B. GASPARE DE BONO (1530-1604)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nacque in Valencia (Spagna) il 5 gennaio 1530. Abbandonò la carriera militare che aveva intrapreso per entrare nell\’Ordine dei Minimi. Si manifestò sempre colmo di Dio, capace di decisioni impegnative e spesso provvidenziali. Eccelse nell\’osservanza della Santa Regola e per la sua grande umiltà. Già in vita veniva additato come "Santo", e gli si attribuirono numerose intercessioni e miracoli. Morì il 14 luglio 1604 e venne beatificato da Pio VI il 17 settembre 1786.

Questo sacerdote professo dell\’Ordine dei Minimi, fondato da S. Francesco da Paola (+1507), nacque il 5-1-1530 a Siviglia (Spagna) secondogenito dei quattro figli che il francese Giovanni de Bono ebbe dalla spagnuola Giovanna Manzón. Dai poveri, ma piissimi genitori, Gaspare ricevette una profonda educazione religiosa. Prevenuto dalla grazia crebbe ubbidiente, alieno dai trastulli, amante dell\’orazione. In casa si deliziava a erigere altarini in onore della Vergine SS., a chiamarvi a raccolta i suoi coetanei e a organizzare con essi processioni nelle adiacenze della sua casa.
A quindici anni il beato, sentendosi chiamato da Dio a farsi religioso, chiese ai Domenicani di essere ammesso nel loro Ordine, ma ne fu dissuaso dal cognato. Per essere di aiuto specialmente alla madre che a quarant\’anni era diventata cieca, s\’impiegò presso un mercante di seta, e cominciò a digiunare a pane e a acqua tutti i sabati in onore di Maria SS., e a fare dure penitenze a imitazione dei santi di cui leggeva sovente la vita. A vent\’anni si arruolò nell\’esercito dell\’imperatore Carlo V. Fu trasferito in Italia, prestò servizio per dieci anni nella cavalleria conducendo una vita molto onesta. Difatti, negli ultimi anni di vita egli stesso confesserà con profonda umiltà: "Povero me peccatore, miserabile e inutile creatura, tizzone apparecchiato per l\’inferno… dopo essere vissuto per tanto tempo in religione, quanto tiepido, freddo e pigro mi trovo nel servizio di Dio… Mi pare che con maggior fervore servivo sua Divina Maestà quando ero soldato giacché, pur esercitando un tale mestiere, recitavo ogni giorno l\’ufficio della Beata Vergine, il rosario con le litanie, facevo altre opere di devozione, frequentavo le chiese e i luoghi pii, e nella mia povertà non tralasciavo di aiutare i poveri e di dividere con essi il mio tenue stipendio".
Un giorno, mentre combatteva in Lombardia, Gaspare cadde in un fosso sotto il suo cavallo colpito a morte dai nemici. Essendo rimasto egli stesso ferito gravemente alla fronte da un colpo di alabarda, ricorse con fiducia all\’intercessione di Maria SS. e fece voto di entrare nell\’Ordine dei Minimi di S. Francesco da Paola se avesse avuto salva la vita. Soccorso dai compagni e curato dai medici, contro ogni aspettativa guarì. Gaspare si congedò allora dalla milizia e, appena giunto a Siviglia, si recò al convento di S. Sebastiano, che apparteneva ai Minimi, e al P. Giovanni della Vittoria, provinciale, chiese di essere ammesso nell\’Ordine che, ai tre soliti voti, aggiungeva anche quello di una perpetua astinenza dalle carni e dai latticini.
Il 16-6-1560, a trent\’anni di età, Gaspare vestì l\’abito religioso e si diede subito all\’osservanza delle regole con grande diligenza, non disdegnando gli uffici più umili quali lo scopare il convento, lo zappare nell\’orto, il lavare i piatti, il rammendare le vesti ai compagni di noviziato. Trovava le sue delizie nel cantare in coro l\’ufficio divino, nel meditare la Passione del Signore, e nell\’esortare alla perseveranza i suoi compagni con espressioni simili: "Suvvia, fratelli dilettissimi, dimentichiamoci una buona volta degli agli e delle cipolle d\’Egitto; guardiamoci dal rivolgere gli occhi al mondo fallace e ingannatore che abbiamo abbandonato, e ringraziamo di cuore la divina clemenza per la grazia fattaci di disprezzarlo e fuggirlo. I nostri pensieri, i nostri discorsi e le nostre azioni siano tutti diretti alla fertilissima terra promessaci, e ricordiamoci soltanto del mondo per piangere con lacrime di vero pentimento i peccati in esso commessi".
Il beato Gaspare il 17-6-1561 fu ammesso alla professione solenne e, dopo soli tredici mesi, anche al sacerdozio tant\’era straordinario il fervore che dimostrava nell\’esercizio delle virtù e nell\’osservanza delle  regole. Da quel giorno egli trascorse la sua vita nella solitudine, nella preghiera e nella penitenza. Non fu mai visto difatti uscire di cella se non per recarsi al coro o al letto dei confratelli infermi, o di convento se non per visitare qualche chiesa. Tutta la sua consolazione era di starsene a pregare giorno e notte vicino all\’altare del SS. Sacramento, oppure nel coro dove più volte fu trovato in estasi e sollevato per aria con le braccia aperte davanti a Gesù Crocifisso.
Ogni giorno, prima di celebrare la Messa, si confessava per domandare perdono delle impazienze e delle pene che provava nel costatare il poco fervore che i confratelli mettevano nel servizio di Dio. Quando gli sembrava di avere trasgredito qualche regola correva in cella a disciplinarsi talora fino al sangue. Diceva ai confratelli che lo esortavano a mitigar le sue penitenze: "Sappiate che quando uno schiavo non fa a modo del suo padrone, non vi è altro rimedio per domare la sua contumacia che quella del castigo: perciò è necessario trattare aspramente questa bestia del corpo di sua natura ricalcitrante affinchè stia ben soggetta allo spirito". Le cariche, i viaggi, le abituali infermità alle quali andò soggetto non furono sufficienti a fargli tralasciare un solo giorno la celebrazione della Messa o a esentarlo dagli atti propri della vita comunitaria. Non potendo predicare perché era balbuziente, animava i confratelli a darsi con ardore a tale ministero non "per dilettare le orecchie, ma per persuadere gli uomini a pensare alla propria salvezza, per sradicare dal mondo, se fosse stato possibile, il peccato e piantarvi la virtù". Per un\’istintiva ripugnanza che provava a intrattenersi con donne, per molti anni evitò di confessarle. Vi fu costretto a sessant\’anni in virtù di santa ubbidienza, dal P. Giovanni de Escamilla, suo confessore ordinario.
Il P. Gaspare da principio esercitò il compito di maestro dei novizi. In seguito fu eletto correttore (superiore) del convento di San Sebastiano in Siviglia, di Alaquàs di Palma di Majorca, di Perpignano e di altri conventi di Aragona e di Castiglia. Nell\’osservanza delle regole era esigente non soltanto con sé, ma anche con gli altri. Nel corso della notte faceva tre volte il giro del convento per controllare se i religiosi osservavano il silenzio e se dormivano vestiti come voleva la regola. Se ne trovava qualcuno indisciplinato lo riprendeva dicendogli dolcemente: "Suvvia fratello, si faccia per un Miserere la disciplina giacché torna più conto soddisfare in questo modo e in questo stesso istante a tali mancanze che pagarne il fio in Purgatorio". Nel convento di San Sebastiano riprese un giorno pubblicamente il P. Vincenzo Gual, lettore, perché era arrivato troppo tardi in refettorio. Al termine della refezione gli si avvicinò e gli disse con buona grazia: "P. Lettore, mi perdoni per amore di Dio. Il Signore, che vede il mio cuore, sa che la correzione da me poc\’anzi fattagli in pubblico ha avuto origine da puro zelo e dall\’amore che le porto, e poiché fa professione di letteratura, bramo che la scienza vada accompagnata con la virtù. Consideri che ha avuto occasione di farsi un gran merito presso Dio soffrendo pazientemente i pubblici rimproveri di un uomo rozzo e peccatore come sono io". Il P. Guai testimonierà al processo di beatificazione di P. Gaspare: "Era così benigno, piacevole e affabile che il conversare con lui era lo stesso che trattare con un angelo, e sebbene fosse rigoroso verso i frati, giacché toglieva loro tutte le occasioni di libertà, tuttavia non si trovava un altro superiore il quale fosse più liberale di lui nel confortare i suoi sudditi nelle cose lecite e oneste". Nel capitolo delle colpe eccitava i religiosi a osservare le regole per amore di Gesù crocifisso con tanto ardore da scoppiare talora in abbondanti lacrime.
Il beato Gaspare detestava le lodi degli uomini e usava ogni arte per sfuggirle. Un giorno, nel corso di una disputa, uno studente di filosofia si permise di esaltarne le virtù. Il beato immantinente si allontanò dall\’assemblea e poi, in refettorio, così riprese lo studente: "Mi dica, fratello, che ingiurie le ho fatto per trattarmi pubblicamente in quel modo dicendo che io sono esemplare mentre invece sono un gran peccatore, e che sono un uomo saggio mentre io sono un ignorante? Affinché non abbiate da patire in Purgatorio per tanto ardire prendete la disciplina e battetevi per lo spazio di un Miserere". Era contento quando veniva disprezzato o ripreso anche ingiustamente dai suoi superiori. Pur dovendo farsi violenza per tenere a freno il proprio temperamento vivace, diceva: "Buono non sono, di buono non ho che il nome perché di pensieri, di parole e opere sono cattivissimo". Un giorno, un confratello gli domandò perché piangeva. Gli ripose il Beato Gaspare: "Ah, fratello, perché volete che sia allegro considerando i miei peccati, la poca penitenza di essi, la molta tiepidezza mia nel servizio di Dio, la grande ingratitudine a tanti benefici da Lui ricevuti?".
Anche quando era superiore, il P. Gaspare non permise mai che gli baciassero le mani. Quando qualcuno gli si avvicinava a tale fine, diceva: "Gesù, Maria, Giuseppe, perché le mani? Baciate l\’abito, non perché sia mio, ma per devozione a S. Francesco da Paola". Se al convento giungevano persone di riguardo per consultarlo egli se ne sbrigava presto dicendo loro: "Consigliatevi con uomini dotti e lasciate stare me; non sono che un misero, un ignorante e balbuziente e ho abbastanza da fare con il mio breviario". Eppure Dio gli aveva concesso il dono dei miracoli, della scrutazione dei cuori e della conoscenza del futuro!
Secondo il beato, il modo migliore per ottenere da Dio abbondanti elemosine per il convento, era la regolare osservanza e in modo particolare la carità verso i poveri. Quand\’era costretto dall\’ubbidienza ad accettare la carica di correttore diceva: "Desidero molto in questi anni di avere delle copiose elemosine per supplire ai debiti e alle necessità della comunità. Affinché Dio me le mandi, è necessario che allarghi la mano con i poveri". Ai suoi religiosi ripeteva sovente con S. Luigi Beltràn (+1591): "Quanto più esce dalla portineria per i poveri, tanto più ci manderà il Signore in aiuto del nostro convento e della nostra chiesa". Finché vissero i suoi genitori non mancò di assisterli e di procurare loro il necessario con l\’aiuto di benefattori. Un giorno venne a sapere che alcuni suoi confratelli erano caduti in mano dei mori mentre navigavano verso Majorca. Per riscattarli egli intraprese una questua in varie province della Spagna benché soffrisse di podagra, di ritenzione d\’urina e di prolasso degli intestini che gli cagionavano lancinanti dolori, benché ogni notte, prima o dopo il mattutino, si flagellasse a sangue, portasse ai fianchi un cilicio di setole annodate e si cibasse d\’ordinario di pane, acqua ed erbe cotte.
S. Giovanni de Ribera (+1611), arcivescovo di Siviglia, aveva grande stima del P. Gaspare. Fu lui difatti che consigliò ai Minimi, radunati in capitolo ad Alaquàs (1602) ad eleggerlo loro provinciale. Il beato si conformò alla volontà dei confratelli, ma non poté fare a meno di esclamare: "Oh Dio, abbiate misericordia di questo grande peccatore! È possibile che alla fine dei miei giorni, mi sia accaduta una tale disgrazia?". Incaricò il suo confessore di dirigerlo e di ammonirlo quando sbagliava come fosse l\’ultimo dei novizi, e ricusò ogni trattamento speciale dovuto alla sua carica. Se qualche religioso si azzardava a prestargli qualche servizio diceva: "Che provinciale, che provinciale! Perché non piuttosto polvere e nulla? Vanità, vanità. Se ne vada, o fratello, e non s\’incomodi a entrare un\’altra volta nella mia cella per tale motivo perché di certo mi darà pena e dispiacere". Anche da provinciale il P. Gaspare fu esigente riguardo l\’osservanza delle regole. Un giorno chiamò alla sua presenza un correttore che scandalizzava i propri sudditi e gli disse piangendo: "Orsù, padre mio, giacché le mie preghiere non hanno potuto indurla a rimettersi sul retto sentiero, dia almeno un\’occhiata a Gesù crocifisso che a braccia aperte la prega di lasciare una buona volta questa vita, indegna dell\’abito che porta. Suvvia, padre e fratello mio, consideri quanto costa la sua salvezza a questo Signore e dia migliori esempi ai suoi sudditi".
Le malattie del beato nel 1603 peggiorarono sensibilmente. Prevedendo una lunga malattia, si recò ad Alaquàs per visitare ancora una volta il santuario della Madonna dell\’Oliveto di cui era devotissimo. Costretto a rimanere a letto nel convento di San Sebastiano, non potendo ritenere l\’abito, ottenne di vestire almeno il cappuccio e il cordone. Nel corso della malattia, i confratelli avrebbero voluto farlo ritrarre da un pittore, ma egli vi si oppose. Nell\’oratorio attiguo alla sua stanza ogni mattina veniva celebrata la messa ed egli era felice di poter fare almeno la comunione.
Il venerdì santo del 1604, non potendo prendere parte con la comunità alla disciplina di regola, si flagellò a letto con tanta veemenza da meritare le riprensioni di un confratello accorso al rumore dei colpi. Il beato si limitò a rispondergli: "Ah, padre, se desideriamo fare compagnia al buon Gesù nella gloria, occorre che prima lo accompagniamo nella sua Passione e nei travagli di questo mondo".
La malattia del beato durò otto mesi. Soltanto negli ultimi giorni di vita egli si lasciò indurre a cibarsi di grasso e a tralasciare la recita del breviario. Dopo la confessione generale chiese all\’infermiere di essere lasciato solo. Fu osservato dal buco della serratura e fu visto rimanere immobile in ginocchio sul letto davanti al crocifisso, per lo spazio di tre ore. Quando il medico gli disse che si avvicinava la sua ultima ora esclamò: "Quale gioia quando mi dissero: "Andremo alla casa del Signore". Prese in onore della SS. Trinità tre sorsi di una medicina che gli era stata ordinata dicendo, ad ogni sorso, la preghiera che pronunciava dopo i pasti: "Lode a Dio, gloria ai santi, pace ai vivi, riposo ai defunti per Cristo nostro Signore. Amen". La vigilia della sua morte si fece leggere a tratti la Passione del Signore per meglio meditarla e supplicò i confratelli di seppellirlo possibilmente non nel cimitero comune, ma in un immondezzaio. Morì il 14-7-1604 dopo aver esclamato: "Nelle tue mani, o Padre, affido il mio spirito".
Dopo la morte il corpo del beato Gaspare si conservò flessibile ed emanò un fragrante odore. Al suo contatto diversi infermi guarirono, motivo per cui l\’entusiasmo del popolo fu incontenibile. Durante i funerali, per mantenere l\’ordine, dovettero intervenire alcuni cavalieri armati. La devozione al beato si diffuse tanto rapidamente tra i fedeli che l\’arcivescovo di Siviglia, S. Giovanni de Ribera, ne permise poco dopo il culto pubblico. Le reliquie del P. Gaspare de Bono sono venerate a Siviglia, nel convento di San Sebastiano. Pio VI lo beatificò il 10-9-1786.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 7, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 147-152
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