Storia greca – Cap. VI

Storia della Chiesa

Alberto Torresani

Storia greca

CAP. 6 – LA GUERRA DEL PELOPONNESO

     Lo splendore ineguagliato dell’età di Pericle collocò Atene in una posizione di primo piano rispetto alle altre città greche, assegnandole il compito di guidare la resistenza della Grecia contro un possibile ritorno offensivo dell’impero persiano.

     La creazione della Confederazione delio-attica e la trasformazione dei contributi di navi e di opliti in tributi in denaro offrì ad Atene la possibilità di convertire la città in un immenso emporio di ogni genere di merci, di realizzare cantieri navali e altre grandi opere del settore edilizio rendendo l’economia molto forte, con un mercato attivo che aveva a disposizione grandi mezzi finanziari.

     Dal punto di vista sociale, venne realizzato un modello ineguagliato di democrazia radicale col popolo minuto realmente sovrano. Scrive Tucidide: “Noi abbiamo una forma di governo che non imita le leggi altrui, mentre siamo noi, al contrario, modello per taluni; il suo nome è democrazia, perché lo Stato è dei molti e non dei pochi. Per legge ognuno gode ugual diritto pur rispettando l’individualità di ciascuno; ma per quanto riguarda i meriti, se qualcuno ottiene una buona  reputazione, viene scelto alle alte cariche dello Stato non perché appartenga a una classe sociale, ma per le sue virtù. A nessuno che possa essere di beneficio alla patria ciò viene impedito a causa della povertà o dell’oscurità dei suoi natali. Ci regoliamo con moderazione sia nella conduzione degli affari pubblici, sia nella discreta sorveglianza reciproca dei costumi privati dei cittadini senza mai adirarci col vicino che si diverte secondo il suo gusto, evitando anche di mostrarci con lui con volto triste, ben sapendo che questo comportamento offensivo può comunque risultare molesto. All’ordine pubblico non contravveniamo soprattutto per rispetto, obbedendo ai magistrati e alle leggi, soprattutto a quelle che non sono scritte”.

     Tuttavia questo singolare esperimento finì per limitare la libertà, che per i Greci significava autonomia e facoltà di autodeterminarsi, delle altre città greche, in particolare Corinto, Tebe, Megara. Sparta che fin dal VII secolo a.C. aveva mirato a raggiungere la sostanziale egemonia sul Peloponneso, fu costretta a mettersi a capo del partito oligarchico presente in ogni città e a combattere l’imperialismo ateniese che sembrava proiettato verso l’unificazione degli altri Greci, ma tenuti in posizione subordinata agli interessi di Atene.

     La guerra del Peloponneso conferma l’impossibilità per il mondo greco classico di superare la concezione della città-stato che pure era stata messa sotto scacco  fin dal tempo delle guerre persiane: forse fu l’inatteso trionfo sulla Persia a ridare vigore a una concezione politica in gran parte esaurita. Il significato della guerra del Peloponneso fu che la Grecia non sarebbe mai stata unificata da forze interne, come si vide ben presto col declino dell’egemonia spartana e poi dell’egemonia ancora più effimera di Tebe, conclusa  con l’intervento in Grecia della potenza della Macedonia al tempo di Filippo II.

6.1                                       L’INIZIO DELLA GUERRA

 

La guerra tra Sparta e Atene non iniziò direttamente tra le due massime potenze della Grecia, bensì tra i rispettivi alleati che obbligarono le metropoli a intervenire nel conflitto che perciò non rimase limitato a livello locale.

Corcira     Corcira (Corfù) era un’antica colonia di Corinto collocata in posizione ideale per controllare il commercio tra la Grecia, l’Epiro e la Magna Grecia. I Corciresi avevano fondato la colonia di Epidamno (Durazzo) in prossimità dell’Illiria. Una rivolta popolare scacciò da Epidamno il partito oligarchico che subito chiamò gli Illiri per organizzare scorrerie ai danni degli avversari. La città di Epidamno chiamò in aiuto i Corciresi, ma costoro si guardarono bene dall’intervento perché politicamente stavano dalla stessa parte degli esuli. Epidamno si rivolse allora alla comune metropoli, Corinto, che nel 435 inviò coloni e soldati. A questo punto i Corciresi intervennero apertamente, ordinando a Epidamno il richiamo degli esuli  e la cacciata dei Corinzi. Questi ultimi, invece, rafforzarono con altri coloni e altri soldati la loro presenza in Epidamno facendo appello anche alle città del Peloponneso e della Beozia. Nell’estate dello stesso anno, Corinto inviò una spedizione di 75 triremi e 2000 opliti alla volta di Epidamno. I Corciresi si opposero con 80 triremi e colsero una chiara vittoria nei pressi del Capo Leucimne, proprio nel giorno in cui anche Epidamno capitolava. I Corinzi non si dettero per sconfitti e dopo due anni, con aiuti provenienti da Megara e dall’Elide, ripresero la guerra. I Corciresi chiesero aiuto ad Atene. La proposta poneva un dilemma non semplice: se rifiutata faceva perdere ad Atene l’alleanza con la seconda potenza navale della Grecia e la possibilità di utilizzare Corcira come base d’appoggio per il commercio con l’occidente, permettendo a Corinto di assumere il controllo di Corcira. Ma se accettava l’alleanza con Corcira, Atene entrava in conflitto con Corinto, con Ambracia e con la Confederazione del Peloponneso, con pericolo di una guerra generale. Atene scelse una soluzione intermedia: strinse con Corcira un’alleanza meramente difensiva, inviando una squadra di dieci triremi al comando di Lecedemonio, figlio di Cimone, con l’ordine di impedire sbarchi sull’isola alleata.

La battaglia delle isole Sibota     I Corinzi inviarono 150 triremi che si scontrarono con la flotta corcirese al largo delle isole Sibota: la vittoria tattica rimase ai Corinzi che affondarono 70 triremi avversarie, ma quando entrarono in azione le triremi ateniesi, la flotta di Corinto preferì il disimpegno e tornare in patria. Corcira era salva e anche Zacinto passò dalla parte di Atene.

Potidea     All’altro estremo della Grecia, nella Calcidica c’era la città di Potidea che controllava il commercio con la Tracia e la Macedonia. Potidea era colonia di Corinto, faceva parte della Confederazione delio-attica pagando un tributo di 15 talenti annui ed era retta da un magistrato proveniente da Corinto. Atene ordinò la distruzione delle mura che isolavano la penisola sulla quale era edificata Potidea, la consegna di ostaggi e la cacciata del magistrato proveniente da Corinto. Potidea fu incitata a resistere da Perdicca re di Macedonia. Potidea fu assediata, l’invasione dell’Attica non ebbe luogo e a stento la guerra rimase locale (432 a.C.).

Megara     La successiva mossa di Atene fece precipitare il conflitto tanto a lungo differito. La città di Megara aveva una posizione di grande valore strategico: se controllata da Atene poteva impedire il congiungimento dei Beoti con le forze provenienti dal Peloponneso. Il trattamento riservato a Megara dagli Ateniesi fu terribile: essa venne esclusa dal commercio col Ponto Eusino, da cui riceveva il frumento, e poi fu esclusa con decreto popolare dal mercato ateniese verso il quale si dirigeva la sua produzione di sale, frutta e verdura. Per Megara tutto ciò equivaleva alla rovina. I Megaresi si rivolsero a Corinto che mise in allarme la lega del Peloponneso e soprattutto Sparta.

Pericle     Erano ormai trent’anni che Pericle dominava la scena politica ateniese: i suoi nemici all’interno e all’estero si coalizzarono per farlo cadere attribuendogli la responsabilità della difficile situazione. I conservatori, proprietari terrieri, ricorsero alla commedia, agli epigrammi, agli scritti d’occasione attribuendo a Pericle i pericoli per la morale e la religione connessi con la nuova cultura dei sofisti (Aristofane mise anche Socrate nel numero di costoro) e il rischio della guerra imminente con le devastazioni che sarebbero seguite, non rendendosi conto che l’intento di Pericle era di mantenere un difficile equilibrio tra le forze politiche opposte e che dalla sua caduta ci si doveva aspettare solamente il caos. Non potendo attaccare direttamente Pericle, gli avversari cominciarono a sottoporre a processo i suoi amici. Fidia, il grande scultore, fu accusato di appropriazione indebita, perché aveva maneggiato molto oro e avorio: morì in carcere o in esilio; Aspasia, amica di Pericle, fu processata per empietà e impudicizia; Anassagora, il noto filosofo, fu condannato a morte per empietà: si salvò con la fuga. Nel 432 a.C. a Sparta ci fu un’assemblea della Lega del Peloponneso nel corso della quale Megara e Corinto fecero a gara nel denunciare i soprusi di Atene. Gli efori si dichiararono per la guerra: il re Archidamo, capo del partito della pace, chiese una nuova consultazione dei federati. Nel settembre venne decisa la guerra e tutti cominciarono a prepararsi.

La guerra     Alla fine del congresso fu intimato ad Atene di cacciare dalla città la famiglia degli Alcmeonidi (ossia Pericle); di togliere l’assedio a Potidea; di revocare l’editto contro Megara; di restituire la libertà a Egina, ma soprattutto di restituire la libertà ai suoi alleati della Lega delio-attica, ridotti a sudditi. Certamente quest’ultimo era il reale obiettivo di Sparta. Atene rispose con alcune controproposte: essa avrebbe riaperto il proprio mercato ai prodotti di Megara quando Sparta avesse fatto altrettanto nei confronti dei prodotti degli altri Greci e avrebbe sciolto la propria Lega quando Sparta avesse sciolto la Lega del Peloponneso.

Lo schieramento delle forze     Sparta guidava quasi tutto il Peloponneso (meno Argo), Megara, Tebe con la lega della Beozia, Delfi con la Lega di Focea, la Locride Opunzia. Atene guidava le isole e le città dell’Egeo, Platea, Naupatto, la Tessaglia, l’Acarnania, la Locride Ozolia. Non sappiamo di preciso quanti fossero i soldati e le navi  da una parte e dall’altra, ma non possiamo pensare a grandi eserciti. Certamente Atene era superiore per numero di triremi, almeno trecento, anche se venivano impiegati solamente due terzi dei vascelli disponibili per mancanza di rematori, mentre era inferiore per numero di opliti. All’inizio del conflitto, Atene aveva mezzi finanziari nettamente superiori al nemico: il tesoro della Lega delio-attica ascendeva ad almeno 5000 talenti d’argento. Per avere un’idea dell’entità delle spese si tenga presente che il costo di una trireme per ogni mese di guerra, raggiungeva il talento. Il compenso di un oplita era una dracma al giorno e quello di un rematore era ancora superiore. La Persia, nonostante trattative intercorse soprattutto con Sparta, non entrò in guerra. La strategia seguita da Pericle fu di evitare il confronto diretto con Sparta, conservando intatto l’impero marittimo: sperava che i nemici esaurissero le loro forze e le loro magre finanze. Questo piano prevedeva l’abbandono delle campagne dell’Attica (di qui la tenace ostilità dei proprietari terrieri nei confronti di Pericle): Atene, al riparo delle Lunghe Mura, che avrebbero potuto accogliere anche i contadini dell’Attica in caso di invasione, poteva venir rifornita di grano proveniente dalla Tessaglia e dal Ponto Eusino, ma è chiaro che, a lungo andare, anche Atene avrebbe incontrato gravi difficoltà per far fronte alle spese di guerra, una volta esaurite le riserve finanziarie.

 

6.2                                     LA GUERRA ARCHIDAMICA

 

La prima fase della guerra del Peloponneso, durata dieci anni (431-421 a.C.) viene chiamata anche “guerra archidamica” perché a capo dell’esercito spartano c’era il re Archidamo.

Il primo anno di guerra     Le ostilità furono iniziate da Tebe impaziente di occupare Platea per assicurarsi il collegamento con l’esercito della Lega peloponnesiaca (aprile 431 a.C.). Platea non fu presa e i Tebani furono sconfitti, tuttavia gran parte degli abitanti di Platea furono trasferiti ad Atene. Gli Spartani, da maggio a giugno, devastarono l’Attica provocando gravi rappresaglie. Infatti, gli Ateniesi risposero con devastazioni  nel Peloponneso che rovinarono i commerci di Corinto in Acarnania e in Locride, poi occuparono Egina i cui abitanti furono cacciati e sostituiti con coloni ateniesi. L’assedio di Potidea continuò. Pericle conservò la sua autorità ad Atene, confermata dall’incarico di commemorare i caduti del primo anno di guerra e del reincarico nell’ufficio di stratego, nonostante gli attacchi dei nemici e di Cleone che, invece, incitava a compiere operazioni più audaci. Anche il secondo anno di guerra vide la replica della tattica dell’anno precedente.

Morte di Pericle     Durante il secondo anno di guerra, tuttavia, accadde una catastrofe imprevista, la peste o una grave epidemia di cui non conosciamo con sicurezza la natura descritta con notevole precisione da Tucidide. Probabilmente gli Spartani si ritirarono per timore del contagio; altrettanto fece la flotta ateniese ritirata dal Peloponneso e inviata a Potidea forse per evitare agli opliti il ritorno in città. Potidea non fu presa e il contagio non fu evitato perché morirono altri mille opliti. Pericle fu accusato di brogli finanziari e processato. Fu condannato alla multa di cinquanta talenti e alla deposizione dalla carica di stratego. Tuttavia, la notizia della resa di Potidea indusse la volubile opinione pubblica di Atene a riabilitare Pericle e a restituirgli la carica, ma ciò non valse a restituirgli la salute. Pericle morì nel 429 a.C. Con lui scomparve il più grande statista della Grecia, l’unico in grado di imporre un razionale indirizzo alla politica di Atene, salvando i difficili equilibri tra le varie componenti sociali. Mentre Pericle era stato un ricco proprietario terriero, gli uomini nuovi che gli successero appartenevano al ceto degli armatori e dei commercianti. Per di più, il perdurare della guerra obbligava gli strateghi a rimanere sul campo di battaglia, mentre ad Atene la politica veniva decisa da chi era rimasto in città e non comprendeva fino in fondo i bisogni degli eserciti. Si venne così a un pericoloso scollamento tra politica e operazioni militari.

Alcibiade     L’uomo più idoneo a prendere il posto di Pericle appariva Alcibiade, ricchissimo, vero rappresentante dei tempi nuovi, volitivo, spregiudicato, colto, scettico. Appariva coraggioso come soldato, eloquente, trascinatore, ma anche ambizioso, troppo attento a difendere la sua immagine e, soprattutto, troppo giovane.

Il quarto anno di guerra     Nel quarto anno si assistette all’eroica resistenza di Platea assediata dagli Spartani e alla rivolta di Mitilene contro la Lega delio-attica. Per di più affiorarono difficoltà finanziarie ad Atene: il solo assedio di Potidea era costato duemila talenti. Cleone fece approvare un’imposta patrimoniale e inviò la flotta a esigere i pagamenti arretrati degli alleati. La stanchezza generale trovò efficace espressione nelle opere teatrali di Eupoli e Aristofane divenuti fautori del partito della pace. Il partito della guerra, guidato da Iperbolo e Cleone, ritenne necessario, al contrario, insistere nella prosecuzione dei combattimenti, temendo che la pace sarebbe stata pagata con la fine della democrazia. Mitilene cadde nel 427 a.C., il suo territorio fu confiscato e assegnato ad alcune migliaia di Ateniesi, mentre mille abitanti dell’infelice città furono uccisi. Nel 426 a.C. ancora una volta l’Attica fu devastata e per di più ricomparve l’epidemia.

Sfacteria     Nel 425 a.C. la flotta ateniese occupò Pilo, nel corso di uno sbarco casuale dovuto alla necessità di trovare riparo durante una tempesta: gli Spartani temettero che gli Ateniesi potessero sollevare gli iloti e si affrettarono a riportare i loro opliti nel Peloponneso, occupando l’isola di Sfacteria che impediva alla flotta ateniese di entrare nel piccolo golfo di Pilo, ma senza riuscire a occupare anche la penisola su cui si trovava Pilo. L’ammiraglio ateniese Demostene (non il grande oratore) riuscì a intrappolare circa quattrocento opliti spartani. Sparta si affrettò a proporre trattative di pace ad Atene, ma Cleone, con richieste esorbitanti, riuscì a farle fallire. L’assemblea ateniese obbligò Cleone a prendere il comando dell’esercito per catturare i quattrocento opliti spartani. Il demagogo si accordò con Demostene che gli dette ottimi consigli tattici e gli Spartani furono catturati.

Cleone     Cleone tornò ad Atene con un prestigio enorme e perciò la guerra proseguì. Era proprietario di una conceria di pelli che conosciamo soprattutto dalle caricature satiriche di Aristofane (I cavalieri), certamente un estremista, abile nel forzare la mano ai membri delle assemblee popolari. Per provvedere alle finanze ormai esauste fece approvare una nuova pesante tassazione per finanziare la guerra. La flotta fu inviata a Corcira per schiacciare il partito conservatore e poi in Sicilia dove non fece nulla di importante (424 a.C.). Nicia, lo stratego che guidava il partito favorevole alla pace, posto al comando di un’altra flotta, occupò l’isola di Citera a sud del Peloponneso da cui faceva partire improvvisi attacchi lungo le coste del Peloponneso. Tuttavia, il tentativo di occupare Megara fallì per l’arrivo di Brasida, uno dei migliori generali spartani.

Delio     Imbaldanziti dal successo di Sfacteria, gli Ateniesi pianificarono un’operazione congiunta di flotta ed esercito ai danni dell’esercito di Tebe, ma Demostene attaccò troppo tardi e l’esercito ateniese di settemila oplita e mille cavalieri fu battuto a Delio (424 a.C.)

Anfipoli     La sconfitta ateniese in Beozia permise a Brasida di condurre l’attacco in Tracia. Dopo aver arruolato meteci e iloti e dopo aver compiuto una marcia audace per terra, occupò Stagira e Acanto, individuando in Anfipoli il vero obiettivo strategico, perché quella città poteva impedire l’invio di legname, necessario per la flotta di Atene. Tucidide (lo storico) al comando di una squadra navale di stanza a Taso, giunse in ritardo (424 a.C.) e in seguito all’insuccesso fu esonerato da ogni comando: forse si deve a questo infelice episodio la conversione del più grande storico allo studio. Nel 423 a.C. gli avversari decisero una tregua della durata di un anno. Brasida ritenne infausta quella decisione dato che si trovava in posizione di attacco e riprese le ostilità. Subito il partito della guerra riprese il sopravvento anche ad Atene che inviò Cleone a capo di un forte esercito per occupare Terone e assediare Eione, con l’intenzione di proseguire contro Anfipoli. Brasida operò una fortunata sortita da Anfipoli nel corso della quale entrambe i generali caddero in combattimento, vinto peraltro dagli Spartani che conservarono il controllo di Anfipoli (422 a.C)

La pace di Nicia     La terribile guerra era costata somme favolose e numerose vittime che non si potevano rimpiazzare. Il tesoro era quasi esaurito e le attività economiche non producevano reddito da tassare. La morte fortuita dei due massimi fautori della guerra nei due campi, permise ai fautori della pace di avere la meglio. A Sparta, nonostante l’opposizione di Corinto, di Megara, della Beozia, fu deciso di aprire trattative, mentre ad Atene Nicia riusciva a mettere da parte Iperbolo che aveva assunto il posto di Nicia come capo demagogo. Alla pace di Nicia (421 a.C.) seguì addirittura un trattato di alleanza difensiva tra Atene e Sparta per la durata di cinquant’anni. Una clausola della pace prevedeva la restituzione delle conquiste operate dalle due parti in lotta; un’altra, ancora più importante, prevedeva che ognuna delle due città avesse mano libera all’interno della propria sfera d’influenza. Sparta aveva accettato questa pace nella speranza di poter imporre ad Argo la propria egemonia, ma quando Atene si accorse che gli alleati di Sparta impedivano la consegna di Anfipoli, cercò ancora una volta di accostarsi ad Argo che risultava una vera e propria spina sul fianco dello schieramento spartano. Anche la pace di Nicia non poteva risultare duratura.

Alcibiade e Nicia     Nel 420 Alcibiade venne nominato stratego e subito cominciò a brigare per distruggere l’assetto politico della Grecia concordato con la pace di Nicia. La situazione politica dopo quel trattato era particolarmente instabile: Sparta non restituiva Anfipoli e Atene non restituiva Citera e per di più Argo, Mantinea e l’Elide avevano stretto in primo luogo tra loro e poi con Atene un trattato difensivo facendo tornare al governo i democratici nelle città del Peloponneso. Nel 418 Sparta decise l’intervento contro Mantinea rimettendo i conservatori al potere. Anche Argo subì la stessa sorte. Il fatto venne giudicato una sconfitta di Atene. Iperbolo propose l’ostracismo per Nicia che aveva voluto la pace nel 421, o per Alcibiade che aveva proseguito quella politica. Per uno di quei singolari eventi del regime ultra democratico di Atene fu lo stesso Iperbolo a venir ostracizzato. Poiché in qualche modo occorreva rispondere alla politica spartana, ad Atene  fu decretata una spedizione guidata da Nicia con l’obiettivo di riprendere Anfipoli. Nicia mancò l’obiettivo, perché Perdicca re di Macedonia, passò dalla parte degli avversari di Atene (417 a.C.). Nello stesso anno, ad Argo i conservatori furono cacciati permettendo il ritorno al potere dei democratici che si affrettarono a rinnovare il trattato di alleanza difensiva con Atene. Per il momento gli Spartani non reagirono, permettendo agli Ateniesi di costringere l’isola di Melo, rea di voler rimaner neutrale tra i due blocchi, a entrare nel blocco delio-attico: le pagine dedicate da Tucidide alla vicenda sono tra le più potenti della sua opera.

 

6.3                              LA SPEDIZIONE ATENIESE IN SICILIA

 

Quando lo storico giunge al racconto della spedizione ateniese in Sicilia è difficile che riesca a evitare il termine “avventura”, perché conosce già l’esito infausto di quell’impresa che pregiudicò la possibilità di successo di Atene. Eppure, a ben riflettere, il meccanismo delle due leghe greche obbligava le due città ad accettare, o addirittura a forzare come nel caso di Melo, l’adesione del maggior numero di città alla propria lega, con l’obbligo per ciascuna delle due potenze a intervenire ogni volta che uno dei suoi alleati venisse attaccato.

Segesta     Atene aveva un trattato di alleanza con Segesta: quando questa città fu attaccata da Selinunte, i Segestani chiesero aiuto ad Atene. Che cosa fare? Rifiutare l’aiuto equivaleva a una sconfitta politica e indeboliva i rapporti con le altre città della Lega delio-attica. Ma anche l’intervento comportava rischi gravissimi, come poi si vide. A favore dell’intervento pesava il fatto che, se  Atene  non fosse intervenuta, sarebbe stata esclusa dal commercio con l’occidente -Sicilia e Magna Grecia- in quel momento il più ricco di prospettive, ma anche il più minacciato dalla crescente influenza di Cartagine che, un poco alla volta, estendeva la sfera dei suoi commerci.

La spedizione in Sicilia     L’assemblea popolare di Atene, nel 415 a.C., deliberò l’invio di una flotta di sessanta triremi. I comandanti furono Alcibiade, Nicia, Lamaco. Dei tre comandanti, Nicia era stato strenuo oppositore dell’impresa: vi prese parte solamente perché ottenne di raddoppiare le forze impiegate. Secondo l’opinione comune l’impresa cominciava sotto cattivi auspici, perché i busti di Hermes furono trovati decapitati. La responsabilità del fatto fu attribuita ad Alcibiade e ai suoi compagni di baldoria, probabilmente a torto: Alcibiade voleva che il processo a suo carico si celebrasse subito per evitare che i nemici potessero danneggiarlo durante la sua assenza, ma non riuscì nel suo intento. A luglio avvenne la partenza effettiva della flotta: se gli Ateniesi avessero effettuato subito lo sbarco a Siracusa forse avrebbero conquistato la città che non aveva ancora apprestato le difese. Ma Nicia volle compiere una dimostrazione di forze davanti a Selinunte, permettendo a Ermocrate, capo della fazione oligarchica di Siracusa, di completare gli apprestamenti difensivi. Nel frattempo i nemici di Alcibiade riuscirono a farlo incriminare: nel settembre 415 a.C. Tessalo, figlio di Cimone, fu inviato presso la flotta ateniese col compito di arrestare Alcibiade e di tradurlo ad Atene per il processo. Alcibiade partì, ma a Turi in Calabria evase e si rifugiò a Sparta, impiegando tutto il suo genio per danneggiare la patria. Al comando della flotta che operava in Sicilia rimase Nicia che iniziò l’assedio di Siracusa, ma dovette sospenderlo a causa dell’inverno. Nell’anno seguente giunsero rinforzi da Atene per riprendere l’attacco. Siracusa sorgeva sull’isola Ortigia posta tra due porti: un ponte la collegava alla terraferma dove sorgevano quattro quartieri difesi da due fortezze. Gli Ateniesi espugnarono una delle fortezze e tutto lasciava credere che anche l’altra sarebbe caduta, tanto da decidere anche l’assedio di Anfipoli, di aiutare Argo e far ribellare Amorgo contro la Persia.

La sconfitta di Atene     Sparta decise l’invio di aiuti a Siracusa: Gilippo riuscì a entrare in città organizzando da vero professionista la difesa a oltranza di ciò che rimaneva ai Siracusani mediante la costruzione di un muro trasversale che impediva agli Ateniesi di completare l’accerchiamento e inoltre provocava gravi difficoltà alla flotta. Nel frattempo Alcibiade aveva convinto gli Spartani a rinnovare la devastazione dell’Attica e a occupare Decelea, una città molto vicina ad Atene sul valico tra il Parneto e il Pentelico, in posizione dominante sulla pianura. La situazione finanziaria era disastrosa: venne imposta la tassa del 5% su tutte le merci in transito nei porti della lega. Per avere subito il denaro necessario alla guerra, Nicia chiedeva aiuti e rifornimenti, ma quando questi giunsero la posizione di Nicia si era ulteriormente aggravata e i rinforzi non apparivano sufficienti. Troppo tardi Nicia decise di rinunciare all’impresa: quando tentò di forzare l’assedio della sua flotta dalla parte del mare, andò incontro a un grave insuccesso. Venne tentata la ritirata per via di terra, ma ormai tutti i Siracusani  erano ostili: l’esercito ateniese fu catturato, i generali decapitati e i soldati chiusi nelle tristemente note Latomie, le cave di pietra dove molti morirono di inedia. Chio, Lesbo, l’Eubea stabilirono contatti con Sparta per defezionare. Dario II riportò le città della Ionia sotto il tributo persiano, mentre Alcibiade continuava a tessere trame sempre più crudeli contro la patria che aveva perduto in Sicilia, secondo Tucidide, 40.000 uomini e la maggior parte della flotta, mentre i nemici conservavano quasi intatte le loro forze. Con tutto ciò, ancora nel 412 a.C. Atene era riuscita, dando fondo alle ultime riserve finanziarie, a riarmare la flotta e a cogliere una vittoria sul mare, ma occorreva riprendere il controllo delle isole e delle città dell’Asia Minore per avere qualche speranza di successo. Samo resistette al tentativo degli aristocratici di impadronirsi del potere, divenendo il fulcro della resistenza ateniese, ma ora il pericolo veniva dall’interno di Atene.

La crisi della democrazia di Atene     Quando venne compresa l’entità del disastro militare, ad Atene si tentò l’introduzione di una nuova costituzione. Furono nominati dieci probuli assistiti da un consiglio con funzioni esecutive, mentre l’assemblea popolare conservò solamente il potere di ratificare o meno le decisioni prese. Detto in altri termini, il potere politico era riservato solamente a quei cittadini tanto ricchi da potersi procurare l’armatura da oplita. La democrazia ateniese cadde perché non poté più mantenere il sistema delle indennità per chi partecipava alle assemblee dei tribunali, del teatro, del consiglio ecc. La stessa cosa avveniva a Samo dove un demagogo passato dalla parte degli oligarchi, Pisandro, accompagnato da altri dieci congiurati cercò di collocare al potere delle isole dell’Egeo una serie di governi oligarchici, giungendo fino ad Atene dove, nel demo di Colono, furono votate le nuove leggi: tutte le entrate dello Stato erano devolute ai bisogni della guerra, erano abolite tutte le indennità a eccezione degli arconti e dei pritani (tre oboli al giorno); la pienezza dei diritti politici era riservata a cinquemila abbienti: si formò un ristretto comitato di oligarchi di quattrocento cittadini che ricevettero il compito di stringere alleanza con la Persia e far pace con Sparta. L’esercito spartano fu respinto da Atene, ma la flotta del Peloponneso riuscì a conquistare l’Eubea che era, come si diceva, la porta di casa dell’Attica. Ridotti alla disperazione, gli Ateniesi cacciarono i quattrocento oligarchi che non erano riusciti a procurare la pace, dopo aver tolto la libertà ai cittadini.

 

6.4                                          LA DISFATTA DI ATENE

 

La crisi del 411 a.C. fu complicata dai maneggi di Alcibiade rivolti in direzione di Tissaferne, satrapo persiano della Caria, per fargli assumere una posizione di equilibrio tra le due leghe greche in guerra per l’egemonia: si sarebbero logorate reciprocamente e alla fine la Persia avrebbe potuto ottenere quel potere che le era sfuggito sul campo di battaglia. In realtà, Alcibiade brigava per venir richiamato ad Atene. Avendo fallito con i quattrocento, si volse a Trasibulo, capo dei democratici, che ottenne il richiamo dell’esule.

La restaurazione della democrazia     Trasibulo e Teramene associarono al potere Alcibiade con la carica di stratego, ristabilendo la democrazia: i cinquemila tornarono una realtà e un poco alla volta i principali capi del colpo di Stato dei quattrocento furono banditi da Atene. Subito fu allestita una nuova flotta in grado di respingere un attacco diretto contro Atene. Il navarco spartano Mindoro spostò l’azione in direzione dell’Ellesponto per chiudere il flusso di commercio, in particolare di frumento, vitale per Atene, ma la flotta ateniese colse due vittorie, a Cinoresso e ad Abido, che sembravano in grado di rovesciare le sorti del conflitto. L’anno dopo il 410 a.C., gli Spartani furono di nuovo sconfitti a Cizico nella Propontide, ritornata un mare ateniese: su tutte le merci in transito fu imposta la tassa del 10% permettendo la ripresa economica di Atene. Con la vittoria, il regime democratico poté rafforzarsi. Fu promulgata una legge che infliggeva la pena di morte a chi tentasse di modificarlo. L’afflusso di denaro permise di riprendere i lavori per l’Eretteo, interrotti al tempo della spedizione in Sicilia.

Falliscono le trattative di pace     Sparta visse dolorosamente questo rovescio di fortuna: avanzò trattative di pace sulla base dello scambio di Pilo con Decelea, mantenendo tutte le altre conquiste (Eubea, Bisanzio, Abido, Chio, Mileto, Rodi ecc.), proposta che al partito democratico ateniese parve inaccettabile. Purtroppo non ci assiste più l’ottima fonte rappresentata da Tucidide (la sua storia termina improvvisamente al 411 a.C.) e quindi non è possibile ricostruire  con precisione gli avvenimenti militari. Farnabazo, satrapo persiano della Frigia, certamente fornì aiuti agli Spartani. Nel 410 a.C. la flotta ateniese fu battuta davanti a Efeso. In Sicilia, i Cartaginesi occuparono Selinunte indebolendo Siracusa, mentre Alcibiade riuscì a occupare il Bosforo con la città di Bisanzio, tornando ad Atene carico di tesori. Fu confermato nella carica di stratego e sembrò in grado di recuperare l’influsso decisivo sugli affari ateniesi quando, nel 408 a.C., riuscì a far celebrare la grande processione delle Panatenaiche senza che gli Spartani, di presidio a Decelea, potessero impedirlo, ma ancora una volta cambiò il vento.

Lisandro     La Persia tornò favorevole agli Spartani quando Ciro il Giovane sostituì Tissaferne nella satrapia di Caria, cercando di scalzare il fratello maggiore dal trono persiano, mentre Lisandro fu nominato navarco della flotta peloponnesiaca. Questi era un grande generale, come Brasida e Gilippo, e si deve a lui la vittoria finale. Lisandro pose il quartier generale ad Efeso, evitando di ingaggiare il combattimento con Alcibiade, prontamente accorso da Atene. Avendo ricevuto molto denaro da Ciro il Giovane, trovò opportuno temporeggiare e pagare un ingaggio di quattro oboli al giorno ai rematori. Molti alleati di Atene passarono dalla sua parte per questa ragione. Alcibiade, per non correre il rischio di trovarsi privo di rematori, compì una crociera ai danni di Cuma e di Focea, raccomandando al suo sostituto di non accettare il combattimento col resto delle forze. Antiochio fece il contrario e fu sconfitto a Notion. La sconfitta provocò la caduta di Alcibiade, sostituito da Conone. Anche Lisandro, poco amato a Sparta per i suoi atteggiamenti troppo indipendenti, fu sostituito da un nuovo navarca, Callicratida, che costrinse Conone a ritirarsi a  Mitilene assediandolo con truppe almeno doppie. Per evitare un disastro che sarebbe stato pari a quello avvenuto in Sicilia, gli Ateniesi compirono lo sforzo supremo, spendendo ogni tesoro pubblico e privato, arrivando ad arruolare anche gli schiavi. Conone si pose al comando di 110 triremi e veleggiò verso Mitilene, ponendosi all’ancora nei pressi delle isole Arginuse. La battaglia delle Arginuse fu tremenda: si scontrarono 270 triremi con quarantamila uomini. La vittoria arrise agli Ateniesi. Anche Callicratida morì in combattimento. Tuttavia anche le perdite ateniesi furono terribili perché il mare grosso impedì il recupero degli equipaggi di venticinque navi affondate, con gravi conseguenze politiche. Infatti, i dieci generali (dopo la deposizione di Alcibiade si era tornati al sistema dei dieci strateghi) furono processati e condannati a morte (ottobre 406 a.C.). Con la morte di Callicratida si aprì ancora una volta a Lisandro la possibilità di assumere il comando supremo delle forze spartane, aiutato in modo massiccio da Ciro il Giovane. Così si giunse allo scontro finale. Lisandro saccheggiò le città alleate di Atene, in particolare Alicarnasso, Egina e Salamina, e poi raggiunse l’Ellesponto dove saccheggiò Lampsaco. Gli Ateniesi gli tennero dietro decidendo di gettare l’ancora ad Egospotami, un fiume lontano da centri abitati, cosa che obbligava a inviare lontano gli incettatori di viveri. Lisandro arrivò all’improvviso quando la flotta ateniese non era in linea di combattimento, catturando intatte quasi tutte le navi (405 a.C.). Per Atene era la fine.

Le condizioni di pace     Senza flotta, Atene non poteva resistere. Subito dopo la battaglia di Egospotami, Lisandro fece vela verso l’Attica mentre tutte le città della Lega delio-attica gli aprivano le porte, tranne la fedele Samo. Ad Atene ci si preparò a resistere perché Cleofonte, l’ultimo dei demagoghi di questa lunga guerra, impose un regime di terrore, ostile alla capitolazione. Non fu necessario nemmeno l’assalto, bastò attendere che la fame seguisse il suo corso. Gli Ateniesi condannarono a morte Cleofonte, inviando Teramene al campo di Lisandro. Tebe e Corinto premevano per far decretare la distruzione di Atene: se la tradizione è vera, Atene fu salvata perché era la città di Euripide. Fu firmata la pace a condizione che Atene cedesse tutti i domini esterni all’Attica, comprese le isole di Sciro, Lemno e Imbro; poi venne ordinata la distruzione delle Lunghe Mura. Infine, Lisandro entrò in Atene nel 404 a.C.: alla città fu concesso di possedere solamente dodici triremi.