B. ANGELA SALAWA (1881-1922)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Quando il confessore la esortava a parlare più svelta, essa dimenticava tutto e le sue confessioni si prolungavano all’eccesso. Gli invidiosi ne mormoravano tanto che il P. Stanislao, sordo da un orecchio, impressionabile e rammollito di cervello, per evitare pettegolezzi prese, a torto, la decisione di non confessarla più. Tra le solite pettegole della zona correva voce che Angela fosse isterica e imbrogliona. Fu allora che il P. Stanislao, appena la scorse alla solita ora, sporse il capo dal confessionale e le disse con asprezza: “Vattene! Non voglio sentire la tua confessione”. Angela non riuscì a trattenere le lacrime. Si recò allora in una vicina chiesa e, mentre esponeva al Signore il suo senso di abbandono, si sentì dire dalla di lui ben nota voce: “Figlia mia, di che cosa ti preoccupi? Io non ti ho abbandonata”.

La nuova Beata polacca può essere considerata come S. Zita, toscana, (1218-1278), protettrice delle domestiche, perché per tutta la
vita visse al servizio del prossimo. Nacque a Siepraw, nella diocesi di Cracovia, nella Polonia meridionale, allora posta sotto il dominio dell’Austria con il nome di Galizia, il 9-9-1881, nona dei dieci figli che Bartolomeo,
povero contadino e fabbro, ebbe da Eva Bochenek, donna molto ricca di valori
spirituali. Al fonte battesimale le fu imposto il nome di Angela. Dopo la prima
comunione, frequentò, per due anni, l’unica scuola del paese in cui insegnava
un solo maestro e imparò per lo meno a leggere, a scrivere e a fare di conto.
 Nel pomeriggio la Beata andava a pascolare le oche e il
bestiame della famiglia e cercava di guadagnare qualche soldo ricamando e
vendendo vestiti con disegni caratteristi ci del paese. Durante il pascolo
recitava il rosario, cantava le Ore del Piccolo Ufficio dell’Immacolata e, al
suono della campana dell’Angelus, si inginocchiava per terra e pregava
con tanto fervore. Più avanti negli anni confiderà ad un’amica che, durante
quelle preghiere, si era sentita “rapita da Dio” e che aveva desiderato
di andare al deserto per dedicarglisi con tutte le forze. Scriverà nel suo
Diario il 30-5-1921: “Mi sembra di trovarmi nello stato al quale Dio mi
chiamava fin da piccola; perché fin da quando ho conosciuto il mondo ho sentito
sempre una forte attrazione verso la sofferenza e la povertà. E già da bambina
sentivo sempre nell’anima che solamente in uno stato di umiltà avrei
corrisposto alla grazia di Dio. E per questo ho scelto spontaneamente il
mestiere di domestica”.
 Appena tredicenne Anna si pose al servizio di un
contadino, ma il lavoro in campagna non si addiceva alla sua gracile salute e a
una sua certa irascibilità. Anche l’eccessiva lontananza della casa paterna
dalla parrocchia le rese difficile l’accesso ai sacramenti motivo per cui
decise di trasferirsi a Cracovia, come aveva già fatto la sua sorella maggiore,
Teresa. Nella grande città insieme a un lavoro adatto alle sue forze, avrebbe
avuto modo di dare libero sfogo alla sua devozione e al desiderio di istruirsi
nelle verità della fede. Con l’aiuto della sorella, a 16 anni trovò il primo
posto di domestica presso la famiglia Kloc, ma vi rimase poco più di un anno.
Poi chiese di essere licenziata, in apparenza a cagione del troppo lavoro, in
pratica perché il signor Kloc, macchinista nelle ferrovie, cercava di indurla
al male. Per breve tempo prestò servizio presso un’altra famiglia, ma la
dovette abbandonare perché distava troppo dalla residenza di sua sorella. Non
sopportava di sentirsi quasi completamente sola. Nei primi due anni di
permanenza a Cracovia, Angela non ebbe grande fortuna. Sovente dovette cambiare
il posto di lavoro perché, debole e fragile com’era, non poteva per giornate
intere sostenere lavori pesanti.
 I frequenti cambiamenti dei posti di lavoro mettevano la
giovane in difficoltà anche per la vita spirituale. Secondo sua sorella Anna,
in quel tempo Angela “non era ancora molto devota”. Difatti stava
assumendo l’aspetto di una giovane vanitosa, desiderosa soltanto di apparire
bella agli occhi della gente. Suo eccezionale e provvidenziale angelo tutelare
fu la sorella Teresa. Con il suo esempio e le sue sagge raccomandazioni la
salvò da frivolezze e imprudenze fatali. Quando morì di tubercolosi alla gola,
Angela trovò la forza di rientrare in se stessa e mettere in pratica le di lei
raccomandazioni.
 Nel 1899 il Signore, con la sua grazia, aiutò Angela a
ritornare al suo primitivo fervore. Un giorno, invitata a un banchetto di
nozze, si lasciò indurre a prendere parte con entusiasmo a un ballo. A un certo
momento le sembrò che Gesù le si fosse fermato accanto e le dicesse, fissandola
severamente: “Così qui tu ti diverti e là, in chiesa, mi lasci solo,
abbandonato da tutti?”. La Beata, quasi stordita, abbandonò la sala e
corse in chiesa a tenere compagnia a Gesù. Fu quello il suo ultimo ballo. Una
domenica, mentre si aggirava per le vie di Cracovia per fare sfoggio di un vestito
azzurro che la faceva apparire agli occhi della gente più bella di quanto
fosse, sentì inferiormente una voce che le disse: “Dove corri? A chi
cerchi di piacere a questo mondo?”. Sconvolta da quelle parole, Angela si
fermò di botto sulla strada, poi rientrò in fretta in casa, si spogliò del bel
vestito nuovo e lo portò alle Suore di San Felice da Cantalice perché ne
facessero dono ai poveri. Continuò a vestire con proprietà ed eleganza per
rispetto alla presenza di Dio, ma si preoccupò soprattutto di adornare la sua
anima con l’esercizio di tutte le virtù. I progressi da lei fatti in esse,
dovettero essere rapidi se le compagne, parlandone, la chiamavano “la
sposa di Dio”.
 Il 27-4-1900 la Beata si iscrisse all’Associazione di
Santa Zita, fondata nel 1899 a Cracovia dal P. Vladimiro Lodóchowski (+1942),
futuro Proposito Generale della Compagnia di Gesù, per la protezione e l’aiuto
alle domestiche, con ricerche di occupazioni, prestiti in denaro, assistenza
medica, proprio ospedaletto e una casa di riposo a Zakopane. Potè così, negli
ultimi 22 anni di vita, approfittare dell’assistenza materiale e spirituale che
l’Associazione le assicurava. Dalla biblioteca di cui disponeva prendeva in
prestito libri di argomenti religiosi. Il grande desiderio che sentiva di
progredire nell’unione con Dio, a 18 anni la spinse pure a cercare uno stabile
direttore spirituale nel P. Stanislao Mieloch S.J, il quale le permise di
emettere il voto di castità perpetua perché gli aveva confidato che desiderava
farsi carmelitana.
 Nel 1903 i Padri Redentoristi fondarono un convento nel
suburbio di Cracovia, poco lontano dalla famiglia presso la quale Angela
prestava servizio. Tra essi scelse come confessore il P. Stanislao Chochenski,
il quale la impegnò a lasciarsi liberare da ogni impazienza e impulsività nel
parlare, nell’agire e persino nel tendere alla perfezione. Per questo le
permise di leggere le opere non soltanto di S. Alfonso de’ Liguori, ma anche i
trattati mistici di Santa Teresa d’Avila e di S. Giovanni della Croce.
 Non riuscendo a entrare in convento per mancanza di salute
e di dote, Angela fu chiamata dal Signore a realizzare nella vita di domestica
la “fortissima inclinazione alla penitenza e alla povertà” che aveva
vissuto già nella casa paterna. Si conformò quindi al volere di Dio e, per 11
anni, nella casa dell’avvocato Edmondo Fischer. meritò di essere considerata
non tanto una domestica, quanto un’amica, una figlia, una vera guida
spirituale. Riusciva così a conciliare con entusiasmo e perfezione, fino al
puntiglio, le pratiche religiose con i doveri del proprio stato. I coniugi
Fischer non avevano figli, ma nella loro casa ospitavano sovente i bambini di
diversi parenti. Invece di lamentarsi per gli abiti, le scarpe e i pavimenti da
pulire, Angela ripeteva: “Amo il mio servizio perché ho un’eccellente
occasione di soffrire molto, molto lavorare e molto pregare e fuori di questo
non cerco e non desidero altro al mondo”. La sua vita a poco a poco
diventò molto simile a quella che condusse S. Gemma Galgani (+1903) a Lucca, in
casa Giannini. La signora Maria Fischer, colta e avvenente, si accorse presto
che Angela non era una domestica come le altre. Incominciò quindi a
intrattenersi con lei in colloqui che riguardavano “le cose di Dio”
piuttosto che il governare la casa e a prendere parte ogni giorno alla Messa e
alla comunione nella chiesa dei Francescani Conventuali. Quando vi andava da
sola, la Beata non entrava mai nei banchi, ma rimaneva inginocchiata sul
pavimento, in qualche angoletto o dietro qualche pilastro, in maniem da non
essere disturbata o osservata da altri.
 Poiché Angela a Cracovia guadagnava bene, non si scordava
dei genitori, dei familiari e soprattutto dei poveri che cercavano lavoro,
cibo, scarpe e vestiti. Una cura particolare si prese delle numerose compagne
che, di domenica, essendo più libere, andavano a trovarla e con le quali
conversava di verità eterne, di preghiere e di buoni libri da leggere per
tenerle lontane dai pericoli. Il 1911 segnò per la Beata l’inizio della sua
salita al monte Calvario, carica del pesante legno della croce. Le venne
difatti a mancare, a causa del tifo addominale, la signora Fischer e quattro
giorni dopo, l’amata genitrice. L’avvocato Fischer, sconvolto dalla morte della
ventottenne consorte, cambiò appartamento. Angela, finché rimase sola con lui,
godette la piena fiducia dell’avvocato. La situazione cambiò nel 1912 quando
venne ad abitare nell’appartamento una donna protestante divorziata, Marta
Zobel, che l’avvocato non poteva sposare perché viveva ancora il marito di lei.
Per salvaguardare le apparenze della decenza venne ad abitare con loro anche
una lontana parente della defunta signora Maria. È chiaro che la Beata non
poteva guardare di buon occhio quella coabitazione che invogliava il padrone a
perseverare nel peccato.
 In quel tempo di martirio il Signore concesse alla Beata
Angela grazie straordinarie che, se da una parte la riempivano di consolazione,
dall’altra la lasciavano perplessa. P. Stanislao, per meglio dirigerla e per
impedire che si trattenesse troppo a lungo in confessionale, le chiese di
mettergli per scritto i favori che Dio le concedeva, per poterli studiare con
calma. Nacque così il taccuino, chiamato il Diario di Angela Salawa. Per
la Beata non era facile confessarsi nella chiesa dei Redentoristi nel
pomeriggio delle domeniche. Ogni volta che si avvicinava al confessionale un
indicibile timore le serrava la gola e le imperlava la fronte di sudore, al
punto di sentirsi venir meno le forze. Quando il confessore la esortava a
parlare più svelta, essa dimenticava tutto e le sue confessioni si prolungavano
all’eccesso. Gli invidiosi ne mormoravano tanto che il P. Stanislao, sordo da
un orecchio, impressionabile e rammollito di cervello, per evitare pettegolezzi
prese, a torto, la decisione di non confessarla più.
 Tra le solite pettegole della zona correva voce che
Angela fosse isterica e imbrogliona. Fu allora che il P. Stanislao, appena la
scorse alla solita ora, sporse il capo dal confessionale e le disse con
asprezza: “Vattene! Non voglio sentire la tua confessione”. Angela
non riuscì a trattenere le lacrime. Si recò allora in una vicina chiesa e,
mentre esponeva al Signore il suo senso di abbandono, si sentì dire dalla di
lui ben nota voce: “Figlia mia, di che cosa ti preoccupi? Io non ti ho
abbandonata”.
 La salute fisica della Beata, da quella domenica del
1912, cominciò a indebolirsi. Respinta dal confessore e abbandonata da molte
amiche, senza perdersi d’animo e senza un lamento, continuò a pensare come
continuare a percorrere la via della perfezione negli anni di vita che ancora
le sarebbero restati. Andò a fare la confessione generale nella chiesa dei
Padri Lazzaristi dove nessuno la conosceva, ma decise di scegliersi come
direttore il P. Waroux, il quale confessava nella stessa chiesa dei
Redentoristi, dirimpetto al P. Stanislao. Nel suo Diario scrisse: “Quando
mi incammino per le strade di Dio capisco che dovrei essere pronta a vivere le
sofferenze senza considerare affatto da dove arrivano e da chi… Ma di solito
sono più tranquilla quando acconsento alla sofferenza”. I soliti invidiosi
continuarono a dire che la Beata fingeva. Un giorno andò a confessarsi
eccezionalmente da un altro Padre Redentorista. Non essendo riuscita ad essere
breve quanto avrebbe voluto, mentre si allontanava dal confessionale una
persona, invidiosa e gelosa, le diede pubblicamente uno schiaffo senza dar
ragione al suo atto. Angela non reagì all’insulto e nemmeno pianse. Si limitò a
commentare: “Meditando le vie di Dio sento che… quando capitano
malintesi con gli altri… io devo avere verso di loro grande comprensione e
dolcezza”.
 In casa dell’avvocato Fischer, Angela Salawa continuò a
godere fama di domestica pia e casta, onesta e laboriosa. Invece di frequentare
cinematografi o divertimenti, preferiva visitare le chiese e assistere i poveri
e gli infermi. Il 15-5-1912 entrò nel Terz’Ordine Secolare di S. Francesco, ne
frequentò le riunioni e. durante le processioni, senza rispetto umano portò le insegne
della fraternità. Sovente passava lunghe ore in adorazione nella cappella della
Passione di Cristo, nella quale il Signore le aveva rivelato diverse volte
scene della sua sofferenza in terra.
 Durante la prima guerra mondiale (1914-1918), la Beata
decise di rimanere a Cracovia per la facilità che aveva di attendere alle sue
pratiche devote e per la speranza che nutriva di vedere finalmente la patria
libera e indipendente dopo 150 anni di occupazione da parte di potenze
straniere. In casa dell’avvocato Fischer poté prodigarsi, dopo i servizi
domestici, anche per l’assistenza ai soldati feriti con la distribuzione di
viveri, di dolci e sigarette. Quando costoro la vedevano arrivare, la
salutavano con rispetto, dicendo: “Ecco la nostra santa signorina”.
 Nelle sue azioni era guidata da una sconfinata fiducia
nella Provvidenza. Difatti, invece di pensare a fare risparmi, distribuiva il
suo salario e i vestiti, ricevuti in gran quantità in dono dalla defunta signora
Fischer, a poveri, a malati, a prigionieri di guerra, a domestiche senza
lavoro. La lettura della vita di Gemma Galgani fece comprendere alla Beata
l’importanza della sofferenza accettata “per amore e con cuore generoso
non per sé, ma per gli altri”. Potè così annotare nel suo Diario:
“Quanto mi sento felice e come ringrazio Dio di non essere in convento
dove non potrei mortificarmi tanto quanto posso fare nel mondo”. Gli
ultimi 6 anni della sua vita saranno segnati da grandi sofferenze fisiche e
morali. Per sopportarle con coraggio e pazienza, s’iscriverà al Sodalizio
Mariano presso la chiesa dei Gesuiti di Santa Barbara, diretto dal P. Ladislao
Kotowicz SJ.
 Quando Maria Fischer era in vita, alla Salawa era permesso
invitare di domenica le sue amiche per intrattenerle con colloqui spirituali e
per cementare tra l’oro l’amicizia. Le due donne dell’avvocato Fischer, poco
devote, non volendone più sapere, diedero a intendere al padrone che Angela lo
derubava, nutrendo persone estranee alla sua casa. La Beata fu costretta a vivere
senza più nessun legame di affetto. Se voleva vedere le sue amiche doveva
recarsi in casa dei loro padroni o parlare con esse durante il breve tempo di
una passeggiata. Le restava fedele soltanto Gesù, che tutte le mattine riceveva
nell’Eucarestia e visitava sovente nelle chiese.
 Da molto tempo la Beata voleva lasciare la casa del
signor Fischer non volendo vivere sotto lo stesso tetto con Marta Zobel,
l’amante clandestina di lui. Il suo licenziamento tuttavia fu provocato all’improvviso
dalle due perverse donne nell’autunno del 1916. La Salawa, affetta da
tubercolosi alla colonna vertebrale, alla triste notizia fu sul punto di
svenire. Per fortuna ebbe soltanto una emorragia. Si limitò allora a chiedere
un asciugamano, a pulire il pavimento e ad andarsene senza aggiungere parola.
Angela si trovò improvvisamente senza lavoro, senza casa e senza mezzi di
sussistenza. A Cracovia trovò un rifugio presso la sorella Leonora. Anziché
portare rancore a chi l’aveva messa in così seria difficoltà, il 17-11-1916
scrisse nel suo Diario: “Quasi sempre, quando parlo con una persona che
non è in armonia con il volere di Dio, sento nello stesso tempo una voce
diretta, che mi fa comprendere quanto tale situazione fa soffrire il cuore di
Dio e mi invita ad assumermi io, volontariamente, le sofferenze e le difficoltà
per cui quella persona non va d’accordo con la volontà di Dio”.
 La Beata trovò successivamente altri lavori, ma quando si
accorse che, a causa di una sclerosi disseminata o molteplice, non era più in
grado di adempiere bene i compiti di domestica, vi rinunciò per sempre.
 Per 4 anni Angela non farà altro che soffrire e pregare.
Chiese di essere accolta nell’ospedale dell’Associazione di Santa Zita, ma non
vi rimase a lungo a causa delle difficoltà economiche che attraversava alla
fine della guerra (1917). Alcune socie, per giunta, al vederla conservare un
viso bianco e roseo, ritennero che dissimulasse la malattia. Decisa a
sopportare le sue sofferenze in solitudine, senza altri testimoni all’infuori
di Dio, con l’aiuto della sorella Anna, trovò una stanzetta solitaria in un
semi-interrato, con il pavimento in terra battuta e vi si trasferì in affitto
(1918). Le compagne l’avrebbero assistita, i Redentoristi le avrebbero
imprestato libri di ascetica di cui si dilettava e, quando non potrà più
recarsi in chiesa per la paresi alle estremità inferiori e un tumore le
devasterà lo stomaco, i Padri Gesuiti che la confessavano e la ritenevano una
persona di vita santa, le avrebbero portato nella “piccola cantina”
l’Eucarestia.
 Nel suo Diario l’inferma scrisse verso la fine del 1918:
“Ho capito che i desideri di Dio sono molto diversi da quelli che l’uomo
può comprendere. Il Signore mi ha detto molte cose. Mi ha incoraggiato a
sopportare le umiliazioni più diverse, ad accettare di essere respinta da tutti
e di essere senza onore e senza buona fama. Ed ha precisato che una cosa è
soffrire ciò che devo soffrire, un’altra cosa è prendere la sofferenza altrui
con amore e con cuore generoso”. “E così ho capito pure che Egli
vuole che l’anima sia ben disposta a dimenticare qualsiasi altra cosa, anche
buona, per immergersi sempre più in Dio e che continuamente chieda perdono per
i peccati propri e per quelli degli altri e che sopporti le sofferenze senza
discutere, coprendole di assoluto silenzio”.
 La morente da tempo non disponeva più di denaro, ma non
se ne preoccupava. La Provvidenza in cui confidava le venne in aiuto tramite i
familiari di Siepraw, le compagne di lavoro e le amiche. L’Associazione di
Santa Zita ogni giorno le mandava il cibo e una persona a tenere in ordine la
sua misera stanzetta, molto fredda d’inverno. Altri aiuti le vennero dal
Terz’Ordine Francescano, dai Padri Gesuiti e dai Padri Redentoristi. Il
direttore dell’Associazione di Santa Zita, il P. Kotowicz S.J., non volle che
Angela continuasse a vivere in condizioni così precarie e incerte. Quando si
accorse che le sue condizioni andavano peggiorando, le impose di fare
testamento e di ritornare nell’ospedale di Santa Zita, in cui morì, secondo la
sua predizione, il 12-3-1922.
 Giovanni Paolo II di Salawa riconobbe l’eroicità delle
virtù il 23-10-1987 e la beatificò a Cracovia il 13-8-1991 nel corso del suo
quarto viaggio pastorale in Polonia. Dal 1949 le sue reliquie sono venerate
nella chiesa di San Francesco d’Assisi.
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 154-160.

http://www.edizionisegno.it/