B. GIUSEPPE NASCIMBENI (1851-1922)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

In perfetta concordia con il parroco, Don Donato Brighenti, che gli concesse piena fiducia e libertà di azione, Don Giuseppe, in meno di due anni, con l’aiuto dei parrocchiani, specialmente dei giovani, da lui sapientemente mobilitati e organizzati, restaurò la vecchia chiesa parrocchiale, riorganizzò le istituzioni e le confraternite già esistenti, ne istituì delle nuove come quella delle Madri cristiane, del Terz’Ordine Francescano e della Madonna del Carmine. Ripristinò la funzione delle cosiddette “Quarantore”, del mese di maggio, la Compagnia e la Festa del Rosario e la funzione del Perdono di Assisi benché la parrocchia contasse soltanto un migliaio di anime.

21 gennaio
Il Beato fondatore delle Piccole Suore della S. Famiglia, nacque il 22-3-1851 a Torri del Benaco, nella diocesi di Verona, unico figlio che Antonio, di professione falegname, ebbe da Amedea Sartori, entrambi ferventi cristiani. Nel battesimo, somministrato dal medico per il pericolo di morte in cui versava, furono imposti i nomi di Giuseppe e di Luigi. Ricevette la cresima nel 1865 a Bardolino dal Card. Luigi di Canossa, vescovo di Verona.
Il Beato crebbe vivace, intelligente e molto incline alla preghiera. Difatti, in luoghi solitari, amava ripetere con i compagni le funzioni liturgiche che aveva visto compiere dal parroco in chiesa. In premio della sua buona condotta un giorno il babbo gli regalò un altarino. Gradì assai il dono perché lo aveva tanto desiderato.
Al termine delle elementari i genitori avviarono Giuseppe al ginnasio pubblico di Verona – l’attuale liceo “Maffei” – dove concluse il primo semestre con la qualifica di “eminente”. Ciò gli apri le porte del collegio che il servo di Dio, Don Nicola Mazza (+1865), aveva fondato in città per favorire negli studi i giovani meritevoli ma con scarse possibilità economiche. Nel secondo semestre, con gli altri collegiali frequentò il ginnasio vescovile, ma questa volta “per poco profìtto” fu escluso dal collegio Mazza. Durante le vacanze  autunnali in famiglia il Beato ebbe una crisi di scoraggiamento, ma si riprese. Con la seconda ginnasiale entrò a far parte del collegio Accoliti della cattedrale, eretto e provveduto di mensa da Eugenio IV nel 1440, alle dipendenze dei canonici, i cui alunni frequentavano le scuole del seminario. Ad esso appartenne il nostro Giuseppe finché non divenne sacerdote distinguendosi fra tutti per il continuo progresso nello studio e nella virtù. Quando ritornava al paese per le vacanze, da tutti si sentiva ripetere: “Guarda come è diventato devoto”. Ciò nonostante rimase per molto tempo indeciso se farsi prete oppure no, forse perché nella sua umiltà, come già S. Francesco di Assisi, di cui era devotissimo, se ne riteneva indegno. Non pare tuttavia che sia andato incontro a pentimento dopo che il Card. di Canossa, il 9-8-1874, lo consacrò sacerdote nel suo sacello vescovile.
Don Nascimbeni cantò la sua prima messa nella solennità dell’Assunta nella chiesa parrocchiale di Torri del Benaco, in cui aveva fatto la vestizione clericale nel 1869, con un anno di anticipo. Una settimana dopo conseguì il diploma di maestro di scuola elementare. Destinato a San Pietro di Lavagne come “cooperatore e maestro”, dopo tre anni di attività al servizio dei giovani dell’oratorio, dei malati e della Schola Cantorum, che gli procurò fama di santità anche nei paesi circonvicini, venne trasferito con lo stesso incarico a Castelletto di Brenzone sul Garda.
In perfetta concordia con il parroco, Don Donato Brighenti, che gli concesse piena fiducia e libertà di azione, Don Giuseppe, in meno di due anni, con l’aiuto dei parrocchiani, specialmente dei giovani, da lui sapientemente mobilitati e organizzati, restaurò la vecchia chiesa parrocchiale, riorganizzò le istituzioni e le confraternite già esistenti, ne istituì delle nuove come quella delle Madri cristiane, del Terz’Ordine Francescano e della Madonna del Carmine. Ripristinò la funzione delle cosiddette “Quarantore”, del mese di maggio, la Compagnia e la Festa del Rosario e la funzione del Perdono di Assisi benché la parrocchia contasse soltanto un migliaio di anime. La sua predicazione, avvalorata dal fulgido esempio della sua santa vita, e nutrita di ininterrotta orazione, fu uno dei mezzi di cui lo zelante cooperatore si servì per arrivare alle anime dei ragazzi e delle ragazze dell’oratorio maschile e femminile, delle Figlie di Maria e delle Madri cristiane. I frutti non tardarono ad apparire tra la popolazione con una maggior loro frequenza ai sacramenti e una maggior serietà di vita.
Alla morte di Don Brighenti i capi famiglia di Castelletto inoltrarono istanza al Card. di Canossa perché nominasse loro parroco Don Giuseppe “a tutti carissimo e da tutti desideratissimo”. L’Ordinario del luogo che, nella visita pastorale dell’anno precedente, aveva già avuto modo di rendersi conto delle belle qualità del curato, il 6-10-1884 accondiscese volentieri alla loro richiesta, dopo che il Beato si era presentato al concorso e aveva ottenuto un esito ottimo. Tra l’esultanza dei fedeli egli prese possesso della parrocchia il 21-1-1885.
Grande fu l’attività di Don Nascimbeni in tutti i campi a vantaggio del paese. Difatti, a lui è dovuta l’istituzione di un piccolo ginnasio per gli aspiranti al sacerdozio; l’apertura di un piccolo ricovero per i vecchi abbandonati (1894); l’avvio di un maglificio per dare lavoro alle ragazze del paese (1904); un nuovo istituto per l’istruzione e l’educazione della gioventù orfana (1892); l’impianto di una tipografia per le necessità della parrocchia e dello stesso Istituto. Seguendo poi il programma di Leone XIII, che cercava di elevare la società con il Terz’Ordine e l’azione economico-sociale, Don Nascimbeni si dette premura di ottenere per Castelletto: la posta e il telegrafo (1895); la Cassa Rurale di Prestiti (1896); l’illuminazione a luce elettrica (1909); l’acqua potabile, prima con sifoni, poi con acquedotto (1914); l’oleificio a vapore succeduto al tentativo di mulino per i grani, preoccupandosi di fare istruire i coltivatori di ulivi da un direttore di cattedra di agricoltura. Filo conduttore della sua molteplice attività fu sempre l’amore ardente per Dio e per le anime, alimentato da incessante preghiera e consumato nell’oblazione totale di tutto se stesso.
Lo zelante parroco, al vedere che i bambini erano lasciati liberi per le strade, che le ragazze restavano buona parte del giorno in balia di sé stesse, e che i malati morivano senza assistenza, ritenne suo dovere prendersene cura chiedendo a diverse congregazioni di venirgli in aiuto. Dopo inutili tentativi, egli si recò a darne la triste relazione al Card. di Canossa il quale lo tolse di imbarazzo dicendogli semplicemente: “Se nessuno ti dà le suore, falle tu stesso come vuoi”.
Nel 1885 Don Nascimbeni scelse quattro delle più assidue giovani dell’oratorio, scrisse per loro un regolamento, e le stabilì in una casa ricevuta in dono da un sacerdote, suo amico. Le avviò, quindi, a diventare una congregazione religiosa incaricandole dell’assistenza ai malati e dell’aiuto alle opere parrocchiali. Dopo essere entrate per un periodo di noviziato nel convento delle Terziarie Francescane di S. Bernardino in Verona, il 4-11-1892 vestirono l’abito religioso, e dopo aver fatta la professione religiosa nelle mani di Mons. Bartolomeo Bacilieri, nuovo vescovo della diocesi, accompagnate dal fondatore, fecero l’ingresso trionfale in Castelletto al suono delle campane e allo scoppio dei mortaretti. Sulla porta del loro conventino una bambina bianco-vestita, recitò una poesia e presentò alla superiora, sopra un vassoio, le chiavi, l’orologio e il campanello. Il Beato volle che si chiamassero Piccole Suore della Sacra Famiglia, e che si abituassero a vivere di fede anche a costo della vita.
All’inizio dell’Istituto, alcuni sacerdoti, rosi dall’invidia, accusarono il fondatore di agire più per vanagloria che per il bene delle anime. Evidentemente ignoravano che egli si considerava “pietra d’inciampo e indegno parroco”; che quando scriveva alle suore sparse nelle varie case si firmava, “musso montanaro”, cioè “asino di montagna”; che quando per strada incontrava un somaro spontaneamente diceva “Ecco mio fratello”; che quando ammetteva una postulante alla vestizione o una novizia alla professione dei voti, accanto al loro nome aggiungeva: “Bassa naviga”. Altre persone, tra cui lo stesso suo padre, ritenevano che la fondazione della nuova congregazione fosse un’impresa ardua, anzi impossibile. Don Giuseppe ne soffrì in silenzio e, invece di lamentarsene, raccomandò alle suore di fare preghiere speciali per i suoi denigratori.
Abituato a operare sempre nella luce della fede e in conformità al volere di Dio, dopo che aveva preso una decisione nessuno riusciva più a fargli cambiare idea.
Ogni tanto qualche parrocchiano chiedeva al Beato; “Chi le permette di fare tante opere senza denari?”, ed egli invariabilmente rispondeva: “La Divina Provvidenza”. Personalmente era distaccato “più di un frate” dai beni della terra. Non maneggiava volentieri denari. Quando li aveva li consegnava alla superiora dell’Istituto, e a lei mandava pure i poveri bisognosi di soccorso. A mensa si accontentava di una sola pietanza. Non faceva vacanze e non prendeva parte a divertimenti o a passeggiate. Sua abitazione abituale era la chiesa, il convento delle suore e la casa degli infermi. A S. Giuseppe affidò il compito di pagare i debiti che aveva dovuto contrarre per le sue varie opere. A tale scopo legò una borsetta al collo della statua di lui e ve la lasciò fino al 1918, vale a dire fino a quando non riuscì a estinguere tutti i suoi debiti.
Le Piccole Suore della S. Famiglia si moltiplicarono a poco a poco. Dopo dieci anni di prova il Card. Bacilieri, il 1-1-1903, ne approvò le costituzioni. Esse furono di grande aiuto in parrocchia per l’istruzione e l’educazione delle orfane e l’assistenza ai malati, anche perché il pastore, rigido e paterno nello stesso tempo, non badando ai sacrifici, non limitando il suo prodigarsi, con l’esempio e la parola seppe formare tanto esse quanto le giovani che chiedevano di fare parte dell’Istituto a una pietà soda e alla scrupolosa osservanza delle costituzioni. Nelle Cronache dell’Istituto è detto: “Non è possibile descrivere le premure del Padre per togliere dalla suore tutto ciò che sapeva di mondano, per abbattere l’amor proprio, renderle umili, semplici, mortificate. Non c’era via di mezzo, insegnava: “O tutte di Gesù o niente di Gesù; o sante o dannate; o sudare o perdersi”. Diceva loro: “Orari, regole e campanello sono le espressioni più certe dell’adorabile volontà di Dio”. Oppure: “I miei padroni sono il crocifisso e l’orologio: dal crocifisso impariamo a patire, dall’orologio la preziosità del tempo”. Era esigente quanto all’orario. Lo osservava lui e voleva che anche gli altri lo osservassero a puntino. Per un solo minuto di ritardo costrinse un giorno una suora a consumare la sua refezione inginocchiata per terra e con un campanello al collo. Non si stancava di ripetere: “Prima l’orario e poi lo orazioni… prima il lavoro e poi le estasi”. Aveva ragione un parrocchiano di dire di lui: “Per me quell’uomo è un problema, un mistero… A vederlo, in lui non c’è nulla di straordinario, ma è fuori dell’ordinario”.
Ogni mattina Don Nascimbeni celebrava la Messa con molta regolarità, esattezza e devozione. Durante il giorno gli era abituale l’esercizio della presenza di Dio dalla quale gli derivava un bisogno continuo di pregare e di conformarsi alla volontà del Signore. Fu definito “preghiera vivente”. Dalla chiesa parrocchiale non sarebbe mai uscito. Quando aveva grazie importanti da ottenere, se ne rimaneva ore ed ore inginocchiato per terra davanti al SS. Sacramento. Nei momenti liberi si vedeva sempre con la corona del rosario in mano in canonica, nel convento delle suore, per strada, in treno, nei pellegrinaggi ai vari santuari, e non si scomponeva dei lazzi che i giovinastri gli rivolgevano.
Tra le associazioni il Beato curò in modo particolare la Compagnia del SS. Sacramento, raccomandò la comunione frequente e l’adorazione a turno, nel periodo delle Quarantore, delle varie associazioni. Ogni primo venerdì del mese, in riparazione delle bestemmie, verso le undici usciva in processione con il SS. Sacramento e si faceva accompagnare dai bambini delle scuole e dalle loro maestre. Era capace di dare benedizioni fino a sette, otto volte il giorno tra la chiesa parrocchiale e la cappella dell’Istituto. I sacerdoti dei paesi in cui le suore esercitavano il loro apostolato dicevano: “Per dare la benedizione qui, bisogna sapere se Nostro Signore è in libertà a Castelletto”. Alcuni parroci, non troppo zelanti, criticavano le eccessive funzioni di Don Nascinibeni e ogni tanto bofonchiavano: “A Castelletto il SS.mo non prende la muffa”. Quando il Beato ne veniva a conoscenza si limitava a bisbigliare: “Bene, sia tatto come piace a Dio”. In compenso di tanto zelo Pio X, nel 1912, Io fece Protonotario Apostolico ad Instar. In quell’occasione egli non avrebbe voluto né insegne, né feste, né fotografìe. Diceva tutto confuso: “Sono sempre quello di prima. Chiamatemi Padre”.
Fino alla morte Don Nascimbeni amò sempre con un cuore grande le orfanelle che chiamava “tortorelle” e “colombelle”, gli ammalati accanto ai quali trascorreva intere nottate e ai quali non lasciava mancare nulla, gli amici e i nemici; i riconoscenti e gli ingrati; i cortesi e i rozzi perché per lui tutti erano figli di Dio e fratelli.
Il 31-12-1916, mentre celebrava la Messa, Don Giuseppe fu colpito da emiplegia sinistra. Fu l’inizio di un doloroso Calvario che accettò dalla mano di Dio come una benedizione. Fino al giorno in cui morì, stando a letto voleva sempre vicino a sé il crocefisso per baciarlo e dire giaculatorie, stando seduto sulla poltrona teneva costantemente in mano la corona del rosario e la faceva scorrere. Quattro giorni prima di rendere la sua anima a Dio per tre volte esclamò forte: “Viva la morte”. “Perché?” gli chiese la suora che lo assisteva. “Perché è principio della vita”. Morì il 21-1-1922 e fu pianto da tutti. Giovanni Paolo II ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 17-2-1984 e lo beatificò a Verona il 17-4-1988. Le sue reliquie il 24-10-1923 furono traslate ai piedi della grotta dell’Immacolata di Lourdes che, ancora in vita, aveva fatto costruire nel cortile dell’Istituto.

 Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 260-266.
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