Beato FRANCESCO COLL (1812-1875)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Sacerdote professo dei Frati Predicatori e fondatore delle Domenicane dell’Annunziata, P. Coll nacque il 18-5-1812 a Gombreny, nella diocesi di Vich (Barcellona), da Pietro e Maddalena Guitart, poveri cardatori di lana. Prima di lui videro la luce 6 fratelli, 3 dei quali nacquero da un precedente matrimonio del padre, e 3 sorelle che si fecero tutte religiose.

Francesco, orfano di padre a 4 anni, crebbe molto vispo, ma ubbidiente ai richiami della mamma. Per farlo stare quieto costei un giorno esclamò:


“Voglia il cielo, figlio mio, che abbia a scoppiare di amore di Dio!”. Dopo la scuola e le funzioni parrocchiali il beato amava intrattenere i coetanei in cose di religione. Più di una volta fu visto salire sopra una sedia o un banco e rivolgere loro le sue esortazioni da predicatore in erba. La madre credette di scoprire nel figlio i germi della vocazione sacerdotale, perciò gli propose di andare a continuare gli studi nel seminario di Vich (1823).


Poiché era privo di risorse, fu ospite in casa Puigsasllosas nel paese di Folgarolas, poco lontano da Vich, con l’incarico di insegnare nel pomeriggio ai bambini del contado l’abbecedario e il catechismo. Prima della scuola Francesco si recava ogni mattina in chiesa per ascoltare la Messa e fare la comunione. A mezzogiorno andava a bussare alla porta di qualche convento per avere in elemosina un piatto caldo di minestra. Le Clarisse glielo davano volentieri perché sapevano che era un seminarista molto applicato e devoto.


Durante il corso di filosofia in seminario il beato ritenne di essere chiamato da Dio a farsi religioso. Un giorno, mentre percorreva a Vich la via Santa Teresa, un misterioso personaggio, che ritenne fosse S. Giuseppe, gli si avvicinò e gli disse: “Tu, o Coll, devi farti domenicano”. Scosso da quella esortazione, Francesco decise di mandarla ad effetto a costo di qualsiasi difficoltà. Andò a bussare alla porta del convento dei Frati Predicatori, ma poiché non disponeva del denaro sufficiente per le spese del noviziato, non fu accettato. Anziché perdersi d’animo accettò il suggerimento di recarsi a rinnovare la sua richiesta al P. Priore del convento di Gerona. Colà trovò più benevola accoglienza. Difatti gli fu chiesto soltanto quello che era sufficiente per il santo abito (6-10-1828).


Durante il noviziato il Beato fu tanto esatto nell’osservanza della regola che meritò di essere proposto non solo come modello agli altri novizi, ma anche come loro vicemaestro o pedagogo. Oltre che nell’osservanza della regola egli si distinse nella devozione alla Vergine SS.


Portava sempre in mano la corona del rosario e lo recitava sovente. A Gerona, dopo la professione religiosa, Francesco si preparò al sacerdozio con lo studio della teologia, ma il 10-8-1835, a causa delle lotte scatenate da fazioni opposte dopo la morte del re Ferdinando VII (+1833), fu costretto ad abbandonare il convento poiché era stato soppresso dal governo. Mentre a piedi si recava al paese natio fu arrestato dai rivoluzionari, ma non perquisito. Poiché portava con sé i documenti che comprovavano come il 4-4-1835 a Barcellona avesse ricevuto il diaconato, se glieli avessero trovati in tasca lo avrebbero probabilmente fucilato. Il beato terminò gli studi nel seminario di Vich con l’aiuto della famiglia Puigsasllosas che gli offerse ancora una volta generosa ospitalità. Fu ordinato sacerdote dal vescovo di Solsona il 28-5-1836 con il titolo di “povertà” e le lettere testimoniali dei superiori dell’Ordine, e celebrò per 3 anni la Messa e fece il catechismo nella cappella di San Giorgio, proprietà della famiglia che lo ospitava. In seguito, poiché non si sentiva sufficientemente occupato nel sacro ministero, decise di mettersi alle dirette dipendenze del vescovo Mons. Casadevall il quale lo nominò prima vicario di Artés e poi di Moia (1839). Il paese era stato preso e incendiato dai sostenitori di Don Carlos, il quale aspirava al trono di Spagna lasciato in eredità a Isabella II da suo fratello, Ferdinando VII.


Nel rogo erano perite più di cento persone. Don Francesco riuscì in poco tempo a pacificare gli animi esacerbati istituendo il mese mariano, dando grande impulso alle associazioni pie e alle confraternite, prendendosi particolare cura dei malati e dei bambini ai quali insegnò il catechismo non soltanto in chiesa, ma anche nella propria residenza.


Sentendosi divorare dallo zelo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, il B. Coll credette che fosse suo dovere lasciare l’ufficio parrocchiale per dedicarsi esclusivamente al ministero della predicazione in compagnia di altri sacerdoti e religiosi. Avutone il permesso dal vescovo nel 1845, cominciò a percorrere tutti i paesi della Catalogna suscitando entusiasmo tra i fedeli e operando numerose conversioni. S. Antonio M. Claret (fl870), anche lui grande predicatore e fondatore nel 1849 dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, gli ottenne il titolo di “missionario apostolico” da Pio IX il 6-2 1848.1 superiori dell’ordine il 6-11-1850 lo nominarono direttore del Terz’Ordine per la regione catalana.


Quando il beato con un fazzoletto in mano che gli serviva da sporta si recava a piedi a predicare un quaresimale o una missione in una determinata località, esigeva soltanto che il parroco gli mettesse a disposizione un’abitazione privata nella quale potesse rimanere solo con gli altri missionari. Faceva quindi il suo ingresso in parrocchia portando lo stendardo della Vergine del Rosario. Nella chiesa principale annunziava subito l’ordine delle funzioni e dichiarava esplicitamente che non voleva altra retribuzione per la predicazione e il ministero delle confessioni che i viveri necessari al sostentamento suo e dei suoi collaboratori.


Fin dai primi giorni la chiesa appariva d’ordinario troppo piccola per contenere i fedeli che accorrevano a udirlo. Allora si vedeva costretto a predicare in piazza.


Per meglio provvedere alle necessità spirituali di tutti, di regola organizzava tre grandi comunioni generali: per gli uomini, per le donne, per i giovani. Avveniva così che certi peccatori, i quali non si erano confessati da parecchi anni, si facessero portare il mantello, che era in quei tempi indispensabile per confessarsi, dalle loro stesse mogli alla porta della chiesa per non essere notati dagli altri. Non mancarono tuttavia i malvagi che, sentendosi ripresi nei loro vizi, cercarono più volte di sopprimerlo a colpi di pistola. Anche in quei terribili frangenti sul volto del B. Coll non fu mai notato un moto d’impazienza.


Quanto egli fosse efficace nella predicazione è testimoniato dal vescovo di Urgel, Mons. Simón de Guardiola, benedettino (fl851). Il 6-5-1849 scrisse, difatti, a un sacerdote: “Chi fa prodigi è il buon P. Coll, e non so come fare per compiacere coloro che me lo domandano. Al presente fa un lungo novenario a Castellbé e la gente va ad ascoltarlo facendo persino dieci ore di cammino. Molti fanno la confessione generale. I paesi hanno veramente fame della parola divina, e se trovano qualcuno che parli loro al cuore, si arrendono e cambiano vita. Dio ci conceda molti uomini apostolici come il P. Coli, e Dio ci restituirà la pace di cui tanto abbiamo bisogno”. Consta che il beato dispensò la parola di Dio a piene mani in almeno trentadue paesi di Urgel. Nel 1852 il parroco di Vilanova de la Sai, dopo la missione predicata dal P. Coll e dai suoi collaboratori attestò: “Fu tale l’unzione e il fervore dei signori Missionari che non solo si mosse a penitenza Vilanova, ma pure i paesi vicini… Giorno e notte la chiesa era piena di gente che aspettava di confessarsi, e non essendo capace di contenerne tanta, fu necessario collocare un altare addosso al muro della canonica, e un pulpito sulla piazza”.


II beato terminava quasi sempre i suoi discorsi affermando che il rosario era la scala per salire al cielo. Per raccomandarne la recita ai fedeli e spiegarne i misteri nel 1852 compose un libro di devozione intitolato Hermosa Rosa di cui fece cinque edizioni. Il popolo corrispose al suo zelo. Dovunque passava e, ripieno dello spirito di Dio, predicava con voce tonante le verità eterne, faceva scomparire per un certo tempo almeno i vizi della bestemmia, del furto e della profanazione delle feste anche allora tanto diffusi tra il popolo credente. Possedeva l’arte di convertire i peccatori anche perversi insistendo di più sulla misericordia di Dio che sui rigori della sua giustizia. Per questo era considerato un vero esemplare di S. Francesco di Sales. S. Antonio M. Claret, suo intimo amico e compagno di fatiche, affermava con molta convinzione: “Dove predico io, il P. Coll può ancora spigolare, però dove egli ha predicato a me non resta nulla da raccogliere”. Un giorno gli chiese confidenzialmente dove attingesse i suoi sermoni tanto efficaci e meravigliosi, e il P. Coll mostrandogli un dittico con le immagini della SS. Trinità e dell’Addolorata, gli rispose con la semplicità di un bambino: “Da qui”.


Il P. Coll nel corso delle sue peregrinazioni apostoliche era rimasto molto impressionato dall’ignoranza in cui crescevano i bambini, e dall’impossibilità in cui si trovavano tante giovani di farsi religiose per mancanza di mezzi finanziari. Per rimediare a questi mali pensò di istituire a Vich il 15-8-1855 la congregazione delle Domenicane dell’Annunziata con l’approvazione orale del vescovo Mons. Antonio Paiau y Termens (fl857) e del Commissario generale dei Domenicani di Spagna, il P. Antonio Orge. Per la grande povertà degli inizi l’opera minacciò di naufragare. Non mancarono sacerdoti che cercarono di convincere le giovani che erano entrate in congregazione a ritornare in famiglia con il pretesto che l’Istituto non aveva mezzi sufficienti per mantenersi e progredire. Persino il vescovo pregò il fondatore di sciogliere l’associazione e proibì alle suore di portare la cuffia e l’abito religioso.


Il B. Coll gli obiettò con rispetto e fermezza: “E che ne faremo delle anime?”. L’opera intrapresa fu benedetta da Dio. Per sostenerla il fondatore cominciò ad accettare quanto i parroci gli offrivano per le sue fatiche apostoliche, e prima di morire riuscì a stabilirla su 56 case. Il 14-7-1857 il B. Coll scrisse al suo antico compagno di missione , S. Antonio M. Claret, che risiedeva in quel tempo alla corte di Madrid in qualità di confessore della regina Isabella II, per ottenere che il governo desse facoltà alle sue suore d’insegnare in pubblico, pur non avendo ancora il titolo ufficiale di maestro. Il santo il 5 agosto gli rispose: “Da parte mia farò tutto il possibile in favore della sua lodevole richiesta.


Intanto… lei continui a lavorare, aumentando il numero delle Terziarie del mio amatissimo San Domenico, e le formi con spirito di povertà. Non si spaventi per le contraddizioni e le persecuzioni che lei e loro debbono soffrire; in questo conosceranno che è opera di Dio. E solo in Dio e in Maria SS. pongano tutta la loro fiducia e non negli uomini; perché, supposto che io fossi così felice nel conseguire tutto ciò che desidera in favore di queste


Terziarie, non si fidi degli uomini ne confidi in essi, soprattutto nei tempi attuali”.


Nel corso delle sue predicazioni il B. Coll possedeva il dono di scorgere nelle giovani i germi della vocazione alla vita religiosa e attirarle nella propria congregazione. Di esse aveva la massima cura specialmente durante il noviziato. Per meglio formarle si serviva anche dei sacerdoti che il vescovo metteva a sua disposizione. Suo motto abituale era: “Tutto per amore di Dio”. Alle sue figlie raccomandava la virtù dell’umiltà, della povertà e della castità. Per mantenerle nel fervore le esortava a recitare ogni ora una giaculatoria. Quando era libero da impegni faceva con loro un’ora di meditazione al mattino e alla sera, e si serviva di qualsiasi avvenimento per elevare il loro spirito a Dio con sentimenti di adorazione, di ammirazione e di gratitudine. Quando scrisse per loro le costituzioni si sottopose a particolari digiuni e mortificazioni benché da tempo fosse abituato a portare il cilicio e a darsi la disciplina. Contemporaneamente si prendeva cura del monastero e “beatario” di S. Caterina di Vich, di cui era stato nominato direttore il 30-11-1858 dal vicario provinciale su istanza delle stesse terziarie domenicane.


Finché la salute glielo permise il beato continuò a evangelizzare i paesi e le città della Catalogna con grande successo per il buon gusto che aveva nella scelta degli argomenti da trattare e per la stima di uomo apostolico di cui godeva tra il popolo. Nel 1871, mentre a Sallent, patria di S. Antonio M. Claret, predicava la novena dei defunti, fu reso momentaneamente cieco da un colpo apoplettico. Come se nulla gli fosse capitato non sospese la sua predicazione. In seguito, avendo riacquistato alquanto la vista, continuò a fondare case e a recarsi a predicare missioni al popolo a dorso di un asino. Il 20-1-1873 un quarto attacco apoplettico lo lasciò offeso, nelle facoltà spirituali, a intervalli. Fu assistito da un domestico nella casa madre della Congregazione finché, nell’ottobre del 1874, all’aggravarsi del male, fu trasferito cieco nell’asilo riservato ai sacerdoti anziani, dove si preparò alla morte celebrando la Messa votiva della Madonna, dicendo giaculatorie e recitando il rosario nella forma che gli era possibile. Nel corso della malattia non diede mai segno d’impazienza o di poca conformità al volere di Dio.


Il B. Coll morì a Vich il 2-4-1875, giorno del suo onomastico. Fu seppellito nel cimitero urbano. Il 21-12-1888 le sue ossa furono esumate e traslate nella chiesa della nuova casa madre. Paolo VI il 4-5-1970 ne riconobbe l’eroicità delle virtù e il 29-4-1979 Giovanni Paolo II lo beatificò.



Sac. Guido Pettinati SSP,


I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 37-42.


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