B. MARIA del DIVIN CUORE (1863-1899)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

La beata Maria Droste Zu Vischering nacque l’8 settembre 1863 a Münster, da una delle più antiche famiglie dell’aristocrazia della Westfalia. Il cammino ascetico della Beata ebbe il suo culmine nei favori mistici ossia i “carismi” che la rendono apostolo della devozione del Cuore di Gesù. Nel 1883, ventenne, ebbe più perfetta conoscenza del culto del Sacro Cuore, al quale in quell’anno l’intera famiglia si era consacrata. Dopo una breve esperienza tra le Suore di S. Giuseppe di Chambery e alcuni anni di volontario ritiro nel castello di Darfeld, entra, nel 1888, tra le Suore del Buon Pastore. Morirà a Oporto nel 1899, nella comunità dove era superiora da quattro anni.

Questa mistica, suora di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore d\’Angers, nacque 1\’8-9-1863 a Mùnster (Vestfalia) insieme con il fratello Massimiliano, dal conte Clemente e dalla contessa Elena von Galen la quale, nel darla alla luce, sperimentò una gioia straordinaria. Nel battesimo, che le fu amministrato d\’urgenza dal medico, capo dei massoni della città, le fu imposto il nome di Maria. Nelle Note Autobiografìche che scrisse per ordine del confessore alcuni mesi prima della morte, la beata attesta che la madre, essendo molto devota del S. Cuore di Gesù, ne introdusse la devozione tanto in parrocchia quanto in famiglia. Ogni anno con il marito e i figli faceva il mese di giugno, nella cappella di palazzo, davanti a un\’immagine del S. Cuore di grandezza quasi naturale, che custodiva in una cassa con cura. Confessa la figlia: "Quell\’immagine si è impressa nel mio cuore in unione al SS. Sacramento, e a poco a poco Nostro Signore cominciò a tirarmi a sé".
Verso i cinque anni, la beta fu affidata a una istitutrice francese perché imparasse una seconda lingua. Costei attestò della sua assistita: "Non ho mai trovato una bambina tanto vivace e burlona, ma anche di gran cuore, semplice, aperta, leale assai, ubbidiente". Essendo molto "birichina e inquieta", sua madre la fece iscrivere alla "Guardia d\’onore" con la speranza che si emendasse, ma ella non seppe approfittarne. Si sentì invece fiera di essere "una figlia della Chiesa" quando i suoi genitori si recarono a Roma in occasione del 18° centenario della morte di S. Pietro (1867), quando suo padre vi tornò, chiamato da Pio IX, per accogliere degnamente i vescovi partecipanti al Concilio Vaticano I (1869), e quando dovette recarvisi a causa del Kulturkampf (1872).
Per ricordare un figlioletto morto a nove mesi e per avere la benedizione eucaristica nei primi venerdì del mese, i conti Droste fecero rinnovare la loro cappella. Fu consacrata cinque anni dopo dal vescovo di Mùnster alla presenza di quello di Magonza, Mons. Guglielmo von Ketteler (+1877), zio della madre. Il Signore ricompensò i conti Droste del loro zelo, scegliendo la loro figlia Maria "come sua sposa e suo tabernacolo". La grazia della vocazione, però, la beata la percepì non il giorno della prima comunione, ma in quello della cresima, che ricevette con il fratello Massimiliano nella chiesa di Darfeld (1875), nei pressi di Mùnster. La beata non manifestò a nessuno il desiderio che aveva concepito di farsi religiosa. Non divenne tuttavia migliore. Confessa nelle sue Note: "L\’età dai dodici ai sedici anni fu quella in cui ho offeso di più il Signore, ma egli non mi ha abbandonata e mi ha trattata sempre con la stessa misericordia. Di questo periodo ricordo maggiormente le feste nella chiesa e nella cappella… In quel tempo sembravo più ragazzo che bambina. Desideravo sempre essere un ragazzo per poter farmi gesuita e andare nelle Missioni dell\’Africa".
Il 21-11-1878 segnò una svolta decisiva nella vita di Maria. In seguito a una predica del curato di Darfeld sulla necessità di amare Dio con tutto il cuore, cominciò a distaccarsi dalle creature e a sentirsi attratta in modo speciale verso Dio. Per appartenergli interamente ed essere sua sposa si convinse che doveva farsi religiosa. Nessuno sospettò delle sue intenzioni perché continuò come prima a giuocare, a cantare, a fare passeggiate con i genitori e i fratelli a dorso d\’asino e di cavallo.
Nella primavera del 1879, Maria fu collocata dai genitori nel collegio delle Dame del S. Cuore, a Riedenburg, sul lago di Costanza. La vita del collegio fu dura per lei. Afferma nelle sue Note: "Imparai a vincere un po\’ il mio carattere, almeno cominciai a comprendere che l\’amare il Cuore di Gesù senza spirito di sacrificio era solo immaginazione". Il Signore le apriva i segreti del suo Cuore e la inondava di consolazioni al momento della comunione e dell\’esposizione del SS. Sacramento. Nel corso di una vestizione religiosa (21-11-1880) udì più insistente la voce del Signore che la chiamava a dimenticare la patria e la famiglia per essere sua sposa. Ne parlò per la prima volta con il P. Gesuita che aveva presieduto la cerimonia. Costui riconobbe subito in lei la vocazione religiosa e la esortò a seguirla.
Nel mese di luglio 1881 la beata ritornò a casa, e i suoi genitori diedero una festa in occasione del suo diciottesimo compleanno. Nel mese di gennaio 1882 si recò, con il padre, a Berlino per assistere al Reichstag alla votazione che abrogava la legge vessatoria dell\’8-5-1874, in forza della quale molti vescovi, sacerdoti e religiosi erano stati costretti a esulare. Il 5 agosto dello stesso anno, i conti Droste celebrarono il loro 25° anno di matrimonio, e Maria ne approfittò per manifestare ad essi che aveva preso la definitiva risoluzione di farsi religiosa. I genitori ne rimasero colmi di gioia, ma poiché era gracile di salute le raccomandarono di attendere fino a 21 anni. Nel mese di giugno 1883, dopo un ritiro in casa, il padre consacrò solennemente la propria famiglia al S. Cuore di Gesù.
Nel giorno della festa Maria fece la comunione e, con ineffabile gioia, sentì inferiormente il Signore che le diceva: "Tu devi essere una sposa del mio Cuore". L\’8 dicembre dello stesso anno fece il voto di perpetua verginità per corrispondere ai torrenti d\’amore che Dio riversava nel suo animo. Afferma nelle sue Note: "Da allora quasi sempre ho sentito la sua divina presenza in me… che mi rendeva tutto soave. Volevo dargli amore per amore, e sospiravo sempre più le sofferenze come mezzo per morire a me stessa, vivere solo per Lui e dargli una piccola prova dell\’amore mio. E da allora in poi la sofferenza mai più mi lasciò, ma cominciò ad aumentare a poco a poco". Nelle comunioni, che faceva ai primi venerdì del mese, udiva il Signore che la chiamava con il nome di Maria del Divin Cuore e, nei giorni in cui l\’adorava esposto nel SS. Sacramento, si sentiva da Lui ammaestrare e infiammare d\’amore. La sua giaculatoria preferita era allora: "Gesù mio, sempre più sofferenze, e sempre più amore".
Non sapendo ancora in quale famiglia religiosa il Signore la chiamasse, Maria in principio pensò di entrare tra le Dame del S. Cuore, ma poiché non le sembravano abbastanza austere dovendosi dedicare all\’educazione delle bambine ricche, nel 1884, accompagnata dai genitori, si presentò alla casa che le Suore di S. Giuseppe di Chambéry avevano aperto a Copenaghen (Danimarca). L\’aveva preferita perché era lontana da casa e si trovava praticamente in terra di missione, ma non poté entrarvi a causa di un male ai polmoni. Ritornò a casa a tenere in ordine la cappellina, a ricamare pianete, a confezionare indumenti per i poveri, a visitare i malati, a distribuire stampe e orazioni del S. Cuore di Gesù ai fedeli della parrocchia. In riparazione degli oltraggi fatti a Dio dagli uomini e per la conversione dei peccatori ottenne, dal confessore, il permesso di usare ogni tanto una specie di cilicio che ella stessa aveva confezionato con funicelle.
In occasione delle Quarantore del 1885 la beata, poiché soffriva di scrupoli e di tentazioni, scelse come confessore il curato di Darfeld, che l\’aveva tanto impressionata nel 1878 con il sermone sulla carità. Costui la ricevette nella Confraternita del S. Cuore di Gesù, la iscrisse all\’Apostolato della Preghiera e l\’aiutò a vincere il proprio temperamento collerico. In casa, Maria conduceva un vita molto regolare e cresceva ignara della malvagità del mondo. Tutti i giorni con i familiari ascoltava la Messa, faceva la meditazione e la lettura spirituale, recitava la terza parte del rosario e, tre volte la settimana, faceva la comunione. Il 21-11-1886 cominciò in famiglia una specie di vita religiosa. Si vestì di nero, si astenne dal comparire davanti a estranei e trascorse il suo tempo a pregare, a leggere , a lavorare per le chiese e per i poveri. Afferma nelle sue Note: "Tutti a casa rispettavano la mia camera come la cella di una monaca, e fu lì che ho goduto la compagnia del mio divino sposo per due anni… Questo cambiamento, nell\’esteriore della mia vita, mi ha forzata a passare per molte umiliazioni e contraddizioni. Io ne avevo bisogno per imparare a vincere il mio orgoglio".
La beata, di mano in mano che riacquistava le forze, pensava in quale congregazione doveva entrare. Soltanto quella di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore non le era mai venuta in mente, perché le sembrava che richiedesse una vocazione speciale, avendo come scopo di lavorare per la preservazione e la rieducazione delle giovani e delle donne cadute. Un giorno, nelle consuete visite ai malati dell\’ospedale, Maria notò una ragazza, sola, abbandonata da tutti perché aveva dato scandalo. La madre avrebbe voluto tenerla lontana dal suo letto, ella invece, nonostante la ripugnanza che provava, le si avvicinò e le strinse amorosamente la mano. Poco tempo dopo, mentre nella chiesa parrocchiale di Darfeld si preparava alla confessione, le venne fulmineo il pensiero: "Tu devi entrare al Buon Pastore". Prima di parlarne alla madre chiese di essere sottoposta a un controllo medico. Il dottore costatò che le sue condizioni di salute erano ancora un po\’ precarie, ma sufficienti per entrare, per esempio, tra le Suore del Buon Pastore.
La beata scelse il 21-11-1888, festa della Presentazione della Madonna al Tempio, per raggiungere il nido che la Provvidenza le aveva preparato. Il 10-1-1889 vestì con grande gioia l\’abito religioso, ed entrò in noviziato con il nome di Suor Maria del Divin Cuore che le fu dato, come aveva desiderato, senza farne richiesta. Il Signore confermava così la sua promessa. La beata fu destinata a servire le penitenti tra le quali predilesse le più infelici e le più ripugnanti. Al Cuore divino di Gesù soltanto ella attribuì il buon risultato che sempre ottenne nella convivenza con esse.
Sei mesi dopo il suo ingresso in noviziato, Suor Maria del Divin Cuore cominciò a dubitare della propria vocazione, sentendosi inclinata a una vita più austera. Attesta nelle sue Note intime: "Passai per tentazioni orribili, sconforti, tormenti di coscienza, ricordi della famiglia, sofferenze spirituali e corporali, ma sempre patii di non poter patire abbastanza… Il Signore m\’ispirava, già nel noviziato, il desiderio di staccarmi da tutto; ma che lotte violente io sopportai a cagione dell\’amore che portavo a mio fratello Massimiliano! Mi sembra che l\’amore dei gemelli sia più intenso che qualunque altro: la natura passa come per le angustie della morte al vedersi separata da un fratello gemello. Mai potrò spiegare ciò che patii durante quattro anni; non passai un solo giorno senza piangere per lui, e che lacrime!… Ciò che più mi costò, fu il sapere che egli passò per lo stesso martirio… Il Signore ha avuto compassione di lui, e mi lasciò a Mùnster finché non si sposò".
Durante il noviziato, poiché non aveva un confessore con cui confidarsi, il Signore le fece da maestro e da guida. Molte volte la consolò nella comunione e nei giorni in cui il SS. Sacramento veniva pubblicamente esposto, e le insegnò a portare la croce, le fece conoscere che le sue sofferenze dovevano aumentare sempre più, e che doveva seguire la via della croce e restare unita e inchiodata su di essa con lui. Dio le si comunicava in diversi modi: con parole istruttive e profetiche, di consolazione e di amore. Nelle sue Note intime scrive: "Nostro Signore mi comunicò cose segrete per mezzo di un\’immagine inferiore, o per mezzo di un\’impressione inferiore molto forte, e si servì pure, alle volte, di una statua o immagine del S. Cuore, di un crocifisso, ecc. Alle volte sperimento quelle impressioni e sento quelle parole senza stare a pregare. Il Signore s\’impadronisce di me senza che io sappia come e senza poter resistere… Ma non ho mai visto nulla con gli occhi miei corporali: è tutto interiore, come se una voce parlasse e si sentisse nel cuore, e allo stesso tempo nell\’intelletto; le facoltà dell\’anima sono riunite e raccolte nel Signore, in una pace profonda, ancorché molte volte sia solo per un istante". Dopo la professione dei voti (29-1-1891), Suor Maria del Divin Cuore fu incaricata, come prima maestra, della direzione di un reparto di penitenti. Fu quindi trasferita a Lisbona (19-1-1894) in qualità di assistente.
Durante il viaggio visitò la casa madre di Angers e si trattenne per un po\’ di tempo a Perpignano, per imparare la lingua portoghese. Dopo pochi mesi fu eletta superiora della casa di Oporto dove, tanto l\’osservanza regolare, quanto l\’amministrazione economica lasciavano molto a desiderare. La beata fece subito ogni sforzo per farvi rifiorire, con gli esempi e le conferenze spirituali, la vita religiosa, richiamando sovente la comunità alla considerazione delle virtù della fondatrice, S. Maria Eufrasia Pellettier (+1868). Non tutte le religiose furono soddisfatte del suo modo di fare irruente ed esigente, ma con la sua oculatezza e abilità amministrativa ella risanò le finanze della casa. Difatti estinse i debiti fondiari mediante il versamento della propria dote e con i cospicui aiuti che ogni tanto riceveva dal padre.
A Oporto Madre Maria del Divin Cuore ebbe la felice sorte di avere come confessore il vicerettore del seminario, Don Teotonio Emmanuele Ribeiro de Castro, dall\’aprile del 1896 fino alla morte. Il santo sacerdote le fu di guida e di conforto dopo che, nel maggio 1896, fu colpita da mielite, cioè da infiammazione acuta al midollo spinale. All\’apparire della malattia gli scrisse il 30-5-1896: "Io non ho alcun desiderio, se non di soffrire con e per il Signore. Confido che le vostre preghiere mi otterranno la grazia di unirmi sempre più intimamente al mio sposo divino con la sofferenza che costituisce tutta la mia felicità… Per ubbidienza prego per la mia guarigione, ma nel fondo del cuore io desidero di morire".
Il 20-11-1896 la beata confidò al suo direttore: "Vi ho già detto, Padre mio, che sovente le mie sofferenze avevano qualche motivo particolare. Vi dirò il principale. Venendo qui ho appreso per la prima volta che esistono tanti sventurati sacerdoti. Ciò mi sconvolse. Mi sono offerta al Signore per la loro conversione e per ottenere dei buoni preti, e soprattutto anche per consolare il suo Divin Cuore di tanti sacrilegi. So che il Signore ha accettato il mio sacrificio. Diverse volte durante la mia malattia, quando sentivo l\’ardente desiderio di morire, il Signore, da un\’immagine in cui porta la croce (un giorno ve la mostrerò), mi disse: "Vuoi dunque lasciarmi portare da solo la croce di Portogallo?". Conoscete la mia risposta: io non potevo rifiutargli ciò che domandava". In quel tempo si diffondevano in Europa le opere di Leo Taxil, pseudonimo del massone anticlericale francese Gabriele Jogand-Pagès (+1907). Molto la beata pregò e soffrì perché quel lupo furioso fosse allontanato dal gregge del Signore, e gli ecclesiastici più in vista non prestassero fede a codesto miserabile mistificatore.
Nel mese di novembre 1896, mentre Madre Maria del Divin Cuore pregava davanti la SS. Sacramento esposto, il Signore le disse che le sarebbe stato tolto l\’uso delle gambe. Allora desiderò di essere sollevata dalla carica di superiora, ma il consiglio generalizio di Angers non fu dello stesso parere. Il Signore stesso le fece sapere che esigeva da lei che si prendesse cura del bene spirituale della casa tenendo i capitoli, facendo le istruzioni alle religiose, vigilando con pazienza su di loro e soccorrendole in tutte le necessità. Le fu suggerito di recarsi a Lourdes per riacquistare la salute ed essere di maggior aiuto alla comunità, ma la superiora generale non le concesse il permesso. La beata ne rimase profondamente turbata. Il calice della sofferenza cominciò a ripugnarle, ma il 23-7-1897, dopo la comunione, il Signore le disse: "Per le tue lotte di ieri, il tuo sacrificio è diventato ancora più gradito ai miei occhi. Voglio che soffra senza sollievo, senza consolazione. Io svelo ai tuoi occhi il quadro delle sofferenze come pure il quadro del mio amore. Ti scelgo oggi di nuovo come vittima, come olocausto per la conversione e il rinnovamento di … e per l\’espiazione dei sacrilegi, e io ti dono di nuovo il mio Cuore con tutti i suoi tesori. Tuo motto deve essere : amore, sacrificio, riparazione; attaccati fortemente a questa bandiera. Ti ho fatto dare la risposta negativa d\’Angers per dare anche al vicerettore nuovi lumi per la tua direzione".
A Lourdes andò invece il suo confessore. La beata lo supplicò allora (17-8-1897) di dispensarla dal continuare a pregare per ottenere la salute. Tra l\’altro gli scrisse: "Il mio desiderio ardente è di abbracciare la croce per rimanere inchiodata ad essa senza sollievo e senza speranza di essere da essa liberata e forse per molto tempo ancora… Non posso essere vittima intera senza fare quest\’ultimo sacrificio". La sua offerta fu accettata. I medici che la curavano non riuscirono difatti ad applicarle un busto di ferro o di gesso, e neppure a praticarle le progettate punture di fuoco perché ritenute inefficaci.
Durante la sua infermità, la beata progettò di edificare una chiesa in onore del S. Cuore di Gesù perché servisse non soltanto per le diverse comunità del convento, ma anche per la riparazione dei sacrilegi commessi dai sacerdoti del Portogallo. Appena ne ottenne il permesso dalla superiora generale, ne disegnò ella stessa la pianta con tutti i dettagli, e ne affidò la costruzione alle suore e al confessore qualora la morte l\’avesse rapita prima. Di essa in realtà fu posta la prima pietra soltanto nel 1905. Al direttore spirituale l\’inferma predisse, il 25-3-1899, che dopo la sua morte sarebbe stato fatto vescovo e cardinale.
Difatti il reale patrono presentò Ribeiro de Castro come vescovo di San Tommaso di Meliapor (India) quattro giorni dopo la morte della beata, e Leone XIII (+1903) il 22 giugno, in pubblico concistoro, lo preconizzò vescovo di quella diocesi. Il 1-1-1899 Madre Maria del Divin Cuore, confidò al suo confessore che entro l\’anno il papa avrebbe consacrato il genere umano al S. Cuore di Gesù. Già tre volte il Signore l\’aveva sollecitata a rivolgersi al suo vicario in terra perché facesse detta consacrazione. Per ottenerla fece il voto di ubbidire al suo confessore e con lui, il 20-11-1898, dopo essersi confessata, si consacrò al S. Cuore con la preghiera che ella stessa aveva scritto. Dopo la seconda sollecitazione da parte del Signore (7-4-1898), la beata aveva scritto a titolo personale al papa, tramite il P. Ildefonso Hemptinne, primate dei Benedettini di Roma, ma la sua richiesta non era stata recepita. Il 6-1-1899 scrisse di nuovo al sommo pontefice in francese, con matita, ma questa volta anche a nome del proprio confessore. Leone XIII incaricò subito il suo segretario di Stato, il cardinale Domenico Jacobini (+1900), già nunzio apostolico in Portogallo, di assumere informazioni riguardo alla confidente del S. Cuore di Gesù. Essendo da poco tempo morto il vescovo di Oporto, il porporato si rivolse direttamente a Don Ribeiro de Castro, che conosceva, ma di cui ignorava il compito di confessore nella casa del Buon Pastore.
In seguito alle ottime informazioni ricevute, Leone XIII accolse l\’invito che gli era stato rivolto nel nome del Signore. Il 20-4-1899 fece mandare al confessore della beata due copie di un decreto emanato dalla S. Congregazione dei Riti con l\’incarico di farle pervenire alla sua penitente. In esso si dichiarava che Sua Santità intendeva consacrare tutto il genere umano al S. Cuore di Gesù, e che le Litanie del S. Cuore approvate per tutta la chiesa dovevano essere recitate in un triduo che il papa stava per prescrivere affinchè detta consacrazione fosse fatta con un rito più solenne. La missione su questa terra di Madre Maria del Divin Cuore era così terminata. Da quel momento cominciò a peggiorare sensibilmente tanto che non poté terminare la sua autobiografia. Divorata internamente da un fuoco implacabile, stordita da continui rumori nella testa che erano prodotti dall\’acutissima irritazione cerebro-spinale che l\’aveva colpita, per molte ore del giorno e della notte dovette restare immobile. Il 15 maggio 1899 scrisse con la matita sopra un pezzo di carta per il suo confessore: "Padre mio, io soffro tanto! Preghi per me per unirmi sempre di più al Divin Cuore di Gesù!".
Il 25 maggio Leone XIII promulgò l\’enciclica "Annum Sacrum" con cui effettuava la consacrazione di tutti gli uomini al S. Cuore di Gesù. Di essa, pochi giorni prima, aveva parlato ai conti Droste, ricevuti in udienza, e ne aveva attribuito il merito alla loro figlia. Due giorni prima che Madre Maria del Divin Cuore morisse, il papa, tramite il nunzio apostolico a Lisbona, le fece pervenire due copie in italiano della sua enciclica. La gioia della morente raggiunse il colmo. Ormai quasi cieca e mezza sorda, si preparò alla morte baciando il crocifisso e pregando per la Chiesa e per il mondo. Spirò 1\’8-6-1899 ai primi vespri della festa del S. Cuore di Gesù.
Fino all\’ultimo respiro conservò la lucidità di mente, fece tutti i giorni la comunione come il Signore le aveva promesso, e manifestò a tutti la propria gioia nel sapere che il S. Cuore di Gesù era onorato. Attorno alla sua salma le Suore del Buon Pastore cantarono il Magnificat per adempiere il desiderio da lei espresso in vita. Ai funerali di Madre Maria del Divin Cuore prese parte un\’enorme folla. Al passaggio della bara fu udita la gente esclamare: "Santa mia, mia cara santa, prega per noi!". Paolo VI ne riconobbe l\’eroicità delle virtù il 13-2-1964 e la beatificò il 1-11-1975. Le sue reliquie sono venerate a Oporto nel convento in cui tanto pregò, patì e amò per il trionfo del S. Cuore di Gesù.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 100-109
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