B. MARIA MADDALENA MARTINENGO (1687-1737)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nacque a Brescia nella nobile famiglia Martinengo. All’età di 18 anni entrò nel monastero delle Clarisse Cappuccine. Per le sue esimie virtù, fu ben presto prescelta prima come maestra delle novizie, poi come Abbadessa. La B. Maria Maddalena Martinengo è una grande mistica francescana, con influssi di spiritualità carmelitana. Ci ha lasciato numerosi suoi scritti, sia diretti alle consorelle che autobiografici. Leone XIII la proclamò beata il 18 aprile 1900.

Questa penitente e mistica del 11° Ordine Francescano nacque il 5-10-1687 a Brescia, dal conte Francesco Leopoldo da Barco, discendente dai Conti Martinengo, e da Margherita dei Conti Secchi di Aragona, parente di S. Luigi Gonzaga. Nel darla alla luce la madre soffrì moltissimo, per cui, dopo cinque mesi, morì, e la bambina, che al fonte battesimale ricevette il nome di Margherita, per cinque anni stette tra la vita e la morte. Il padre, passato a seconde nozze, assegnò come istitutrice all'orfana una religiosa Orsolina, alla scuola della quale la Beata imparò presto a gustare di più la preghiera che i giochi infantili. A nove anni, mentre il padre la conduceva al feudo di Barco sopra una carrozza trainata da sei cavalli, cadde al suolo, ma non ne riportò alcun danno perché, come scrive la Beata nell'autobiografia, "aveva sentito il tocco di una mano invisibile che subito la pigliò e la allontanò dal pericolo".
A dieci anni Margherita fu posta dal padre come pensionante nel convento delle Orsoline di Santa Maria degli Angeli, dove già si trovavano due sue zie materne. La Beata ne fu felice perché poteva darsi a Dio, meditare la Passione del Signore e offrirsi di continuo a Lui in olocausto perpetuo. Si preparò alla prima comunione con grande devozione, ma quando giunse il momento di farla, l'ostia cadde a terra, dietro l'inferriata, ed ella fu costretta a inginocchiarsi e a raccoglierla con la lingua dal suolo timorosa che il Signore fosse sdegnato contro di lei. Da quel giorno si sentì misteriosamente attratta a fare penitenza, a parlare poco e ad amare molto il Signore. Infatti fu vista pregare a lungo fuori del letto nelle notti fredde e mettere pezzi di legno, sassi e spine nel suo giaciglio. Durante le ricreazioni andava nell'angolo più abbandonato del giardino, si scalzava e poi correva tra i sassi, le ortiche e le spine esclamando: "Ecco come si fa quando si ama Dio". Frequentando una cappellina nella quale erano riprodotte le scene della Passione si sentiva spinta a percuotersi con gli oggetti che le capitavano tra mano, e a dire alle sue confidenti: "Figlie mie, figlie mie, bastonatemi fortemente perché io lo merito". Alla vista degli sputi che insozzavano il monastero talora usciva in recriminazioni. Per vincersi giunse a lambirli con la lingua. Desiderando imitare quello che sentiva leggere nelle vite dei santi, un giorno si conficcò sotto le unghie delle mani e dei piedi degli spilli e, per tre ore, ne assaporò lo spasimo.
Dopo due anni di permanenza nel convento, essendo diventata oggetto di gelosia da parte delle zie, Margherita chiese al padre che la trasferisse nel convento di Santo Spirito, dove fu soprannominata "la santarella" per il grande amore che portava al SS. Sacramento, davanti al quale trascorreva diverse ore del giorno e della notte. Non potendo fare grandi penitenze, a causa della delicata salute, chiese al confessore di rinnovare ogni tanto il voto di castità. Andò allora soggetta a tentazioni, scrupoli e aridità tanto terribili da desiderare la morte. I due confessori che ebbe aumentarono i suoi affanni perché uno era interminabile e indiscreto, e l'altro timido e scrupoloso. Anche altre due zie che si trovavano con lei nel convento non vedevano l'ora che ne uscisse e si maritasse. Stando in orazione Dio fece invece conoscere alla beata che era sua volontà che si facesse cappuccina.
Ritornata in famiglia (1704), il padre e i suoi due fratelli le procurarono romanzi cavallereschi e vesti sfarzose perché si preparasse a diventare sposa felice, ma ella dichiarò al padre che Dio le aveva dato un'altra vocazione. Per distoglierla dall'idea di farsi religiosa il padre la condusse a Venezia col pretesto di prender congedo da un suo zio, il cui figlio sembrava invaghito di lei, ma la Beata disse "che si sarebbe gettata persino in mezzo alle lance per entrare in monastero". Per ottenere da Dio e dalla vergine SS. l'aiuto necessario esortò il padre a fare celebrare piuttosto cinquanta Messe. Margherita entrò nel monastero di Nostra Signora della Neve l’8-9-1705. Attesta nella sua autobiografia: "Depositai il capo ai piedi del crocifisso grande dell'altare, e quivi lo inchiodai con il proposito di non più riprenderlo". Nella vestizione le fu imposto il nome di Suor Maria Maddalena.
Durante il noviziato la Beata fu trattata con severità dalla sua maestra perché, non avendola compresa, era convinta che se fosse rimasta in religione sarebbe stata la rovina del monastero. Si riteneva perciò autorizzata a riservarle le mortificazioni più umilianti. Dal confessore della comunità la Martinengo non ricevette maggiore aiuto perché, non possedendo il dono del discernimento degli spiriti, non fu in grado di illuminarla nelle aridità, negli scrupoli e nelle tentazioni che continuarono a tormentarla per dieci anni. Per ottenere luce e conforto in mezzo alle tenebre più fitte Sr. M. Maddalena moltiplicò le penitenze, ridusse le ore del sonno e aumentò quelle della preghiera ai piedi del crocifisso. Ottenne così di essere ammessa, al termine del noviziato, alla professione solenne. Al momento del ballottaggio, difatti, gli animi delle monache a lei più ostili si erano misteriosamente trasformati.
Come norma della sua vita religiosa Suor M. Maddalena coniò il motto: "Opera per più amare, e ama per più operare". Essendo debole di salute, chiese a Dio la forza necessaria per dedicarsi ai compiti più umili del monastero ai quali non era ancora assuefatta. Confessa nell'autobiografia: "Essendo mia abitudine soffrire tacendo ogni mio male, quantunque la mia natura ne risentisse nelle fatiche, ne ero però sempre avida e desiderosa, né mai ne schivai qualcuna". Nel suonare la campana un giorno si slogò una spalla. Per alcuni giorni non disse nulla, ma quando fu chiamato il medico e non riuscì a rimettergliela a posto perfettamente, ne provò grande consolazione. Non bastandole quel tormento, per dimostrare a Gesù crocifisso il proprio amore, prese a cingersi i fianchi con una catenella di ferro armata di punte, a flagellarsi talora fino al sangue, a introdurre pezzi di legno nel pagliericcio a costo di restare con le ossa peste, e a mescolare assenzio e fiele di pesce ai cibi. Il cardinale Badoaro, vescovo di Brescia, le permise quelle penitenze a condizione però che non le cagionassero nocumento alla salute.
La Beata non tenne sufficientemente conto della propria fragilità, motivo per cui fu colpita da febbre maligna che la ridusse in fin di vita. Il cardinale Badoaro andò a consolarla. La esortò a prepararsi al grande passo, ma ella gli rispose: "Non voglio morire". Il presule, sconcertato da quella risposta, la fece esaminare dal P. Contarini S. J. il quale, dopo un colloquio avuto con lei, comprese che quella risposta era dovuta soltanto al grande timore del giudizio di Dio che aveva concepito in un corso di esercizi spirituali. Quando vi pensava, confessò, ne tremava tutta e sudava d'angoscia. A poco a poco guarì. Un giorno mentre pregava davanti al SS. Sacramento vide il Signore vestito da sommo sacerdote che distendeva la mano destra sul suo capo dicendo: "Figlia, eccoti la mia indulgenza plenaria di ogni tua colpa". La Beata fece allora il voto di compiere sempre quello che le sarebbe parso più perfetto, più penoso e più conforme allo spirito cappuccino.
Ristabilitasi in salute, Suor M. Maddalena per sei anni fu addetta ora alla cucina, ora al forno, ora all'orto e al guardaroba. In quelle occupazioni si propose di essere l'asino del convento e di crescere nell'amor di Dio aumentando le mortificazioni di gola. Il Signore la ricompensò facendole sperimentare fino allo spasimo tutti i venerdì, a cominciare dal 1713, i dolori della sua Passione nella testa, nel petto e nella schiena. Ella ne ringraziava la divina bontà con la faccia per terra come di tre carissimi regali, anche se a qualche confessore quei divini favori sembravano illusioni o suggestioni diaboliche. La Beata però era convinta "che il demonio non può accendere nell'anima un vero amore di Dio", e che in essa "non può far nascere una soda pace, ne una continua visione di Dio".
Nonostante tante fatiche e misteriosi patimenti Sr. M. Maddalena agli occhi delle consorelle sembrava il ritratto della salute. Non sempre, però, riusciva a nascondere le penitenze che faceva attrattavi dall'amore di Dio che le ardeva nel petto. Un giorno del 1725 ella percepì trafitture dolorosissime nella clavicola e paralisi al braccio destro. Fu costretta a svelare quello che chiamava "cilicio segreto" e che consisteva nel conficcarsi in varie parti del corpo degli spilli quando le cadde a terra un vaso pieno di vino. Essendosi conficcata un ago nella parte superiore del braccio, esso era giunto alla clavicola e le aveva procurato quei dolori e quella paralisi. Per essere sempre più degna sposa dell'Uomo dei dolori, per suffragare le anime del purgatorio e ottenere la conversione dei peccatori, alle volte si tormentava con fascetti di rovi, con ricci di castagne e tralci spinosi.
Quando si sentiva stimolata ad abbandonarsi a quelli che chiamava "sfoghi di amore", la Beata ricorreva alla "disciplina segreta" che consisteva nel farsi incisioni nelle varie parti del corpo o nell'accendere sulle mani e sui piedi polvere di zolfo. Convinta che "l'alimento proprio dell'amore di questa vita è il patire per l'amato", le venne anche il desiderio di scolpirsi sulla parte superiore di un braccio il nome adorabile di Gesù con acido solforico. La piaga che vi produsse, con suo grande gaudio, impiegò quaranta giorni a rimarginarsi. Quando volle riprodurlo anche sull'altro braccio il liquido le fuggì dalla boccetta e, dal braccio, le scese fino ai piedi corrodendole le carni. Scrive nell'autobiografia: "Io pensai di morire di spasimo, e quindi subito m'inginocchiai e mi offersi a Dio in perpetuo sacrificio… Poi recitai con le braccia in croce i sette salmi penitenziali in remissione dei miei peccati e in suffragio delle anime del Purgatorio". E soggiunge: "Benché il corpo sia ricolmo di tormenti, non viene impedito affatto il volo dell'anima mia, e da questo conosco che le sofferenze sono in me volute da Dio, perché mi danno ali per volare di più a lui".
Nel 1723 la Beata fu costretta dall'ubbidienza ad accettare la carica di maestra delle novizie benché avesse soltanto trentatre anni. Disimpegnò il suo ufficio con bontà e fermezza, precedendo tutte nell'osservanza delle regole, ma il confessore non la capì nelle aridità e pene inferiori alle quali andava soggetta. La ritenne difatti una religiosa "ingannata, menzognera e illusa di spirito". Dio permetteva quelle dure prove per affinarla nella virtù e farle capire che avrebbe trovato il suo paradiso nel vivere nascosta in Cristo. Da parte sua la beata ripeteva sovente alle novizie: "Fondatevi sul vostro nulla, e desiderate in religione soltanto di essere scordate e lasciate in un angolo: presentatevi al Signore così annichilite, ed egli vi accoglierà come sue care figlie".
Al termine del noviziato Suor M. Maddalena fu contenta di rientrare per un po' di tempo nell'oscurità esercitando il compito di rotara (1726). Ne approfittò per svolgere un vero apostolato esortando al bene i poveri che andavano a chiederle la elemosina. Dedicava il tempo che le rimaneva libero al lavoro e alla preghiera. Almeno una ventina di volte al giorno visitava Gesù presente nel SS. Sacramento.
L'incendio di amore che l'assaliva era talmente grande che talora non riusciva a mitigarlo neppure ponendosi sul petto panni inzuppati d'acqua fredda. Attesta nell'autobiografia, che scrisse in quel tempo con estrema ripugnanza per ordine del confessore: "Ritrovandomi la sera come fracassata da quell'amore così violento, m'inginocchiavo per terra per lasciarmi a beneplacito dell'amore tutta consumare: ed egli, non volendo perdere tempo, mi teneva così fino a mattutino. Questo mi accadeva d'inverno, quando sono lunghe le notti, ed era per lo spazio di sei ore, che diventavano nove con l'aggiunta delle tre del coro. Qualche volta neppure dopo mattutino andavo a riposare, di modo che le suddette ore congiunte con quelle del coro della mattina facevano in tutto quattordici ore".
La Beata avrebbe voluto rimanere sempre occupata in umili uffici, invece altre due volte fu costretta ad accettare il compito di maestra delle novizie e per due volte, negli ultimi anni di vita, anche quello di badessa. Tutte le religiose ebbero modo così di apprezzarne maggiormente le doti di governo, l'esemplarità e i carismi. In premio della sua virtù Dio le fece talvolta vedere, dopo la comunione, l'ostia consacrata talmente risplendente da non potervi fissare lo sguardo, e sentire a contatto dei raggi che da essa si dipartivano un dolore e un amore tanto vivo da essere costretta a versare lacrime.
Durante la carica di badessa fu particolarmente materna con le inferme. Le assisteva giorno e notte e, diverse volte, si offerse ad assumere su di sé le loro sofferenze. Sovente Dio la esaudì. Per liberare i peccatori dalle pene dell'inferno in qualsiasi momento era persino disposta "a lasciarsi tagliare in minutissimi pezzi". All'inizio del 1737 venne a sapere che la nobiltà bresciana per la festa patronale dei SS. Faustino e Giovila intendeva inaugurare un casino per i propri divertimenti. La Beata cercò di impedirne la costruzione minacciando i divini castighi. Non fu ascoltata, ma al momento dell'inaugurazione il promotore dell'iniziativa cadde a terra paralizzato. La Beata pregò per l'infelice il quale, prima di morire, ebbe ancora il tempo di confessare le proprie colpe.
Benché ormai malata di tubercolosi, Suor M. Maddalena fu rieletta badessa ancora il 12-7-1736. Sopportò i suoi mali senza un lamento. A coloro che la compiangevano diceva "che le pene e le infermità erano grazie particolari che Dio le concedeva" e le invitava a pregare per la sua piena conformità al divino volere. Si preparò alla morte mormorando giaculatorie e rivolgendo sovente lo sguardo all'immagine di S. Luigi Gonzaga. Spirò il 27-7-1737 stringendo con la destra la stola del confessore e alzando gli occhi al cielo.
Il suo corpo, rimasto flessibile, fu esaminato dai medici. Costoro le trovarono sopra le reni un segno di croce della lunghezza quasi di un palmo e della grossezza di un dito, formata di carne bianca; i segni di tre chiodi sulla spalla destra, di colore ferrigno; trenta aghi attorno al cranio e molti altri in varie parti del corpo. Per i medici rimase un mistero come in esso non si fossero formate infezioni e piaghe, nonostante la presenza di tanti aghi. Ai funerali, per tenere l'ordine tra la gente, dovette intervenire un drappello di soldati. Leone XIII beatificò la Martinengo il 18-4-1900. Le sue reliquie sono venerate a Brescia nella chiesa di Sant'Afra.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 7, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 284-289
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