B. ELISABETTA RENZI (1786-1859)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Elisabetta Renzi nasce a Saludecio (RN) il 19 novembre 1786 da famiglia benestante. Nel 179I la famiglia si trasferisce a Mondaino (RN). All’età di 21 anni chiede di entrare nel Monastero delle Agostiniane di Pietrarubbia (PU). Nel 1810 Napoleone sopprime il Monastero per cui Elisabetta, deve tornare in famiglia. Elisabetta nel 1839 fonda la Congregazione delle Maestre Pie dell’Addolorata. Morì il 14 agosto 1859. Fu beatificata da Papa Giovanni Paolo II nel 1989.

È la fondatrice delle Maestre Pie dell'Addolorata per l'istruzione e l'educazione delle giovani. Ella nacque a Saludecio (Forlì), nella diocesi di Rimini, il 19-11-1786, secondogenita dei sette figli che Giambattista, perito geometra estimatore, membro della fiorente Compagnia del Gonfalone, ebbe da Vittoria Boni, "donna religiosissima". Al fonte battesimale della parrocchia di S. Biagio, in cui sono custodite le reliquie del B. Amato Ronconi, fondatore in Saludecio nel secolo XIII di un ospizio per i pellegrini poveri, le furono imposti i nomi di Maria ed Elisabetta.
Nel 1791 la beata si trasferì con la famiglia a Mondaino, a due chilometri da Saludecio. Il padre vi doveva amministrare oltre i propri beni anche quelli del florido monastero delle Clarisse. In quell'ambiente pregno di religiosità, per la presenza di numerose chiese e delle Confraternite del SS. Sacramento, del Suffragio e della Madonna del Rosario, l'animo di Elisabetta si aprì molto presto alla pratica della pietà e delle più solide virtù. I genitori, convinti di dover impartire alla loro figlia una più accurata educazione, la posero come educanda nel monastero delle Clarisse di Mondaino, in cui, dopo la prima comunione, fin verso il 1807 attese nella ritiratezza alla preghiera e allo studio. Fu certamente in quel tempo che capì la bellezza di una vita tutta innocenza: di essa si innamorò, a segno che a nove anni si era già obbligata a mantenerla, come in realtà fece, per tutta la vita.
Elisabetta, però, realizzerà la sua vocazione alla vita religiosa soltanto a 21 anni, nel monastero delle Agostiniane di Pietrarubbia (Pesaro e Urbino), forse perché quelle religiose apparivano ai suoi occhi di vita più austere. Per vivere erano difatti costrette ad andare alla questua. Il babbo non dovette restarne soddisfatto. Lo deduciamo da quanto la figlia gli scrisse: "All'infuori di Dio, non c'è cosa solida, nessuna, nessuna al mondo! Se è la vita, passa; se è la ricchezza, sfugge; se è la salute, si perde; se è la reputazione, ci viene intaccata; ah! Tutte le cose se ne vanno, precipitano. O babbo mio, permettimi che io attenda qui il premio di opere buone… Dio mi fa tante offerte! Vuoi dunque che non mi curi tosto della sua amicizia, che non faccia tosto gran caso delle sue promesse? Babbo veneratissimo, te lo dico: ho un vivo desiderio di far del bene, di pregare tanto per la gloria di Dio… nella sua casa".
La beata, con il nulla osta della S. Congregazione dei Vescovi e Regolari (1807), rimase a Pietrarubbia fino al 1810, anno in cui dovette ritornare in famiglia perché Napoleone Bonaparte aveva decretato la soppressione dei monasteri. In compagnia di 18 giovani religiose, in quello che era stato il suo, aveva trascorso felici momenti. Così ne diede notizia alla badessa di Mondaino verso il 1809: "Immagini di vedere la meschina e fortunata Elisabetta in una cella che le è tanto cara, e dove è il suo santuario… e indovinerà facilmente le ore felici che passo con il mio Diletto. Come sarebbero vuote le nostre celle ed i chiostri se non li riempisse Lui. Ma noi lo vediamo attraverso tutto, perché lo portiamo in noi e la nostra vita è un paradiso anticipato. Vorrei che tutto il mio essere tacesse e in me tutto adorasse, e così penetrare ognor più in Lui ed esserne così piena da poterlo dare a quelle povere anime che non conoscono il dono di Dio!".
In occasione del forzato abbandono del monastero delle Agostiniane, Elisabetta scrisse: "La croce! Essa ha dato la pace al mondo! E io l'amo. Una sofferenza rassegnata non è più sofferenza. E io non mi lamento. Che? Godo anzi, perché l'unione dell'anima con Gesù Cristo si fa per l'amore e per la virtù della sua croce!". Se avesse voluto accasarsi avrebbe facilmente trovato marito perché era bella e possedeva uno sguardo e una parola affascinanti. In famiglia trascorse un periodo assai doloroso per lutti, per un malore che la tormentò diversi anni, per sofferenze fisiche e morali che affievolirono in lei il desiderio della perfezione. In seguito a una caduta da cavallo propose di ritornare al primitivo fervore sotto la guida di Don Vitale Corbucci (+1848), zelante collaboratore prima di S. Gaspare del Bufalo (+1837) nella predicazione delle missioni nello Stato Pontificio, e poi membro della congregazione dei Padri Filippini di Fossombrone. Avendo egli notato nella sua penitente il desiderio di darsi all'istruzione e all'educazione delle fanciulle, la orientò al piccolo Conservatorio di Coriano, a 10 chilometri da Rimini, aperto nel 1818 da Don Giacomo Gabellini (1868), parroco della vicina frazione di Monte Tauro e suo compagno nella predicazione, e allora diretto da una ex-monaca Clarissa, Suor Agnese Fattiboni (+1863). Elisabetta entrò a far parte di detto Conservatorio il 29-4-1824, quindi alla ragguardevole età di circa 38 anni.
Per la piccolezza del paese e l'incerta situazione economica, le Maestre del Conservatorio accarezzarono l'idea di unirsi con le Figlie della Carità che Maddalena di Canossa aveva fondato a Verona e diffuso anche a Milano (1823). La santa accolse la proposta con un certo interesse. Si recò a Coriano due volte per farsi un'idea esatta della situazione, ed ebbe modo di costatare che solo Elisabetta Renzi, tra le "dodici figliuole" raccolte in quel piccolo convento, dava a vedere di essere dotata di spirito religioso, di zelo apostolico e di capacità di governo di cui il Conservatorio aveva bisogno per non perire, dal momento che tanto Don Gabellini quanto Suor Agnese Fattiboni avevano dovuto abbandonarlo ( 1828) a causa di calunnie perpetrate contro di loro da male lingue.
Invece di entrare subito tra le Figlio della Carità, come avrebbe voluto, Elisabetta, disposta a fare sempre e soltanto la volontà di Dio, accettò l'invito che le fu rivolto dalla Canossa con il consenso di Mons. Ottavio Zollio, vescovo di Rimini, di mettersi a capo del Conservatorio per salvarlo da sicura rovina. Al riguardo, la beata confessò ingenuamente: "Il mio cuore ardeva di carità per la santificazione delle anime, ed io non penso che vi sia stata altra prova che mi abbia dato la cognizione del mio niente come questo dovere, che l'ubbidienza mi impose fin dall'esordio della mia nuova esistenza!". Per il buon funzionamento del Conservatorio ella ne acquistò lo stabile con l'annessa chiesa da Don Gabellini; lo liberò dai debiti impegnando gran parte delle sue sostanze; procurò una casa al cappellano; stese un Regolamento per le Maestre, chiamate "Povere del Crocifisso"; accettò la direzione della scuola e del collegio di Sogliano, già operanti, che la impegnarono fortemente, per portare a una maggiore funzionalità la casa e a maggiore disciplina le collegiali.
Qualche anno più tardi pare che le Maestre di Sogliano fossero state minacciate di espulsione, motivo per cui la beata nel 1832 scrisse loro: "Non temiamo il male che ci travaglia; alziamo gli occhi all'alto cielo; il dolce Gesù ci guarda; Egli abbellisce così di preziose perle la corona; più ci ama e più ci fa meritare questi tesori con le umiliazioni e coi patimenti. Solo il cielo è eterno. Camminiamo alla sua volta in amore e pazienza.
Certamente dovremo ancora molto e sempre patire, ma senza il Venerdì Santo non vi è il giorno di Pasqua, senza il crucifige non vi è l'alleluia! Amen! Amen! Preghiamo, preghiamo!".
Nei Regolamenti scritti nel 1829 da Madre Elisabetta per le "Povere del Crocifisso" di Coriano abbondano i saggi ammaestramenti che ella diede loro per invogliarle a santificarsi. "Il solo nome di Povere del Crocifisso ritirate dal mondo fa concepire la giusta idea di ciò che deve essere questa casa; cioè un'unione di anime fervorose, distaccate dal mondo, affezionate soltanto a Gesù Crocifisso, ed imitandolo per quanto possono nella povertà, nella mortificazione e nella carità, cercano solamente di fare la più amorevole conversazione con lo sposo divino…".
Alla fondatrice stavano sommamente a cuore la pratica della virtù, della povertà e dell'ubbidienza. Diceva loro: "Il distacco dagli interessi del mondo richiede un grande amore alla povertà. La povera del Crocifisso non deve avere il dominio di cosa alcuna, ma soltanto l'uso appena di ciò che è necessario: dico appena perché Gesù Cristo nella stalla in cui nacque e sulla croce ove morì non ebbe tutto quello che gli sarebbe stato necessario". Quanto all'altra virtù faceva notare: "Se fosse vero che si potesse andare in Paradiso in carrozza, la carrozza sarebbe questa, l'ubbidienza, perché la strada dell'ubbidienza è la strada più certa e più sicura della salute eterna. La povera di Gesù Cristo non deve avere altre volontà che quella di ubbidire. Gesù Cristo si è fatto ubbidiente per noi sino alla morte, e morte in croce, e nessun altro sacrificio gli è così grato dalle sue creature, come quello della propria volontà alla perfetta ubbidienza".
Per dare stabilità al Conservatorio la B. Elisabetta riprese pure i contatti con Maddalena di Canossa, ma quando, dopo la morte di lei (+1835), constatò che non approdavano a nulla, d'accordo con Mons. Francesco Gentilini (+1856), vescovo di Rimini dal 1833, con le 6 convittrici che erano rimaste, gettò le basi delle Maestre Pie dell'Addolorata per la formazione umana e cristiana della gioventù in scuole da erigersi possibilmente in tutti i paesi. Quando il vescovo, per motivi che ignoriamo, disdisse la vestizione delle prime 10 aspiranti alla vita religiosa già stabilita nella chiesa parrocchiale di Coriano, il 12-3-1839 la beata gli scrisse: "Io sono indifferente tanto se devo proseguire, quanto se devo desistere dall'impresa. Io non mi ci sono messa di mia propria volontà, e nemmeno di mia volontà voglio ritirarmi, ma lascio decidere al mio superiore, che sta in luogo di Dio". Alle discepole, invece, disse: "Confidiamo, sorelle, che la procellosa giornata tramonti presto, che non sia lontano il giorno dei nostri sponsali e della presa dell'abito. Per farci sante ci vuole la croce e la grazia. Senza guerra non c'è vittoria. Questa terra è detta valle delle lacrime, ma io la chiamo pure paese della pazienza. Coraggio e cantiamo nella nostra marcia il ritornello: 'È volontà di Dio… Voi siete l'amor mio! – Né più né men sarà, di quel che Dio vorrà! – Voler quel che vuoi tu, dolcissimo Gesù!'".
Quando il vescovo si decise ad erigere canonicamente l'Istituto della beata (26-8-1839), e a dare l'abito religioso alle sue prime 10 discepole, ella all'Ordinario del luogo già aveva riconosciuto ogni autorità circa l'amministrazione del Conservatorio e concesso la proprietà del locale. Il fratello Giancarlo non ne era rimasto entusiasta. La sorella, invece, l'1-8-1839 gli scrisse traboccante di fede: "Mi compiaccio nel pensare che ho lasciato tutto; è così dolce il dare quando si ama! Ed io amo tanto il mio Dio, che è geloso di avermi tutta per sé. Mi pare di non poter fare a meno di spendermi e consumarmi per rendergli un po' di ciò che Egli mi ha dato.
Quanto tutto s'intricava, quando il presente mi era così doloroso e l'avvenire mi appariva ancor più buio, chiudevo gli occhi e mi abbandonavo come una creaturella tra le braccia del Padre che è nei cieli.
"Fratello caro, non guardiamo troppo noi stessi. Vorremmo vedere, comprendere… e non abbiamo bastantemente fiducia in Colui che ci ricolma e circonda di sua carità. Raccogliamo tutti i lumi della fede per salire in alto, più in alto. All'istante della morte, come all'estrema frontiera che ci separa dall'altra vita, vedremo e comprenderemo la grande realtà delle cose".
Per proprio conto Elisabetta accettò la vita religiosa gioiosamente, consapevole di abbracciare la croce per accompagnare Gesù fino al Calvario. Diceva: "Per essere tutta di Dio bisogna soffrire molto e ogni giorno. Bisogna fissarsi in mente, nell'entrare in convento, che vi si viene per soffrire; allora, tutto riesce naturale: prove, dolori e tutto il resto. La felicità è al fondo dei patimenti e Dio la misura conforme la grandezza del sacrificio".
Madre Elisabetta nella congregazione si riservò la formazione delle suore e lo sviluppo delle opere fino al termine della vita, alle dipendenze del vescovo, convinta com'era che "uno degli atti di fede più meravigliosi, più rari che si possono fare nelle tenebre dell'esilio è quello di creare una istituzione, un ordine religioso". La preoccupava meno l'ansia di disporre dei mezzi indispensabili per la sussistenza dei membri della Congregazione. Il 2-2-1838 scrisse, difatti, a Mons. Gentilini: "Mi sembra necessario dichiarare che non è l'interesse che mi spinge… ma solo il desiderio che il Signore resti maggiormente onorato per mezzo dell'istruzione delle fanciulle, e per corrispondere a quella vocazione che il Signore mi ha dato, e che mi sembra vedere ora adempite le interne promesse che in seno mi destava". Per portare a termine l'opera che considerava del Signore diceva alle sue collaboratrici: "Come la messe dei campi viene a maturità per l'unione delle fatiche dell'uomo e delle benedizioni del cielo, così le vocazioni non si sviluppano senza l'opera nostra. Coraggio! Lavoriamo in esse come se la loro riuscita dipendesse solo da noi, senza però mai perdere di vista che ogni bene viene da Dio".
Il card. Clemente Micara, protettore delle Maestre Pie dell'Addolorata, molto a proposito scrisse di lei da Roma il 24-11-1956 a Madre Zita Verni, superiora generale: "Ricca e traboccante di ragioni soprannaturali… comprese che, al tentativo di scristianizzare la società, bisognava opporre l'educazione civile e religiosa della gioventù. Il catechismo fu la sua passione predominante nel campo dell'apostolato, e volle che le sue Figlie fossero, innanzitutto, delle brave maestre di catechismo, per il quale non doveva mai – ella diceva – esservi vacanza".
Per raggiungere più facilmente lo scopo prefissosi la beata coltivava una speciale devozione all'Eucaristia. Il card. Micara affermò ancora: “Anima profondamente eucaristica, Madre Renzi viveva la sua comunione nell'amore e nel sacrificio gioioso, perché incondizionato. Da tutto il suo contegno traspariva l'arcana presenza di Gesù. E consorelle e allievo sapevano il significato di una sua frase così espressiva, da essere la sintesi luminosa di tutta una vita: "Io porto Colui che mi porta"”.
La stessa superiora generale, in una circolare del Natale del 1959 alle Maestre Pie ebbe a dichiarare: "La venerata Madre era un'anima d'intensa vita inferiore e per questo amava il silenzio, il nascondimento, la mortificazione e la preghiera. Madre Renzi non solo nelle lunghe ore passate in prossimità del tabernacolo o ai piedi del crocifisso, ma anche durante le ordinarie occupazioni pensava amorosamente all'opera redentrice che era costata al Dio umanato patimenti, umiliazioni, incomprensioni, tradimenti, il martirio della croce, e ne traeva motivo per infocarsi di amore riconoscente, per sprofondarsi nell'adorazione, per rinnovare l'offerta di se stessa, per cercare ansiosamente la sua volontà per compierla fedelmente, ad ogni costo, rinnegando se stessa".
Gli esempi che la beata in questa maniera dava alle sue discepole erano molto efficaci. Il P. Giuseppe Belletti SJ. (+1875), che predicò nel 1849 gli esercizi spirituali alla comunità di Coriano, "profondamente ammirato delle virtù della fondatrice e delle sue suddito-sorelle, asseriva che… si strapazzavano nel mangiare poveramente e nel vestire grossolanamente e negletto; che nondimeno erano esse tanto allegre e contente che era una pasqua il solo vederle e udirle; pronte poi a sostenere, come se nulla fosse o nulla patissero, qualunque peso e fatica…".
Del resto, la fondatrice non si stancava mai di raccomandare a ciascuna di loro: "Non lasciare sfuggire nessun sacrificio per quanto piccolo, uno sguardo, una parola; approfitta delle minime occasioni e dì: voglio soffrire per amore, ed anche per amore gioire, e così porgerò dei fiori; ancorché dovessi cogliere rose in mezzo alle spine, canterei. Il nostro cuore sia pieno della volontà di Dio; io non voglio se non ciò che Egli vuole, e non amo se non quello che Egli fa".
Suor Caterina Giovannini (+1931), nei Cenni biografici delle Madri e consorelle defunte che scrisse, della fondatrice afferma: "Superiora a se stessa, ai propri moti, sapeva conservare il suo interno in perfetto equilibrio… Tollerava con quieto animo e sana disinvoltura i dolori del corpo, le tribolazioni della vita, senza permettersi il minimo lamento con chicchesia… E così Dio volle dare a noi un meraviglioso esempio di pazienza in questa sua serva che si mantenne calma, benché rimanesse priva per lungo tempo di ogni umano e celeste conforto". Poteva quindi dire a chi non sapeva accettare in silenzio la volontà di Dio: "Mia figliola, vorrei sempre vederla come un valoroso soldato, che non si lamenta mai di ciò che soffre e che trova gravissime le ferite dei suoi compagni e considera le sue come graffiature… E da persona volgare desiderare che si sappia, quando abbiamo del male".
Chi ha pratica di vita di comunità conosce quanto sia difficile in essa l'esercizio della vicendevole sopportazione. Quando tra le sue religiose sorgevano dissapori e contrasti, la beata, senza dar torto o ragione, senza fare lunghi processi, con poche parole otteneva ciò che desiderava, cioè la concordia e la pace. Diceva: "Le Maestre si ameranno nel Signore scambievolmente e senza parzialità per alcuna: l'una sopporterà i difetti dell'altra a vicenda, si compatiranno tra loro, si avviseranno amorevolmente delle mancanze rispettive; si gioveranno vicendevolmente nei bisogni spirituali e corporali; e si guarderanno dai diverbi, dall'invidia, dalle gare, dall'ambizione; onde la pace, la concordia e una virtuosa emulazione rallegrino le pie case".
Madre Elisabetta diresse la sua famiglia religiosa con energia e con molta saggezza finché le forze la sostennero. "Il malore" da cui fu afflitta in gioventù le procurò "sofferenze fisiche e un indebolimento sempre crescente". Nel corso degli anni sofferse anche "vari incomodi nervali", frequenti indisposizioni di stomaco e dolori alla gola, che le impedirono sovente di accostarsi all'Eucaristia con suo grande rincrescimento. Nel 1849 dovette trovarsi in uno stato di grande prostrazione se così pregò: "Signore, ti offro la salute sempre più cagionevole e la debolezza di un corpo che ormai non basta più a tante angosce e fatiche".
Per ottenere la grazia di morire bene, la beata fece celebrare dieci messe e volle ricevere tutti i sacramenti. Poi attese la fine rivolgendosi ora a Gesù crocifisso, ora a Maria Addolorata con amorose strofette o con ardenti sospiri di vita eterna. Un giorno le religiose che attorniavano il suo letto le manifestarono i loro timori per il momento della sua assenza. La morente, premendo una mano sul cuore, disse loro: "Gesù è qui… Gesù è per sempre con voi… Egli solo ha fondato l'Istituto; Egli solo vorrà custodirlo sempre. Io non c'entro nulla. Io… io non ho fatto che guastare l'opera sua". Chiese perdono alle consorelle delle sue mancanze, le animò ad essere generose con Dio, le esortò all'unione, alla pazienza, alla reciproca carità e morì il 14-8-1859 dopo aver sussurrato: "lo vedo!… Io vedo!… Io vedo.".
Di Madre Elisabetta Renzi Giovanni Paolo II riconobbe l'eroicità delle virtù l’8-2-1988, e la beatificò il 18-6-1989. Le sue reliquie dal 1896 sono venerate a Coriano nella chiesa dell'Istituto da lei fondato, al quale Leone XIII concesse il Decreto di Lode nel 1902.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 128-135.
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