BB. DERMOT O’HURLEY (1530-1584) E COMPAGNI (1535-1654)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

La scomunica inflitta nel 1570 dal papa San Pio V alla regina Elisabetta I d’Inghilterra provocò la nascita della Chiesa Anglicana e diede inizio ad una sfrenata persecuzione in Inghilterra in particolare contro i sacerdoti. Anche in Irlanda  vennero messi a morte vescovi, sacerdoti, religiosi, laici. Il tragico destino di tutte queste persone dipese sempre da un unico motivo, cioè il rifiuto di professare il giuramento di Supremazia in riconoscimento della Regina quale unico capo della Chiesa Anglicana.

Giovanni Paolo II il 6-7-1991 ha riconosciuto il martirio di 17 Irlandesi, tra cui Mons. Dermot O\’Hurley, arcivescovo di Cashel, 3 vescovi, 6 sacerdoti e 7 laici. Furono uccisi per lo stesso motivo per cui furono "impiccati, sbudellati e squartati" i martiri inglesi tra il 1535 e il 1681: non aver voluto riconoscere al re il titolo di "capo supremo della Chiesa d\’Inghilterra", che aveva usurpato nel 1534. L\’Irlanda nel IV secolo a.C. era stata invasa dai Celti, viventi in tribù.
I suoi abitanti si affacciarono alla storia d\’Europa contemporaneamente alla loro conversione al cristianesimo, avvenuta per opera di Palladio, vescovo degli Scotti, inviato da papa Celestino I, ma specialmente di S. Patrizio, che organizzò la Chiesa irlandese su basi monastiche. Quando morì (461), lasciò parecchi vescovadi e monasteri, divenuti asili di scienza e di carità, dai quali uscirono missionari come S. Colombano (+612), apostolo della Scozia, fondatore delle abbazie di Luxeuil in Francia, di San Gallo in Svizzera e di Bobbio in Italia; S. Fridolino (+530), apostolo dei Germani e S. Willibrordo (+739), apostolo dei Frisoni e dei Danesi.
Dopo una fioritura così splendida, la Chiesa irlandese decadde per causa dell\’invasione danese (792-1014), delle guerre scatenate tra loro dai piccoli re delle provincie, dell\’indole stessa del popolo avventuroso e migratore, ma soprattutto dell\’invasione anglo-normanna avvenuta nel 1171. All\’inizio, essa portò buoni frutti, ma degenerò presto in secolari tirannie, che divennero intollerabili dopo la separazione dell\’Inghilterra dalla S. Sede, avvenuta perché Clemente VII si era opposto al divorzio di Enrico VIII Tudor dalla pia consorte Caterina d\’Aragona, figlia di Ferdinando il Cattolico e di Isabella di Castiglia, per sposare la dama di corte, Anna Bolena.
In quel tempo il re dominava direttamente sulle contee irlandesi di Louth, Dublino e Kildare. Enrico VIII, come tutti i Tudor, si propose di unificare l\’Irlanda rendendo effettivo, sui due elementi che la componevano, l\’indigeno e l\’invasore, il potere della corona mediante l\’unificazione della legge e dell\’amministrazione. Cominciò con l\’assumere il titolo di re d\’Irlanda, l\’introdurre nel paese la sua riforma religiosa, con l\’aiuto dell\’inglese G. Brown, da lui nominato arcivescovo di Dublino, mettendo così le basi della Chiesa protestante d\’Irlanda.
Elisabetta I (1533-1603), figlia di Anna Bolena, appena salita al trono, richiamò in vigore le leggi anticattoliche di suo padre, e introdusse il Prayer Book, libro liturgico ufficiale per i sacerdoti e i laici della chiesa anglicana. Fu costretta, però, a reprimere subito una ribellione nel nord dell\’isola, dovuta a Shane O\’ Neill, e una nel sud, suscitata da Giacomo Fitzmaurice, il quale sperava, e aveva lasciato sperare a papa Gregorio XIII e al re di Spagna, Filippo II, che si sarebbe potuto fare dell\’Irlanda una piattaforma per la riconquista cattolica dell\’Inghilterra. L\’aspra guerra finì con la morte di Fitzmaurice.
Nella persecuzione, Elisabetta I fu di una crudeltà inaudita sia in Inghilterra, dove i cattolici furono ridotti a 25.000, sia in Scozia dove fece decapitare (1587) la regina Maria Stuart, e sia in Irlanda, dove fece scannare a migliaia uomini, donne e bambini. La maggior parte di loro rimase sconosciuta. Dei 17 martiri riconosciuti tali dal papa, 12 furono fatti impiccare dalla regina.
In ordine di tempo i primi due furono il B. Patrizio O\’Healy (1546-1579), vescovo di Mayo, e il B. Conn O\’Rourke (1550-1579), entrambi della contea di Leitrim e francescani. Furono mandati a prepararsi per il sacerdozio, il primo all\’università di Alcalà (Spagna), il secondo a Roma.
Nel 1575 apparve pure a Roma P. Patrizio, in cerca di aiuti per Sir James Fitzmaurice, che stava organizzando una spedizione militare in difesa della fede cattolica in Irlanda. Gregorio XIII, un anno dopo, lo elesse vescovo. Era difatti un religioso di grande bontà, dotto e distinto predicatore. Il ritorno del vescovo in Irlanda si presentò irto di difficoltà perché in molti porti e città europee erano state inviate delle spie. Con Fitzmaurice egli si imbarcò per l\’Irlanda dal Portogallo ma, a causa di una tempesta, dovette abbandonare l\’impresa. In attesa di tempi migliori, si fermò a Parigi per dedicarsi alla formazione degli aspiranti alla vita francescana.
Fu là che incontrò il P. Conn O\’ Rourke, di 5 anni più giovane di lui, con il quale decise di ritornare in patria travestito da marinaio. Nell\’estate del 1579 riuscirono a raggiungere, con una barchetta, il porto isolato di Smerwick, nella penisola di Dingle. Vi sbarcavano quanti volevano sfuggire alle autorità inglesi. In quel tempo l\’Irlanda del sud (Munster) era in subbuglio contro Elisabetta I e il suo governo di Dublino. Nessuno voleva riconoscerla come capo religioso e politico del paese. Il suo agente, Sir Williams Drury, Lord Presidente della regione, si preoccupava di sottomettere gli Irlandesi con il terrore. In una lettera da lui scritta nel 1578 si vantò, infatti, di avere mandato a morte, senza giudizio o difesa, 400 persone.
I due francescani raggiunsero ad Askeaton il castello del conte di Desmond, cugino di Fitzmaurice. Speravano di trovare aiuto e rifugio, invece, la contessa Eleonora, in assenza del marito, di cui non voleva vedere la fine a causa della ribellione, mandò un messaggio al podestà di Limerick per svelarne la vera identità. Erano appena stati incarcerati quando Fitzmaurice, con qualche centinaio di soldati, sbarcò a Smerwick.
Il Drury si recò allora a Limerick per interrogare Mons. O\’Healy, e accusarlo di aver preparato l\’invasione. Gli promise, però, che se avesse rinnegato la fede, gli avrebbe ridonato la libertà e che, se fosse diventato vescovo di Elisabetta I, lo avrebbe ricoperto di onori. Il vescovo rifiutò con fermezza simili offerte, e non svelò quale aiuto aveva prestato a Fitzmaurice. Il tiranno ordinò allora che i carcerieri, con un martello, gli conficcassero le unghie nelle dita dei piedi, a costo di spezzargliene alcune.
In seguito il Drudy partì alla volta di Cork, conducendosi dietro i due prigionieri. Si fermò a Kilmallcok, distante 20 miglia da Limerick, e li fece impiccare (1579). Prima di morire i due religiosi recitarono le Litanie dei Santi e si diedero vicendevolmente l\’assoluzione. Era forse il 13-8-1579. Ai presenti il vescovo raccomandò di restare saldi nella fede.
Gli insorti, guidati da Fitzmaurice, furono sconfitti dalle truppe inglesi. Un panettiere il B. Matteo Lambert, analfabeta, nascose in casa sua 5 marinai in fuga, contro la legge. Fu condannato a Werford con loro, nel luglio 1581, all\’impiccagione e allo squartamento. Nell\’interrogatorio, al quale fu sottoposto, disse con semplicità: "Io non posso disputare con voi. Tutto quello che posso dire è che sono cattolico, e credo tutto quello che la santa madre Chiesa crede".
Anche la ribellione capitanata dal Conte di Desmond, cugino di Fitzmaurice, fu domata verso la fine del 1583, Suo fedele cappellano fu il B. Maurizio Mac Keranghty, nativo di Kilmallcok, nella contea di Desmond. Fu imprigionato a Clonmel e sottoposto a torture perché confessasse. In carcere non rinunciò al suo ministero sacerdotale. Nella Pasqua del 1585 diede una somma di denaro al carceriere perché gli ridonasse la libertà durante la notte del sabato santo. Mentre si preparava a celebrare la Messa per diversi cattolici, il mariolo lo tradì consegnandolo nelle mani del governatore di Munster, Giovanni Norris. presente in città con un manipolo di soldati.
A stento don Maurizio era riuscito a nascondersi sotto un mucchio di paglia. Il padrone della casa, che lo aveva ospitato, fu incarcerato. Tuttavia, si rifiutò di manifestare ai soldati il nome di lui. Per non pregiudicarne la sorte, Mac Keranghty si consegnò volontariamente al Norris il quale, in forza della legge marziale, il 20-4-1585 lo fece prima impiccare, e poi decapitare, essendo rimasto ancora vivo. Fu seppellito dietro l\’altare della chiesa dei Francescani.
Nel 1601, Filippo III, re di Spagna, sotto la guida del duca Don Juan del Aguila, fece allestire una flotta perché andasse in aiuto dei cattolici irlandesi. Dopo alterne vicende i soldati spagnuoli si arresero. Fra di loro si trovò pure l\’ex-gesuita laico, il B. Domenico Collins, che era nato nel 1566 aYoughaI, nella contea di Cork, per nove anni aveva fatto il soldato in Francia e, per due anni, il cuoco e l\’infermiere nel collegio dei Gesuiti di Santiago (Spagna). Fu impiccato il 31-10-1602, nella sua città natale, rivestito dell\’abito talare, dopo che aveva pregato per tutti, perdonato a tutti ed esclamato: "Salve, o santa croce, così lungamente desiderata!" La vittima più illustre di Elisabetta I fu l\’arcivescovo di Cashel, il B. Dermot O\’Hurley, nato circa il 1530 a Emly, nella contea di Tipperary, da una benestante famiglia. Suo padre era, difatti, uno dei fattori del conte di Desmond. Fin da giovane era stato mandato a studiare diritto civile ed ecclesiastico all\’università di Lovanio (Belgio), in cui si laureò. Dopo 15 anni andò a insegnarlo a Reims (Francia) e, nel 1570, si recò ad approfondirlo a Roma dove sedeva sulla cattedra di S. Pietro S. Pio V.
Chi lo avvicinò riconobbe nel Beato un uomo dotto, di profonda fede e di buon carattere. Gregorio XIII lo nominò arcivescovo di Cashel, nella contea di Tipperary, e gli conferì il pallio dopo che era stato ordinato sacerdote e vescovo. Soltanto nell\’estate del 1583, però, poté fare ritorno nell\’Irlanda, dalla quale mancava da oltre 30 anni. A Holmpatrick, dove sbarcò, andò a riceverlo il sacerdote Giovanni Dillon. Le autorità inglesi già lo attendevano perché i documenti che avevano spedito con i bagagli, per precauzione, con un\’altra nave, erano finiti nelle mani dei pirati del parlamento. Trovò ospitalità nel castello di Tommaso Fleming, barone di Slane, ma Roberto Dillon, uomo ambiguo e cugino tanto del barone quanto di Don Giovanni, informò le autorità di Dublino di aver trovato l\’uomo che essi cercavano.
L\’arcivescovo, non sentendosi più al sicuro, si rifugiò allora presso il conte di Ormond, residente nella diocesi di Cashel, ma anche costui teneva tanto per i cattolici quanto per i protestanti. Lo ospitò in una sua casa di Carrick. L\’arcivescovo gliene mostrò tutta la riconoscenza cercando di pacificarlo con il conte di Desmond, sempre in lite con lui per via dei confini delle loro terre. Il 20-9-1583 scrisse pure a Mons. Miler Magrath, vescovo cattolico senza scrupoli di Down e Connor, in seguito apostata, ma la lettera non fu spedita perché, nel frattempo, era giunto il barone di Slane a dirgli, agitatissimo, che era stato accusato di tradimento, e che doveva pagare multe e andare in prigione se non consegnava l\’arcivescovo. Per evitarne la rovina Mons. Dermot consentì di seguirlo. Giunto a Dublino il 7 ottobre, fu subito imprigionato nel castello e sospettato di essere stato mandato dal papa in Irlanda a organizzare una ribellione. Egli proclamò di essere un uomo di pace, e che la sua missione era puramente spirituale. Da Londra il segretario di stato, Sir Robert Walsingham, ordinò che fosse torturato fino a tanto che non avesse confessato. Siccome a Dublino non esistevano strumenti di tortura, suggerì di arrostirgli i piedi. Nel febbraio del 1584 effettivamente lo misero in ceppi di legno, gli fecero calzare un paio di stivali di pelle molto unti internamente di sale, olio e diversi grassi, e li fecero surriscaldare al fuoco. In mezzo ad atrocissimi tormenti il misero pregava: "Gesù, figlio di Dio, abbi pietà di me". Le torture cessarono soltanto quando svenne. In seguito i persecutori cercarono di fare abiurare al Beato la fede promettendogli regali e onori, ma egli si rifiutò energicamente di riconoscere la regina come capo della Chiesa. Fu, perciò, impiccato il 20-6-1584. Il suo corpo fu seppellito da alcune donne nella vecchia chiesa di San Kevin.
Grande campionessa della fede a Dublino fu pure la B. Margherita Bermingham, nata circa il 1515 a Skreen, nella contea di Meath. Si sposò giovanissima con Bartolomeo Bali, mercante di Dublino, dal quale avrebbe avuto 20 figli, di cui soltanto 5 sopravvissero. Governò la famiglia e la servitù con saggezza, e aiutò tutti con generosità nonostante la tristezza dei tempi. Le toccò difatti di vivere negli anni della riforma, quando le più insigni reliquie e la croce pastorale di S. Patrizio furono gettate nel fuoco. Se un vescovo o un sacerdote, travestiti, andavano a bussare alla sua porta, a costo di pagare multe molto salate, non negava loro ospitalità. Colui che ne provocò l\’arresto – è orribile a dirsi – fu proprio il suo figlio maggiore, podestà come suo padre di Dublino, rimasto ostinatamente protestante. Benché inferma di artrite e ultrasessantenne, l\’indomabile madre accettò l\’umiliazione di essere trasportata su di un carretto, tirato da un cavallo, nella prigione del castello, dove senza un lamento morì nel 1584 tra molte privazioni e sofferenze.
Le speranze degli Irlandesi si risollevarono quando Giacomo I, figlio di Maria Stuart, fu eletto re d\’Inghilterra (1603-1625), alla morte di Elisabetta I. Rimasero, però, delusi perché, nel suo assolutismo, egli volle obbligare la popolazione alle pratiche religiose riformate. La professione cattolica e il lealismo monarchico erano da lui ritenuti inconciliabili. Durante il suo regno perse la vita il B. Conor O\’ Devany, francescano e vescovo per volere di Gregorio XIII nel 1582. Dopo che si era dedicato, tra continue lotte e sofferenze, unicamente alla causa delle anime, fu imprigionato per la seconda volta a Dublino e, benché avesse circa 80 anni, il 1-2-1612 fu condannato a morte e impiccato. Trascinato alla forca alle tre pomeridiane, pensando alla Passione di Gesù, esclamò: "Cristo ha dovuto portare la sua croce, io invece sono portato alla mia".
Con Mons. Conor fu pure impiccato il sacerdote di Donaghmore, nella contea di Tyron, il B. Patrizio O\’Loughran (1577-1612), cappellano del conte Hugh O\’Neil. Il 30-1-1621 morì di stenti, nella prigione di Dublino, di cui era stato podestà e sceriffo, il B. Francesco Taylor, sposato con 6 figli, in gioventù agente di commercio molto abile, integro e caritatevole.
La sorte degli Irlandesi peggiorò sensibilmente dopo che Oliviero Cromwell (1599-1658), nobile di campagna, fanatico puritano, con la mente piena della predestinazione calvinista, era riuscito a fare condannare a morte (1649) il re Carlo I, figlio di Giacomo I, e dominare con spietata energia la situazione interna del paese. Contro l\’Irlanda e la Scozia, ribelli, egli organizzò due spedizioni. La più tremenda e la più crudele di tutte fu quella diretta contro l\’Irlanda, di cui avrebbe voluto schiantare persino il nome. Sotto la sua guida, l\’esercito puritano si abbandonò a una vera orgia di misfatti. Decine di migliaia di Irlandesi preferirono recarsi all\’estero, e 50.000 furono deportati come schiavi. Cromwell adottò in larghissima misura il metodo delle piantagioni, iniziato da Elisabetta I: i nove decimi del suolo dell\’isola furono distribuiti a proprietari inglesi. Ai pochi residui proprietari cattolici fu assegnato il Connaught, la regione più povera dell\’Irlanda.
All\’attenzione di Cromwell non sfuggì il B. Terenzio Alberto O\’Briens OP., vescovo di Emiy, nato da un ricco possidente verso il 1601 nei pressi di Cappamore, nella contea di Limerick. Dopo aver compiuto gli studi di teologia in Spagna, ritornò in Irlanda (1627), dove fu ordinato sacerdote, eletto priore del convento di Limerick e poi di quello di Lorrha e, infine, nominato provinciale (1643). Quando si recò a Roma per prendere parte al capitolo generale dell\’Ordine, Urbano VIII lo fece vescovo. Nell\’assedio di Limerick da parte dell\’esercito di Cromwell (4-6-1651) gli furono offerte 40.000 sterline perché abbandonasse la città in cui si trovava. Egli rifiutò, ma quando la città si arrese, egli fu insultato, condannato a morte e impiccato il 30-10-1651.
La stessa sorte toccò al B. Giovanni Kearney, francescano, perché, secondo le prescrizioni dell\’autorità civile, non aveva lasciato l\’Irlanda. Era nato nel 1616 a Cashel da una famiglia benestante, e aveva compiuto gli studi a Lovanio. Ordinato sacerdote, dopo due anni fece ritorno in patria, ma la nave su cui viaggiava fu catturata dai pirati del parlamento. In prigione, per fargli rinnegare la fede, gli bruciarono le dita dei piedi e delle mani, ma inutilmente. Dopo 3 mesi di carcere e di sofferenze lo condannarono a morte. Egli accolse la sentenza cantando il Te Deum in ringraziamento.
Un cattolico molto ricco, con denari regalati alle guardie, riuscì a farlo fuggire dal carcere attraverso una finestra, calato in una cesta. Il Beato per nove anni continuò ad esercitare il ministero sacerdotale nella sua città natale. All\’arrivo delle truppe di Cromwell nella contea, fu esortato a lasciare la patria, ma egli rimase imperterrito al suo posto. Fu fatto prigioniero, accusato di tradimento e condannato all\’impiccagione l\’113-1653. Vittima della tirannia di Cromwell fu pure il B. Guglielmo Tirry, agostiniano, nato a Cork nel 1608 da una aristocratica famiglia di "vecchi inglesi".
Essendo da natura ben dotato, fu mandato a studiare prima a Valladolid (Spagna), poi a Parigi e, infine, a Bruxelles (Belgio). Quando ritornò a Cork (1628), fece prima da segretario al vescovo, suo zio, e poi da cappellano e tutore dei figli di Lord Kilmallock. Nel 1649 fu eletto priore della sua comunità.
Con l\’arrivo, nella primavera del 1650, delle truppe di Cromwell anche gli agostiniani di Cork furono dispersi. Il Beato si rifugiò presso una ricca parente, residente a Fethard, per studiare la teologia dei protestanti e confutarla. Colà fu fatto prigioniero il 25-3-1654, incarcerato, processato e condannato all\’impiccagione il 2-5-1654.
Soltanto al principio del 1800 si cominciò a parlare dell\’emancipazione dell\’Irlanda dall\’Inghilterra. Nonostante le resistenze della corte, dell\’anglicanesimo ufficiale e della Lega degli Orangisti, fondata da massoni e protestanti per annientare il cattolicesimo e la stessa nazionalità irlandese, l\’isola dei Santi, chiamata Eire, nel 1921 si proclamò stato libero. L\’Ulster, la parte settentrionale del paese, con le sue otto contee protestanti e il suo proprio parlamento, rimase unita alla corona britannica. 117 martiri dell\’Irlanda furono beatificati da Giovanni Paolo II il 27-9-1992.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 223-230
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