà un certo successo tra il 1830 e il 1848, per trionfare poi fino al 1870: nel corso di quegli anni Italia e Germania raggiunsero la loro unificazione politica, ma sempre nel contesto dell’equilibrio delle potenze del continente.

12. 5  La crisi economica
     I grandi assestamenti territoriali seguiti al Congresso di Vienna assorbirono le energie politiche e le risorse econo­miche dei vari Stati europei. 
Le difficoltà del dopoguerra Gli eserciti furono smobilitati, provocando il ristagno di attività come la produzio­ne di armi, munizioni, uniformi e viveri per i soldati che negli anni precedenti avevano avuto grande sviluppo.  L’industria dove­va riconvertirsi alla produzione di pace, ma per alcuni anni il dato più immediato fu la disoccupazione, il rista­gno economico, la sorda ostilità dei numerosi ufficiali degli eserciti napoleonici cacciati dal servizio o collocati in pensio­ne a mezza paga.
L’anno senza estate  Per di più, nel 1816 ci fu un singolare evento climatico in tutta l’Europa che fece parlare di un anno senza estate: in molti luoghi in agosto cadde la neve, il grano e le patate non arrivarono a maturazione e ovunque ci fu ecceziona­le umidità perché l’anno precedente era esploso il vulcano Tambo­ra in Indonesia, scagliando nella stratosfera una quantità im­pressionante di pulviscolo.  Nei tre anni successivi ci fu notevole calo dell’irraggiamento solare che raggiungeva il ter­reno.  Seguì la carestia degli anni 1816 e 1817 che non ebbe le conseguenze catastrofiche di altre epoche solo per merito del commercio in grado di trasportare grandi quantità di cereali da una parte all’altra del mondo.
Lo sviluppo industriale britannico  Il panorama economico d’Eu­ropa, seguito all’epoca napoleonica, trovava la Gran Bretagna nel bel mezzo di uno sviluppo che non aveva precedenti.  Le necessità della guerra appena finita e del blocco continentale avevano dato un impulso irresistibile al commercio e all’industria britannica.  Come avviene per la reazione a cate­na in una centrale nucleare, lo sviluppo economico stimolava e alimentava se stesso in un crescendo che riempiva di stupore e d’invidia gli altri paesi.  Infatti, intorno al 1815 la Gran Bre­tagna produceva l’80% del carbone e il 50% del ferro mondiali; possedeva quasi tutte le macchine a vapore e i suoi telai mecca­nici lavoravano la maggior parte del cotone e della lana. 
Il commercio britannico Una flotta mercantile enorme batteva le rotte dei mari alimentando un contrabbando da capogiro quando un paese cercava di mettere in piedi qualche tentativo di protezionismo, come fece la Spagna nei confronti delle sue colo­nie americane.  Una rete di canali interni per più di 4000 miglia portava il carbone dalle miniere ai luoghi di consumo; la rete stradale appariva unica al mondo. 
La finanza britannica Le banche britanniche erano in grado di finanziare qualunque progetto e il costo del denaro per molto tempo fu il più basso d’Europa.  Perfino l’agricoltura britanni­ca, nel complesso, era la migliore d’Europa, fatta eccezione per quella olandese e per una parte di quella lombarda: le aziende agricole avevano dimensioni ottimali e si erano specia­lizzate per rifornire un mercato in cui la domanda si manteneva sostenuta. 
Crescita demografica La popolazione britannica cresceva in modo vertiginoso e la pressione  demografica favoriva nuove intraprese economiche e industriali in un clima di euforia e di ottimismo nei confronti del futuro.  Non mancava il timore che lo sviluppo economico potesse arrestarsi: ogni tanto avvenivano crisi di produzione e fallimenti di banche o di azien­de  che provocavano la povertà di un’intera provincia, ma nello stesso tempo si assisteva al fiorire di nuove iniziative in altre regioni.  Il mercantilismo appariva una teoria economica obsole­ta, ovunque si leggevano e si traducevano le teorie liberiste di Adam Smith, riesposte in modo meno ottimistico da David Ricardo (1772-1823) nei suoi Principi di economia politica e tassazione. 
David Ricardo In quest’opera il Ricardo cercava di determinare le leggi che regolano la distribuzione dei beni in una situazione di libera competizione prendendo in esame in primo luogo la ren­dita fondiaria distribuita tra le tre categorie che in­tervengono nella produzione agraria: i proprietari, gli affittua­ri e i braccianti.  Poi allargò il campo di indagine indicando altri princìpi, per esempio che il costo dei prodotti dell’indu­stria è dominato, ma non totalmente determinato, dalla quantità di lavoro necessario per la loro produzione, osservando che in questo caso non interviene una categoria parassita come quella dei proprietari che non lavorano i propri campi.  Egli concluse che i profitti industriali sono inversamente proporzionali ai sa­lari, i quali variano a seconda del costo della vita in un deter­minato luogo.  Ricardo trovò anche che la rendita agraria cresce con l’aumento della popolazione e che questa induce a coltivare anche quei terreni che offrono un margine di rendita troppo pic­colo.  Seguendo le teorie dell’economista francese Jean-Baptiste Say, Ricardo pensava che non esistesse il pericolo della disoccu­pazione, bensì il pericolo che la popolazione crescesse troppo rapidamente per cui i salari sarebbero caduti al di sotto del li­vello di sussistenza dell’operaio, e che estendendo le aree col­tivate, la loro rendita sarebbe crollata fino a impedire la for­mazione di nuovo capitale, generando un pauperismo diffuso. Ricardo concludeva che il commercio internazionale non era determinato dai relativi costi di produzione, ma dalla differenza tra i prez­zi interni nei vari paesi interessati allo scambio e che rendono i commerci vantaggiosi.  Il limite maggiore delle teorie di Ri­cardo è di aver considerato il lavoro umano una merce come tutte le altre il cui costo (il salario) cresce con la scarsità dell’offerta di braccia umane e diminuisce con la loro abbondanza. Il Ricardo impiegò l’espressione “legge bronzea dei salari”, dimenticando che il lavoro umano ha una dignità che va tutelata con l’intervento della legge, con lo sviluppo dei sindacati, con la creazione di nuova scienza e di nuova tecnologia in grado di moltiplicare le possibilità di lavoro.
Sviluppo industriale del Belgio  Tra gli Stati del continente, solo il Belgio conosceva uno sviluppo industriale paragonabile a quello britannico.  L’abbondanza di ferro e di carbone, insieme con un solido sistema finanziario e un lungimirante scavo di ca­nali navigabili, permisero a quel piccolo paese una produzione straordinaria.  
L’economia francese La Francia uscita dalla rivoluzione aveva sperimentato i più sconvolgenti mutamenti sociali, ma non aveva imboccato con determinazione la strada dello sviluppo industria­le.  Prevaleva ancora l’agricoltura, spesso condotta con sistemi tradizionali di autoconsumo in luogo di mirare a una produzione di massa per il commercio.  Contrariamente a un diffuso luogo co­mune, la maggioranza dei Francesi aveva uno stile di vita sobrio, per cui abbondava il risparmio: sul piano finanziario la Francia non aveva problemi, ma l’eccessiva turbolenza della so­cietà francese rendeva più appetibili gli investimenti effettuati all’estero. 
La situazione economica del resto d’Europa Tutti gli altri Stati europei avevano una debole industria, in genere arretrata, e un’agricoltura che non aveva ancora conosciuto l’introduzione dei nuovi metodi di produzione intensiva.  Tuttavia, esisteva il mo­dello britannico che esercitava un’attrazione irresistibile: det­to in altri termini, mentre la Gran Bretagna af­frontava la seconda rivoluzione industriale fondata sui trasporti celeri, il resto d’Europa affrontava la prima rivoluzione, quella fondata sul carbone e sul ferro.  In genere, si pensava che le realizzazioni avvenute oltre Ma­nica dipendessero dal sistema di governo basato sulle libertà civili, sulla presenza di una stampa che controllava l’azione di governo, sull’alternanza al potere dei due partiti principali per favorire i gruppi di produttori più idonei ad aumentare il benessere pubblico.  In tutti gli Stati del continente si formarono gruppi che cominciarono a promuovere la formazione di un’opinione pubblica favorevole a mutamenti politici in direzione liberale per quanto riguardava l’economia e che indicavano nella Costituzione il mez­zo per operare lo sviluppo desiderato.  Tuttavia, nella memoria di tutti rimaneva ben vivo l’esempio francese che, avendo cercato di realizzare sul continente il modello britannico, aveva scon­volto la vita europea, scatenando tensioni sociali, culminate in guerre sanguinose. 
Trionfa la reazione Trionfava, perciò, il proposito di reagire con ogni mezzo ai tentativi di modificare l’ordine stabilito, ma è chiaro che ogni politica fondata su un passato ormai morto non può durare.  I regnanti tornati sul trono dopo anni d’esilio non erano in grado di capire quanto profondo fosse il mutamento operato dalla ri­voluzione francese, non compresero che occorreva elaborare una cultura dinamica, capace di incanalare in direzione positiva il movimento in luogo di bloccarlo.  Che cosa offriva il panorama culturale dell’epoca? Che forze era in grado di suscita­re? Che tipo di comprensione della loro epoca avevano i poeti, gli scrittori, i musicisti dell’età romantica?

12. 6  La cultura romantica
     Esaminando le tendenze culturali prevalenti tra gli intel­lettuali europei intorno al 1815 si notano numerosi aspetti rivo­luzionari operanti accanto ad altri decisamente conservatori.  In Germania, a Weimar, era ancora operoso il più grande poeta tede­sco, Wolfgang Goethe (1749-1832), che agiva come il patriarca, a volte dispotico, della letteratura tedesca.
Goethe   Faust è la parabola dell’uomo occidentale, mosso da in­vincibile Streben, una tensione sempre insoddisfatta verso l’a­zione.  La prima scena del Faust lo mostra tentato dal sui­cidio perché ha percorso tutti i campi della conoscenza senza che la sua ansia di sapere sia stata saturata.  Si volge perciò alla magia ed evoca Mefistofele “lo spirito che dice sempre di no”, il risvolto negativo di ogni progetto umano.  Faust stipula con Me­fistofele un patto: se Mefistofele si mette al suo ser­vizio dandogli il potere così che Faust possa compiere quelle esperienze che sono precluse alla sua natura, e se Faust proverà per un attimo il placamento della sua tensione arrivando a dire: “Attimo sei pur bello, fermati”, Mefistofele potrà impa­dronirsi dell’anima di Faust.  Dopo questa scena comincia la se­rie delle esperienze di Faust, da quella più volgare tra i bevi­tori della cantina di Auerbach, fino all’esperienza più nobile dell’amore per Margherita che si conclude con la tragica morte della fanciulla, perché Faust è incapace di trovare ap­pagamento anche nell’amore.  La seconda parte della tragedia an­nulla i limiti del tempo e dello spazio: Faust sperimenta l’amore per Elena, la più bella di tutte le donne; è presente nel campo dell’Imperatore come suo massimo consigliere, ma ancora non viene appagato, finché inizia un’intensa attività di riformatore della vita civile, dirige lavori di bonifica, riforma lo Stato, accre­sce il lavoro pubblico.  Salito su una montagna, Faust osserva dall’alto l’opera compiuta e poi viene ospitato nella loro linda casetta da due anziani coniugi che hanno vissuto in perfetta con­cordia per tutta la vita, esempio di bontà e di rettitudine natu­rale.  In quel momento Faust si sente appagato e vorrebbe che quell’attimo potesse durare per sempre, e così scatta il patto con Mefistofele che si impadronisce dell’anima di Faust.  La lun­ga tragedia, ricca di simbolismi, compendia bene la cultura di Goethe, diviso tra illuminismo e romanticismo, tra il culto dell’azione e l’inappagata ricerca della pace nella poesia.
Il romanticismo tedesco  Il movimento letterario che va sotto il nome di romanticismo nacque e si sviluppò in Germania, intorno alla rivista Athenaeum pubblicata per tre anni (1798-1800) a Jena e Berlino dai fratelli August-Wilhelm e Friedrich Schlegel, con la collaborazione di Novalis (1772-1801) e del filosofo Johann Gottlieb Fichte (1762-1814).  Questi scrittori ebbero la consape­volezza di operare nel campo della cultura una rivoluzione analo­ga a quella compiuta nel campo politico dalla rivoluzione france­se, e indicavano nel Wilhelm Meister di Goethe, nella rivoluzione francese e nella Dottrina della scienza di Fichte i segni più im­portanti della nuova età.  Novalis negli Inni alla notte seppe esprimere una concezione della bellezza profondamente religiosa, raggiungendo la più alta rarefazione della poesia romantica.  Nel suo romanzo rimasto allo stato di frammento, Heinrich von Ofter­dingen, l’eroe si muove alla ricerca di un misterioso fiore az­zurro, un’allegoria della vita del poeta che cerca dovunque l’as­soluto, ma trova sempre e solo cose.
I fratelli Schlegel  August-Wilhelm Schlegel fu traduttore di Shakespeare e di Cervantes, il cui eroe, don Chisciotte, è presentato come la più completa incarnazione dell’eroe romantico che è spinto a realizzare un ideale assoluto, ma incappa sempre nella stolida prosaicità delle anime piccole.   Friedrich Schle­gel, dopo le prove giovanili, si volse alla ricerca delle origini della metafisica, indicandole nella cultura dell’India antica al­cuni anni prima che Franz Bopp (1791-1867) rivelasse in una ge­niale memoria del 1816, intitolata Il sistema di coniugazione della lingua sanscrita, la stretta parentela del sanscrito, ossia la lingua dell’antica India, col persiano, il greco, il latino e le lingue germaniche.  L’Europa, per la prima volta, prendeva co­scienza di non essere stata la sede della cultura più antica la quale aveva radici orientali, asiatiche, anche se solo con le ci­viltà greca e latina quei lontani inizi avevano prodotto risulta­ti grandiosi. 
La riscoperta del Medioevo Un’attenzione altrettanto grande fu dedicata alle lingue sorte dal latino in epoca medievale, ri­scoprendo la ricchezza della cultura medievale, qualcosa di ori­ginale in cui si erano unite l’intrepida tensione eroica delle tribù germaniche, la cultura classica e la religione cristiana.  Ne era nata una stupenda sintesi culminata nella società cavalle­resca del XII e XIII secolo, quando la cristianità era ancora in­divisa e un’unica lingua, il latino medievale, era usata nelle università europee.  Nei primi anni del XIX secolo l’Eu­ropa fu percorsa da un’autentica passione per il suo passato medievale, per l’arte gotica, che indusse a progettare il comple­tamento delle cattedrali rimaste incompiute, per esempio il duomo di Colonia. Furono frugate le biblioteche e ritrovati i poemi medievali, per esempio la Chanson de Rolland che apparve subito come il più elevato dei poemi me­dievali, poi il ciclo dei Romanzi della tavola rotonda, la Saga dei Nibelunghi, ecc:  Anche la Commedia di Dante fu riletta con sensibilità nuova, liberandola dalle riserve avanzate dalla critica illuminista, in­capace di comprendere la complessità architettonica, l’audacia della sintesi operata tra cristianesimo, cultura classica, filosofia scolastica e poesia cortese.
La filosofia idealistica  La filosofia idealistica di Fichte rompeva il faticoso castello di idee del criticismo kantiano, re­cuperando una metafisica fondata su un assoluto soggettivismo che fa del mondo una creazione dell’Io pensante teso alla conoscenza di sé mediante un compito infinito.  Successivamente Schelling (1775-1854) e soprattutto Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) svilupparono l’idealismo soggettivo di Fichte in un ideali­smo assoluto in grado di recuperare e ordinare in un crescendo di autocomprensione dello spirito assoluto, tutta la storia umana, la cultura, la filosofia, l’arte di ogni tempo, la letteratura e la scienza che così furono storicizzate, ossia or­dinate e incorporate dallo spirito che si autocrea.  Il se­colo XIX è stato definito il secolo della storia:  in ogni campo furono compiute ricerche sulle fonti che una filologia sempre più perfezionata era in grado di comprendere con rara per­fezione.  Ci furono poeti come Friedrich Hölder­lin (1770-1843), il massimo poeta lirico tedesco, totalmente im­mersi nella cultura greca tanto da apparire greci essi stessi, diffondendo il culto dell’antica Grecia.
Il secondo romanticismo  La seconda generazione di scrittori ro­mantici tedeschi comprende Joseph von Eichendorff, Eduard Mörike, Clemens von Bretano, Armin von Arnim, i fratelli Grimm, insupera­ti raccoglitori di fiabe e leggende medievali conservate dalla cultura popolare, rimasta fino a quel momento inesplorata.  Que­sti autori ebbero grande importanza per la creazione del naziona­lismo culturale del secolo XIX. 
La musica romantica Il loro esempio fu seguito presso tutte quelle nazionalità minori presenti in Europa, che non avevano an­cora la possibilità di erigersi in Stato indipendente: magiari, cechi, slovacchi, romeni, bulgari, croati, baschi, catalani, ecc.  Il loro esempio fu seguito anche per raccogliere e fissare la mu­sica popolare che divenne un’importante fonte di ispirazione per i musicisti più grandi come Ludwig van Beethoven (1770-1827), Franz Schubert (1797-1828), Frédérich Chopin (1810-1849) e tanti altri che hanno dato vita alla più stupefacente fioritura musica­le, necessaria per comprendere l’anima romantica.  Il Sehnsucht, l’indefinibile struggimento, l’interna scissione dei romantici, trova nella musica la sua più compiuta espressione spingendo l’artista a un continuo superamento di se stesso, te­stimoniato per esempio, dallo sviluppo delle sinfonie di Beetho­ven in cui ciascuna rivela la volontà di superare la precedente, fino a culminare nella Nona sinfonia, dove gli strumenti musicali non bastano più e viene introdotto un coro che canta l’Inno alla gioia di Schiller, come  segno di una titanica lotta contro gli ostacoli posti dalla materia allo spirito.
La nuova coscienza dell’artista  È importante comprendere la funzione svolta dall’arte nell’epoca romantica.  Fino alla fi­ne del secolo XVIII l’artista aveva avuto uno status sociale as­sai simile a quello di un artigiano: solo in rari casi come Ru­bens, Velasquez, Tiziano, l’artista era divenuto amico dei sovra­ni, degno di sedere alla loro mensa.  In epoca romantica, l’artista pensa se stesso come sacerdote dell’assoluto, come in­terprete della storia, come profeta dell’avvenire.  L’artista esige libertà completa dal committente, non vuole avere alcun padrone, si propone di esprimere nelle varie forme dell’ar­te la propria concezione dell’assoluto che guida l’umanità verso la sua più completa autocomprensione.  Dall’autonomia dell’arti­sta e dell’arte, dalle tensioni proprie dell’epoca, dal profeti­smo che si attribuiscono i pensatori nascono le sconcertanti “am­bivalenze” della cultura romantica: l’angelismo di alcuni eroi romantici unito al demonismo di altri; l’evasione in un passato medievale alla maniera di Walter Scott e la fuga nel futuro indu­striale di Saint-Simon; i paesaggi nebbiosi e sfumati dei romanzi delle sorelle Brontë e il realismo vigoroso dei romanzi di Bal­zac; la dialettica dello spirito di Hegel e il materialismo dia­lettico di Marx; la fede del Manzoni e l’ateismo del Foscolo; l’ottimismo della ragione di Comte e il pessimismo cosmico di Schopenhauer.  L’esemplificazione potrebbe continuare, ma ciò che importa comprendere in questa sede è che il mondo, agli occhi dei romantici, appare spaccato e che il compito di ri­costruirlo supera le forze individuali.  Perduta da molti la fe­de, l’unica speranza appare l’adesione a una ideologia sia come un ideale da raggiungere, anche quando la ragione ne dimostri l’impossibilità; sia come spiegazione globale di tutto il reale, da accettare o rifiutare in blocco. L’ideologia liberale è l’ere­de dell’ottimismo della ragione illuministica, del mito del pro­gresso per cui qualunque cosa accada “si va sempre a casa”; il socialismo è il mito dell’uguaglianza da raggiungere anche a co­sto di distruggere tutto ciò che l’umanità ha prodotto come ef­fetto delle differenze o di benessere o di cultura o di condizio­ne sociale.

12. 7 Cronologia essenziale
1814 Il 6 aprile il Senato francese eleva al trono Luigi XVIII, fratello del decapitato Luigi XVI.
1814 A dicembre la Francia è ammessa ai lavori di Vienna accanto alle quattro grandi potenze vincitrici. Affiorano contrasti di vedute.
1815 Nella primavera è creata la Confederazione germanica comprendente 34 Stati tedeschi e quattro città libere, oltre l’Impero absburgico.
1815 A marzo giunge a Vienna la notizia della fuga di Napoleone dall’isola d’Elba e della sua marcia trionfale verso Parigi.
1815 Il 18 giugno Napoleone è definitivamente sconfitto a Water­loo. Il 25 giugno Luigi XVIII ritorna in Francia.
1815 Durante l’estate, Alessandro I propone la Santa Alleanza.

12. 8  Il documento storico
     Il documento che segue riferisce il bilancio operato dal Metternich circa la propria azione politica risultata prevalente in Europa tra il 1815 e il 1848. Si percepisce una critica dello spirito liberale, che è spirito rivoluzionario perché procede a salti, ma soprattutto perché cerca di espandere a tutti i campi ciò che è stato riconosciuto vero in campo economico. Infatti che l’economia possa venir edificata solo a partire dalle leggi di mercato che perciò deve essere libero da ogni condizionamento esterno, è una verità che ai nostri giorni è ammessa anche da co­loro che sostenevano la possibilità di un’economia di piano. Ma è altrettanto vero che là dove allo Stato venga attribuita solo la funzione di gendarme della proprietà privata, certamente si pro­durranno tensioni autodistruttive. Il Metternich è il teorico della politica dei piccoli passi, dell’ordine perché ogni rivoluzione distrugge più di quello che edifica.

     “Il motto da me adottato “forza nel diritto” è l’espressione della mia convinzione ed esso caratterizza la base del mio modo di pensare e di agire.
     Alle parole non ho mai attribuito altro scopo se non quello di esprimere concetti esatti; alle teorie non ho mai attribuito il valore dei fatti, e i sistemi preconcetti non li ho mai consi­derati altro che prodotti di menti oziose o sfogo di animi turbo­lenti.
     Non nella lotta della società per il progresso, ma nel pro­gredire mirando ai veri beni: verso la libertà quale risultato immancabile dell’ordine, verso l’uguaglianza nella sua unica for­ma applicabile di uguaglianza davanti alla legge, verso il benes­sere, inconcepibile senza la base di una tranquillità morale e materiale, verso il credito che può fondarsi soltanto sulla fidu­cia, in tutto ciò ho riconosciuto il dovere del Governo e la sa­lute vera dei popoli governati…
     Il mio temperamento è un temperamento storico, ripugnante ad ogni forma di romanticismo. Il mio modo di agire è prosaico an­ziché poetico. Io sono l’uomo del diritto e rifiuto in tutte le cose l’apparenza, là dove essa si separa dalla verità come fine a se stessa, e quindi là dove, privata della base del diritto, ne­cessariamente deve risolversi nell’errore…
     La parola libertà ha per me, non il significato di un punto di partenza, ma quello di un effettivo punto di arrivo. Il punto di partenza è significato dalla parola ordine. Il concetto di li­bertà può basarsi soltanto sul concetto di ordine. Senza una base di ordine l’aspirazione alla libertà non è altro che la tendenza di un qualsiasi partito verso uno scopo che si è fissato. Nella sua applicazione effettiva questa aspirazione necessariamente si risolverà in tirannide. Poiché in tutti i tempi, in tutte le si­tuazioni io sono sempre stato propugnatore dell’ordine, le mie aspirazioni erano rivolte alla libertà vera e non a quella ingan­nevole. La tirannia di qualsiasi genere ha ai miei occhi soltanto il significato di mera assurdità; come fine a se stessa io la de­finisco come la cosa più vuota che il tempo e le circostanze pos­sano mettere e disposizione dei regnanti…
     La forma che costituisce il vero valore di una costruzione può sorgere negli Stati soltanto da se stessa. Le Carte non sono la costituzione; la loro importanza non va oltre al fatto di co­stituire le basi di un ordine nella condotta di uno Stato che de­riva da esse basi. Che le costituzioni abbiano una influenza im­portante sulla formazione dello spirito nazionale è una verità incontestabile. Il rovescio di questa verità è che una costitu­zione deve essere il prodotto di questo sentimento e non il pro­dotto di uno spirito inquieto e, come tale, passeggero.
     Lo spirito liberale solitamente non tiene conto di una con­siderazione che, per le sue conseguenze, è invece fra le più im­portanti, cioè della differenza che, in pratica, risulta tanto negli Stati come nella vita degli individui, tra il procedere delle cose con misura e il procedere a salti. Nel primo caso le cose si svolgono in successione logica e naturale, mentre nel se­condo si ha soluzione di continuità. Tutte le cose nella natura seguono la via dell’evoluzione, del succedersi l’una all’altra; solo in questo modo è possibile la eliminazione degli elementi nocivi e lo svilupparsi di quelli buoni. I passaggi a salti ri­chiedono costantemente nuove creazioni, ma gli uomini non possono creare.
     Ho sempre considerato un errore, le cui conseguenze non si possono misurare, il fare un passo al di là dell’ambito in cui i principi hanno valore, e l’avventurarsi sul campo di teorie az­zardate. Dare adito alla speranza che tanto il governo quanto i partiti siano in grado di essere padroni, nel momento opportuno, di trattenersi sull’orlo del precipizio sopra il quale si sono messi, lo ho sempre considerato un’illusione che si è dimostrata tale attraverso l’esperienza dei tempi, né ho mai attribuito più diritti e meno influenza alle forze naturali di quanto ad esse appartengano.
     Affrontando tutte le cose integralmente, non a metà, non avendo mai fatto alcuna differenza tra fare una promessa e mante­nere una promessa, fu soltanto una conseguenza della mia comples­siva formazione morale se non volli e non potei essere né fautore di sovversioni che si celano dietro alla maschera del progresso, né di riforme che sono realizzabili soltanto con rivoluzioni. Tutto ciò mi è stato dimostrato dalla stessa rivoluzione in tutte le sue manifestazioni”.

Fonte: E. ANCHIERI, Antologia storico-diplomatica. Raccolta ordi­nata di documenti diplomatici, politici, memorialistici, di trat­tati e convenzioni dal 1815 al 1940, I.S.P.I., Milano 1941, pp. 16-18.

12. 9 In  biblioteca
     Per la storia politica del XIX secolo, ottimo anche se in­giustamente dimenticato il libro di E. FUETER, Storia universale (1815-1920), Einaudi, Torino 1965; e di H. DUROSELLE, L’Europa dal 1815 ai giorni nostri, Mursia, Milano 1958.
Per la storia degli Stati italiani dopo il 1815 si consulti di G. CANDELORO, Storia dell’Italia moderna, vol. II: Dalla restaurazione alla ri­voluzione nazionale (1815-1846), Feltrinelli, Milano 1978.
Come trattazioni generali del periodo compreso nel presente volume si possono ricordare: C.M. CIPOLLA (a cura di), Storia economica d’Europa, voll. III e IV, UTET, Torino 1979; G. LIVET-R. MOUSNIER (a cura di), Storia d’Europa, Laterza, Bari 1982; R. ROMANO-C. VIVANTI, Storia d’Italia, Einaudi, Torino 1975; L. FIRPO, Storia delle idee politiche, economiche e sociali, Voll. V e VI, UTET, Torino 1980.
Fondamentale di AA. VV., Storia del mondo moderno, trad. it. della Cambridge Modern History, voll. IX-XII, Garzanti, Milano 1969 e segg.
Notevole per chiarezza anche il libro di D. Thompson, Storia d’Europa, Feltrinelli, Milano 1961.
Per il secolo tra il 1815 e il 1915 ottimo il volume di A.J.P. TAYLOR, L’Europa delle grandi potenze. Da Metternich a Lenin, Laterza, Bari 1961.
Notevole di P. JOHNSON, La nascita del moderno (1815-1830), il Corbaccio, Milano 1994.