B. MARIA EUGENIA DI GESÙ MILLERET DE BROUT (1817-1898)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Madre Maria Eugenia volle stabilire nella congregazione una vita contemplativa nutrita di silenzio, di adorazione del SS. Sacramento e dell’ufficio divino e una vita attiva alimentata dall’insegnamento della gioventù nei pensionati, negli orfanatrofi e nei ritiri. Con l’aiuto del Rev. d’Alzon ritoccò le costituzioni e lavorò alacremente per formare le sue figlie alla vita religiosa nelle 31 case da lei fatte sorgere in Francia, nella Spagna e nell’Inghilterra, specialmente dopo che ricevette dalla S. Sede il decreto di lode (1855) e riuscì a stabilire la casa madre ad Auteuil (1857), nei pressi di Parigi, con la cospicua eredità paterna.

Eugenia, fondatrice delle Suore dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, nacque a Metz (Moselle), in Francia, il 26-8-1817, penultima dei 5
figli che Giacomo Milleret, discendente da un condottiero italiano, ebbe da Eugenia de Brout. Non essendo praticanti, i genitori
impartirono ai loro figli soltanto una corretta educazione umana. La Beata ricevette l’istruzione religiosa dal parroco di Ste-Ségolaine,
che l’ammise alla prima comunione il 25-12-1829. Fece gli studi in un pensionato della città natale e poi in famiglia, sotto la
direzione della mamma, la quale morì di colera a Parigi in poche ore, senza che la figlia, con suo grande rincrescimento, avesse potuto assicurarle gli ultimi sacramenti (1832).
Il padre affidò Eugenia a un’amica di famiglia molto mondana, Madame Doulcet. A contatto di costei e alla lettura delle opere di liberi pensatori tedeschi, la Beata si intiepidì assai nella
fede, senza tuttavia giungere a dubitare della reale presenza del Signore nell’Eucarestia e a perdere la sua naturale riservatezza nelle riunioni mondane alle quali doveva prendere parte, e durante le
quali non sperimentava che il vuoto di tutte le cose “in un
amaro isolamento d’anima”. Scrisse difatti nelle sue note
intime: “Dio, nella sua bontà, mi aveva lasciato un
legame d’amore… allorché nella Chiesa vedevo l’ostia bianca
nelle mani del sacerdote io lo pregavo, mio malgrado, di rendermi
senza macchia, come essa e d’attirarmi in alto”.
Nel
1835 Eugenia si trasferì presso le signore Foulon, donne di
una religiosità gretta e meticolosa, in compagnia delle quali
poté seguire le conferenze del Padre Enrico Domenico
Lacordaire OP (+1861) a Notre Dame. Ne rimase talmente impressionata
che le venne l’idea di consacrarsi al servizio di quella Chiesa che
non conosceva ancora bene e che “sola, aveva ai suoi occhi,
quaggiù, il segreto e la potenza del bene”. Lesse i libri
che il Padre Lacordaire le aveva suggerito, perché si facesse
idee esatte sulla vita religiosa e, dopo aver molto pregato, decise
di scegliersi un confessore. Nella quaresima del 1837, essendo andata
ad ascoltare nella chiesa di San Eustachio il predicatore Teodoro
Combalot (+1873), si sentì spinta a rivolgersi a lui nel
confessionale per qualche settimana. Poiché i suoi consigli
non le sembravano confacenti alla propria anima, pensò di
abbandonarlo. Il Combalot, invece, che aveva visto nella penitente il
soggetto adatto alla fondazione di una congregazione religiosa,
dedita all’istruzione e all’educazione della gioventù di
civile condizione, le parlò del progetto al quale da tempo
andava pensando, Eugenia, molto spaventata, gli rispose: “Io non
so nulla della vita religiosa. Come potrei fondare un istituto nella
Chiesa di Dio?”. Il Combalot piegò la riluttanza della
Beata, parlandole in nome del Signore.
In
quel tempo, Eugenia si preparò a ricevere il sacramento della
Cresima nella cappella dell’arcivescovo di Parigi, sotto la guida del
Combalot nelle mani del quale fece pure il voto di ubbidienza e di
castità. Si iniziò alla vita religiosa frequentando,
per un anno circa, come pensionante, le Benedettine del Santissimo
Sacramento e per 8 mesi il noviziato delle Visitandine di Cote
St-André (Isère), in cui attese con ardore alla
preghiera, all’oblio di sé e allo studio della Sacra
Scrittura, delle opere dei Padri e in modo speciale della Somma di
San Tommaso d’Aquino. Un giorno si recò a farle visita il
Reverendo Emanuele d’Alzon (+1880), allora vicario generale di Nìmes
(Gard), in seguito alle insistenze dell’amico Combalot. Nei vari
colloqui che ebbe con Eugenia il futuro fondatore degli Assunzionisti
percepì subito che la giovane possedeva le doti di fondatrice,
ma che avrebbe trovato un forte ostacolo nel temperamento
intransigente del direttore.
Predicando
or qua or là, non era stato difficile al Combalot trovare 3
giovani aspiranti alla vita religiosa e affidarle alla direzione di
Eugenia, la quale il 30-4-1839, diede inizio a Parigi alle Suore
dell’Assunzione
con la recita del divino ufficio in onore di
Santa Caterina da Siena. L’arcivescovo di Parigi, Mons. Dionigi
Augusto Affre (+1848), accompagnato dal suo vicario generale, il
Reverendo Gros, il 14-8-1840 diede l’abito violetto e il velo bianco
alle prime 5 suore che assunsero come motto la frase: “Venga il
tuo regno”. Quel giorno la fondatrice annotò: “Cercherò
Dio nel fondo della mia anima. Per questo amerò di soffrire e
di essere umiliata… Porterò la mia croce di sofferenza con
una sincera e continua mortificazione, la croce di umiliazione,
amando sinceramente coloro che mi disprezzeranno, la croce di
povertà, abbandonandomi alla Provvidenza e prendendo tutto per
me ciò che c’è di più miserabile nella casa”.
Ben
presto il Combalot, privo di senso pratico, finì col gettare
lo scompiglio nella nascente congregazione. D’ordinario egli faceva
alle suore delle eccellenti istruzioni, ma nelle ammonizioni giungeva
talora fino alla violenza. Pretendeva inoltre di occuparsi anche
delle più piccole cose e di essere ascoltato in ginocchio
dalla superiora, Madre Eugenia di Gesù, ogni volta che le
faceva qualche osservazione. In un solo giorno la fondatrice fu
costretta a mettersi in ginocchio ben diciassette volte davanti a
lui. Anziché lagnarsene la Beata andava esclamando: “Tutto
quello che tu vorrai, o Dio, quando lo vorrai, come lo vorrai e
mediante chi lo vorrai”. Si piegò quindi umilmente alle
esigenze del direttore nella speranza che si trattasse di una crisi
passeggera d’autorità ma, quando si accorse che diventava una
minaccia per la nascente congregazione, si rivolse per consiglio al
Reverendo d’Alzon che le suggerì “di restare ferma sui
punti di regola” e di tollerare tutto il resto con spirito di
fede. Mons. Affre avrebbe voluto dare alla congregazione una forma
canonica nominando un superiore, ma il Combalot, che pretendeva di
fare approvare le costituzioni direttamente dalla Santa Sede, per
sottrarla all’autorità dell’arcivescovo, pensò di
trasportarla in Bretagna. Interpello al riguardo le suore in assenza
della supcriora, ma esse si opposero decisamente al progetto di lui.
Allora il Combalot, prima di partire per Roma (1841), scrisse una
lettera a Monsignor Affre per affidargli la piccola comunità.
Nella
dura prova la Beata supplicò il Reverendo d’Alzon di prenderla
sotto la sua direzione. Questi accettò, ma a condizione che
sottostasse docilmente ai suoi consigli. Le scrisse difatti: “Non
mi conviene essere un carnefice, ma essere pontefice mi conviene
moltissimo e, poiché tutti i giorni immolo Gesù Cristo,
vi prevengo che vi crocifiggerò con piacere nella stessa
maniera che crocifiggo Nostro Signore e che farò colare il
sangue della vostra volontà nel calice in cui le mie parole
fanno colare il sangue del mio Dio”. Dopo la prova, una proposta
tanto impegnativa riuscì a Madre Maria Eugenia di grande
consolazione. Gli rispose: “Ho bisogno che l’obbedienza
m’imponga dei sacrifici ben definiti. Ho bisogno che mi siano negati
dei permessi anche in cose legittime, unicamente per farmi praticare
la dipendenza e che mi siano dati ordini senz’altro oggetto che di
farmi sentire che non sono in potere della mia volontà”.
Mons.
Gros, superiore ecclesiastico delle Suore dell’Assunzione, il
15-8-1841 ricevette i voti delle prime tre suore, ma siccome le
postulanti che entravano ne uscivano spaventate per l’estrema povertà
dell’Istituto e per le austere consuetudini che vi erano state
introdotte, propendeva a sopprimerlo, ritenendolo destinato al
fallimento. La Beata gli espose in una lunga lettera il suo programma
in maniera così chiara e convincente che tutti i timori furono
dissipati. Tra l’altro gli fece osservare: “Mi sembra che
qualsiasi anima che ami un po’ la Chiesa e che conosca l’irreligione
profonda dei tre quarti delle famiglie ricche e influenti di Parigi,
debba sentirsi spinta a tentare tutto per cercare di fare penetrare
Gesù Cristo tra esse”.
Madre
Maria Eugenia volle stabilire nella congregazione una vita
contemplativa nutrita di silenzio, di adorazione del SS. Sacramento e
dell’ufficio divino e una vita attiva alimentata dall’insegnamento
della gioventù nei pensionati, negli orfanatrofi e nei ritiri.
Con l’aiuto del Rev. d’Alzon ritoccò le costituzioni e lavorò
alacremente per formare le sue figlie alla vita religiosa nelle 31
case da lei fatte sorgere in Francia, nella Spagna e
nell’Inghilterra, specialmente dopo che ricevette dalla S. Sede il
decreto di lode (1855) e riuscì a stabilire la casa madre ad
Auteuil (1857), nei pressi di Parigi, con la cospicua eredità
paterna.
La
fondatrice, alla carica di superiora, avrebbe preferito “un
lavoro umile, una fedeltà silenziosa”. Aveva sperato che
il suo direttore spirituale, dopo la compilazione delle costituzioni,
le avrebbe concesso di passare ad un’altra suora la carica, ma il
Reverendo d’Alzon le proibì persino di pensarvi e le suore,
radunate nel primo capitolo generale (1858), ottennero dalla
competente autorità ecclesiastica il permesso di nominarla
superiora a vita. Da fondatrice piegò il capo. Del resto fino
al 15-8-1842 aveva fatto questa eroica preghiera: “O mio Dio, mi
offro fin d’ora a portare la vergogna e la pena di qualsiasi colpa
commessa contro di Te e non voglio mettere dei limiti a questa
offerta, che la tua volontà e l’obbedienza. Caricami delle
colpe di tutti i miei, delle anime di cui sono la più prossima
e la più lontana. Lo voglio se ciò ti è gradito.
Trattami come un oggetto di orrore ai tuoi occhi. Te lo chiedo se
questo ridonda a tua gloria”. Per alcuni mesi fu presa in
parola. Si vide difatti come separata da Dio, privata del sentimento
della sua presenza, della luce e della forza che l’avevano sostenuta
fino allora.
Per
tutta la vita la Beata si sentì divorata da una vera sete
d’immolazione. Il Reverendo d’Alzon l’alimentò in lei con mano
forte consigliandole di “cercare sempre il più penoso, di
accettare con amore la vista della propria incapacità e della
propria miseria, di prendere piacere a contemplare la propria
bruttezza e di assaporare le proprie ripugnanze”, ma soprattutto
permettendole di “dormire su degli assi; di digiunare tutti i
venerdì; di portare la cintura di ferro e qualche volta il
cilicio di crine durante la notte; di prendere la disciplina fino al
sangue; di bere soltanto acqua e di mescolare dell’assenzio in tutti
i pasti; di pregare sempre in ginocchio; di alzarsi alle quattro e
mezza del mattino; di vegliare la sera fino alle 11 per lavorare o
pregare”. Tra tante penitenze traboccava di felicità.
Difatti scrisse: “Credo che se mi trovassi nella Trappa, finirei
per rompere il silenzio con grida di gioia”.
La
Madre aveva abbracciato la vita religiosa con il proposito di essere
una perfetta immagine di Cristo Gesù. Pur essendo di natura
ardente e volitiva, in lei non fu mai notato un moto impercettibile
d’impazienza o di vivacità. Con tutte le sue figlie fu di una
grande benevolenza, ma anche di una grande fermezza nel non
permettere prolungate infrazioni a qualsiasi punto della regola.
Diceva loro: “Una religiosa contrae una grande obbligazione
quando si dona a Dio. Avendo liberamente abbracciato uno stato di
perfezione, deve lavorare incessantemente alla propria
santificazione”.
Nelle
numerose lettere che la Beata scriveva alle sue Figlio, sparse nelle
varie case, raccomandava immancabilmente la pratica dell’umiltà,
dell’ubbidienza, della preghiera e dell’abnegazione spinta fino al
sacrifìcio e alle superiore l’esercizio della fede, della
speranza e della carità. Asseriva di se stessa: “Ciò
che mi fa sperare che Dio agisce in me, è il fatto che, più
mi vedo povera, vile, e più questo mi da fiducia e gioia
davanti a lui”; insegnava che “l’abbandono nelle mani di
Dio è l’unione più sicura, più completa, più
perfetta che si possa stabilire tra Dio e la sua creatura”;
confessava che “il minimo pensiero di amor di Dio, di unione
intima con lui la commuoveva fino alle lacrime”; esortava a
pregare sempre, andando e venendo, prima del lavoro e delle lezioni,
a mettersi alla presenza di Dio ogni quarto d’ora e a fare sovente
l’esame di coscienza.
Le
verità della fede, i doveri della vita religiosa, le feste dei
santi, le più belle espressioni del Breviario romano e della
Messa costituivano per lei oggetto di sublimi elevazioni. Ci teneva
alla purezza dell’insegnamento nelle scuole dell’Istituto, per
formare delle vere madri di famiglia. Voleva che fosse in tutto
conforme alla dottrina dei Padri e alle supreme decisioni della
Chiesa. Per il papa nutriva un amore sviscerato. Alle sue religiose
diceva incessantemente: “Quale amore non dobbiamo avere per
colui che è, come dicono le nostre costituzioni, la testa, il
cuore e la bocca della Chiesa. Una religiosa che non fosse attaccata
alla cattedra di S. Pietro, molto sottomessa alla sua autorità,
non avrebbe lo spirito dell’Assunzione”.
Madre
Maria Eugenia di Gesù oltre che per la propria congregazione
si sovraspese pure per lo stabilimento delle opere ideate dal P.
d’Alzon: gli Assunzionisti fondati a Nìmes nel 1845 e
le Oblate dell’Assunzione fondate nel 1865 a Vigan (Gard) per
la cooperazione missionaria; le Piccole Suore dell’Assunzione
fondate a Parigi nel 1865 dal P. Stefano Pernet (+1899) per la cura
dei malati a domicilio e le Oranti dell’Assunzione fondate dal
P. Francesco Picard (+1903) per la vita di preghiera.
Col
volgere degli anni la memoria della Beata s’indebolì, motivo
per cui, nel capitolo generale del 1894, rinunciò alla carica.
Nell’uscire dalla sala capitolare esclamò con grande umiltà:
“Non ho più che da essere buona”. E fino alla morte
che la colpì il 10-3-1898 non fece altro che pregare, fare
tutti i giorni la Via Crucis, recitare con gioia il Breviario romano
per conservare il quale aveva anche lottato, meditare la passione di
Gesù e il suo ammonimento: “State preparati”. Tutte
le volte che passava davanti alla statua di S. Giuseppe, posta in un
corridoio della casa madre, sostava per dirgli: “Oh S. Giuseppe,
patrono della Chiesa universale, prega per noi e ottieni alle mie
figlie e a me un po’ d’umiltà”.
Dopo
la morte le membra di Madre M. Eugenia di Gesù rimasero
flessibili. Le sue reliquie sono venerate a Parigi nella cappella
delle Suore dell’Assunzione. Giovanni XXIII ne riconobbe l’eroicità
delle virtù nel 1961 e Paolo VI la beatificò il
9-2-1975.
 ___________________
Sac. Guido
Pettinati SSP,

I Santi
canonizzati del giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno, 1991, pp.
129-134.

http://www.edizionisegno.it/