Breve storia delle eresie (4/10)

Apologetica

GLI ERRORI CRISTOLOGICI DAL IV AL VII SECOLO. L’Apollinarismo. Nestorio e il Nestorianesimo. Il Concilio di Efeso (431). L’eutichianesimo. Il Concilio di Calcedonia (451). I Tre Capitoli. La questione Origenista. Il Monotelismo. La questione delle immagini

GLI ERRORI CRISTOLOGICI DAL IV AL VII SECOLO


 


L’APOLLINARISMO


Se lasciamo l’Occidente per tornare in Oriente, vi troveremo ancora delle controversie di ordine speculativo. Si discute meno sulla grazia e sulla libertà umana che sulla natura di Cristo, e sulla unione, in lui, della natura umana e della natura divina. Ed è sempre in stretto legame con le eresie ariane e semi-ariane che si producono nuove deviazioni dottrinali.


Si è visto ad esempio che, per Ario, l’anima di Cristo non era altro che il Verbo, la prima creatura tratta dal nulla da Dio. Troveremo qualcosa di simile con il vescovo Apollinare di Laodicea. Questi era un uomo di virtù e di scienza. Si era mostrato avversario risoluto dell’arianesimo, sostenendo la divinità del Verbo o Logos. Ma non seppe difendersi dall’errore dello stesso Ario in ciò che riguarda l’anima di Cristo. Per lui, come per Ario, è il Verbo che tiene il posto di quest’anima. E interpreta in tal senso, al pari di Ario, le parole del Vangelo: ” E il Verbo si fece carne ” (Giov.1, 14). Credeva con ciò di salvaguardare meglio l’unità di persona in Cristo e soprattutto la sua perfetta santità, poiché – diceva – “dal momento che esiste l’uomo completo esiste anche il peccato “.


L’apollinarismo fu tuttavia rigettato in parecchi concili e particolarmente nel grande concilio di Costantinopoli del 381.


 


NESTORIO E IL NESTORIANESIMO


Per meglio combattere l’apollinarismo, il più insigne dottore della scuola di Antiochia, Diodoro, vescovo di Tarso dal 378, aveva manifestato una certa tendenza ad opporre il Figlio di Dio, consostanziale al Padre, al Figlio di David, nato dalla Vergine. Il Figlio di David, secondo lui, era stato solo il tempio del Figlio di Dio. Maria non meritava quindi per alcun motivo l’attributo di Madre di Dio. Diodoro, illustre vescovo e teologo, intendeva bensì salvaguardare l’unità morale di Cristo, ma non si accorgeva di salvaguardarla solo a parole: in realtà sembrava ammettere due persone nello stesso Cristo: una persona divina e una persona umana. Dopo Diodoro. che era morto nel 394, il suo migliore discepolo, Teodoro, vescovo di Mopsuestia dal 392, si dedica a penetrare quella che noi chiameremmo oggi la psicologia umana del Cristo. Egli lo vede svilupparsi, come ogni altro uomo: o lottare, al pari degli altri, contro le tentazioni, ma finire col meritare la sua unione con il Verbo.


Teodoro aveva tuttavia avuto cura di rivestire il suo pensiero di forme così tradizionali da non sollevare alcuna protesta. Però nell’anno stesso della sua morte, avvenuta nel 428, uno dei suoi discepoli, il prete Anastasio, condotto da Antiochia a Costantinopoli dal nuovo vescovo di questa città, Nestorio, si ispirò alle sue idee nella propria predicazione. Dovendo parlare in pubblico della Vergine Maria, contestò al popolo cristiano il diritto di chiamarla Madre di Dio – Theotocos – come si usava fare ormai da lungo tempo. Questa opinione del prete Anastasio produsse sbigottimento nella città. Davanti allo stupore dei fedeli, Nestorio, che condivideva la convinzione di Anastasio dietro le orme di Diodoro di Tarso e di Teodoro Mopsuesteno, prese decisamente posizione in suo favore. Un laico di nome Eusebio, che diverrà più tardi vescovo di Dorilea, protestò ad alta voce contro il linguaggio del vescovo.


Tutta la città e la Corte si trovarono interdette. La Corte imperiale si schierò con il vescovo, ma i monaci e il popolo erano per la tradizione mariana. Presto il rumore di queste controversie giunse ad Alessandria, sede episcopale in rivalità secolare con la scuola di Antiochia e con la sede di Costantinopoli. Il vescovo di Alessandria era appunto un teologo di primissimo piano, Cirillo. Egli intervenne senza indugi, dapprima con cortesia, rivolgendosi direttamente a Nestorio; poi quando vide che le sue osservazioni non erano accettate, si rivolse a Roma. Nestorio aveva già fatto altrettanto.


Da una parte e dall’altra, si comprendeva benissimo che il nodo della questione risiedeva nell’uso dell’attributo Madre di Dio applicato a Maria. Se glielo si rifiutava, si veniva a rompere l’unità di persona in Gesù Cristo. Invece di una persona se ne ammettevano due: la persona umana di Cristo di cui Maria era madre – Christotokos – e la persona divina del Verbo, aggiunta a quella di Cristo, in una unione puramente morale. Se invece si ammetteva in Cristo una sola persona, quella del Verbo, come aveva sempre fatto la tradizione cristiana, ne seguiva che la relazione di maternità, in quanto riguardava la persona, attraverso la natura generata, doveva avere come termine il Verbo. Maria doveva essere detta, in quanto fonte della natura umana di Cristo, Madre di Dio. Maternità e filiazione si dicono infatti da persona a persona.


A Roma, così si intendevano le cose. Il papa Celestino diede ragione a Cirillo contro Nestorio. Il suo primo diacono, Leone, il futuro papa. scrisse subito a Giovanni Cassiano, che conosceva da lungo tempo, per chiedergli di scrivere un trattato sull’argomento. Cassiano obbedì a questo desiderio, e noi possediamo il suo trattato in cui egli dimostra attraverso la Scrittura e la Tradizione, che Maria non deve essere chiamata solo Madre di Cristo, a meno che non si specifichi subito che ciò significa Madre di Dio.


Se Nestorio rifiutava di ammettere questa conclusione, era impossibile non trattarlo come eretico. E la cosa era così grave che si doveva radunare al più presto un concilio generale. Cirillo, nel frattempo, aveva riassunto il suo pensiero in dodici anatemi. Nestorio vi aveva risposto con dodici contro-anatemi. E accusava Cirillo di ricadere nell’apollinarismo, facendo del Verbo il sostituto della personalità umana di Cristo.


 


IL CONCILIO DI EFESO (431)


I due imperatori Teodosio II (Orienle) e Valentiniano III (Occidente) avevano convocato i vescovi a Efeso per il 7 giugno. In tale data, si trovò presente Cirillo con un certo numero di vescovi, ma non erano giunti né i legati del papa né i vescovi antiocheni. Cirillo, il personaggio più illustre di quelli che erano riuniti, pazientò per quindici giorni, non senza trattare abilmente con la Corte. Quindi il 22 giugno, senza attendere oltre, aprì il concilio, che in un giorno risolse la controversia, condannò Nestorio e lo depose. I vescovi (in numero di 198) e il popolo acclamarono queste decisioni.


Quattro giorni dopo, giunse Giovanni d’Antiochia con i suoi vescovi, tutti favorevoli a Nestorio che era, come si è detto, della scuola antiochena. Essi opposero quindi subito un controconcilio a quello del 22 giugno, condannarono e scomunicarono Cirillo, e annullarono quanto era stato fatto in loro assenza. Fu il secondo atto del dramma. Ma seguì immediatamente il terzo. Giunsero infatti presto i legati del papa. Portavano una condanna formale di Nestorio pronunciata dal papa Celestino I in un sinodo romano. Avevano ricevuto dal papa l’incarico di chiedere a Cirillo e all’intero concilio una semplice promulgazione del giudizio inappellabile già pronunciato dal pontefice romano. Essi approvarono quindi, l’11 luglio del 431, tutte le decisioni prese da Cirillo e dal concilio il 22 giugno precedente.


Nestorio tuttavia contava sempre sull’appoggio della corte imperiale. Fra questa e Cirillo si impegnò una lotta diplomatica, nella quale il vescovo di Alessandria deve essere ricorso a procedimenti che erano anche troppo in uso in quel tempo, colmando di doni i consiglieri più influenti dell’imperatore. In fondo, aveva buoni motivi per farlo. Teodosio II si lasciò convincere. Fece rinchiudere Ncstorio in un monastero e lasciò rientrare Cirillo come vincitore ad Alessandria, mentre Giovanni di Antiochia tornava, molto scontento, in Siria. Cirillo da parte sua dovette provare di non ammettere in alcun modo l’apollinarismo perché fosse finalmente ristabilita la pace fra lui e i vescovi antiocheni (433).


Nestorio, mandato più tardi in esilio, vi compose un’opera intitolala: Il libro  di Eraclide di Damasco.


Questo scritto, rinvenuto nel 1910, è una accorta apologia. Ma l’eresia di Nestorio, per quanto velata, vi rimane abbastanza visibile. Anche dopo che gli scritti di Nestorio erano stati condannati alle fiamme, la sua eresia sopravvisse nelle opere di Diodoro di Tarso e di Teodoro Mopsuesteno.


Conservò quindi degli adepti, e ne conserva ancora ai nostri giorni. Si formò una scuola teologica a Edessa, e quindi a Nisibi in Persia. Il nestorianesimo si propagò di qui nell’Arabia, nelle Indie, e perfino nella Cina e nella Mongolia. Tuttavia, la maggior parte dei nestoriani tornarono, a partire dal secolo XVI, all’unità cattolica. Alcuni caddero sotto l’influsso di missionari protestanti, americani e anglicani; altri passarono alla ” ortodossia russa ” a partire dal 1897. Durante la prima guerra mondiale, molti furono massacrati dai Turchi.


Altri fuggirono sui monti del Kurdistan, o in Mesopotamia. Vi sono attualmente dei nestoriani nell’Iraq, nella Siria, nella Persia e nell’India. Si calcolano a 30.000 quelli dell’Iraq, ad alcune migliaia quelli della Siria, a 9.000 quelli della Persia e infine a 2.000 quelli che restano nell’India sotto il nome di mellusiani. In totale, certamente meno di 100.000 nestoriani autentici.


 


L’EUTICHIANESIMO


Come il nestorianesimo era stato una reazione contro l’apollinarismo, così l’eutichianesimo fu una reazione contro il nestorianesimo, ma così eccessiva da cadere nell’errore opposto.


Si è visto come Cirillo Alessandrino si fosse dovuto difendere dal sospetto di apollinarismo. Per meglio esprimere l’utilità di persona in Cristo, egli aveva usato poco opportunamente l’espressione ” unità fisica ” dell’umanità e della divinità nella sola persona del Verbo. Ai nostri giorni diciamo unione ipostatica, che significa unione delle due nature distinte in una sola persona; ma prima che fossero raggiunte queste precisazioni, vi fu un monaco di Costantinopoli, di nome Eutiche, archimandrita di un grande monastero della città, che, convinto di essere fedele al pensiero di Cirillo, si fece notare per il suo zelo nel parlar dell’unione fisica dell’umano e del divino in Gesù Cristo. Cirillo era morto nel 444. Il suo pensiero personale era certamente ortodosso. Ma Eutiche lo traduceva male. Egli sembra aver ammesso che in Gesù Cristo l’umanità è assorbita dalla divinità e fusa in essa, come una goccia d’acqua nell’oceano. Lo stesso Eusebio di Dorilea, che aveva denunciato Nestorio, denunciò Eutiche al suo vescovo, Flaviano di Costantinopoli, che lo fece condannare in un sinodo fin dal 448. Eutiche, come era allora usanza comune, fece subito ricorso a Roma. Governava allora la Chiesa, dal 440, san Leone Magno.


Nello stesso tempo, Eutiche chiese aiuto al vescovo di Alessandria, Dioscoro, che riuscì a convincere subito, come pure l’appoggio dell’imperatore, che era sempre Teodosio II. Dietro le sue istanze, quest’ultimo radunò un concilio, ancora nella città di Efeso.


 


IL CONCILIO DI CALCEDONIA (451)


Il concilio che si radunò a Efeso nel 449 fu contrassegnato da spiacevoli violenze. Era presieduto da Dioscoro di Alessandria. Al legato del papa fu negato i1 primo posto, che pure gli spettava. I 135 vescovi presenti furono costretti, sotto la minaccia delle anni di bande di monaci, guadagnate alla causa di Eutiche, a sottoscrivere per così dire in bianco la condanna della dottrina ortodossa stigmatizzata con il nome di diofisismo (due nature in Gesù Cristo). Flaviano di Costantinopoli fu maltrattato, e l’imperatore, tratto in errore, confermò la sentenza che lo deponeva e lo mandava in esilio, dove morì. Per fortuna, i legali del papa erano riusciti a fuggire. Il papa san Leone, informato da essi di quanto era accaduto, non perdette tempo per stroncare i progressi del male. Radunò un sinodo a Roma, secondo l’uso pontificio del tempo. Questo sinodo romano, tenuto nel 449, annullò tutta la procedura di Efeso e il papa chiamò quel vergognoso concilio un latrocinium e il nome gli è rimasto: il latrocinio di Efeso.


La morte dell’imperatore Teodosio li precipitò la soluzione di questo doloroso conflitto. Egli ebbe come successore, il 28 luglio del 450, la sorella Pulcheria. D’accordo con Marciano, suo sposo, essa convocò un concilio generale che si aprì a Calcedonia – l’attuale Kadi-Keui, dirimpetto a Costantinopoli, nel territorio asiatico. –


Questa volta, tutto si svolse correttamente. La presidenza fu data ai legati del papa. Dioscoro di Alessandria era presente, ma aveva con sé solo una ventina di vescovi egiziani, sperduti nella moltitudine di 500 o 600 vescovi accorsi al concilio. Egli fu giudicato e condannato alla deposizione, per la condotta tenuta al concilio di Efeso. La vera dottrina era stata magistralmente esposta, due anni prima, dal papa san Leone, in una lettera rimasta famosa, indirizzata al patriarca Flaviano.


Essa verteva sui seguenti punti, che costituiscono un vero compendio della fede cattolica: 1. In Gesù Cristo vi è un’unica persona, la persona del Verbo incarnato nella nostra natura; 2. nell’unica persona del Verbo si trovano dopo l’incarnazione due nature, la natura divina e la natura umana, senza fusione o confusione possibile; 3. ciascuna di queste due nature conserva la propria operazione che esplica in comunione con 1’altra 4. in virtù della unione sostanziale delle due nature, si deve attribuire unicamente al Verbo tutto ciò che, in Cristo, spetta al  Figlio di Dio e al Figlio dell’Uomo, In questo senso si può appunto dire che ” Dio è morto per noi “.


L’attribuzione alla sola persona del Verbo di tutto l’umano e di tutto il divino in Gesù Cristo ha ricevuto il nome di comunicazione degli idiomi, cioè scambio delle proprietà di ciascuna natura.


Quando al concilio fu riletta con entusiasmo la lettera di san Leone, i Padri esclamarono: ” Pietro ha parlato per bocca di Leone “. E nella seguente professione di fede il dogma cristologico venne espresso in questi precisi termini:  ” Noi insegniamo tutti unanimemente un unico e stesso Figlio, Nostro Signore, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, veramente Dio e veramente uomo, composto di un’anima ragionevole e di un corpo, consostanziale al Padre secondo la divinità e consostanziale a noi secondo l’umanità, simile a noi in tutto fuorché nel peccato “. Questa confessione fu sottoscritta da 355 vescovi.


Dopo che il concilio ebbe terminato la sua opera dogmatica, i Padri, a dispetto dell’opposizione dei legati, dichiararono con il famoso canone 28 che il patriarca di Costantinopoli avrebbe avuto nella Chiesa il secondo posto dopo il papa di Roma; ma, ratificando gli atti del concilio, il papa dichiarò espressamente, nel 453, di non approvare e di non confermare che le decisioni riguardanti la fede, e non già le altre.


Purtroppo, i vescovi egiziani non si erano sottomessi.


Essi consideravano l’eutichianesimo come la dottrina personale del loro grande dottore san Cirillo, il che era falso. Il monofìsismo (una sola natura in Gesù Cristo) continuò ad essere professato in Egitto e il clero di questo paese passò ben presto allo scisma dichiarato. Senza riferire qui in particolare gli innumerevoli incidenti che segnarono le controversie tra monofìsiti e cattolici ortodossi, basti notare che i primi riuscirono a costituirsi in Chiesa separata. Le divisioni che nacquero tra essi nel VI secolo, come accade sempre quando si sia perduta l’unita romana, non impedirono loro di organizzarsi e di resistere. La Chiesa monofisita esiste ancora in Armenia, in Siria, Mesopotamia e in Egitto. I gruppi sono indipendenti gli uni dagli altri. Il più importante è quello che si trova in Egitto, dove costituisce la cosiddetta Chiesa copta.


 


I TRE CAPITOLI


Non si deve credere che la Chiesa perdesse il senso profondo della unità che aveva ricevuto dal suo fondatore. Al contrario, furono fatti tutti i tentativi per riconciliare le varie frazioni cristiane che la polemica monofisita aveva messe l’una contro l’altra. Tutto quello che dobbiamo dire ora rientra nell’ambito di questa più grave preoccupazione. Non dimentichiamo, del resto, che alla preoccupazione religiosa si univa una preoccupazione politica. La rottura dell’unità cattolica era resa più pericolosa, come era accaduto per il donatismo, dalle passioni nazionalistiche locali, che tendevano a dividere l’impero. Era stato un usurpatore egiziano, Basilisco, che aveva consolidato l’eutichianesimo o monofisismo ad Alessandria, verso il 475. Dopo la sua sconfitta l’imperatore Zenone, mal consigliato dal patriarca Acacio di Costantinopoli, pubblicò una formula di conciliazione chiamata enotica o di Unificazione (484). Ma il papa Felice II ritenne insufficiente e inammissibile questa formula. Acacio tenne duro e si separò dalla comunione romana. Fu lo scisma acaciano che durò per 35 anni (484-519). Questo scisma era fortunatamente terminato quando salì al trono il celebre imperatore Giustiniano (527-565). Questi fece come buona parte dei suoi predecessori. Considerò le questioni teologiche di attinenza del suo governo. Si lasciò guidare il più delle volte dalla sua colta e raffinata moglie, Teodora, che era stata danzatrice ma si piccava di alta scienza religiosa. Al fine di placare i monofisiti egiziani, Giustiniano radunò nel 553 un concilio a Costantinopoli, che è considerato come il V concilio ecumenico. Vi si condannarono, come inquinati di nestorianesimo, tre gruppi di scritti, noti da allora sotto il nome di Tre Capitoli: 1. gli scritti di Teodoro Mopsuesteno, morto nel 428; 2. quelli di Teodoreto di Ciro, contro san Cirillo di Alessandria nel V secolo; 3. una lettera di Iba, vescovo di Edessa, capo dei nestoriani, indirizzata al persiano Mari.


Questi tre gruppi di scritti erano esecrati dai monofisiti. Condannandoli solennemente, si dava loro piena soddisfazione. Ma essi esigevano di più. Sarebbe stato necessario, secondo loro, annullare le decisioni del concilio di Calcedonia, e professare insieme con essi il monofisismo. Era impossibile ammettere ciò. Perciò il papa Vigilio si rese chiaramente conto che le decisioni del concilio non avrebbero prodotto alcun frutto di bene. Ma siccome queste decisioni erano giustificate, finì per approvarle, non senza esitazione.


 


LA QUESTIONE ORIGENISTA


Nel concilio del 553 furono condannale anche le dottrine origeniste. Origene era stato, agli inizi del III secolo, il capo della scuola catechetica di Alessandria.


Era dotato di un genio incomparabile e aveva scritto moltissimo. Era inevitabile che, in quella moltitudine di opere uscite dalla sua mano e che numerosi copisti scrivevano sotto sua dettatura, si trovassero dottrine più o meno arrischiate. Vi sono infatti, nelle opere che conosciamo di lui, pagine magnifiche, idee splendide, e anche teorie piuttosto azzardate, che l’ortodossia non ha potuto accettare. Sono le teorie che formano l’origenismo: 1. la creazione eterna e il numero infinito dei mondi successivi; 2. la preesistenza (platonica) delle anime e la loro caduta nei corpi, a modo di castigo per le colpe passate; 3. La corporeità degli angeli (eterea); 4. la negazione dell’eternità dell’inferno, detta anche restaurazione universale, mediante una riabilitazione generale dei dannati, compresa, a quanto sembra, quella di Satana; 5. la negazione della resurrezione della carne come è espressa nel Simbolo degli apostoli; 6. la subordinazione del Verbo al Padre; 7. quella dello Spirito Santo rispetto al Verbo.


Si attribuiva a Origene la dottrina secondo la quale il Verbo agisce unicamente negli esseri ragionevoli, e lo Spirito unicamente nei santi. Infine si rimproverava a Origene, e gli si rimprovera anche ai nostri giorni, il suo allegorismo generalizzato ed eccessivo in materia biblica.


Le teorie origeniste furono oggetto di accese discussioni in seno alla Chiesa dopo la morte del grande scrittore. I monaci antropomorfiti egiziani, turbati da questo allegorismo, erano i più accaniti. Furono approvati da uno scrittore di valore, sant’Epifanio. vescovo di Salamina nell’isola di Cipro, che denunciò con vigore quella che egli non esitava a chiamare l’eresia origenista.


Aspre controversie – alle quali furono mischiati san Girolamo, ritiratosi in Palestina, e il suo amico Rufino, grande ammiratore di Origene e traduttore della sua opera principale, il De principiis – nacquero e turbarono tutto l’Oriente. Girolamo si mise in contrasto, in questa occasione, con Rufino, e impegnò contro di lui una disputa spesso accompagnata da spiacevoli invettive. Si può dire che tutti i grandi dottori d’Oriente – Cirillo, Basilio e Crisostomo – dovettero prendere posizione prò o contro Origene. Agli inizi del VI secolo, si era formata una scuola origenista in Palestina. Si trattava di monaci amanti del grande dottore alessandrino. Dietro pressione di Efrem, vescovo di Antiochia, e di Pietro, vescovo di Gerusalemme, Giustiniano li fece condannare in un sinodo tenuto nel 543. Origene e l’origenismo furono colpiti con 10 anatemi particolareggiati che il papa Vigilio confermò. Nel 553, prima del concilio ecumenico, fu ripresa tale condanna, questa volta in 15 anatemi. Sembra che il papa Vigilio, allora presente a Costantinopoli, li abbia ancora una volta approvati. Infine, lo stesso concilio generale, senza tornare sugli anatemi pronunciati, pose Origene nel numero degli eretici. Si ammette ai nostri giorni che Origene non avesse detto tutto ciò che gli si attribuiva e che il suo allegorismo non è necessariamente dovunque erroneo. Affermazioni sicuramente sue sono la preesistenza delle anime, la loro caduta nei corpi, la restaurazione universale e la teoria che certi astri siano esseri animati.


Meno certo è il fatto che egli abbia sostenuto le seguenti idee: Cristo si è fatto successivamente simile a ogni ordine di creature celesti; il corpo di Cristo fu formato prima che si unisse colla sua anima; Cristo, in in un altro mondo sarà crocifisso per i demoni; Dio ha creato tutto ciò che era in suo potere di creare, ecc.


E’ assolutamente dubbio che egli abbia sostenuto che tutta la creazione materiale e tutti i corpi finiranno per essere annientati; che tutti gli spiriti saranno finalmente uniti a Dio come l’anima di Cristo; e che allora avrà fine il Regno di Cristo. Origene è rimasto per noi un soggetto di grande curiosità, mista di ammirazione e anche di venerazione, poiché i suoi errori, siccome la dottrina non era ancora fissata, possono essere considerati solo come eresie materiali e non formali. Sembra certo che egli fosse troppo “uomo della Chiesa” per non sottomettersi alle sue decisioni qualora ve ne fossero state, ai suoi tempi, sugli argomenti da lui trattati.


 


IL MONOTELISMO


Le concessioni fatte ai monofisiti, e in particolare la condanna dei Tre Capitoli, non avevano tatto che incoraggiarli. Non si erano sottomessi. Agli inizi del VII secolo il patriarca di Costantinopoli, Sergio, mente duttile e astuta, progettò nn nuovo sistema di conciliazione.


Si era in lotta contro i Persiani. L’unità dell’impero si imponeva con maggior forza che mai. Sergio propose quindi di insegnare che l’unione delle due nature in Gesù Cristo era così intima che non vi era mai stata in lui se non una sola volontà e una sola azione. E’ ciò che venne chiamato il monotelismo o teoria della unica volontà. Nel frattempo, nel 631, un certo Ciro di Faside divenne patriarca di Alessandria. E’ noto che questa città era la capitale del monofisismo. Ciro si associò alla dottrina di Sergio. I monofisiti poterono cantare vittoria: ” E’ stato il concilio di Calcedonia a venire a noi “,


dicevano, “e non noi ad esso! “. Si elevarono tuttavia delle proteste. Il più insigne avversario della nuova teoria fu san Sofronio, vescovo di Gerusalemme dal 634. Sergio, per avere il sopravvento, cercò di conquistarsi il papa Onorio, chiedendogli di dichiarare inopportuna questa distinzione di una o due energie, di una o due volontà in Cristo. Onorio, pro bono pacis, entrò nelle sue vedute e, per quanto approvasse in fondo la dottrina di Sofronio che era ortodossa, si pronunciò per Sergio.


L’imperatore Eraclio, prese la palla al balzo e pubblicò un formulario dottrinale chiamato Ectesi (638). In Gesù Cristo, diceva questo documento, non vi è che una volontà, e non si deve distinguere in lui fra una o due energie. Era l’eresia, poiché la natura umana in Cristo, priva di volontà e di energia propria, non era più la natura umana come la possediamo noi.


Essendo morto il papa Onorio, i suoi successori – Severino e quindi Giovanni IV – rigettarono l’Ectesi.


Morendo nel 641, Eraclio dichiarò di sottomettersi al papa e fece ricadere su Sergio la responsabilità del suo formulario del 638. Ma il suo successore Costante II (642-668) 1o riprese. Roma e l’Occidente lo combatterono. Costante II, scosso, sostituì l’Ectesi con un nuovo decreto, il Tipo (648), che si limitava ad imporre il silenzio sulla controversa questione. Fin dal 649, il papa Martino I riuniva un concilio in Laterano e vi faceva condannare da 105 vescovi tanto l’Ectesi che il Tipo. Irritato, l’imperatore fece arrestare il papa, che fu maltrattato, mandato in esilio, e morì nel Chersoneso nel 655. Noi lo onoriamo come martire il 12 novembre.


Dopo la morte di Costante II, il suo successore Costantino IV Pogonato (il Barbuto), si accordò con il papa per convocare un concilio generale a Costantinopoli – il VI ecumenico – (2 novembre 680 – 16 settembre 681). Vi fu condannato solennemente il monotelismo, e lo stesso papa Onorio fu colpito da anatema per aver accettato gli ” empi dogmi di Sergio “. Ma, confermando il concilio, il papa Leone II, successore di Agatone, precisò il senso di questa condanna, spesso invocata contro l’infallibilità dei papi: ” Egli non ha saputo purificare questa Chiesa apostolica professando la tradizione apostolica, e ha invece permesso che la fede immacolata fosse macchiata di un deplorevole tradimento “. Gli si rimproverava quindi una mancanza di vigilanza, una debolezza, piuttosto che una adesione all’errore. Ai nostri giorni si ritiene che il pensiero di Onorio, qualunque cosa ne abbiano detto i gallicani, sia rimasto sempre ortodosso e che egli non sia mai stato eretico nel significato preciso del termine.


 


LA QUESTIONE DELLE IMMAGINI


Dall’arianesimo in poi, si è visto che tutti gli errori o la maggior parte di essi, si collegavano gli uni agli altri. Anche l’origenismo, anteriore all’arianesimo, ne era stato un preludio con la teoria della subordinazione del Figlio al Padre. Con la gravissima Questione delle immagini usciamo da questo cerchio.


Dal 717 regnava a Costantinopoli un rozzo generale, diventato imperatore con il nome di Leone Isaurico. Non comprendeva naturalmente nulla delle cose di teologia, ma era consuetudine dell’impero legiferare in queste materie come in tutte le altre. Imitando forse il califfo arabo Isid II, che aveva proscritto le immagini nelle moschee, e forse dietro i consigli del vescovo frigio Costantino di Nacolia, egli prese nel 725 una serie di misure contro il culto delle immagini. Charles Dichl e Louis Brehier hanno dimostrato come il suo scopo fosse soprattutto quello di lottare contro l’eccessivo influsso dei monaci. Gli editti si succedettero aggravandosi senza tregua. Dapprima si erano condannate le immagini dei santi, degli angeli e dei martiri. Si giunse quindi a proscrivere anche le immagini di Cristo e della Vergine.


Si può immaginare il turbamento dei fedeli, soprattutto in Oriente, dove le basiliche erano splendidamente ornate di mosaici policromi in onore di Cristo, della Vergine e dei santi. Mani empie si diedero a distruggere tutto quel patrimonio artistico del passato. Il patriarca di Costantinopoli, san Germano, protestò energicamente, ma fu deposto e sostituito con un prelato ligio alla Corte, Anastasio. I papi Gregorio II e Gregorio III condannarono a loro volta l’iconoclastia o distruzione delle immagini, nel 727 e nel 731. Un teologo di primo piano, san Giovanni Damasceno, entrò in campo per difendere la legittimità del culto reso alle immagini. Ma l’imperatore, che era molto autoritario, non cedette.


Vi furono deplorevoli sottomissioni nel clero, ma anche eroiche resistenze tra i monaci e i fedeli. Si segnalano in particolare come martiri della persecuzione alcune donne che avevano rovesciato la scala di un operaio iconoclasta. Il figlio e successore di Leone Isaurico, Costantino Copronimo (il sudicio), che regnò dal 741 al 775, proseguì la detestabile politica del padre. Soltanto sotto l’imperatore Leone IV (775-780), e soprattutto sotto la sua vedova Irene, fu ristabilita la pace e riportato in onore il culto delle immagini. Irene, in pieno accordo con il papa Adriano I (772-795) e il patriarca di Costantinopoli san Tarasio, radunò, nonostante l’opposizione del partito militare, il concilio di Nicea (VII ecumenico), nel 787. Questo concilio definì chiaramente in quale senso sia legittimo onorare le immagini. Si tratta di un culto relativo, che si rivolge cioè alla Persona rappresentata e non all’immagine stessa. Il papa Adriano fece tutti i tentativi per far ammettere questa dottrina in Occidente, ma Carlomagno, tratto in errore da una cattiva traduzione degli atti del concilio, pensò che si trattasse di onorare le immagini di un culto assoluto. In un trattato noto sotto il nome di Libri Carolingi si criticava aspramente il cullo delle immagini cosi male interpretato, e il concilio di Francoforte condannò tale culto nel 794. A poco a poco tuttavia il malinteso fu chiarito, e non vi sarà crisi iconoclastica in Occidente se non sotto l’influsso di alcune sette protestanti, come il calvinismo che ancor oggi bandisce le immagini dai suoi templi.


Una seconda crisi iconoclasta si verificò in Oriente nel IX secolo, sotto gli imperatori Leone l’Armeno (813-820), Michele il Balbuziente (820-829) e Teofilo (829-842). Il primo e il terzo si mostrarono particolarmente accaniti. Il grande difensore delle immagini fu allora san Teodoro Studita (+ 826). E fu ancora una volta una donna, l’imperatrice Teodora, vedova di Teofilo e madre di Michele III, che ebbe la gioia di ristabilire la pace restaurando il culto delle immagini. Appena salita al potere, nel 842, si intese con il patriarca di Costantinopoli san Metodio, che radunò un concilio per confermarvi definitivamente i decreti di Nicea riguardo alle immagini.