03) Il positivismo

Filosofia: logica, gnoseologia...

Proseguendo nella disamina degli errori d’origine gnoseologica, dopo lo scetticismo, il positivismo, che ammette la capacità della nostra mente a conoscere la verità, ma la limita alla sfera delle cose sensibili  

LEZIONE III


Il Positivismo


Confutata la soluzione scettica, ci si presenta quella proposta dai positivisti, cioè da coloro che ammettono la capacità della nostra mente a conoscere la verità, ma la limitano, alla sfera delle cose sensibili, al mondo fenomenico; tutto quello che lo trascende non è oggetto del nostro conoscere razionale; per altra via forse vi si può arrivare: col sentimento, con la volontà, non con l’intelletto. Come nelle scienze, cosi nella filosofia, l’esperienza è l’unico criterio di verità, donde il nome di positivismo, il quale più che una dottrina particolare denota un metodo comune a vari indirizzi di pensiero.


I. – GENESI E SVILUPPI DEL POSITIVISMO.


Ha le sue origini nel vecchio empirismo e nuovo sviluppo ebbe nel secolo scorso sotto l’influsso del criticismo kantiano. Kant infatti (cfr. lez. IV) dice che mentre la metafisica che ha per oggetto il trascendente non è mai riuscita a dare soluzioni convincenti e definitive, le scienze positive, che hanno per oggetto il mondo dell’esperienza sensibile vanno facendo meravigliosi progressi; le loro soluzioni sono chiare e definitive e di grande vantaggio pratico. Dunque è segno che solo il mondo sensibile è a noi conoscibile, il trascendente, il noumeno, no. Dove però la ragione speculativa non può arrivare, vi arriva la volontà o ragione pratica; l’imperativo categorico (fa il bene, fuggi il male) che la coscienza ci attesta, coi tre postulati che esso esige (la libertà, l’immortalità dell’anima, l’esistenza di Dio) ci danno certezza di quelle verità trascendenti che intellettualmente non potremmo conoscere.


Appoggiandosi più o meno consciamente sull’affermazione di Kant, che non possiamo conoscere se non la realtà fenomenica, i positivisti cercano di costruire una dottrina filosofica con metodo esclusivamente sperimentale (Comte, Taine, Stuart Mill, Spencer e in Italia R. Ardigò con i suoi discepoli: G. Marchesini, che rinnegato il positivismo moriva cristianamente nel 1931; G. Tarozzi, giunto pure dopo un laborioso travaglio dello spirito al superamento del positivismo e all’affermazione di un Dio trascendente e personale; ed E. Troilo rimasto più fedele ai principi positivisti rielaborati nel suo monismo panteistico (Realismo assoluto in ” Arch. di Fil. ” 1940).


I positivisti, benchè concordi nella negazione di una metafisica cioè della cognizione razionale della realtà sovrasensibile, assumono di fronte ad essa atteggiamenti diversi poiché alcuni semplicemente la negano accostandosi nelle dottrine al materialismo mentre altri si accontentano di affermare l’inconoscibilità dei trascendente, secondo il celebre motto di Dubois Beymond “Ignoramus et ignorabimus” e professano un agnosticismo più o meno temperato che lascia la possibilità di ammettere l’esistenza di realtà sovrasensibili (come Dio) non quale oggetto di scienza, ma quale oggetto di credenza e di sentimento, quale postulato della vita morale, quale complemento delle nostre più alte aspirazioni ecc. E’ un atteggiamento comune anche ad altri sistemi, non propriamente positivisti, ma anch’essi agnostici, specie di fronte ai problemi religiosi. Tali sono ad esempio:


A) IL FIDEISMO. Alla realtà trascendente pretende di arrivare con la fede, fede intesa non nel senso cristiano ( assenso dell’intelletto a una verità per l’autorità di Dio rivelante) che è atto pienamente ragionevole, ma come un movimento della volontà affettiva dovuto a certe esigenze latenti nella subcoscienza, per cui l’uomo è portato ad affermare queste realtà che trascendono il mondo materiale e sensibile.


B) Il PRAGMATISMO. Mancando criteri intellettuali per conoscere verità trascendenti, ricorre al criterio pratico dell’utilità. < E' vero ciò che è utile ". E' la filosofia dell'utilitarismo che risente dello spirito pratico e positivo del popolo americano in mezzo al quale è nata (Peirce, James, ecc.) ed è chiamata dal Gutherlet: La filosofia del dollaro. Gli stessi principi sono applicabili alla morale e alla religione: sono veri e buoni certi principi di morale perché utili alla salute, è vera e buona la religione perché utile all'individuo e alla società.


C) Il MODERNISMO. E’ un vero agnosticismo religioso, sorto in seno al cattolicesimo verso la fine del secolo scorso per opera specialmente di Tyrrell in Inghilterra, di Loisy in Francia, di Fogazzaro e Murri (attualmente Buonaiuti, scomunicato vitando, e discepoli) in Italia, dichiarato da Pio X la sintesi di tutte le eresie e condannato con l’enciclica “Pascendi” come contrario alla fede e alla ragione. Esso afferma che alle verità religiose non si può arrivare col raziocinio. Le prove dell’esistenza di Dio e della verità del Cristianesimo le dobbiamo cercare in noi, nell’intimo della nostra coscienza e nei bisogni del nostro cuore. Il cuore ha delle ragioni che la mente da sè sola non conosce. Pascal ha detto: “Dio ha voluto che la religione entrasse dal cuore nella mente, non dalla mente nel cuore”. Donde deducono, che tutte le religioni sono ugualmente buone; vera è per ciascuno quella che meglio a lui si adatta. La verità è quindi la conformità dell’oggetto coi bisogni, i desideri, le esigenze del soggetto, e siccome queste mutano secondo i tempi. i luoghi e le persone, anche la verità muta, è relativa, donde il nome di relativismo dato a questi sistemi.


2. – CONFUTAZIONE.


Il positivismo agnostico rappresenta nota P. Zacchi – uno degli scogli più pericolosi per 16 anime credenti. Esso è sotto un certo aspetto anche più pericoloso del gretto materialismo, perché per la sua attitudine, in apparenza tanto modesta e umile, incontra facilmente le simpatie degli spiriti fiacchi che costituiscono sempre la maggioranza. Essi volentieri si adattano a questa disonorevole rinuncia palliata da una pretesa impotenza, felici di risparmiarsi, insieme alle noie della lotta, le responsabilità legate alla vittoria sul dubbio. (Dio, vol. I, pag. 171).


a) Il principio su cui si fonda il positivismo è falso.


Esso afferma che noi possiamo conoscere scientificamente solo quello che cade sotto l’esperienza sensibile. Volentieri riconosciamo che la nostra prima cognizione è la sensibile, ed essa è il fondamento di tutte le altre; già lo affermarono Aristotele e S. Tommaso. E’ anche vero che il soprasensibile non lo possiamo conoscere con gli stessi mezzi con cui conosciamo il sensibile, ma non è affatto vero che conosciuto il sensibile, non abbiamo mezzi per oltrepassarlo ed arrivare fino al soprasensibile. Questi mezzi sono invece le relazioni necessarie che uniscono le cose sensibili con quelle che trascendono i sensi e che direttamente non possiamo intuire.


Se un oggetto mi si presenta come avente una determinata relazione, un reale rapporto con un altro oggetto, avrò conosciuto l’esistenza di questo anche prima di intuirlo. E ne conoscerò in qualche modo anche la natura, almeno per quel tanto che conviene pensare dei secondo oggetto per non distruggere la cognizione del primo. Entro in una stazione, e vedo una serie di carrozzoni mossi: ho conoscenza di una forza motrice anche prima di intuirla. Studio un fatto psichico, il pensiero; analizzandolo lo trovo indipendente dalla materia e giudico del principio che lo ha emesso, vengo in cognizione dell’anima. Vedo una statua; dico che un’intelligenza è qui venuta a contatto con la materia, intelligenza tanto più alta quanto più perfetto è il lavoro; per sapere che c’è stato un artefice, non c’è bisogno di intuirlo. Leverrier studiando le perturbazioni di Urano, viene in cognizione dell’esistenza di un nuovo pianeta, ne calcola la grandezza e la distanza anche prima che Galle lo vedesse col telescopio e sperimentasse l’esattezza dei calcoli di Leverrier.


b) Sono falsi i criteri di verità proposti dai sistemi agnostici e contrastanti colla natura dell’uomo che è essenzialmente essere ragionevole. Non neghiamo che motivi alogici possano influire nelle nostre asserzioni, ma non è questo il modo proprio di procedere della natura umana che non può rinunciare alla sua prerogativa di essere ragionevole sia quando risolve i problemi di ordine materiale sia, anzi sopratutto, quando deve risolvere i più importanti problemi di ordine spirituale.


L’esperienza stessa ce lo conferma.


Quando la mia mente afferma la verità di qualche proposizione, anche di ordine trascendente, la coscienza mi attesta, che sono mosso a ciò fare non dal sentimento (molte volte anzi quella verità dispiace, ripugna, contrasta ai sentimenti del nostro cuore), non dall’utilità (in certe circostanze sarebbe forse più utile il contrario), non da un istinto cieco o da altri simili impulsi, ma unicamente perché VEDE che così è, e dinanzi all’evidenza non può dire il contrario, come avremo occasione di dimostrare in alcuni casi particolari (lez. VI ecc.).


3. NOTA


1. – Come la volontà concorra al conseguimento della verità.
Non neghiamo, anzi affermiamo che anche la volontà concorre al conseguimento della verità:
a) in quanto applica l’intelletto alla ricerca lei vero. Nello studio di tutte le questioni, specialmente se difficili, occorre uno sforzo volontario per applicare la mente alla considerazione del suo oggetto;
b) in quanto fa tacere le passioni che non di rado impediscono di vedere chiaro. Bisogna andare alla verità – diceva Platone – con tutta l’anima;
c) in quanto fa piegare l’intelletto a questa o a quella parte, quando manca l’evidenza intrinseca dell’oggetto, con un assenso opinativo, ovvero anche con un assenso assolutamente certo, quando il motivo formale è l’autorità di Dio rivelante, come avviene nell’atto di fede.
Ma di fronte alla verità evidentemente proposta, la volontà non c’entra per nulla, nulla può fare. Lo stesso Renouvier, seguace del volontarismo, non seppe rispondere a chi gli chiese se la volontà valeva qualcosa nell’uguaglianza dei tre angoli del triangolo a due retti.


2. – In che senso la verità sia relativa e mutabile.
Che la verità sia mutabile in se stessa in modo tale che dopo un certo tempo diventi falso quello che ora è vero o viceversa, è un assurdo inconcepibile. Chi potrebbe pensare che di qui a qualche secolo due più due non faccia più quattro?
La verità è mutabile rispetto a noi nel senso che noi possiamo progredire nella conoscenza della verità; ma non è propriamente la verità che muta, siamo noi che mutiamo, progrediamo nella conoscenza di essa.
Il vero progresso scientifico non consiste nella distruzione del capitale acquistato precedentemente, ma nel perfezionarlo, e nell’aumentarlo.
Quindi ingiusta è l’accusa di esagerata intransigenza contro la Chiesa perché gelosa conservatrice dei suoi dogmi: Se sono veri, restano sempre veri, come i teoremi di matematica. In questo la Chiesa non cambia, nel resto non ha difficoltà di adattarsi ai tempi.


(Continua)


Bibliografia


VANNI ROVIGHI, Elementi di Filosofia (Logica), Como Cavalleri (cap. II). – VIDONI, Il problema dell’unità come introduzione alla filosofia, Torino, Bocca, 1935 (cap. V); ZACCHI, Dio, Roma, Ferrari, Vol. I, cap. IV-VII.