B. EMANUEL DOMINGO y SOL (1836-1909)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Questo infaticabile sacerdote, fondatore dell’Istituto secolare detto dei Sacerdoti Operai Diocesani del S. Cuore, non trascurava il suo personale perfezionamento specialmente nell’esercizio del distacco dalle dignità, dagli uffici onorifici e dalle comodità della vita. Nel 1871 volle farsi terziario francescano e praticare in maniera più evangelica la virtù della povertà. Si servi dei beni che aveva ereditato per aiutare in mille diverse maniere poveri vergognosi, le vedove e gli orfani, i malati, gli sfrattati, gli indebitati, le religiose senza dote o inferme, o conventi privi di risorse.

Questo infaticabile sacerdote, fondatore dell’Istituto secolare detto dei Sacerdoti Operai Diocesani del S. Cuore, nacque a Tortosa (Catalogna), Spagna, il 1-4-1836, penultimo dei dodici figli che Francesco Domingo benestante barilaio, ebbe da Giuseppina Sol. Il giorno dopo fu battezzato nella cattedrale con il nome di Emanuele. Crebbe pio, umile e obbediente nella casa paterna, sotto la guida specialmente della madre, donna molto devota ed energica, la quale, ancora bambino, l’offerse alla SS. Vergine della Cintura, patrona di Tortosa, e lo affidò alla protezione dell’angelo custode verso cui, crescendo in età, il figlio nutrì sempre una speciale devozione.
Per diversi anni il Beato frequentò la scuola di un maestro molto severo, dalla quale trasse grande giovamento, pur non possedendo talenti straordinari. A nove anni fu ammesso alla prima comunione e a dodici alla cresima. Accostandosi due volte la settimana alla mensa eucaristica, a poco a poco percepì la voce del maestro divino che lo chiamava allo stato sacerdotale. A quindici anni entrò nel seminario diocesano per lo studio della filosofia e della teologia. Tra i suoi compagni si distinse per l’osservanza del regolamento, la carità verso tutti, l’obbedienza ai superiori, la sincerità d’animo e la devozione alla Madre di Dio. Dai seminaristi era considerato “un angelo”. Fu, perciò, ammesso senza difficoltà agli ordini minori (1858) e al diaconato (1859). Vi si preparò con un corso di esercizi spirituali durante i quali propose di osservare il silenzio, di mantenere il raccoglimento e di fare ogni ora l’esame di coscienza per assicurarsi i più copiosi frutti spirituali. Il 2-6-1860 fu ordinato sacerdote a Tortosa dal Vescovo Mons. Michele G. Pragmans. In quell’occasione propose di nutrire sempre un grande amore per la dignità sacerdotale e, nello stesso tempo, di conservarsi in differente per ogni ufficio, di non andare in cerca di benefici collativi e di lasciarsi condurre dalla Provvidenza. Celebrò la prima messa nella chiesa parrocchiale di San Biagio. Stabilì la sua residenza in casa del fratello maggiore, rimasto scapolo, e la trasformò subito in un piccolo monastero. Continuò a fare il catechismo in parrocchia come quando aveva ricevuto la tonsura (1858). fedele al proposito che fece: “Mi occuperò sempre e in tutti i giorni della mia vita di quest’opera come amico e padre della gioventù'”. In quel tempo di tanto in tanto predicava pure qualche missione al popolo.
Nel 1861 il vescovo nominò il Beato coadiutore di una. parrocchia rurale, nei sobborghi di Tortosa, affinchè si addestrasse nella cura delle anime. Annotò allora tra i suoi propositi: “Fin da oggi, o mio Gesù, rinunzio a tutto quello che non sia di tuo gusto; fin da oggi non voglio operare se non conforme e secondo la tua volontà”. Non era un grande oratore e neppure un brillante scrittore, però, parlava con tanta convinzione della realtà dei divini misteri che pareva li vedesse con chiarezza meridiana. A tutti, fedeli, sacerdoti e religiosi, a voce e per scritto, inculcava l’esercizio costante della presenza di Dio perché diceva: “Solo essa può preservarci dal pericolo di non essere edificanti, e una continua orazione di umiltà può lasciarci tranquilli dai rimorsi”.
Nel 1862, il nuovo vescovo di Tortosa, Mons. Benedetto Vilamitjana, mandò Don Emanuele a Valenza affinchè si laureasse in teologia presso la Pontifìcia Università. Durante gli studi esercitò il ministero presso le Adoratrici Ancelle del SS. Sacramento e della Carità, fondate e dirette da S. Michela Desmaisières (1809-1865). A contatto della santa imparò a pensare, a vivere e a lavorare soltanto per Gesù Sacramentato.
Laureatosi in teologia il 6-5-1863, il Beato fece ritorno a Tortosa dove fu nominato dal vescovo, Economo della parrocchia di San Giacomo. Sua preoccupazione fu quella di organizzare subito, tra i bambini, l’insegnamento del catechismo, attendere al ministero delle confessioni e alla direzione delle anime che accorrevano sempre più numerose a lui per consiglio o per conforto spirituale, benché cercasse di passare inosservato. Non amava gli elogi e rifuggiva dal fare uso di decorazioni e distintivi. Quando andava a predicare missioni al popolo, pur avendone il diritto in qualità di dottore in teologia, non faceva uso della mozzetta bordata di rosso.
Nel 1864 Don Emanuele fu nominato professore di religione e di morale nell’Istituto d’insegnamento secondario di Tortosa e, l’anno successivo, ne fu eletto anche segretario. Disimpegnò questi compiti con generale soddisfazione dei professori e degli alunni fino alla rivoluzione del settembre 1868, anno in cui fu nominato Cappellano Vicario del convento di Santa Chiara e confessore ordinario delle religiose. Lascerà questo compito soltanto il 27-2-1891 , dopo aver tolto abusi e fatto rifiorire la vita comune tra quelle claustrali. Aveva un dono particolare per invogliare le giovani alla vita consacrata, motivo per cui si attirò le ire di diversi genitori. Ciò nonostante riuscì a fondare alcuni conventi di religiose tra cui quello della Provvidenza di Vinaroz (1878), delle Concezioniste di Benincarlo (1886) e della Provvidenza di Vali de Oxo (1894). Aiutò pure molto efficacemente le comunità religiose della diocesi e, in modo particolare, il B. Enrico Osso y Cervello (1840-1896), suo compagno di seminario e di missioni al popolo, a stabilire a Tortosa la Compagnia di S. Teresa di Gesù che aveva fondato a Tarragona, nel 1876, per l’istruzione e la educazione della gioventù femminile.
Per il maggior bene delle anime il Beato si adoperò pure per istituire l’Associazione del S. Cuore e l’Apostolato della Preghiera (1878), l’Associazione per l’adorazione notturna e la Confraternita delle Ancelle del SS. Sacramento (1883) per il decoro delle chiese e la fornitura di quanto occorreva per il culto. Avrebbe voluto un tempio dedicato alla riparazione in tutte le città della diocesi, invece ne poté fare erigere soltanto uno a Tolosa a sue spese e con la collaborazione dei fedeli (1903). Invitava coloro che dirigeva o confessava a fare frequenti visite a Gesù Sacramentato, a invocare al suono delle ore la Vergine SS., a fare piccole mortificazioni in riparazione dei peccati degli uomini, a prendere parte a corsi di esercizi spirituali o ai pellegrinaggi che ogni tanto organizzava ai più celebri santuari della Spagna. Un grande influsso egli esercitò sui giovani dando vita, nella chiesa della Mercede, a una Associazione della Gioventù Cattolica (1869), a una libreria e a una biblioteca circolante (1877), alla rivista Il Congregante di San Luigi (1881), che diresse per quindici anni, e a un pellegrinaggio nazionale delle Congregazioni Mariane a Roma, che guidò personalmente (1891).
Mentre attendeva alla salvezza delle anime Don Emanuele non trascurava il suo personale perfezionamento specialmente nell’esercizio del distacco dalle dignità, dagli uffici onorifici e dalle comodità della vita. Il 27-9-1871 volle farsi terziario francescano e praticare in maniera più evangelica la virtù della povertà. Si servi dei beni che aveva ereditato per aiutare in mille diverse maniere poveri vergognosi, le vedove e gli orfani, i malati, gli sfrattati, gli indebitati, le religiose senza dote o inferme, o conventi privi di risorse.
Più sensibile fu il Beato per gli aspiranti poveri alla vita sacerdotale. Nel 1874 per essi fondò a Tortosa il primo collegio-pensione di San Giuseppe e, nel 1884 il secondo a Valenza. Per mantenerli spese tutto il suo patrimonio e cercò l’aiuto di sacerdoti e di persone di buona volontà. Non gli mancarono le difficoltà derivanti dalla scarsezza del denaro occorrente, dalle deficienze del personale dirigente e dalle incomprensioni di alcuni vescovi. Tra le tribolazioni non perdeva la sua abituale serenità di spirito benché fosse dotato di temperamento molto forte. Nella fondazione dei collegi, però, evitava la precipitazione e la temerarietà avendo proposto “di non operare senza la sicurezza della volontà di Dio”. Nello stesso tempo affermava: “Non mi spavento delle difficoltà quando c’è di mezzo la maggior gloria di Dio; saranno superate con la sua grazia”.
Per avere il personale specializzato nella direzione e nella cura dei collegi, il 1-1-1886 il Beato fondò la Fraternità dei Sacerdoti Operai Diocesani del S. Cuore per la promozione delle vocazioni al sacerdozio, l’educazione e l’istruzione della gioventù e la riparazione davanti a Gesù Sacramentato dei peccati commessi quotidianamente dall’umanità. Diresse l’Opera fino alla morte per volontà dei collaboratori, benché desiderasse assai vivere come suddito per avere modo di praticare di più l’obbedienza e l’umiltà. Di essa scrisse le regole e ne richiese ai membri l’osservanza perfino nei più piccoli dettagli con dolcezza ed energia. A ciascuno assegnava i compiti secondo le sue attitudini senza lasciarsi trasportare da passione o simpatie. Trattava tutti con estrema sincerità, ma voleva che nessuno si comportasse con “spirito doppio”.
Il Beato aveva avuto “l’ispirazione chiara, sensibile e soprannaturale” della Fraternità il 29-1-1883 durante il ringraziamento alla Messa da lui celebrata, come al solito, nella cappella del convento di Santa Chiara. Il suo disegno fu approvato per scritto il 4-2-1884 da Mons. Aznar y Pueyo, vescovo della città, il quale permise che alcuni sacerdoti della diocesi gli si unissero. L’istituzione, tuttavia, incontrò a Roma seri ostacoli. Trattandosi di un’idea troppo originale in quei tempi, trovava difficoltà a inquadrarla giuridicamente. Ciò nonostante le fu concesso il Decreto di Lode dalla S. Sede il 1-8-1898.I membri erano tenuti a emettere soltanto il voto di obbedienza ai superiori.
Tra i più grandi successi ottenuti dal B. Domingo, occorre mettere la fondazione a Roma del Collegio Pontifìcio Spagnuolo (1892) per una più efficace formazione degli aspiranti al sacerdozio. Per superare le difficoltà e le contrarietà incontrate nella attuazione di quel disegno dovette compiere diversi viaggi a Roma. Alla fine ottenne da Leone XIII che il Collegio fosse stabilito definitivamente nel palazzo Altemps.
Di mano in mano che la Fraternità prendeva consistenza, il fondatore la estendeva in altre città della Spagna e del Portogallo con l’erezione dei Collegi di San Luigi, senza preoccuparsi della scarsezza del danaro e degli ostacoli che incontrava sul suo cammino. Ai Sacerdoti Operai che stavano passando per molte croci scrisse: “Si conosce che Gesù ha disegni molto speciali sulla nostra Opera, in codesto paese, quando ci manda tale quantità di tribolazioni e ci apre ogni giorno nuovi campi”. Benché la direzione dei seminari non fosse una delle sue aspirazioni originarie, vi si oriente decisamente a cominciare dal 1897 in seguito alla pressante richiesta di numerosi vescovi. Per mezzo dei suoi discepoli giunse a dirigerne 18 in Spagna e 3 in Messico. Come organo di collegamento tra i diversi Collegi e seminari, fondò nel 1888 il Corriere Interno Giuseppino. Nonostante tanti successi egli confessava candidamente di essere persuaso “che non aveva fatto altro che frastornare i piani della Provvidenza e temeva che, per i suoi peccati, le sue opere non avessero avuto quell’esito che egli desiderava”.
Negli ultimi anni di vita la costituzione fisica del Beato comincio a dare segni di anormalità a causa del mal di cuore di cui soffriva. Egli stesso attribuiva a un miracolo di Gesù Sacramentato, la sua permanenza in vita. Nel corso di una malattia fu visto dalla religiosa che lo assisteva abbattuto in volto e tutto coperto di sudore. “Padre – gli domandò – che le succede?” “Non temo per i miei peccati – le rispose – ma per l’enorme peso dei benefici che ho ricevuto da Dio”. Morì per collasso cardiaco a Tortosa il 25-1-1909. Di lui si conservano 4.630 lettere.
Paolo VI ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 4-5-1970 e Giovanni Paolo II lo beatificò il 29-3-1987. Dal 1926 le sue reliquie sono venerate a Tortosa nel tempio della riparazione.

 Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 315-319.
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