Storia greca, cap. I

Storia della Chiesa

Alberto Torresani

Storia greca

CAP. 1 – LE PRIME CIVILTA’ DELL’EGEO

 

Sulle coste e sulle isole bagnate dalle acque del mar Egeo fiorirono, in epoche diverse, la civiltà minoica e quella micenea.

     Le prime ricerche archeologiche sui Micenei risalgono alla fine dell’Ottocento, mentre gli scavi in area minoica sono ancora più recenti. Recente è la decifrazione della scrittura che va sotto il nome di “lineare B”, ad opera  dell’architetto inglese Michael Ventris. Questi, esperto nell’interpretazione di cifrari utilizzati nelle comunicazioni militari nel corso della Seconda guerra mondiale, ebbe l’idea di applicare lo stesso metodo di analisi statistica per decifrare la “lineare B”. Con l’aiuto del filologo John Chadwick, egli giunse effettivamente a capo dell’impresa, ma purtroppo morì prematuramente in un incidente stradale.

     La civiltà minoica, che prende il nome da Minosse, il mitico re di Cnosso, si sviluppa intorno ai centri urbani dell’isola di Creta. Si tratta di una struttura statale peculiare, che fonda il suo predominio politico sull’attività commerciale nel bacino orientale del Mediterraneo. Intorno al 2200 a.C. nelle città di Cnosso e di Festo, e in altri centri minori vengono edificati Palazzi che costituiscono l’espressione più tipica della cultura cretese. Sono edifici dalla planimetria molto complessa fino a meritarsi il nome di “labirinto”. Essi costituiscono il centro politico, religioso e commerciale dell’isola. Ma già a partire dal secolo indicato, i documenti indicano la presenza di popolazione proveniente dalla penisola greca.

     Dopo aver occupato la penisola greca fin dal XVII secolo a.C. e dopo aver subito l’influsso culturale dei Cretesi per tutto il secolo successivo, i Micenei occuparono l’isola di Creta intorno all’anno 1400 a.C. e ne determinarono il declino, seguito dalla scomparsa come entità politica autonoma, forse anche a causa di un terribile terremoto seguito da maremoto.

     Caratterizzata da una cultura aristocratica, fortemente gerarchica e militarizzata, la civiltà micenea si diffuse nel Mediterraneo orientale e venne in contatto con l’impero degli Ittiti. L’eco si conserva nell’Iliade che racconta la caduta di Troia, un’impresa che segna l’apogeo della civiltà micenea, da collocare alla fine del XIII secolo a.C. Tuttavia, poco dopo anche la città di Micene e le sue istituzioni crollano per cause che non conosciamo con precisione.

     Si apre perciò nell’area dell’Egeo una lunga era durata quasi quattro secoli che alcuni hanno chiamato “medioevo ellenico” nel corso del quale andò smarrita la scrittura “lineare B”: di fatto si conservarono solamente i poemi omerici che peraltro erano tramandati oralmente, ossia non erano stati scritti nella complessa scrittura sopra indicata, che per lo più veniva impiegata per scopi pratici, per esempio gli inventari di magazzino.

 

  • LO SCENARIO DELLA CIVILTA’ GRECA

Nel III millennio a.C., mentre in Mesopotamia la civiltà akkadica muoveva i primi passi, il bacino del mar Egeo assisteva a un’intensa colonizzazione delle sue coste e delle numerose isole degli arcipelaghi bagnati da quel mare fino a Creta. Da questi insediamenti e dalle successive migrazioni nell’area egea nasceranno la civiltà minoica e micenea, preludio della più matura civiltà greca. I tre aggettivi minoico, miceneo, greco meritano qualche precisazione. Gli storici dell’Ottocento erano soliti definire micenea la cultura greca che precedeva l’età della Grecia arcaica e classica, includendovi anche la civiltà che l’archeologo J. Evans, lo scopritore di Cnosso, agli inizi del Novecento, definì minoica. Da allora micenea si disse solamente la civiltà della Grecia nel secoli dal XVI al XII a.C., durante i quali si svilupparono e fiorirono numerose città sulla terraferma, tra cui Micene, che giunsero ad estendere la loro supremazia anche sull’isola di Creta, decretando la fine di quella civiltà. Quando nel XII secolo anche la civiltà micenea scomparve, principalmente a causa dell’invasione dei Dori, l’ultima stirpe di indeuropei parlanti un dialetto greco, l’area dell’Egeo piombò in un lungo periodo di oscurità, durato dal XII al IX a.C., che si può considerare un periodo di gestazione della civiltà greca classica. Gli antichi chiamavano Achei, ossia abitanti dell’Acaia, una regione della Grecia, quelli che noi chiamiamo Micenei  che parlavano un dialetto greco e perciò Micenei o Achei sono i progenitori dei Greci.

Le fonti storiche     I dati più importanti per conoscere la civiltà minoica sono venuti dall’archeologia, che tuttavia aveva preso le mosse dalla civiltà micenea. Il primo archeologo dell’area micenea fu il tedesco Heinrich Schliemann, che facendosi guidare dai poemi omerici riportò alla luce i resti delle città di Troia e di Micene tra il 1870 e il 1876.

Gli scavi in area micenea avevano rivelato contaminazioni culturali con una civiltà che gli Achei avevano trovato già sviluppata nell’Egeo al momento del loro arrivo. Come si è accennato, fu l’inglese Evans a iniziare gli scavi sistematici a Creta. Sono state trovate numerose tavolette con iscrizioni. Le più antiche adottano una scrittura definita “lineare A”, non ancora decifrata. La scrittura micenea, documentata anche a Creta a seguito dell’invasione dell’isola operata dagli Achei, è stata chiamata “lineare B”, decifrata intorno al 1952 e risultata un dialetto greco scritto usando un segno particolare per ogni consonante unita alle vocali della lingua greca, un sistema complicato perché comporta la necessita di ricordare circa novanta segni diversi. Una scrittura del genere era una specie di stenografia elaborata dalla corporazione degli scribi che mantenevano il monopolio della scrittura alla loro categoria anche per fini corporativi.

L’altra fonte importante sono i poemi omerici, scritti dopo l’VIII secolo a.C.: essi si proponevano di raccontare le gesta degli eroi micenei, ma in realtà riflettevano l’ambiente successivo ai quattro secoli che vanno sotto il nome di medioevo ellenico. Infatti, le istituzioni politiche ricordate nell’Iliade, anche se riferite ai Micenei-Achei, contrastano con i dati ricavati sullo stesso argomento dalle tavolette del lineare B. Perciò si deve concludere che il contenuto dell’Iliade si riferisce a una situazione posteriore a quella micenea.

Geografia e clima     Collocata all’estremità meridionale della penisola balcanica, la penisola greca si protende tra i mari Ionio ed Egeo. La regione presenta una linea costiera frastagliata, con numerosi golfi dalla Tracia all’Epiro. In Tessaglia, posta nel settentrione, vi sono alcune pianure circondate dai monti più elevati; al centro le montagne si alternano con pianure molto più ridotte, ma densamente abitate. Verso est si protende la regione dell’Attica con Atene e ancora più a sud c’è il Peloponneso, pianeggiante all’interno con quattro catene di monti che formano come quattro speroni protesi verso il mare. Fanno parte della regione greca numerose isole che la circondano da ogni lato. La più estesa è l’isola Eubea, poco distante dalla terraferma. Al largo dell’Attica le isole formano un arcipelago chiamato Cicladi, mentre verso le coste dell’Asia Minore le isole formano l’arcipelago delle Sporadi. I fiumi hanno piccola portata e non si prestano alla navigazione interna e perciò i collegamenti in Grecia avvenivano prevalentemente per mare. Il clima è quello che noi definiamo mediterraneo, con inverni abbastanza brevi, piogge distribuite in autunno e in primavera ed estati piuttosto calde e secche.

 

  • LA CIVILTA’ MINOICA O CRETESE

La prima diffusione di una civiltà legata alla produzione del bronzo nell’area egea, ha il suo punto di origine nella penisola anatolica, in Cilicia, a sud della catena del Tauro verso il golfo di Alessandretta. Qui si stanziarono nei primi secoli del III millennio a.C. alcune popolazioni di origine sconosciuta, per comodità chiamate Asiane, dedite alla produzione e al commercio del bronzo e di un particolare tipo di ceramica nera brillante con figure bianche. Dalla Cilicia i manufatti asianici si diffondevano nelle isola Cicladi, fino a Creta e fino a Troia verso nord e da lì discendevano lungo la penisola greca. Una diffusione così intensa testimonia uno sviluppo dei traffici commerciali in grado di assicurare a quelle popolazioni un tenore di vita elevato. A Creta la diffusione del bronzo coincide con un notevole sviluppo demografico e col miglioramento del benessere. Si notano già, nei manufatti cretesi, i segni caratteristici della produzione artigianale minoica, ossia la grande cura dei particolari e la buona qualità dei materiali. Nella prima metà del III millennio a.C. le navi cretesi raggiungevano stabilmente l’Egitto e le isole Cicladi, importandovi oli profumati.

Migrazioni del II millennio a.C.     Intorno al 2500 a.C. in tutta la zona dell’Egeo si nota lo spostamento verso sud delle rotte commerciali e degli insediamenti. La città di Troia subisce la sua prima distruzione che non sappiamo a chi attribuire. L’isolamento in mezzo al mare mantiene Creta al riparo degli effetti più pericolosi. Ma, mentre finora i commerci cretesi avevano come baricentro le isole dell’Egeo, in seguito a questi movimenti, essi prendono decisamente la via dell’Egitto, dove regnano i faraoni della VI dinastia, i principali acquirenti dell’olio profumato di Creta. Il traffico con l’Egitto stimola in Creta l’industria metallurgica e i cantieri navali. Cnosso e Festo, posti al centro dell’isola, uno a nord e l’altro a sud,  da villaggi si trasformano in città e l’agricoltura diviene sempre più specializzata.

L’epoca dei primi Palazzi     A partire dal 2200 a.C., all’interno dei centri di Cnosso, Festo e Mallia sorgono palazzi di notevoli dimensioni, con una pianta molto complessa: intorno a un cortile centrale si sviluppano molte stanze destinate a laboratori e magazzini. Dalla dimensione dei palazzi si deve supporre un potere politico presente in ogni singolo centro, perché niente lascia supporre la supremazia di una città sopra tutte le altre. La presenza dei laboratori all’interno dei palazzi fa supporre l’esistenza di un potere politico legato all’attività economica prevalente, una specie di monopolio che cercava di mantenere segrete le modalità di produzione dei vasi ottenuti col tornio e perciò molto più eleganti e sottili. I vasi cretesi, policromi e vetrificati, decorati con figure ritratte al naturale o stilizzate, tra cui divennero famosi quelli di Kamares alle pendici del monte Ida, si trovano in tutto il Mediterraneo orientale e in Egitto. Anche la navigazione conobbe uno sviluppo notevole, dopo la comparsa delle vele che si aggiunsero ai remi. Le rotte commerciali divennero più stabili e i tempi di percorrenza più brevi. Manufatti cretesi sono stati trovati in Mesopotamia e in Egitto fino alla XII dinastia: il nome di Kefti ovvero Cretesi, compare in molte iscrizioni.

La scrittura     I Cretesi importarono dall’Egitto la loro scrittura, prima usavano i geroglifici e poi derivarono una scrittura ideografica che doveva essere più semplice ma che noi non siamo riusciti a decifrare. Si tratta della lineare A, conservata in numerose tavolette presenti al centro dell’isola di Creta. Quasi certamente si tratta di documenti contabili di magazzino, non di letteratura. Non compaiono monumenti con iscrizioni di dedica a ricordo di certi personaggi potenti o gloriosi: si ha l’impressione di città-stato mercantili che giudicassero spreco ciò che non si poteva vendere.

La distruzione dei primi Palazzi     Intorno al 1700 a.C. i palazzi di Creta subirono distruzioni di varia entità. Si possono formulare molte ipotesi per spiegare un evento che interrompeva un’evoluzione durata tanto a lungo. Una prima ipotesi postula l’arrivo di importanti flussi migratori presenti da due secoli nella penisola greca e che hanno la caratteristica di costruire abitazioni intorno a una vasta sala centrale, chiamata megaron, una caratteristica delle popolazioni greche in epoca storica. Una seconda ipotesi suppone il crollo dei palazzi a seguito di un terremoto, seguito da saccheggio per opera di ceti subalterni. Una terza ipotesi suppone una guerra civile tra le città di Festo e Cnosso, divenute molto potenti, e gli abitanti della parte orientale dell’isola in qualche modo sfruttati. In ogni caso, nel giro di alcuni anni i palazzi distrutti furono riedificati e la crisi sembrò superata.

Apogeo della civiltà minoica     Il nuovo palazzo di Cnosso fu costruito con maggior fasto, superando di gran lunga il palazzo precedente. Le pareti furono dipinte con scene naturalistiche che mostrano la vita dei Cretesi con piante e animali ritratti molto accuratamente a colori vivaci. L’acqua veniva distribuita all’interno del palazzo con soluzioni tecniche molto ingegnose. In seguito i palazzi vengono ricostruiti anche a Festo e Mallia e ne sorgono anche di nuovi, sebbene meno estesi di quelli finora ricordati. La ceramica raggiunge vertici di perfezione tecnica e di gusto artistico rimasti a lungo insuperati. Sembra che dopo la distruzione e la ricostruzione dei palazzi, il potere politico si sia concentrato nelle mani del sovrano di Cnosso che riceve il titolo di Minosse, sicuramente un titolo regale di antica tradizione. I capi di Festo e Mallia sono imparentati col sovrano di Cnosso. Da alcune tavolette in lineare B veniamo a sapere che al palazzo di Cnosso viene dato il nome di Labirinto che ora significa un edificio da cui non è facile trovare la via per uscire. In realtà, labirinto deriva da labrys, l’ascia bipenne di impiego liturgico, che spesso compare  nelle stanze e sugli oggetti trovati all’interno del palazzo di Cnosso. Al Labirinto rimane legato il Minotauro, il dio-toro di Creta, al quale venivano sacrificati numerosi giovani e giovanette inviati come tributo annuo dalle città della Grecia. Forse questo è il segno di una egemonia stabilita da Creta su una parte della penisola greca.

La talassocrazia     Questa potenza viene denominata più esattamente “talassocrazia” che significa dominio marittimo esercitato da una flotta in grado di raggiungere le città portuali della Grecia, superando le difese locali. Le città cretesi appaiono tutte sprovviste di mura, mentre nei palazzi sono stati trovati depositi di armi per la difesa locale. Ciò significa che la flotta cretese aveva il dominio assoluto del mare: se qualche nemico riusciva a passare attraverso le maglie della flotta, trovava una forte difesa locale nei palazzi fortificati, mentre la flotta cretese poteva sconfiggere le navi degli aggressori. Inoltre il toponimo Minoa è largamente diffuso in tutto il mondo greco e ciò significa che la flotta cretese poteva far scalo in molti porti.

I commerci e l’artigianato     La talassocrazia cretese si sviluppò verso nord nei confronti delle isole dell’Egeo, ma i proventi commerciali erano assicurati dai rapporti col Nuovo Regno egiziano. Sull’isola di Pharos, dove poi sorgerà il famoso Faro di Alessandro Magno, attraccavano le navi cretesi che vi vendevano tessuti molto apprezzati, vasellame, gioielli, armi, olio, vino e lana. Al ritorno portavano in patria rame, stagno, oro, argento, avorio. La produzione di beni per l’esportazione, soprattutto tessuti, armi e goielli, era controllata dal potere politico che con molta probabilità era proprietario delle pecore e perciò della lana e dei laboratori artigianali. Questi dati si deducono dalle tavolette in lineare B che registrano le materie prime in uscita dal palazzo (lana e lingotti di bronzo semilavorato), e i prodotti in entrata (metalli preziosi, avorio).

La religione     La realtà religiosa appare poco documentata. Certamente il potere politico del Minosse era considerato di origine divina e si doveva sacrificare un toro impiegando l’ascia bipenne: dalle corna e dal sangue del toro il re traeva forza e fecondità. Molto venerata una dea-madre che riassumeva le forze della natura che dispensa la vita e la prosperità. Certamente la tauromachia aveva notevole sviluppo, come appare dalle figure del palazzo di Cnosso, dove compaiono atleti che saltano il toro dopo aver afferrato le sue corna compiendo un salto mortale sulle sue spalle (chi si intende di tori afferma che si tratta di esercizi pressoché impossibili). In ogni caso non era una religione popolare, bensì di palazzo che mirava a giustificare il potere detenuto.

L’arrivo dei Micenei     Verso la metà del XV secolo a.C. si nota un progressivo decadimento nella produzione dell’artigianato minoico e anche il suo potere politico appare sempre più debole. Nel corso di un cinquantennio l’isola perdette l’autonomia, subendo la dominazione di una potenza straniera. Solamente Cnosso conserva la sua importanza, mentre gli altri centri sono in piena decadenza.. Verso il 1400 a.C. i palazzi più importanti vengono distrutti e gli edifici che li sostituiscono sono simili a quelli del continente greco dominato dai Micenei, ossia ville con megaron. Non compaiono più tavolette in lineare B, e in Egitto i Kefti vengono raffigurati con tratti somatici e abbigliamento diverso da quelli antichi. Tutti questi indizi fanno pensare che la fine dell’epoca minoica sia stata determinata da Achei-Micenei indoeuropei giunti da non molti secoli in Grecia.

 

  • LA CIVILTA’ MICENEA

Nel corso del II millennio a.C. popolazioni indoeuropee, appartenenti al gruppo linguistico kentum, aggirando le rive settentrionali del mar Nero, giunsero attraverso la Tracia e la Tessaglia nelle regioni meridionali della penisola greca: Omero li chiamava Achei. Una prima traccia archeologica si trova negli scavi della città di Lerna nel Peloponneso, distrutta da un esercito invasone verso il 2200 a.C. I nuovi arrivati si integrarono con le popolazioni preesistenti. Gli Achei abbandonarono il semi-nomadismo pastorale e cominciarono a praticare l’agricoltura stabile, abitando in villaggi. Sul piano religioso avvenne la fusione tra una più antica religione legata a divinità femminili che presiedevano all’agricoltura con la religione degli invasori avente un pantheon in cui erano prevalenti le divinità maschili legate ai fenomeni atmosferici (il sole, il fulmine, il cielo).

L’influenza cretese     All’inizio del XII secolo a.C. l’occupazione della penisola greca da parte degli Achei appare completata. Le città achee si sono sviluppate e cominciano a stabilire relazioni tra loro e con la potenza commerciale egemone del momento, ossia con Creta. I centri costieri dell’Argolide, nel Peloponneso, si trovano in diretto contatto con i centri cretesi. Il Termine thalassa con cui i Greci chiamano il mare, non è di origine indoeuropea. Nel periodo che va dal 1600 al 1500 a.C. la civiltà degli Achei si arricchisce grazie agli apporti della cultura minoica: giochi, vestiti,, divinità, forme artistiche e scrittura dell’isola di Creta vengono importati sul continente, ostentati dall’aristocrazia guerriera delle città achee tra le quali primeggiano Tirinto, Pilo e soprattutto Micene, da cui deriva l’aggettivo miceneo preferito dai moderni all’aggettivo acheo.

Lineare B     L’acquisizione più significativa dei Micenei fu la scrittura: essi adattarono la grafia dei segni della lineare A ai suoni dei loro dialetti indoeuropei, inventando così la lineare B, sillabica come si è accennato e perciò più macchinosa rispetto a quella alfabetica adottata molti secoli dopo dai loro discendenti che la ricevettero dai Fenici. In ogni caso fu un passo importante anche se nel periodo del cosiddetto medioevo ellenico andò perduto anche il ricordo del lineare B.

Apogeo della civiltà micenea     Nonostante l’influsso della civiltà minoica, la civiltà micenea rimase sostanzialmente se stessa, ossia una società guerriera che lasciava poco spazio alle donne, al contrario di ciò che avveniva a Creta. Anche nel momento della loro massima potenza, tra il 1500 e il 1200 a.C., le città micenee rimasero piccole, circondate da mura possenti, in case relativamente modeste, costruite intorno all’unica sala abbastanza vasta ovvero megaron utilizzata per il banchetto e per le assemblee di soli uomini. Sono divenute famose le sepolture dei personaggi importanti, con corredo di armi e di maschera funebre in qualche caso fatta con un foglio d’oro entro tholoi, ovvero costruzioni cilindriche a pseudo-cupola.

Istituzioni e società     Per il re veniva impiegato il termine wanax. Egli era il maggiore proprietario di terra, il signore del palazzo, il capo politico e religioso, col compito di assicurare la prosperità e la sicurezza della città. Dipendeva dal wanax il lavaghetas, ossia il comandante sul campo dei soldati, coadiuvato da epetai, forse cavalieri che formavano la parte scelta dell’esercito. I soldati portavano corazza di cuoio difesa da losanghe di bronzo e imbracciavano uno scudo a forma di otto fatto di un’armatura di legno coperta di cuoio. Avevano spade e giavellotti. Il regno era diviso in distretti dipendenti da un basileus, un vassallo agli ordini del re, ma con poteri ereditari. Il wanax era assistito da un consiglio di gherontes ovvero anziani con poteri di supplenza nel caso di lontananza del re. La popolazione era divisa in demoi, ossia gruppi popolari che ricevevano un lotto di terra in proprietà comune, e in telestai ovvero dipendenti del palazzo  come sacerdoti, artigiani, pastori che ricevevano un lotto di terra in cambio dei servizi prestati. Al wanax e al lawaghetas erano assegnati in proprietà assoluta alcuni temenoi, ampie tenute terriere non gravate da imposte. Dai documenti rimasti si deduce l’esistenza di schiavi al servizio dei liberi.

Religione     Rispetto alla religione minoica si osserva presso i Micenei la prevalenza di divinità maschili, specialmente la triade Zeus, Apollo, Atena. Quest’ultima di femminile ha molto poco perché nata dal capo di Zeus, perché vergine e sempre rappresentata armata. Atena è simbolo del pensiero femminile che risulta prevalentemente intuitivo, a differenza di quello maschile che ha bisogno di lunghe inferenze logiche per potersi esprimere. Atena sostituisce anche la dea dell’agricoltura Potnia ed è protettrice dell’olivo, la pianta più importante per i Greci, che non hanno mai colonizzato in luogo in cui quell’albero non crescesse. Certamente il culto e i sacrifici agli dèi avevano il compito di rafforzare il potere politico che perciò stabiliva i giorni da destinare al culto degli dèi per averne la protezione.

Espansione commerciale e militare     Quando comincia la sua espansione al di fuori della penisola greca, il mondo miceneo appare unitario sul piano culturale: istituzioni e consuetudini politiche sono diffuse in forme molto simili nelle varie città, che tuttavia rimangono autonome sia dal punto di vista politico che da quello militare. Detto in altri termini, in Grecia non si è mai avuta la formazione di uno Stato che superasse la dimensione della città-stato. Fin dal XIV secolo a.C. Micene appariva la città più importante, ma senza esercitare un potere effettivo sulle altre città. Il Catalogo delle navi e la supremazia accordata ad Agamennone nell’Iliade come re di Micene sembra riflettere questo stato di cose. Dopo aver appreso l’arte della navigazione, le navi micenee solcarono il Mediterraneo e l’Egeo, dapprima con intenti commerciali e in seguito per colonizzare i luoghi più adatti allo sviluppo dell’agricoltura. Infatti, la Grecia continentale non è mai stata autosufficiente ossia in grado di assicurare ai suoi abitanti il cibo necessario. I Micenei giunsero in Sicilia e sulle coste meridionali d’Italia, ma i loro insediamenti non si sono affermati in modo definitivo e furono assorbiti dagli indigeni. Al contrario, a Creta i Micenei occuparono i posti di comando posseduti in passato dai Minoici in Siria e in Egitto. Avevano già occupato Rodi e le altre Cicladi, arrivando fino sulle coste dell’Asia Minore, dove entrarono in contatto con gli Hittiti. Costoro mostrarono estremo rispetto per gli Achei, probabilmente assoldati come mercenari e perciò riveriti. La guerra di Troia può essere interpretata come la decisione di impadronirsi di quella località che poteva controllare il passaggio dello stretto dei Dardanelli, vitale per il rifornimento di grano proveniente dalle coste del mar Nero. I Micenei giunsero anche a Cipro per assicurarsi una zona di rifornimento del rame indispensabile per produrre il bronzo.

Declino dei Micenei     Verso il 1200 a.C. l’espansione dei Micenei venne bruscamente interrotta, forse a causa di una forte ondata migratoria. Micene, Pilo, Tirinto furono distrutte e abbandonate. Con molta probabilità le orde degli invasori erano Dori, ossia una popolazione indoeuropea imparentata con i Micenei, ma molto più rozza e bellicosa e probabilmente fornita di armi di ferro, che i Micenei non sapevano trattare. Questi movimenti di popoli distrussero anche l’impero degli Hittiti e indebolirono l’Egitto.

 

 

  • LA CRISI DEL MONDO EGEO

Gli avvenimenti che hanno causato il crollo della civiltà micenea sono all’origine di un silenzio delle fonti durato almeno tre secoli, dal XII al IX a.C. Anche i dati archeologici sono molto pochi in questi secoli e come unica fonte abbiamo i poemi omerici composti a partire dalla metà del VII secolo, quando già si conosceva il ferro, ma si arcaizzava di proposito parlando sempre di armi di bronzo e della bellezza di una lontana società aristocratica popolata di eroi. Perciò si parla di “società omerica” che forse non è mai esistita perché trasfigurata dalle rievocazioni degli aedi. Nei secoli del cosiddetto “medioevo ellenico” si sono poste le basi della successiva civiltà greca che rimane il più grande dono fatto all’umanità dai Greci.

Scomparsa della civiltà micenea     Il dato più evidente è stato il rapido declino della civiltà micenea con la distruzione delle città più importanti, anche se alcune di loro furono riedificate in misura minore, altre come Pilo scomparvero per sempre. Occorre esaminare le principali ipotesi storiche circa le cause di un così drammatico cambiamento.

Alcune ipotesi     Tucidide propone il mito del ritorno degli Eraclidi, ossia i discendenti di Eracle ovvero i Dori. Si suppone che Eracle fosse nativo del Peloponneso, ma che ne fosse stato scacciato dai Tessali. I discendenti di Eracle sarebbero riusciti a riprendere il controllo della loro terra. Altri negano questi avvenimenti difficili da verificare e pensano che il Peloponneso si sia svuotato dei suoi abitanti che avevano preferito le coste dell’Asia Minore. Una terza ipotesi ammette l’arrivo di un’ultima ondata di indoeuropei parlanti un dialetto greco, forse provenienti dall’Asia Minore.

La società omerica     La cosa certa è la scomparsa dell’istituto monarchico e dei ceti sociali che erano stati la caratteristica di quella società. Scompaiono i wanax sostituiti dai basileus che noi traduciamo con “re”, ma che in realtà erano gli amministratori distrettuali con poteri limitati dalla gherusia ovvero consiglio degli anziani e dall’assemblea di tutti i guerrieri. Consiglio e assemblea sono istituzioni antichissime, caratteristiche degli indoeuropei che perciò rifiutavano di tributare onori divini ai sovrani viventi. Il basileus perciò si configura come un magistrato che non è proprietario della città o dello Stato. Col passare del tempo i poteri del basileus, della gherusia e dell’assemblea dei guerrieri furono usurpati dai grandi proprietari terrieri che formarono aristocrazie imparentate tra loro, ben decise a mantenere il potere entro le loro mani, mediante il controllo dell’attività religiosa e dei tribunali. Un esercizio del potere piuttosto miope fece scomparire la piccola proprietà contadina, mentre la crisi economica obbligava molti ad abbandonare la Grecia per cercare fortuna in nuovi insediamenti: essi con la madre-patria conservavano solamente legami di amicizia, ma non di sudditanza.

L’aristocrazia     Gli aristocratici vivevano un’etica di responsabilità verso il proprio ghenos, combattevano con carri e cavalli, anche quando quella tecnica era divenuta obsoleta di fronte agli opliti che combattevano a piedi in ordine chiuso ed erano armati di ferro. I nobili partecipavano alle Olimpiadi nella corsa dei carri tirati da quattro cavalli, una operazione estremamente complessa che solamente i ricchi potevano permettersi. Era uno sport pericoloso, molto selettivo. L’etica aristocratica esaltava la fedeltà al ghenos e perciò il modello era quello dell’eroe per il quale è onorevole morire per la patria, tranne poi accorgersi, come avvenne ad Achille, che sarebbe stata preferibile la vita di un povero agricoltore su questa terra, piuttosto di fungere da re dei morti.

La frammentazione del mondo greco     Al termine delle grandi invasioni delle varie stirpi greche il panorama appare molto frammentato. Le città, anche di piccola dimensione, sono molto numerose e ciascuna rivendica la propria autonomia. La distribuzione della principali stirpi elleniche –Dori, Eoli, Ioni- appare molto intricata. La cosa più sorprendente è l’attaccamento di ogni greco ai particolarismi linguistici, quasi che la vera lingua greca fosse quella parlata da ciascuno. La lingua greca che si studia a scuola è l’attico parlato ad Atena, ma unicamente perché i capolavori più importanti sono stati scritti in dialetto attico. Per una strana convenzione, la poesia corale doveva avere una patina di dorico e la poesia lirica una patina di ionico. I poemi omerici erano una lingua speciale inventata dagli aedi e usata solamente per la poesia epica.. I Dori erano stanziati nel Peloponneso e si caratterizzarono per costumi duri, come gente in perenne allenamento per andare in guerra. Le due città principali erano Argo e Sparta, sempre in conflitto tra loro. La cosa curiosa è che gli altri Greci ammiravano quel tipo di vita che per altri versi appariva bestiale, evitandolo accuratamente. Gli Ioni occupavano la grande isola Eubea e le Cicladi. Di fatto la regione più importante divenne Atene e l’Attica, forse anche in forza del porto del Pireo. Gli Eoli abitano la parte centro-settentrionale della penisola greca. Al centro del Peloponneso c’era l’Arcadia che rimase la regione più chiusa della Grecia, dove si parlava un dialetto arcaico, imparentato col dialetto cipriota.

Le città dell’Asia Minore     Il vero centro della Grecia rimase il mar Egeo con le innumerevole isole che lo punteggiano. I Micenei avevano sconfitto Troia e gli Hittiti verso il XII secolo a.C. Gli Hittiti conobbero una ripresa, ma verso la Siria e la Palestina. Le coste dell’Asia Minore affacciate sull’Egeo furono colonizzate dalle varie stirpi greche e le sue città come Efeso e Mileto ebbero l’onore di ospitare le prime scuole filosofiche: a nord c’erano coloni di stirpe eolica, al centro coloni di stirpe ionica e al sud coloni di stirpe dorica. Queste città di fatto furono più potenti delle città da cui provenivano i suoi abitanti, ormai divenuti provetti navigatori e mercanti accorti, mentre chi era rimasto sul continente penava la vita del povero agricoltore che doveva lottare con campi scarsi e avari. Perciò ogni anno dalle città dell’Eubea partivano gruppi di coloni, in particolare da Eretria e da Calcide che organizzarono due distinte serie di colonie, che con la madre-patria intrattenevano solamente rapporti culturali. Ripetiamo che i Greci non concepirono mai un’unità politica superiore alla città-stato. Al massimo arrivarono a concepire un’unità religiosa, un’anfizionia che radunava intorno a un santuario un gruppo di città, per esempio l’anfizionia del Panionion del capo Micale nei pressi di Mileto. Il mar Egeo divenne perciò un mare greco, interdetto alla marineria fenicia, rimasta per secoli molto importante. Dopo la fondazione di Cartagine, avvenuta nell’VIII secolo a.C., il mar Ionio, già percorso dai Micenei, era andato perduto dai Greci che faticarono non poco per riconquistarlo.

L’alfabeto     La scrittura alfabetica fu importata dalla Fenicia verso la metà dell’VIII secolo a.C. I nomi delle lettere greche -alfa, beta, gamma. ecc. – non significano niente in greco, indicavano dei suoni. I Fenici scrivevano solamente le consonanti, i Greci avevano parole formate solamente di vocali e perciò bisognava usare segni speciali per le vocali. Furono usati i suoni che non sono presenti in greco per le vocali, per esempio alfa per i semiti era una semplice aspirazione, per i greci divenne la vocale alfa. Si tratta di una creazione di fondamentale importanza perché impiegava solamente ventiquattro segni che si possono apprendere facilmente. L’alfabeto greco fu importato in Italia e divenne il fondamento per il latino e per l’etrusco.