Storia greca – Cap. IV

Storia della Chiesa

Alberto Torresani

Storia greca

CAP. 4 – LE GUERRE PERSIANE

     Alla fine del VI secolo a.C. la spinta all’espansione dell’Impero persiano induce Dario a intraprendere l’ingresso in Europa. Egli mirava ad assoggettare la Grecia, ma ne fu impedito dall’inaspettata rivolta delle città greche dell’Asia Minore che a partire dal 499 a.C. tennero in scacco per sei anni le forze persiane.

     Dario non rinuncia al progetto di conquistare la Grecia, anzi, la rivolta delle città della Ionia viene scelta come pretesto per punire le città greche che avevano aiutato gli insorti. La spedizione effettuata nel 490 a.C. si risolve in un parziale insuccesso dei Persiani che, sconfitti a Maratona, non riescono a occupare Atene.

     La morte di Dario e una rivolta nella satrapia d’Egitto assicurano ai Greci dieci anni di tregua, nel corso dei quali emergono le figure del re spartano Cleomene e dell’ateniese Temistocle che trasforma Atene nella maggiore potenza navale greca. Le ostilità riprendono con l’invasione della Grecia settentrionale, per terra e per mare, sotto la guida di Serse, il re persiano succeduto a Dario. Scrive Erodoto: “Mentre Serse si apprestava a guidare la spedizione ebbe nel sonno una visione e i magi, come l’ebbero udita, giudicarono si riferisse al fatto che su tutta la terra sarebbero divenuti suoi schiavi tutti gli uomini […] E così Serse fece compiere il raduno dell’esercito, andando alla ricerca di soldati in ogni città dell’impero. Dopo la sottomissione dell’Egitto, per quattro anni interi preparò la spedizione e nel corso del quinto anno ne assunse il comando, avendo a disposizione un numero di uomini davvero ingente. Delle spedizioni a noi note questa fu di gran lunga quella di dimensioni più grandi, tanto che di fronte a questa sembra nulla sia quella di Dario contro gli Sciti […] sia, secondo ciò che si narra, quella famosa spedizione degli Atridi a Troia”.

Il piano della spedizione fu accuratamente preparato; il concentramento delle truppe avvenne a Sardi, in Asia Minore, da lì mosse un esercito di trecentomila uomini alla volta della Grecia. La reazione greca, pur tra mille difficoltà e incomprensioni tra le città alleate, è pronta anche se, sulle prime, non pienamente efficace. Lo scontro alle Termopili, nel 480 a.C., vinto dai Persiani, consente alla flotta greca di ripiegare e portare in salvo la popolazione di Atene che sfugge così all’aggressore, ridotto a saccheggiare una città vuota.

     A Salamina, sempre nel 480 a.C., la flotta greca sconfigge quella persiana e Serse abbandona il comando della spedizione. La guerra, ripresa l’anno successivo da Mardonio, genero di Serse, si conclude con la vittoria dei Greci a Platea nel 479 a.C. Il successo di terra è completato con la vittoria navale al capo Micale, nei pressi di Mileto,  dove la flotta persiana viene annientata. Con la vittoria sui Persiani si apre una nuova stagione per la Grecia che assisterà alla mirabile espansione della potenza, ma soprattutto della civiltà ateniese.

 

4.1                             LA RIVOLTA DELLE CITTA’ DELLA IONIA

 

Quando in Atene il potere era saldamente nelle mani di Pisistrato, in Asia Minore gli eserciti di Ciro il Grande conquistavano la Lidia: nel 546 a.C. la capitale Sardi cadeva nelle mani dei Persiani. La conquista della Lidia fu seguita dall’occupazione delle città greche della costa che perciò perdettero la loro indipendenza. Dario, salito al trono dopo l’infelice prova offerta da Cambise, dopo aver consolidato il potere all’interno, volse la sua attenzione all’occidente. Tra i suoi obiettivi vi è certamente quello di estendere i domini persiani sulle città della penisola greca per venire incontro alle richieste dei suoi sudditi della Fenicia surclassati dalla perizia commerciale dei Greci. Ma non mancavano anche ragioni ideologiche, legate alla presunta superiorità della visione orientale del potere personale e assoluto dei re dell’Asia rispetto al particolarismo, all’instabilità del governo democratico nelle città greche. Dario tuttavia non sottovalutava l’avversario e preparò il terreno per l’invasione della penisola greca cominciando con la conquista del retroterra balcanico.

La spedizione di Dario in Tracia     Nel 513 a.C. Dario fece compiere una spedizione in Tracia, la prima in occidente da parte di un sovrano asiatico, spingendosi fino al Danubio e fino in Scizia. La spedizione di Dario, anche se non conseguì tutti gli obiettivi, permise ai Persiani di assumere il controllo della Propontide e degli Stretti. Dario lasciò in Europa il suo generale Megabazo che, un poco alla volta, assunse il controllo delle coste meridionali della Tracia fino alla penisola Calcidica. Proprio da queste terre gli Ateniesi furono costretti ad allontanarsi, almeno temporaneamente: essi le avevano sottoposte al loro controllo mediante il tiranno Milziade, un nobile ateniese insediato in Tracia col benestare dei Pisistratidi. Dopo qualche anno, Milziade tornò in Tracia assumendo una parte di rilievo nell’aiutare gli insorti della Ionia contro i Persiani.

Aristagora di Mileto     Dopo la spedizione militare in Tracia, continuarono i preparativi per l’invasione della penisola greca da parte persiana. Gli emissari di Dario avevano tentato di convincere i Macedoni ad allearsi con la Persia. Durante questi maneggi diplomatici avvenne la ribellione delle città greche dell’Asia Minore. Erodoto di Alicarnasso, vissuto in quest’epoca è la fonte principale, a volte l’unica, di questi avvenimenti: egli attribuisce la responsabilità del fatto ad Aristagora tiranno di Mileto. Costui, come gli altri tiranni al potere nella Ionia, era un funzionario alle dipendenze del satrapo della Lidia. Intorno all’anno 500 a.C. convince i Persiani a tentare la conquista delle isole greche dell’Egeo, poste di fronte alle coste dell’Asia Minore, in particolare l’isola di Nasso, forse per estendere il proprio potere. Per realizzare l’invasione fu allestita una flotta che partì alla volta di Nasso, al comando del fratello di Dario e di Aristagora come aiutante di campo. La spedizione fallì; sembra anche che la responsabilità di Aristagora fosse evidente e che da quel momento temesse la ritorsione di Dario.

La rivolta della Ionia     Incoraggiato da vari personaggi, Aristagora nel 499 a.C. istituì il regime democratico a Mileto e incitò i cittadini alla rivolta contro i Persiani. In seguito ottenne che anche gli altri tiranni nelle città ioniche fossero deposti, suscitando la ribellione generale contro il potere persiano. Le ragioni della pronta adesione all’iniziativa di Aristagora si devono in primo luogo all’insofferenza verso il regime tirannico ritenuto un segno di sudditanza verso i Persiani; poi il declino del commercio delle città dell’Asia Minore a vantaggio dei Fenici favoriti dal potere persiano. Queste due cause indussero i Greci dell’Asia Minore a scrollare di dosso il dominio persiano. Aristagora sapeva che da soli gli Ioni non potevano resistere alla reazione militare persiana e perciò si rivolse alla madrepatria in cerca di sostegno. Nel 499 a.C. si recò a Sparta, ma non ottenne l’aiuto del re Cleomene perché gli Spartani non prendevano in considerazione la possibilità di combattere lontano dalla patria. Ad Atene, Aristagora strappò all’assemblea l’appoggio di venti navi che si sarebbero unite alla flotta ionica. Anche Eretria inviò cinque navi, memore dell’aiuto ricevuto da Mileto al tempo della guerra di Lelanto. Nel 498 a.C. la rivolta divampò nella Ionia, nelle isole e perfino a Cipro. Gli insorti presero Sardi e assediarono il satrapo nella cittadella. Tuttavia, già nel corso di quell’anno le navi di Atene e di Eretria si ritirarono immaginando la reazione persiana.

La repressione     Nel 497 a.C. l’esercito e la flotta persiana ripresero il controllo della regione, compresa Mileto. Una forte resistenza fu incontrata in Caria, la regione più meridionale della Ionia, dove gli insorti controllavano la strada che dall’interno giunge al mare lungo il corso del fiume Meandro. I Persiani furono bloccati per quasi un anno, ma gli insorti non seppero approfittarne. Aristagora si allontanò da Mileto per cercare un punto d’appoggio nel caso della caduta di Mileto, e si diresse in Tracia dove fu ucciso. La direzione della rivolta fu assunta da Istieo, suocero di Aristagora, ma alcune città non lo accettarono considerandolo un traditore al soldo dei Persiani. Gli Ioni rimasero senza guida riconosciuta e di conseguenza, nel 494 a.C., per terra e per mare, la vittoria arrise ai Persiani che certamente ebbero l’aiuto di qualche traditore. L’anno dopo, anche Istieo fu catturato e condannato a morte da Artaferne. Dopo qualche rappresaglia violenta, i Persiani non gravarono oltremodo sugli Ioni, mantenendo alcuni regimi democratici.

Preparativi di guerra     I Persiani ripresero il controllo dell’Ellesponto e sotto la guida di Mardonio riconquistarono il Chersoneso tracico, espellendone per la seconda volta Milziade che tornò ad Atene. Nel 491 a.C. Dario inviò ambasciatori in molte città greche per suggerire la sottomissione e saggiare la consistenza dei rapporti tra le città greche. Dalle risposte ricevute si rese conto che i Greci erano profondamente divisi tra loro e che molte città avevano dichiarato di schierarsi dalla parte dei Persiani contro Atene. Alla corte di Dario c’era anche Ippia, figlio di Pisistrato, pronto a rientrare in patria per conto dei Persiani.

 

4.2                                   LA PRIMA GUERRA PERSIANA

 

Per giustificare l’aggressione che si apprestava a compiere, Dario fece sapere che intendeva punire Atene ed Eretria per l’aiuto fornito ai ribelli ionici e anche Nasso, da cui la rivolta era partita quando l’isola si era opposta con successo al tentativo di Aristagora, in quel tempo alleato dei Persiani.

L’occupazione delle Cicladi     Nella primavera del 490 a.C., i soldati persiani furono concentrati nell’isola di Samo: erano circa ventimila comandati da Dati e Artaferne, assistiti da Ippia. L’Egeo meridionale era passato sotto il controllo della flotta fenicia. Fu deciso lo sbarco a Nasso, avvenuto senza perdite. L’arcipelago delle Cicladi era passato sotto il controllo persiano. Poi fu raggiunta l’isola di Delo, rispettata per il suo carattere sacro.

L’attacco all’Eubea     Nel pieno dell’estate i Persiani sbarcarono sull’isola Eubea nella baia di Caristo. La città fu conquistata rapidamente e trasformata in base logistica per le successive operazioni contro l’Attica. I Persiani, in luogo di attaccare subito in Attica risalirono fino ad assediare Eretria sempre sull’Eubea. Eretria chiese aiuto urgente ad Atene e Sparta. Sparta non intervenne, a differenza di Atene che spedì la flotta all’altezza di Calcide, per fronteggiare da lì i Persiani, i quali fecero sbarcare le truppe non impegnate nell’assedio di Eretria sul continente greco, a Maratona che, come è noto, dista circa 42 chilometri da Atene.

La presa di Eretria e la battaglia di Maratona     I due eserciti si fronteggiarono per alcuni giorni: i Persiani comprendevano che la posizione occupata dagli Ateniesi era migliore e conveniva attendere la cavalleria impegnata nell’assedio di Eretria. Per un altro verso, speravano che la ritirata dell’esercito ateniese avrebbe scatenato in Atene reazioni favorevoli al ritorno di Ippia, un evento che avrebbe concluso la guerra senza troppa fatica. Gli Ateniesi temporeggiavano sperando nell’arrivo dell’esercito spartano: solamente Milziade sosteneva che la battaglia doveva avvenire prima che l’esercito persiano ricevesse aiuti  dal contingente che assediava Eretria. Dopo un assedio durato una settimana, Eretria capitolò anche per il tradimento di alcuni cittadini che aprirono le porte ai Persiani. Con la caduta di Eretria, Milziade decise di far schierare a battaglia l’esercito composto di diecimila opliti, più mille di Platea. I soldati furono disposti in linea parallela alla costa, con le ali rafforzate. I Persiani scelsero uno schieramento analogo. Per evitare le frecce degli arcieri persiani, gli opliti del centro greco fecero di corsa gli ultimi duecento metri, ingaggiando un disperato corpo a corpo, ma furono respinti e inseguiti dai Persiani, permettendo alle due ali greche di chiudersi schiacciandoli nel mezzo, costretti a ritirarsi verso il mare. Le navi persiane poterono raccogliere buona parte dell’esercito e perciò Maratona fu una sconfitta per i Persiani, non una disfatta. La flotta persiana tentò di raggiungere Atene, ma Milziade intuì la mossa. La flotta persiana mise l’ancora nel porto del Falero, ma non avvenne la sperata l’insurrezione dei partigiani di Ippia e perciò la flotta volse la prua verso l’Asia.

Conseguenze della vittoria greca     La vittoria di Maratona fu celebrata dagli Ateniesi perché fu conseguita quasi senza altri aiuti dal resto della Grecia. L’episodio tuttavia non segnava la fine del conflitto, anzi costringeva i Persiani a operare con eserciti di dimensioni inaudite pur di schiacciare un avversario tanto piccolo e tanto disunito, ma che sembrava in grado di oscurare la gloria dell’impero più grande mai veduto in terra. La guerra non riprese subito perché Dario morì nel 486 a.C.

Milziade dopo Maratona     Nel 489 a.C. Milziade convinse gli Ateniesi che occorreva riconquistare le Cicladi, necessarie per formare la prima linea difensiva contro il ritorno offensivo dei Persiani. Il piano prevedeva la presa di Paro, molto vicina a Nasso rimasta sempre fedele ad Atene. Le operazioni intorno a Paro durarono a lungo, ma senza risultati. Ritornato in patria, Milziade fu accusato dagli avversari politici di aver sperperato il denaro pubblico e il tribunale lo condannò alla multa di cinquanta talenti. Milziade morì poco dopo e la multa fu pagata dal figlio Cimone.

 

 

 

4.3                               LA GRECIA TRA LE DUE GUERRE

 

Fin dal 506 a.C., anno delle riforme di Clistene, Egina ed Atene si trovavano ai ferri corti: sotto la guida del re di Sparta Cleomene fu tentata una spedizione ai danni di Atene composta di Calcidesi, Beoti ed Egineti, ma il progetto fallì. La situazione peggiorò nel 491 a.C. quando Dario ottenne l’adesione di Egina alla guerra contro Atene. La collocazione geografica di Egina è drammatica per Atene, perché va a tutto vantaggio della flotta proveniente dal golfo Saronico. Egina era guidata da un gruppo di mercanti ricchi che facevano buoni affari con le città della Ionia ormai sotto controllo persiano. Gli Ateniesi chiesero aiuto al re spartano Cleomene, preoccupato dell’appoggio egineta ai Persiani: perciò operò lo sbarco sull’isola di Egina per catturare i politici filo persiani.

Crisi dinastica a Sparta     L’altro re di Sparta, Demarato, si oppose a Cleomene che perciò dovette tornare a Sparta, riuscendo a far giudicare il collega inidoneo alla sua funzione. Demarato, sostituito da Leotichida, andò in esilio e trovò rifugio presso Dario. Cleomene poté tornare a Egina dove arrestò una decina dei capi locali, consegnati come ostaggi agli Ateniesi. Tuttavia anche Cleomene aveva operato con eccessiva astuzia perché aveva preso accordi con l’oracolo di Delfi per far dichiarare Demarato e il suo progetto non graditi al dio Apollo. In seguito, anche Cleomene dovette lasciare Sparta, sostituito dal fratello Leonida.

La guerra eginetica     Morto Cleomene nel 490 a.C. e conclusa la prima guerra persiana, Egina riprese un atteggiamento ostile nei confronti di Atene e perciò catturò un paio di navi ateniesi con personaggi di primo piano diretti al Capo Sunio per celebrazioni religiose. Come ritorsione, gli Ateniesi organizzarono un complotto sull’isola e una spedizione militare, ma le due operazioni fallirono. Megacle della famiglia degli Alcmeonidi e l’arconte Santippo, riconosciuti come i capi dell’operazione, furono ostracizzati, ma Atene perdette il suo prestigio e i contrasti con Egina durarono fino al 481 a.C., quando tutti gli altri Greci si impegnarono a fondo per far cessare lo scandalo e affrontare uniti la minaccia di Serse.

La lotta politica ad Atene     L’ostracismo ai danni di Megacle e Santippo fu promosso da Temistocle, loro avversario politico. Temistocle era stato al fianco di Milziade nell’infelice spedizione di Paro e aveva subito il declino politico seguito all’insuccesso di quella operazione. Temistocle dovette impegnarsi a fondo per risalire la china e far uscire da Atene i capi del partito degli Alcmeonidi, specialmente il loro sostenitore Aristide, che aveva la fama di estrema onestà e perciò inattaccabile. Eppure, anche Aristide fu ostracizzato perché insisteva nell’opporsi al progetto di Temistocle che sosteneva la necessità di una grande flotta ateniese.

La strategia di Temistocle    Nel corso dell’ascesa politica di Temistocle, in Atene avvenne la riforma dell’arcontato. Non siamo sicuri che la riforma si debba a Temistocle, ma è certo che egli ne beneficiò: la carica di arconte cessò di essere elettiva, bensì veniva assegnata per sorteggio. Tale procedura permetteva l’accesso a una carica importante anche a incompetenti e perciò gli arconti finirono per essere meno importanti degli strateghi, i comandanti dell’esercito e della flotta che venivano rieletti alla loro carica solamente quando vincevano le battaglie. Perciò Temistocle finì per trovarsi al potere nel momento cruciale della seconda guerra persiana. Temistocle agì sempre con determinazione, sbarazzandosi degli avversari politici quando, a suo giudizio, con la loro condotta impedivano ad Atene di divenire la prima potenza militare della Grecia, dopo aver costruito una flotta nettamente superiore alle altre flotte greche coalizzate insieme. Prima di lui, avevano avuto la stessa intuizione Milziade, Pisistrato e anche Solone. La guerra contro Egina fu molto utile al progetto: nel 483 a.C. Temistocle fece votare una legge che stanziava i proventi delle miniere d’argento del Laurio per costruire duecento navi da guerra. Le navi non furono impiegate contro Egina che firmò la pace con Atene nel 481 a.C., bensì contro i Persiani.

La Tessaglia     Dopo la morte di Aleva, avvenuta nel 500 a.C., i discendenti vollero proseguire la sua politica mirante stabilire l’egemonia tessala sulla Grecia centrale rafforzando la loro presenza nell’anfizionia che si radunava intorno all’oracolo di Delfi, ma nel 485 a.C. i tentativi degli Alevadi fallirono di fronte alla coalizione di Focesi e Beoti e perciò i Tessali decisero di unirsi ai fuorusciti greci per favorire la vittoria di Serse.

 

4.4                                 LA SECONDA GUERRA PERSIANA

 

Nel 487 a.C., l’anno prima della morte di Dario, in Egitto avvenne la rivolta contro il satrapo persiano e perciò Serse dovette affrontare per primo quel problema.

I preparativi persiani     Solamente nel 484 a.C. Serse, sollecitato da Mardonio e dai fuorusciti greci, iniziò i preparativi per la spedizione in Grecia che doveva essere risolutiva. Le truppe terrestri dovevano giungere in Grecia dopo aver attraversato l’Ellesponto, la Tracia, la Macedonia e la Tessaglia, sostenute dalla flotta che doveva seguire per mare la marcia dei fanti, dalle coste dell’Asia Minore fino all’Attica. Per facilitare la rotta delle navi, Serse fece scavare un canale sulla penisola più orientale tra le tre formanti la Calcidica. Il percorso delle truppe fu studiato accuratamente, stabilendo i punti di rifornimento lungo il tragitto. Furono inviati ambasciatori per raccogliere adesioni alla politica di Serse nella Grecia settentrionale e centrale. I Tessali e i Beoti di Tebe si schierarono per i Persiani, sostenuti dall’oracolo di Delfi che non desisteva da scoraggiare i Greci davanti all’invasione persiana. Tale atteggiamento dei Greci settentrionali e centrali si spiega con la diversa concezione dell’autonomia statale e della libertà personale posseduta da popoli riuniti in ethne rispetto ai cittadini delle poleis greche, che ritenevano indegno di un uomo libero sottostare al volere dispotico di un sovrano: perciò, mai avrebbero barattato la democrazia maturata nelle loro città con la sicurezza economica e politica offerta dai Persiani. Ancora una volta, la concentrazione delle truppe persiane avvenne a Sardi nella Lidia: sembra che il numero dei soldati qui concentrati fosse di circa trecentomila. Serse si pose al comando della spedizione nella primavera del 480 a.C.

I preparativi dei Greci     Nell’autunno del 481 a.C. a Corinto si erano riuniti i rappresentanti dei Greci che intendevano resistere all’invasione dei Persiani. Qui furono decisi i provvedimenti necessari per fronteggiare la situazione. Si pose fine alle ostilità tra le città intervenute, tra cui Egina e Atene. Gli ostracizzati Aristide e Santippo furono richiamati in patria. Spie furono inviate a Sardi per esaminare i preparativi persiani. Fu deciso di imporre un tributo obbligatorio per i Greci filo-persiani da versare al santuario di Delfi al termine del conflitto. Ciò significa che viene negata ai rappresentanti dell’anfizionia di Delfi la capacità di rappresentare i Greci che ormai sono rappresentati solamente dai delegati delle poleis. Nel congresso di Corinto fu deciso anche di chiedere aiuto alle città neutrali di Argo, Corcira, Creta e Siracusa che, peraltro, rifiutarono di partecipare alla guerra.. Fu deciso di affidare il comando supremo a Sparta, ma Atene chiese che la linea di difesa fosse collocata al passo delle Termopili e, per mare, al Capo Artemisio in Eubea che doveva essere presidiato dalla flotta ateniese. Gli Spartani avrebbero preferito come linea di difesa attestarsi sull’Istmo di Corinto, ma in quel caso tutta l’Attica sarebbe caduta in mano persiana senza colpo ferire. Il contingente formato di quattromila opliti di cui trecento erano Spartani al comando di Leonida sembrava decisamente esiguo per fermare a lungo i Persiani al passo delle Termopili. Si trattava di una concessione che in caso di sconfitta obbligava a ritirarsi all’Istmo, come era il primitivo progetto spartano. All’Artemisio, la flotta alleata era nominalmente affidata allo spartano Euribiade, ma di fatto chi la comandava era Temistocle, dal momento che le navi erano per lo più ateniesi.

La battaglia delle Termopili     Quando ebbe di fronte l’esercito persiano, Leonida si rese conto che non era possibile sacrificare tanti opliti e perciò rimandò i quattromila soldati e rimase con i trecento Spartani e un contingente di Tespiesi che non vollero ritirarsi. Per tre giorni Leonida riuscì a resistere agli attacchi persiani, ma poi gli Spartani cominciarono ad essere aggirati da soldati persiani guidati da un traditore che aveva rivelato un passaggio segreto. La resistenza di Leonida e dei suoi fu importante perché permise alla flotta greca di sganciarsi da quella persiana all’Artemisio, tornare ad Atene e trasportare gli abitanti di Atene sull’isola di Salamina e di Egina o a Trezene.

I Persiani ad Atene     Superate le Termopili, i Persiani dilagarono nella Focide e in Beozia dove le città nemiche furono saccheggiate, mentre Delfi e Tebe furono risparmiate in quanto filo-persiane. I Persiani dilagarono anche in Attica, si impadronirono di Atene ormai vuota, mentre non fu risparmiata l’acropoli, difesa simbolicamente da alcuni cittadini: infatti fu data alle fiamme. Anche la flotta persiana era giunta nel Pireo e la vittoria sembrava a portata di mano, ma non si teneva presente che in realtà l’esercito greco e la flotta erano ancora quasi intatti e che lo specchio di mare davanti ad Atene era molto angusto e favoriva unicamente chi ne aveva una conoscenza completa.

La battaglia di Salamina     Naturalmente le opinioni erano contrarie: gli Spartani volevano far arretrare la flotta fino all’Istmo di Corinto, Temistocle invece riteneva che la flotta persiana andava affrontata sulle coste dell’Attica. Per mettere gli Spartani di fronte al fatto compiuto, sembra che Temistocle abbia fatto credere a Serse mediante un delatore che la flotta ateniese intendeva sganciarsi da Salamina, inducendo Serse a collocare la sua flotta sul canale di Minoa, il braccio di mare che separa Salamina dall’Attica. Perciò la flotta ateniese si trovò chiusa da nord e da sud, mentre la flotta persiana finiva in una zona di scogli e di bassi fondali. La superiore abilità marinaresca degli Ateniesi fece il resto e alla fine della giornata la vittoria dei Greci appariva schiacciante. Serse comprese che sarebbe stata follia affrontare subito l’esercito greco e ordinò la ritirata generale, dopo aver collocato un forte contingente persiano in Tessaglia al comando di Mardonio col compito di svernare in Grecia. Infatti, la vittoria di Salamina era avvenuta il 20 settembre, quando né soldati né marinai possono vivere all’addiaccio.

La battaglia di Platea     Nei primi mesi del 479 a.C. Mardonio tornò in Attica, i cui abitanti furono di nuovo evacuati. Atene chiese l’intervento di Sparta, ma l’aiuto tardava ad arrivare. Gli Ateniesi minacciarono di arrendersi ai Persiani. Seimila Spartani si unirono alle truppe ateniesi. Il comando supremo venne affidato allo spartano Pausania. Mardonio lasciò l’Attica e si attestò in Beozia dove schierò l’esercito persiano nei pressi di Platea, scelta perché sembrava idonea ai movimenti di cavalleria. I due eserciti si fronteggiarono per alcuni giorni, infine Mardonio decise l’attacco quando ritenne d’avere la superiorità numerica, ma i Greci si mostrarono più determinati e meglio addestrati dei Persiani. Per di più, i Greci della Ionia, arruolati dai Persiani, mostrarono poco desiderio di combattere. Mardonio fu ucciso in combattimento e da quel momento i Persiani perdettero lucidità di comando e si sbandarono, iniziando una marcia di ritorno paurosa: di centomila ne tornarono in Asia Minore solamente quarantamila.

Definitiva vittoria dei Greci     Sempre nel 479 a.C., la flotta dei Greci comandata dallo Spartano Leotichida e dall’ateniese Santippo, sostenuta dagli Ionici delle isole e delle città greche della costa, affrontò la flotta persiana nei pressi del Capo Micale vicino a Mileto e la distrusse. Il successo degli alleati greci fu completato da una vittoria che le città greche di Sicilia riportarono ai danni dei Cartaginesi che occupavano la parte occidentale dell’isola. Forse l’attacco cartaginese era stato concertato con i Persiani perché avvenisse negli stessi giorni e i Greci avvertissero come le ganasce di una grande tenaglia che li stringeva da oriente e da occidente. I tiranni di Siracusa e di Agrigento sconfissero i Cartaginesi a Imera sulla costa settentrionale dell’isola nello stesso giorno di Salamina, almeno secondo un’antica tradizione. L’espansionismo cartaginese fu arginato e rafforzò Siracusa che nel 474 a.C. poté affrontare e vincere gli Etruschi a Cuma, iniziando il declino della potenza etrusca in Italia.