B. DOMENICO DELLA MADRE DI DIO (1792-1849)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nato a Viterbo nel 1792, Domenico Barbieri a 22 anni entrò nei Passionisti, prendendo come nome da religioso Domenico della Madre di Dio. Ordinato sacerdote, cominciò la sua opera di predicazione soprattutto in Inghilterra, dove ricondusse alla fede cattolica moltissimi fedeli e ministri, tra i quali anche John Henry Newman. Fu apprezzato dai Papi Leone XIII e Pio X. Fu uomo di vasta erudizione, come dimostrano molte sue opere filosofiche, teologiche e ascetiche. Morì a Reading nel 1849.

Questo passionista, mistico, apostolo e scrittore, nacque ultimo di undici figli il 22-6-1792 presso Viterbo dai mezzadri Giuseppe Barberi e Mariantonia Pacelli. Rimasto orfano di padre a sei anni, Domenico fu educato alla pietà dalla mamma che gli ripeteva sovente, dopo una marachella: "Mio caro figlio, che Dio ti faccia santo", e dai Cappuccini di Strada Pallanzana i quali speravano di farne una recluta. A undici anni il beato rimase orfano anche della madre, e allora, affidandosi alla Vergine SS., andò a lavorare la terra a Merlano, in casa di uno zio materno che non pensò a mandarlo a scuola. Essendo dotato di prodigiosa memoria e fervida fantasia, Domenico imparò lo stesso a leggere e a scrivere. Anzi, tutti i momenti liberi della giornata egli li dedicava alla lettura. Alla sera, dopo cena, recitava con gli zii il rosario e una volta al mese si accostava ai sacramenti.
Con l'occupazione degli Stati Pontifici da parte di Napoleone Bonaparte, le comunità religiose furono sciolte (1810). Alcuni Passionisti del ritiro di Sant'Angelo presso Vetralla (Viterbo) si rifugiarono a Merlano in un villino della famiglia del P. Giuseppe della Passione. Domenico li frequentò per servire la Messa, consultare la loro biblioteca e ricevere lezioni d'italiano e di francese. P. Giuseppe lo abituò alla meditazione della Passione del Signore e alla confessione bimensile. In tale maniera Domenico capì quanto fosse difficile per lui salvarsi stando nel mondo, e quanto fosse efficace il pensiero delle sofferenze del Signore per progredire nel bene. Scrisse nella sua autobiografia: "Fu tanta in quell'occasione l'abbondanza della grazia divina che si diffuse sopra di me… che mi pareva di essere un altro uomo".
Quando Domenico raggiunse l'età della coscrizione, Napoleone I stava meditando una spedizione contro la Russia. Fece allora voto di farsi passionista qualora fosse stato liberato dal servizio militare. La grazia gli fu concessa, ma egli, invece di mostrarsene riconoscente, s'innamorò di una ragazza e divenne l'anima di liete brigate. Dopo sei mesi Dio pensò di farlo rinsavire dandogli a vedere durante una grave malattia il terribile giudizio cui andava incontro. Il beato ondeggiò ancora alcuni mesi tra l'amore umano e il voto fatto, sofferse atroci pene, ma poi, con l'aiuto del fratello Salvatore, riuscì a liberarsi per sempre da quella passione (1813). Il Signore lo ricompensò del sacrificio fatto con delle consolazioni fino allora mai provate, pur lasciandogli forti inclinazioni all'orgoglio e alla sensualità. Una sera, mentre pregava nella sua cameretta per la Chiesa Cattolica perseguitata nei suoi capi e combattuta dalle sette, udì una voce interiore che gli disse con chiarezza: "Io ti ho eletto affinchè tu annunzi la verità della mia fede a molti popoli".
Per assecondare i misteriosi disegni di Dio, Domenico si diede a leggere la Bibbia e ad aspettarne con semplicità l'intelligenza dallo Spirito Santo. Alle preghiere vocali che diceva durante quasi tutto il giorno aggiunse la frequente meditazione della Passione del Signore, il quale si faceva presente con la sua terribile maestà all'anima di lui, per brevissimo spazio, "a modo di splendore". Confessa nella sua autobiografia "Anche lavorando la campagna… in un istante vedevo tante cose in una semplice verità che è Dio, che se avessi dovuto apprenderle con l'istruzione, sarebbero occorsi degli anni".
Dopo la caduta di Napoleone i religiosi dispersi poterono ritornare nei loro conventi. Domenico chiese allora di essere ammesso come fratello laico nel ritiro di Sant'Angelo di Vetralla, già santificato dalla presenza di S. Paolo della Croce (+1775), ma un giorno il Signore gli fece comprendere che avrebbe studiato, che dopo sei anni si sarebbe dato al ministero apostolico, e che sarebbe stato mandato a predicare il Vangelo non in Cina o in America, ma nel nord-ovest d'Europa, specialmente in Inghilterra. Al noviziato di Santa Maria di Paliano (Prosinone) fu ammesso nel 1814 come chierico "per il suo singolare ingegno" in seguito ad un esame al quale fu sottoposto per suggerimento di P. Giuseppe della Passione che ne conosceva il talento. Le misteriose voci cominciavano dunque ad avverarsi. Il suo maestro lo sottopose a dure prove, ma egli ne gioì. Attesta nella sua autobiografia: "Incominciò a starmi addosso in un modo così pressante, che se non fosse stata l'abbondanza del gaudio, il quale mi faceva parere tutto nulla, vi sarebbe stato del buono a soffrirlo. Io ero la favola e la ricreazione di tutti; ma queste cose lungi dall'affliggermi, mi ricolmavano vieppiù di gioia, onde tornavo dal maestro a lagnarmi di vivere troppo bene e senza veruna mortificazione. Il vedermi senza tribolazione era per me una vera tribolazione".
Dopo la professione religiosa, alla quale fu ammesso (1815) con il nome di Domenico della Madre di Dio perché "era il più diligente nell'osservanza, nel raccoglimento, nell'apprendere e praticare la virtù" e possedeva "un grande zelo per la gloria di Dio e la salute delle anime, specialmente degli eretici", fu mandato a compiere gli studi per un anno a Monte Argentario e poi a Roma nel convento dei SS. Giovanni e Paolo, dove nella preghiera e nello studio, nell'osservanza della regola e nella carità verso i malati, si preparò al sacerdozio.
Il giorno in cui fu ordinato prete (1818) il beato si sentì inondare da un torrente di consolazioni. Di conseguenza, nel corso degli esercizi spirituali del 1819 propose: "Voglio assolutamente farmi santo, aspirando alla più alta perfezione. Le grazie che Dio mi ha fatte richiedono una grande santità. Se io non mi faccio santo, debbo molto temere della mia salute. Quello che basterà ad un altro religioso non basterà a me, misero avanzo d'inferno". Il mezzo di cui Dio si servì per perfezionarlo fu l'aridità. Da allora cominciò difatti l'occultamento progressivo e continuo delle dolci attrattive dello sposo divino, ed egli l'accettò benché si sentisse "come stracciare la carne dalle ossa". Il 12-6-1820 propose quindi: "Per qualunque aridità non cesserò mai di pregare per la salute dei miei confratelli, non cesserò finché non vedrò il suo santo Nome conosciuto per tutto il mondo, e specialmente finché non vedrò l'Inghilterra riunita al seno della Chiesa".
Nel 1821 P. Domenico fu destinato a fare scuola ai chierici passionisti di Sant'Angelo di Vetralla. Ad essi comunicò l'ardore che provava per la scienza esortandoli a leggere i grandi autori senza fretta. Da tutti esigeva pronta ubbidienza e la fuga delle singolarità fino ad apparire "un po' troppo austero", ma a tutti era di esempio considerandosi e comportandosi come "l'asino del convento", "un villano nato per faticare". In caso di bisogno non disdegnava infatti di correre alla porta, portare i beveraggi ai maiali, aiutare il cuoco in cucina, zappare il giardino, trasportare legna dal bosco al ritiro. Coi superiori la sua linea di condotta era di non contraddirli senza manifesta necessità, di non adularli e di dire "ad essi la verità senza alcun umano riguardo". In quel tempo scrisse la sua autobiografia dal titolo: "Traccia della divina misericordia per la conversione di un peccatore" e una pregevole Mariologia che più tardi fece pubblicare anche in francese a Tournai (Belgio).
Per ottenere la conversione dell'Inghilterra alla fede cattolica il beato creò una "santa lega" di preghiere tra confratelli ed estranei, e compì molte penitenze. E rimasta celebre la preghiera intitolata "Il pianto d'Inghilterra" che compose per affrettare il ritorno alla Chiesa Cattolica di quella nazione.
Nel 1826 P. Domenico fu mandato a insegnare teologia a Roma. Allora era di moda seguire le idee di Roberto Lamennais (+1854), ma il beato ne scrisse una confutazione che gli procurò amarezze e un trasferimento appena larvato alla badia di Ceccano, con il compito di insegnare filosofia e scriverne un corso scolastico ad uso dei membri della Congregazione.
Richiamato a Roma (1830), mentre attendeva all'insegnamento, contrasse amichevoli relazioni con personalità anglo-sassoni in vista del futuro apostolato in Inghilterra, tra cui Giorgio Spencer, Ambrogio De Lisle Philipps, Stefano Wiseman, rettore del collegio inglese in Roma, Edoardo Acton. In quel tempo i tentativi sovversivi, fomentati da carbonari e mazziniani, lo spinsero a dare sfogo alla propria amarezza con due veementi opuscoli: Il Mitridato e la Filantropia dei Lupi.
Nel 1831 P. Domenico fu eletto superiore del convento dell'Angelo a Lucca, popolato da una trentina di religiosi, dai quali richiese con energia la perfetta osservanza della regola e la sottomissione. Avaro del tempo, riempì circa 8.000 pagine in-folio di Predicabili di vario argomento, di cui si serviva per le missioni al popolo e gli esercizi spirituali al clero e alle comunità religiose. Nel 1833 fu fatto provinciale del Lazio meridionale con sede a Paliano. Più volte visitò i cinque ritiri della provincia e si preoccupò perché ovunque regnasse con l'osservanza la concordia tra i religiosi. All'occorrenza insisteva perché si fosse puntuali nel pagamento dei debiti e si abbondasse nelle elemosine ai poveri.
In quel tempo due volte cadde gravemente malato, ma egli così scrisse all'amico Philipps: "Tutti pensavano alla morte vicina, ma, a dirle il vero, io ci pensavo poco perché io non ho mai pensato di morire prima di avere visto la mia Inghilterra cattolica". Tra le sollecitudini di governo compose in 7 volumi un Corso di Teologia morale e varie opere mistiche, come la Divina Paraninfa, Dialoghi d'orazione, Il gemito della Colomba e l'apologetico Filalete. Persino durante l'assistenza che prestò per quaranta giorni ai colerosi di Coprano trovò il tempo di scrivere un Commento al Cantico dei Cantici, fedele al voto che aveva fatto d'impiegare tutti gli istanti della vita per la maggior gloria di Dio.
Oltre che a scrivere, P. Domenico occupò buona parte della sua vita a predicare. Era convinto che al popolo bisognava sottoministrare la parola di Dio, senza vana retorica secondo l'uso invalso. I segni di un buon oratore per lui non erano le lodi, ma i gemiti. Congiungendo chiarezza, semplicità e santità, egli ottenne grandi frutti con la sua predicazione benché ne il suo gesto, ne la sua voce avessero alcunché di attraente. Alle anime da lui dirette raccomandava la frequenza ai sacramenti, l'orazione mentale e la recita del rosario. A tutti, specialmente alle religiose, richiedeva incessanti preghiere per il ritorno alla Chiesa Cattolica dei fratelli separati, specialmente degli inglesi. Egli stesso compendiò così la sua azione: "Io non cesso di fare quello che mi è permesso per attaccare questo fuoco a tutte le anime fedeli a Dio".
Fin dal 1833 P. Domenico aveva proposto ai superiori di avviare una missione passionista in Inghilterra, ritenendo i suoi pensieri ispirati dall'alto, ma la fondazione venne ritenuta prematura e lui trattato da visionario. Nel capitolo generale del 1839 egli lesse la supplica che lo Spencer e il Philipps avevano fatto pervenire agli elettori tramite Mons. Acton per la fondazione di una casa di Passionisti in Inghilterra, e questa volta tutti si mostrarono concordi. Il beato però non fu incluso tra i prescelti alla fondazione benché aspettasse quella grazia da oltre ventisei anni. Pur essendo stato rieletto provinciale, andava ripetendo a qualche suo confidente: "La cosa non è fatta bene… senza di me non partiranno". Le sue voci ebbero piena conferma. Difatti si ammalò il capo della spedizione, e al suo posto il proposito generale nominò P. Domenico della Madre di Dio.
Il beato intraprese fidente il viaggio benché fosse tormentato da ernia, ristagni di sangue con emorragia, disturbi gastrici e miopia avanzata. Il 22-6-1840 giunse al castello di Ere, presso Tournai, che madame de Croéser aveva ceduto ai passionisti perché lo trasformassero in un loro ritiro e servisse da trampolino per il passaggio in Inghilterra. In esso stabilì subito la piena osservanza pur dovendo addossarsi tutti i servizi di casa e lottare contro difficoltà economiche particolarmente gravi. Appena fu un poco padrone della lingua tenne conferenze al clero e predicò gli esercizi spirituali agli ordinandi. Arrivarono anche i primi novizi, ma se ne andarono quasi tutti perché, contro il parere del superiore, il loro maestro si mostrò troppo esigente.
Frattanto maturava il passaggio di P. Domenico da Ere all'Inghilterra. Mons. Walsh, vicario apostolico del distretto Centrale, gli offerse un ex-convento dei francescani ad Aston Hall presso Stone (Staffordshire). Prima di prendere una decisione egli andò a vederlo. Nell'autobiografia scrisse: "Quando fui a Boulogne ricevetti straordinari favori dal Signore, ma nel tempo stesso fui assicurato che mi preparassi a soffrire grandi tribolazioni… Ricordo di avere offerto la mia vita… purché l'Inghilterra tornasse al seno della Chiesa Cattolica… Mi sentii rispondere che Dio non voleva la mia morte, ma soltanto il mio patire, e intesi queste precise parole formate: "Faciam te in gentem magnam". P. Domenico si stabilì definitivamente nel ritiro che gli venne offerto il 17-2-1842 e introdusse subito in esso l'osservanza diurna e notturna a prezzo di sacrifici talmente duri che superarono la sua aspettativa.
Mons. Searle, del collegio di Oscott, di cui Wiseman in quel tempo era preside, più tardi lo descrisse in maniera molto viva: "Non era né bello, né alto. Era piccolo e tarchiato di corporatura; e la sua voce era stridula, ma aveva un occhio d'aquila; poteva fondere insieme sarcasmo e ironia nell'osservazione più semplice e all'apparenza più innocua. Quando ci visitava in ricreazione ci divertiva immensamente. Quando andavamo a confessarci da lui o a consultarlo sulla nostra vocazione, se ne tornava ammirati; egli possedeva un meraviglioso dominio su tutti noi e poteva fare di noi quel che voleva. In abiti secolari era uno spettacolo santo. Il suo vestito era di uno stile ignoto ai sarti inglesi; non era né ecclesiastico, né borghese… Portava in viaggio un orologio che poteva ben servire per una torre tra i Lillipuziani, e doveva essere aggiustato almeno ogni cinque settimane. Il suo panciotto sembrava quello di un venditore ambulante e i suoi calzoni erano evidentemente stati tagliati senza considerare la lunghezza e la circonferenza delle gambe che racchiudevano. Le sue scarpe avevano forse fatto servizio nell'arca di Noè… A corona di tutto, egli portava il più povero e meschino cappello che si potesse vedere in Inghilterra, fuori delle miniere di carbone. Il suo portamento era avveduto. Il suo aspetto appariva addolorato e spesso non era rasato. Il comico ammiccare del suo occhio quando raccontava una buona novella e il suo grave contegno quando ci parlava del cielo lo facevano sembrare composto di quanto vi è di umile e di sublime nell'umana natura".
Dopo che ebbe appreso la lingua, il beato si diede come al solito a predicare, a preparare i bambini alla prima comunione, a catechizzare i protestanti che si sentivano attratti verso la Chiesa Cattolica, nonostante i biasimi di parecchi fedeli troppo timorosi della reazione protestante. D'intesa con Mons. Wiseman nella città di Stone riuscì ad affittare una grande sala di un albergo in cui celebrava la Messa festiva e teneva conferenze.
I timidi ripresero coraggio e molti protestanti si convertirono al cattolicesimo. I loro ministri, indignati, cercarono di eccitargli contro la folla, spinsero i monelli a tirargli sassi e fango, ma egli rispondeva a quegli oltraggi con un cordiale saluto e la recita del rosario. Le ire degli avversari crebbero quando P. Domenico riuscì a costruire a Stone una chiesetta che divenne centro d'intensa vita spirituale, ma egli non se ne preoccupò. Gli aiuti gli provenivano da varie parti, pochi dai suoi fedeli essendo in generale poveri e bisognosi loro stessi di aiuto. Scrisse al riguardo: "Forse è molto più quello che diamo per elemosina che quello che consumiamo per noi. Questo edifica molto, e fa stordire i protestanti".
La principale attività del P. Domenico fu quella missionaria tra il popolo, i sacerdoti e le religiose. Scrisse al suo proposito generale in data 15-7-1844: "Non può credere quale impressione faccia il nostro abito quando vado a predicare. Mio Dio! Mi tengono per un santo! I popoli genuflettono in folla per ricevere la mia benedizione. Qui si predica più coi piedi scalzi e con gli occhi bassi che con la lingua… Corrono in folla protestanti e cattolici. Il mese scorso predicai in un fienile alla presenza di circa 500 protestanti della contea di Oxford". Sovente doveva predicare tre volte al giorno e ascoltare le confessioni dal mattino alla sera tant'erano numerosi coloro che volevano ritornare alla pratica della fede.
Le chiese erano sempre troppo piccole per contenere la gente che accorreva ad ascoltarlo fin da 30 miglia di distanza.
Mentre il beato senza polemizzare con nessuno attendeva al ministero sacerdotale, il Newman, a Littelmore, nei pressi di Oxford, con sette discepoli anglicani, stava maturando la sua abiura. P. Domenico lo difese contro le mene dei soliti cattolici diffidenti e conservatori, e fu in confidenti rapporti epistolari con uno di essi, Giovanni Dobrée-Dalgairns. In segno di amicizia fece pervenire a costui la regola dei Passionisti e il 24-6-1844 da Radford, dove si trovava a predicare, andò a trovarlo a Littelmore, e gli consegnò alcuni scritti polemici per aiutarlo a superare il suo travaglio spirituale. In quella occasione il Newman gli mostrò la cappellina in cui con i discepoli recitava il breviario romano, ed ebbe modo di costatare quanto la persona del visitatore irradiasse santità.
Il primo ad arrendersi alla grazia fu il Dalgairns. Il 27-9-1845 si recò ad Aston Hill e nelle mani del P. Domenico fece l'abiura. In una successiva visita del beato a Littelmore mentre era in viaggio per il Belgio, anche il Newman, con due suoi discepoli, il 9-10-1845 chiese di essere ammesso in seno alla Chiesa Cattolica. La gioia del P. Domenico raggiunse il colmo. Di lui scrisse il Newman la vigilia della sua conversione: "Egli è uomo accorto e ingegnoso, ma sincero e semplice come un fanciullo; e singolarissimamente gentile nei suoi pensieri circa le persone religiose della nostra comunione. Vorrei che tutti fossero caritatevoli come so che egli è. Dopo aver atteso circa trent'anni, improvvisamente i suoi superiori lo mandarono in Inghilterra, senza sua richiesta. Nondimeno egli non ha faticato in conversioni, ma si è limitato a missioni ed esercizi tra i cattolici. Io credo che sia un santissimo uomo".
P. Domenico continuò fino alla morte a dirigere i Passionisti dell'Inghilterra e del Belgio e a fondare altri ritiri a Londra e a Sutton, sobborgo di St. Helens, tra angustie, fatiche e infermità di ogni genere. Il suo superiore generale ogni tanto gli raccomandava di riposarsi, ma egli non poteva dargli ascolto perché, per certi ministeri, non aveva dei soggetti adatti e i bisogni delle anime erano impellenti. La progressiva diminuzione delle forze di fronte alle esigenze dell'apostolato, la cattiva condotta di non pochi cattolici e di alcuni "pretesi convertiti", il timore che le fondazioni non si stabilissero secondo la regola e lo spirito di S. Paolo della Croce, le apostasie di alcuni, la morte dei suoi migliori sudditi, gli resero così noiosa e pesante la vita da desiderare persino la morte. Una domenica si mise a gridare: "Mio Dio, non ne posso più. La croce è troppo grossa. Se vuoi accrescerla, concedimi la forza di portarla".
La morte giunse improvvisa, mentre da Londra si recava in treno con un confratello al ritiro di St. Mary's Hill. Colpito da una crisi cardiaca, fu trasportato in una locanda di Reading mentre mormorava: "Sia fatta, o Signore, la tua santissima volontà". I suoi dolori dovettero essere ben grandi se, prima di morire, alle tre pomeridiane del 27-8-1849, esclamò: "Adesso, Gesù mio, conosco per esperienza quanto hai dovuto patire tu sulla croce!".
Le spoglie mortali del P. Domenico della Madre di Dio, beatificato da Paolo VI il 27-10-1963, riposano nella cappella del ritiro di S. Anna di Sutton.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 320-328
http://www.edizionisegno.it/