B. INNOCENZO DA BERZO (1844-1890)

Al rigido controllo dei pensieri e dei sensi unì una calcolata distribuzione del tempo libero, all’uso frequente delle giaculatorie, una rigida mortificazione, specialmente degli occhi. Geremia Bonomelli, in quel tempo professore in seminario, depose nei processi canonici: “Il chierico Scalvinoni per l’ubbidienza, la modestia, la diligenza, l’umiltà, per un certo candore che traluceva da tutte le sue parole e azioni, conciliava gli animi di tutti i suoi compagni, dirò meglio che imponeva un certo rispetto e una cotale riverenza. Il solo vederlo edificava, benché facesse ogni cosa con tutta semplicità e fosse estremamente schivo di ogni singolarità”.

Questo sacerdote cappuccino, che divenne come San
Francesco di Assisi “orazione vivente”, nacque il 19-3-1844 a Niardo
in Valcamonica, nella diocesi di Brescia, da Pietro Scalvinoni, modesto
contadino di Berzo Inferiore, che aveva sposato in seconde nozze Francesca
Poli, proveniente da una delle prime famiglie di Niardo. Al fonte battesimale
al piccino fu imposto il nome Giovannino. Essendo rimasto a tre mesi orfano di
padre, fu educato alla pietà dalla nonna, ma quando dovette frequentare le
scuole elementari, egli si trasferì a Berzo con la mamma, donna molto
religiosa, rotta alle fatiche e buona amministratrice.
 Nel vedere il suo unico figlio crescere studioso, schivo
del giuoco, occupato in costruire altarini e nel raccogliere i coetanei per
infervorarli nel bene, comprese che il Signore lo avrebbe un giorno riservato
al suo servizio. A costo di grandi sacrifici lo mandò a frequentare i cinque
corsi del ginnasio nel collegio di Lovere, sotto la direzione di un dotto e
santo sacerdote, Andrea Taccolini. A tutti i compagni Giovanni fu di esempio
nell’applicazione allo studio, nella pratica della carità, nell’osservanza del
regolamento. Non amando il divertimento, appena poteva correva in chiesa
davanti all’altare del SS. Sacramento o della Madonna. Superiori e condiscepoli
al vederlo sempre ilare e riservato, sempre diligente e unito a Dio, quando lo
incontravano erano portati a esclamare: “Ecco un altro S. Luigi!”.
 Dopo avere superato l’esame pubblico di licenza
ginnasiale, lo Scalvinoni avrebbe voluto farsi cappuccino ma, per suggerimento
del vescovo di Brescia, Mons. Girolamo Verzeri, entrò in seminario. Per meriti scolastici
e bontà di condotta, usufruì della fondazione imperiale, attiva anche sotto il
governo italiano, in favore dei chierici poveri della Valcamonica. Sotto la
direzione dei superiori egli si abituò presto a comporre in quegli anni dei
“regolamenti spirituali”, per progredire nella virtù.
 Al rigido controllo dei pensieri e dei sensi unì una
calcolata distribuzione del tempo libero, all’uso frequente delle giaculatorie,
una rigida mortificazione, specialmente degli occhi. Geremia Bonomelli, in quel
tempo professore in seminario, depose nei processi canonici: “Il chierico
Scalvinoni per l’ubbidienza, la modestia, la diligenza, l’umiltà, per un certo
candore che traluceva da tutte le sue parole e azioni, conciliava gli animi di
tutti i suoi compagni, dirò meglio che imponeva un certo rispetto e una cotale
riverenza. Il solo vederlo edificava, benché facesse ogni cosa con tutta
semplicità e fosse estremamente schivo di ogni singolarità”.
 In ricreazione il beato non giuocava quasi mai. Essendo
sacrestano, ne approfittava per stare in chiesa il più possibile. Non fu mai
veduto andare in collera, sebbene i compagni alcune volte abusassero della sua
bontà.
 A scuola, essendo molto timido, se veniva interrogato
s’impacciava e arrossiva facilmente, ma dava a vedere di essere intelligente.
Affascinava soprattutto per la maniera con cui pregava. Bastava vederlo con
quanta devozione faceva la genuflessione davanti al SS. Sacramento, o con
quanto trasporto riceveva la comunione, per conoscere quanto viva sentisse la
presenza di Dio e quanto gustasse le cose del Signore. Il vivo desiderio che
ebbe di acquistare il maggior numero possibile d’indulgenze lo indusse a dare
il nome a tutte le pie associazioni che via via veniva conoscendo. Nelle prime
pagine del suo diario se ne possono contare almeno una decina, tra cui la Pia
Unione
eretta da Mons. Verzeri tra i chierici che studiavano teologia per
favorirne la santificazione con l’esercizio della mutua carità e la
propagazione della devozione al Sacro Cuore di Gesù.
 Dopo l’ordinazione sacerdotale, che ricevette il 2-6-1867,
Don Giovanni Scalvinoni fu mandato a Cevo in Val Saviore come vicario
coadiutore. Agli occhi di tutti apparve subito un sacerdote straordinario per
lo zelo con cui adempiva il sacro ministero, la carità che esercitava verso i
poveri e la sollecitudine con cui accorreva al capezzale dei morenti, accanto
ai quali era capace di trascorrere la notte intera. Il parroco ne parlava a
tutti come di un modello di virtù sacerdotale e scrivendo di lui a un
confratello affermò: “Il Signore mi ha benedetto mandandomi questo
coadiutore”. Soltanto la mamma non se ne mostrava entusiasta perché dava
volentieri ai poveri quanto gli capitava tra le mani. Finiva però con il dirsi:
“È un bel pasticcio avere un figlio prete, ma è meglio santo che
avaro”. Agli occhi dei critici il Beato passava come un
“minchione” perché soccorreva anche il primo imbroglione che lo
andava a supplicare, ma a lui importava soltanto dare, vedendo in ciascun uomo
un fratello.
 A Cevo il Beato non si fermò che due anni, ma ancora oggi
il popolo lo ricorda con la frase: “Il nostro San Giovannino”. I
superiori gli mandarono l’ordine di trasferirsi a Broscia in qualità di vicedirettore
del seminario di San Cristo, ma egli ne rimase sconcertato. Ubbidì tuttavia
appena fu rassicurato essere quella la volontà di Dio. Era di una così profonda
umiltà che si riteneva incapace di tutto. Per conto suo si sarebbe sempre
tenuto quieto nella sua abiezione se non ne fosse stato smosso da qualche
ordine dei superiori.
 Per tutto l’anno scolastico 1869-1870 Don Giovanni fu
sopra una tormentosa croce. I compiti che dovette assumersi non erano
difficili, ma vari e complessi, alieni dalla sua natura. Timido per temperamento,
era incapace di alzare la voce e imporsi a chiunque, eccetto a se stesso.
Trovava difatti la sua consolazione soltanto nello stare in chiesa per lunghe
ore con le braccia distese, e in posizioni, le più scomode possibili. Fu perciò
esonerato dall’ufficio e mandato a Berzo, in casa della mamma, senza nessun
incarico, tranne quello di confessore aggiunto. Il parroco non tardò ad
apprezzarne le virtù e a richiederlo come suo vicario coadiutore. Dopo i primi
contatti si confermò nell’idea di avere acquistato un tesoro. La gente stessa
rimase stupita della sua somma pietà, del suo profondo spirito di umiltà, e
della sua generosità con i poveri.
 A Berzo il Beato celebrava la mattina presto. La sua messa
“era molto lunga”, ma i fedeli vi prendevano parte volentieri perché
notavano in lui uno straordinario fervore. Dopo aver fatto la meditazione e
ascoltato la messa del parroco, andava a fare scuola nelle elementari. Fuori
dalla scuola e della visita agli ammalati, egli correva in chiesa e vi rimaneva
come al solito il più a lungo possibile. Qualche volta si concedeva il lusso di
salire fino alla chiesa di San Lorenzo, l’antica parrocchiale, per contemplare,
sul versante opposto, il convento dei cappuccini della Santissima Annunziata di
Borno, che esercitava sul suo cuore una misteriosa attrattiva. A volte,
raggiunto un angolo solitario dell’erta sassosa, credendosi non visto, metteva
dei sassolini nelle scarpe o camminava a piedi nudi fra pungitopi e ortiche. Un
giorno fu visto sopportare le punture dei tafani fino ad averne la fronte
rigata di sangue. Monsignor Bonomelli (+1914), vescovo di Cremona, depose nei
processi: “La parrocchia lo venerava come un essere straordinario per la
sua bontà e la sua carità. Le parrocchie vicine, che lo conoscevano, lo additavano
come modello ai sacerdoti. Non udii mai né in Berzo, dove mi recai più volte…
né fuori Berzo, mettere in risalto di lui nessun difetto. Sulla bocca di tutti
risuonava una sola voce: “E’ un giovane prete santo”.
 Non stupisce quindi che il suo confessionale fosse
frequentato anche da uomini provenienti dai paesi più lontani della valle, e
che quando predicava fosse seguito con interesse benché “un po’
lunghetto” e balbuziente. Egli era sempre “efficace” perché
“mirava al vero bene delle anime”, e la sua parola era “tutta
spirante amor di Dio”.
 Nei tre anni che restò a Berzo, il Beato fece gli esercizi
spirituali nel convento dell’Annunziata. In quel tempo sentì rinascere
prepotente in sé il desiderio di farsi cappuccino, a costo di lasciare sola la
povera mamma. Restando nel mondo era convinto che, non solo non avrebbe servito
il Signore come avrebbe voluto, ma che non si sarebbe neppure salvato.
L’assillo dell’unione totale con Dio nella preghiera, nella penitenza e nel
nascondimento riuscì ad appagarlo il 13-4-1874, dopo aver distribuito quanto
gli rimaneva tra i parenti e i poveri.
 Nel convento gli fu imposto il nome di Fra Innocenzo. Il
maestro di noviziato lo provò in tutte le maniere. Non piacendogli una certa
lentezza che mostrava in tutte le cose, se ne serviva per giustificare il suo
comportamento sovente aspro e pungente. Il Beato allora s’inginocchiava per
terra e la baciava mormorando: “Padre, sia per l’amor di Dio e la santa
carità”.
 Il novizio diventò molto presto modello a tutta la
comunità religiosa per il tenore di vita pia e penitente, per l’estrema
delicatezza di coscienza. Nell’osservanza regolare non si permetteva mai una
sosta, aborrendo il privilegio e l’esenzione. Per giungere più facilmente alla
santità meditava gli scritti dei grandi mistici da cui estraeva i pensieri
maggiormente in sintonia con il suo spirito, per rileggerli nei ritiri e negli
esercizi spirituali.
 Dopo la professione religiosa, Fra Innocenzo fu mandato a
perfezionare la propria formazione cappuccina nel convento di Albino, ma dopo
tredici mesi fu richiamato all’Annunziata, perché facesse da vicemaestro ai
novizi. In lui era congenita l’incapacità al lavoro perché Dio gli aveva
assegnata un’altra missione: quella di contemplare e pregare giorno e notte, e
di patire, nel corpo e nello spirito, per tutti i peccatori. Annotò difatti nel
suo diario: “Gesù è da tutti offeso nel mondo: tocca a me non lasciarlo
solo nell’afflizione e tenergli buona compagnia”.
 Non sapendo esercitare con fermezza l’incarico ricevuto,
Fra Innocenzo temeva sempre di cadere in peccato e ne tremava da capo a piedi.
Non era scrupoloso, ma aveva una così lucida cognizione della perfezione da
rilevare subito le minime imperfezioni. Per non essere quindi separato da Dio
nell’eternità vigilava su se stesso, macerava il proprio corpo digiunando,
flagellandosi fino al sangue, prolungando le vigilie, e chiedeva con frequenza
ai confratelli l’assoluzione sacramentale. Sovente non era compreso o veniva
trattato in modo sbrigativo dai confessori, quando si accusava di aver
amministrato male i sacramenti o di aver mancato di rispetto al corpo del
Signore nella celebrazione della Messa. Allora si vedeva, durante la
meditazione o lungo il giorno, con un crocifisso o un piccolo reliquiario in
mano, che baciava ripetutamente piangendo di tenerezza. Permettendo in lui tali
ansietà, Dio lo andava purificando e disponendo ad una più intima unione con
sé.
 Al termine dell’anno di noviziato Fra Innocenze fu
esonerato dall’ufficio (1879). Rimase senza compito alcuno all’Annunziata,
finché fu incaricato di collaborare alla redazione degli Annali Francescani
nel convento di Milano – Monforte. Tuttavia, neppure in questo ufficio, ebbe
successo. Pur non intendendo sottrarsi al lavoro, mentre si raccoglieva per
offrire a Dio la sua fatica, era rapito dalla contemplazione del crocifisso
appeso alla parete o dal quadro della Madonna posta sul tavolo. Il suo
provinciale capì che distrarlo con degli impegni esterni voleva dire
attraversare i disegni che il cielo aveva sopra di lui. Lo sottrasse perciò a
quell’ufficio, fissandogli la celebrazione della Messa ad ora tarda o
mandandolo in altri conventi come aiuto per le confessioni.
 Dopo otto mesi il beato fu rimandato all’Annunziata perché
si rimettesse dall’esaurimento fisico in cui era caduto (1881). In quel sacro
ritiro nessuno l’avrebbe più rapito dalle mani di Dio. Fra Innocenzo fu preso
da una inestinguibile sete di penitenza, tanto che i superiori temevano di
opporsi alla volontà di Dio, limitandone l’ardore. Il beato, dicono i testi dei
processi, “si è sempre regolato in tutto con l’ubbidienza”. Quando il
Guardiano gli ordinava di mangiare o gli proibiva la disciplina, egli
esclamava, giulivo in volto: “Santa carità, santa ubbidienza!” Si
ripagava però conficcando dei chiodi sporgenti nei sandali o portando in spalla
grosse pietre, quando risaliva al convento, per meglio rassomigliare a Gesù
curvo sotto il peso della croce. Medicava le piaghe che gli si producevano ai
piedi e agli stinchi con acqua calda mista a cenere.
 Gran parte della notte il beato la passava in chiesa
magari prostrato bocconi per terra. Ad alcuni confratelli capitò di trovarlo
sollevato da terra specialmente dopo la celebrazione della Messa. Sovente
prendeva i suoi brevi sonni sopra un fascio di legna posto in un angolo della
cella. Non per nulla egli aveva scritto nel suo diario il 4-10-1880 in
occasione di un ritiro mensile: “Ho conosciuto il bisogno di prostrarmi
sotto la croce”. Tutti i giorni faceva più volte la Via Crucis. Chi ne
beneficiava di più erano le anime del Purgatorio, in suffragio delle quali
aveva emesso l’atto eroico di carità.
 Non avendo uffici particolari da svolgere, tranne un po’
di scuola agli aspiranti alla vita religiosa, Fra Innocenze non disdegnava di
aiutare il fratello laico nei lavori più umili del convento o di andare alla
questua. L’umiltà divenne la sua virtù prediletta. Si considerava il religioso
più ignorante, più peccatore e più inutile di tutto l’Ordine. Non tollerava
accenni alla sua virtù. Non osava neppure postillare con parole proprie una sua
esperienza interiore nei diari che componeva servendosi di tutti i ritagli di
carta raccattati per il convento.
 Quando, in assenza di altri sacerdoti, gli toccava fare da
Guardiano, i confratelli avevano ragione di temere per la loro dispensa, perché
ai poveri non esitava a distribuire il frutto della sua questua o fagotti di
farina e di lardo. I frati facevano i più spassosi commenti sulla generosità di
Fra Innocenzo, ma il suo superiore ne concludeva che, se il convento andava
avanti senza nessuna preoccupazione, nonostante le numerose bocche da riempire,
lo doveva appunto alle continue preghiere e alla carità del Beato. I malati e
gli afflitti, che accorrevano al convento anche dalle parti più remote della
valle, per ricevere la benedizione di lui, erano molto numerosi. Diversi
infermi furono guariti istantaneamente. Negli ultimi anni della sua vita era
continua la processione dei pellegrini che la domenica saliva al convento. In
occasione di grandi solennità liturgiche il confessionale di Fra Innocenzo era
assiepato di penitenti da mane a sera. Per assicurare l’esito delle missioni
era sufficiente che i parroci, durante il loro svolgimento, facessero comparire
in paese il Beato.
 Nel 1889 i giovani cappuccini, che avevano avuto la
fortuna di iniziare la vita religiosa sotto la direzione di Fra Innocenzo, lo
richiesero al provinciale come predicatore del corso di esercizi. Il Beato
ubbidì nonostante l’asma che lo tormentava e la ripugnanza che provava ad
imporsi agli altri. Cominciò dal convento di Milano, dove predicò con
sentimenti di tale abiezione e incapacità da commuovere tutti i presenti. Passò
quindi al convento di Albino ma, al quarto giorno, colpito da broncopolmonite,
fu trasferito all’infermeria del convento di Bergamo, dove patì per tre mesi e
mezzo, senza dar segni di turbamento e d’impazienza, nonostante le piaghe che
gli si erano formate alla schiena, per il decubito. A chi lo andava a trovare
non faceva quasi altro che raccomandare la devozione alla Madonna. Il P.
Innocenzo morì il 3-3-1890.
 Soltanto poco prima della sepoltura il suo corpo perdette
il calore naturale per imposizione del Padre Guardiano. Giovanni XXIII lo
beatificò il 12-9-1961. Le sue reliquie sono venerate nella parrocchia di Berzo
(Brescia).
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 42-48.

http://www.edizionisegno.it/