PLATONE. PREMESSE. I DATI FONDAMENTALI.

Filosofia: logica, gnoseologia...

di ANTONIO LIVI. PLATONE. PREMESSE. I DATI FONDAMENTALI. La vita e le opere. Dialoghi socratici (396-388 av. Cr.). Dialoghi contro i sofisti (387-368 av. Cr.). Dialoghi della maturità (368-365 av. Cr.). Dialoghi dell’ultimo periodo (365-347 av. Cr.)

di Antonio Livi,

tratto da:

“Dal senso comune alla dialettica. Una storia della filosofia”


Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2004-2005

CAPITOLO SECONDO


PLATONE


Parte 1


PREMESSE


Con Platone la storia della filosofia – come ricerca scientifica ben fondata ­– comincia a basarsi su documenti letterari che possono essere studiati direttamente e integralmente (non come nel caso dei filosofi anteriori, che non hanno scritto alcunché, oppure hanno scritto opere delle quali conosciamo solo il titolo e qualche frammento), anche se una certa insicurezza storiografica permane, per due motivi:

a) perché l’autenticità del corpus platonicum (che comprenderebbe, secondo gli Alessandrini, 34 opere) è messa in dubbio dagli studiosi, o totalmente o in parte; le Lettere, per esempio, vengono comunemente ritenute spurie, salvo la VII;

b) perché molti studiosi, seguendo un’indicazione di Aristotele – che nella sua Fisica (IV, 209b, 10) parla di «ágrapha dógmata [=dottrine non scritte]» di Platone – ritengono che il genuino pensiero del filosofo sia stato tramandato oralmente (proprio come fu il caso di Socrate) e che pertanto gli scritti abbiano una funzione secondaria, di tipo pedagogico. Platone stesso induce a confermare questa ipotesi, che logicamente comporta una lettura delle sue opere che non si limiti al testo ma tenga conto del contesto storico, in particolare delle testimonianze dei discepoli. Ecco, per documentare subito l’importanza di questo discorso, un passo del Fedro platonico: «Questo ha di terribile la scrittura, simile, per la verità, alla pittura. Infatti le creature della pittura ti stanno di fronte come se fossero vive, ma se domandi loro qualcosa, se ne restano zitte, chiuse in un solenne silenzio; e così fanno anche i discorsi. Tu crederesti che parlino pensando essi stessi qualcosa, ma se, volendo capire bene, domandi loro qualcosa di quello che hanno detto, continuano a ripetere una sola e medesima cosa. E una volta che un discorso sia scritto, rotola da per tutto, nelle mani di coloro ai quali non importa nulla, e non sa a chi deve parlare e a chi no. E se gli recano offesa e a torto lo oltraggiano, ha sempre bisogno dell’aiuto del padre, perché non è capace di difendersi e di aiutarsi da solo». Ed ecco come uno specialista di studi platonici commenta il testo, partendo dalla frase conclusiva: «Quest’ultimo concetto, che viene precisato in modo ben netto, è fondamentale per chi affronta la lettura e l’interpretazione di Platone. In particolare, va rilevato che esso mette in crisi in modo radicale e globale il modello di lettura che ha dominato dagli inizi del XIX secolo fin oltre la metà del secolo XX. Tale modello di lettura, eliminando la tradizione indiretta che ci informa sulle dottrine (o almeno sui punti essenziali di esse) che Platone riserva all’oralità, puntava ad una lettura autonoma degli scritti platonici, proclamandone la totale autarchia, e considerandoli, di conseguenza con canoni tipicamente moderni, completamente al di fuori di quella dimensione storica che abbiamo ricordato. Contro quel concetto e quella prassi di insegnamento dei Sofisti e dei Retori, imperniati su un comunicare e ricevere idee in maniera quasi meccanica e implicanti una netta distinzione gerarchica fra insegnante e discente, Platone porta in primo piano la concezione del comunicare idee come una attività che si svolge fra pari e fra amici, in senso attivo e creativo da ambo le parti. L’insegnare e il comunicare idee implica un preciso rapporto fra anima e anima, che comporta, da parte di chi insegna, la scelta dell’anima adatta del discente, e la maniera di parlare o tacere in modo adeguato a tale anima. I discorsi più veri, belli e validi non sono quindi quelli che si scrivono nei rotoli di carta, ma nelle anime degli uomini. Quelli che si scrivono sulla carta non sono che “immagini” pallide dei discorsi viventi e animati e, quindi, di rango nettamente inferiore. Ma che cosa è, allora, la scrittura rispetto all’oralità? […]. La risposta di Platone è molto precisa: i libri hanno un valore ipomnematico, ossia servono per richiamare alla memoria dell’autore, quando giunga alla vecchiaia, le cose di cui essi trattano. E non solo lo scritto vale come pro memoria per l’autore, ma per “chiunque segua la medesima traccia”. La chiarezza, la compiutezza e la serietà non sono quindi caratteristiche dello scritto, bensì dell’oralità» 1.

Ma qual è il messaggio delle dottrine non-scritte? Lo ricaviamo essenzialmente da Aristotele, e riguarda il nucleo fondamentale della metafisica platonica, ossia la teoria delle Idee, che presto esamineremo; per adesso basterà dire che, secondo gli studiosi, le dottrine non-scritte di Platone inducono a porre come Principio primo della realtà l’Uno (come farà esplicitamente e per iscritto Plotino sette secoli dopo), unitamente alla “diade” o dualità di grande/piccolo, illimitato/limitato, attivo/passivo… Dall’Uno e dalla “diade” deriverebbero tutte le Idee, cioè tutta la realtà.

Oltre a questo motivo, di indole testuale, c’è poi un’altra di difficoltà storiografica, questa volta di indole ermeneutica.

Riaccostandoci oggi a Platone con la nostra cultura e il nostro linguaggio, siamo talvolta esposti a irrimediabili errori di interpretazione, evitabili in parte se fin dall’inizio vengono fatte le opportune osservazioni sul significato storico dei termini propri del platonismo. La prima osservazione riguarda il termine italiano “idea”, comunemente usato per tradurre ciò che Platone designa con i termini idèa e éidos; usando “idea” (e parlando perciò di “idealismo” platonico), noi, contemporanei del neo-idealismo di Croce e di Gentile (che si rifanno all’idealismo di Hegel), siamo indotti a pensare a una fenomenologia della soggettività, a una logica del pensiero. Nulla di più contrario al senso originario del termine platonico, che designa piuttosto la natura oggettiva delle cose, la loro essenza metafisica. Platone, infatti, usa il termine idéa o éidos come sinonimo di usía ( = essenza) e di physis ( = natura); si potrebbe pertanto tradurre in italiano questi termini con lo stesso termine che si usa nel tradurre Aristotele, cioè appunto “essenza”; oppure si potrebbe parlare di “forma” o di “natura”. Ma una secolare tradizione culturale europea obbliga ad attenersi all’uso del termine “idea”, che nel corso dell’esposizione del pensiero platonico scriveremo con l’iniziale maiuscola (“le Idee”); questo accorgimento formale, e le spiegazioni che abbiamo ora fornito, eviteranno in gran parte gli equivoci di un’interpretazione “idealistica”.

Una terza difficoltà che caratterizza lo studio del pensiero platonico deriva dal fatto che Platone si esprime nella forma letteraria del dialogo, dove le varie opinioni attorno a un argomento vengono esposte dialetticamente, talché non sempre appare evidente quale sia la tesi che lo stesso Platone intende sostenere (nel caso che intendesse davvero sostenere una tesi già costituita formalmente). Inoltre, i vari dialoghi trattano vari argomenti ciascuno, con ripetizioni, rettifiche parziali o totali e nuovi punti di vista: manca insomma l’esposizione sistematica che invece troveremo nei trattati aristotelici, e ciò rende difficile inserire il discorso platonico in uno schema dottrinale esplicito e formalmente univoco.

Due cose però risultano evidenti dal testo stesso degli scritti platonici:

1) che Platone intende la filosofia, non come insegnamento di verità ormai accertate e consolidate, bensì come avviamento degli interlocutori alla ricerca del vero, mediante una incessante critica delle opinioni consuetudinarie e una sempre più profonda riflessione sull’esperienza, per coglierne l’intima razionalità;

2) che, indipendentemente dalla sua filosofia, Platone ha una mentalità fortemente aristocratica, intellettualistica e maschilistica: dei numerosi personaggi dei suoi Dialoghi (quasi tutti personaggi storici, contemporanei o di poco anteriori), nessuno appartiene al popolo e nessuno è donna; ci sono aspetti fondamentali dell’esperienza umana che Platone sistematicamente ignora, quali appunto la femminilità (e pertanto la maternità) e poi addirittura la famiglia e il lavoro (arte, tecnica, servizi sociali).

Stabilite queste necessarie premesse, riguardanti l’intrinseca natura dell’opera platonica, occorre anche premettere che l’influsso storico di Platone è del tutto eccezionale e costituisce un caso unico: «Platone è il filosofo più amato e letto da sempre. È indiscutibile che oggi Platone sia più vivo di Aristotele, così come Agostino è più vivo di Tommaso» dice Giovanni Reale, ordinario di Storia della filosofia antica presso l’Università Cattolica di Milano, uno dei massimi esperti del pensiero antico, ma soprattutto un innamorato di Platone. Platone è il filosofo più tradotto di tutti i tempi e Werner Jaeger affermava che proprio con Platone la filologia ha raggiunto le sue vette più elevate.

Lo stesso Giovanni Reale, proprio mentre invita a leggere Platone nei testi originali, mette in guardia dalle difficoltà di interpretazione: «Platone possiamo considerarlo un autore facile e difficile nello stesso tempo. Facile per la ricchezza di contenuti, per la sua prosa che è autentica arte. Difficile come pensatore e scrittore da leggere e interpretare perché non si lascia imbrigliare negli schemi della cultura contemporanea. Platone è un artista sublime e la grammatica greca è in gran parte basata sul suo stile, così come la grammatica latina trova il suo “campione” in Cicerone. È lo spirito della grecità che traspare dalla sua prosa. Platone non parla solo per concetti, parla per immagini e per miti: è il Michelangelo dei miti. Quando leggo il mito di Er, simbolo del giudizio, o il mito della biga alata, simbolo dell’anima, o quello della caverna, che mostra le varie tappe della conoscenza umana, io avverto la stessa forza che traspare dal Giudizio universale dell’artista fiorentino. Ma Platone parla anche a tutti coloro che hanno una sensibilità religiosa. La parola “teologia” è stata coniata da lui, e compare per la prima volta nella Repubblica. Il discepolo di Socrate è anche il più grande teorico dell’Eros, non nel senso limitativo e sessuale, ma in quanto forza che innalza e che porta all’assoluto attraverso la bellezza. L’Eros e il logos non si limitano all’animo umano, ma hanno una dimensione cosmica. L’Eros è il tendere di ogni cosa al Bene e al possederlo per sempre. E in un mondo come il nostro, dissacratore della bellezza, Platone ci comunica il bello in tutta la sua verità» 2.

Resta, comunque, l’importante rilievo – che Reale non manca di fare in varie occasioni, e in particolare quando si tratta delle dottrine platoniche sulla società e lo Stato – che in Platone la persona umana non viene apprezzata nella sua singolarità, come fa il cristianesimo: «In tutte queste dottrine, a ben vedere, l’errore di fondo resta unico, e consiste nel considerare la razza più importante dell’individuo, la collettività più del singolo. Platone […] non ebbe chiaro il concetto di uomo come individuo e come irripetibile singolo, e non potè quindi capire che proprio in questo essere individualità singola e irripetibile sta il valore supremo dell’uomo» 3.


I DATI FONDAMENTALI


1. La vita e le opere.


Il suo vero nome era Aristocle; fu soprannominato Platone per la sua imponenza fisica e per la larghezza delle sue spalle. Nacque nella primavera del 427 av. Cr., forse ad Atene, ma più probabilmente nell’isola di Egina, ove si trovavano temporaneamente il padre Aristone e la madre Perittione, nobili ateniesi discendenti di Codro (mitico fondatore di Atene e ultimo re dell’Attica), stimati ed esaltati dai poeti. Trascorse l’adolescenza nello studio della poesia, della musica e della pittura; conobbe Cratilo, filosofo eracliteo, ma non ne prese sul serio l’insegnamento; a venti anni entrò a far parte dei discepoli di Socrate e presto si fece notare per la sua diligenza, genio e venerazione verso il maestro. Nel 399, la condanna di Socrate gli cagionò un disorientamento tale da fargli lasciare Atene e avventurarsi in una serie di viaggi in Grecia, Magna Grecia ed Egitto, rimanendo dieci o dodici anni fuori della sua patria; di questi viaggi si servì per conoscere origini, usi, costumi, leggi, religioni e civiltà di quei popoli. Mentre si trovava presso Archita, signore di Taranto, si interessò alle teorie dei pitagorici, che gli trasmisero alcune fondamentali credenze orfiche sull’anima, come la trasmigrazione o metempsicosi.

In quella regione, inoltre, strinse amicizia con Dione, cognato e futuro genero di Dionisio I, tiranno della fiorentissima Siracusa. Nel 388, proprio per interessamento di Dione, venne introdotto in quella corte fastosa e corrotta; segreta aspirazione di Platone era quella di indurre il tiranno a riformare le leggi e a instaurare una politica nuova rispondente alle sue teorie; ma presto si accorse della impossibilità dell’impresa di fronte ai metodi dispotici e alle ambizioni espansionistiche del tiranno.

Un certo Pollios, ambasciatore spartano a Siracusa, ebbe da Dionisio il segreto incarico di allontanare il filosofo dalla reggia; Pollios intraprese con questi un viaggio e, passando per Egina, lo consegnò ai notabili di quell’isola; Egina era in stato di guerra con Atene e aveva stabilito che ogni ateniese sorpreso sul suo territorio doveva essere passato per le armi o trattenuto come schiavo: Platone fu gettato in prigione come schiavo. In quei giorni si trovava in Egina un facoltoso mercante di Cirene, certo Anniceride, che aveva conosciuto e ammirato Platone nella visita che questi aveva fatto a Cirene prima di venire in Italia; costui, saputo il fatto, si affrettò a riscattare il filosofo con una forte somma, e lo restituì agli ateniesi (387); né il benefattore di Cirene volle accettare la restituzione del prezzo del riscatto, offerta dagli intellettuali ateniesi (o, secondo altri, da Dione), sicché quel denaro fu messo a disposizione di Platone, il quale se ne servì per erigere una scuola-tempio, dedicata alle Muse e alla filosofia; fu chiamata «Accademia» da Accademo, l’eroe da cui aveva nome la contrada, peraltro già sacra ad Artemide e alle Grazie.

La scuola fu improntata allo spirito religioso di quell’altra che molti anni prima era fiorita a Crotone ad opera di Pitagora, del cui pensiero Platone era profondo studioso: si trattava di una comunità i cui membri vivevano insieme, affratellati dal vincolo del medesimo amore della sapienza. Per circa venti anni Platone svolse in questa scuola la sua attività di maestro e scrittore, conducendo l’Accademia, frequentata da una lunga serie di eletti discepoli, a sublimi altezze di scienza e di sapienza. Intanto il tiranno di Siracusa era morto e gli era succeduto il figlio Dionisio II, il quale per consiglio di Dione nel 366 indusse Platone a recarsi di nuovo in quella corte per essere illuminato intorno alle scienze filosofiche e ai princìpi politici coi quali intendeva governare.

Platone si recò dunque per la seconda volta a Siracusa, ma anche questa volta tutto si concluse con una delusione, e Platone fu costretto a ritornare in patria. Nel 361, nuovamente chiamato dal giovane tiranno e caldamente supplicato dall’amico Dione, si recò per la terza volta a Siracusa; forse Dionisio II pretendeva di disporre del filosofo come di uno strumento di decoro per la corte e di costringerlo ad impartirgli quegli ammaestramenti filosofici e quei consigli politici che più si adattavano al suo capriccio di dilettante interessato; ma l’energica reazione del genio ateniese determinò il terzo fallimento. Il tiranno allontanò il filosofo, facendolo vigilare da gendarmi in una casa isolata; ma anche questa volta un amico venne in aiuto di lui: Archita di Taranto ottenne la consegna del filosofo per mezzo di un’ambasceria che lo ricondusse, nel 360, in Atene: lì rimase fino alla morte, occupandosi solo della sua Accademia e della filosofia: morì nel 347, celibe, all’età di ottantuno anni. L’Accademia fu diretta dal nipote Speusippo.


Le opere di Platone possono essere distinte in cinque diversi gruppi, secondo il contenuto e gli argomenti svolti in esse.

È da premettere che Platone scrive le sue opere utilizzando soprattutto la forma dialogica, appresa da Socrate, il quale aveva creato, come abbiamo visto, il metodo maieutico dell’insegnamento, basato appunto sul discorso in forma di dialogo.



Dialoghi socratici (396-388 av. Cr.)


1) Apologia di Socrate: consiste in una esposizione della missione etica di Socrate e di una sua presunta autodifesa.

2) Critone (dal nome di un amico e discepolo di Socrate): sviluppo della Apologia; in proposito vi si parla del rispetto delle leggi.

3) Alcibiade (alcuni critici ne hanno messo in dubbio l’autenticità): ammonisce Alcibiade di non voler presumere di sapere e di governare se non impara a conoscere sé stesso, cominciando a rendersi conto di non sapere nulla.

4) Jone: sviluppa il tema dell’Alcibiade a proposito di un rapsodo che pretende di possedere la sapienza omerica.

5) Ippia Minore: solo l’uomo sapiente può rendersi malvagio, perché ha conoscenza di quello che fa: ma ciò sarebbe assurdo poiché non si può operare il male di cui si ha consapevolezza; quindi la virtù è sapienza e il vizio è ignoranza.

6) Lachete: esamina la virtù della fortezza, intesa come certezza di ciò che si deve fare e di ciò che si deve evitare.

7) Carmide (dal nome di un suo zio): la virtù della sapienza è scienza di sé stesso, cioè autorevolezza soggettiva, di fronte all’oggetto di essa. Sicché la fortezza sarebbe virtù incompleta senza quella della saggezza.

8) Eutifrone: di carattere teologico (rapporti dell’uomo con la divinità). L’uomo offre sacrifici e preghiere alla divinità e questa lo ricambia con aiuti e premio eterno. Ma in tal modo la santità non sarebbe baratto anziché virtù? Platone risolve questa difficoltà considerando la santità non una virtù a sé, ma parte integrante di tutte le virtù.

9) Ippia Maggiore: vengono esaminati i concetti di bello e di buono: se li distingui dal Bene avrai il conveniente e l’utile, cioè immagini deformi del Bene: bello e buono, dunque, sono identici al Bene, cioè il Bene stesso nelle sue manifestazioni.

10) Liside: l’amore reciproco tra gli uomini e quello di questi verso gli esseri inferiori e il cosmo, è relativo e fugace; esso costituisce un semplice mezzo per il raggiungimento dell’amore assoluto che è il solo oggetto della nostra esigenza di amare. Quindi l’amicizia è manifestazione del comune rapporto che il molteplice ha con l’assoluto, e che le anime hanno con Dio.



Dialoghi contro i sofisti, databili tra il 387 e il 368 av. Cr.


11) Protagora: l’insegnamento sofistico è antieducativo, privo di valori etici e sociali; Socrate ha costruito sulle loro rovine il vero edificio morale.

12) Eutidemo: dimostra con umorismo il danno provocato dalle discussioni senza una sincera ricerca del vero; Socrate insegnò filosofando, cercando cioè la verità  con amore: non con l’eristica ma con l’euristica, cioè con l’arte di aiutare i discepoli a ritrovare le verità già presenti nell’anima (maieutica).

13) Cratilo: sviluppa gli argomenti dell’Eutidemo, condannando il verbalismo dei sofisti. Le parole sono segni  e devono riferirsi alle cose significate, e queste sono tali solo se sono immagine della cosa in sé, che è il Bene .

14) Gorgia: in questo dialogo Platone sviluppa e riassume i tre precedenti, perciò è più complesso, ma anche più completo; si parla della retorica  sofistica, inutile e dannosa in quanto non ha un oggetto; essa non ci può dare il volto della verità, quindi è arbitraria e ingiusta. La retorica raggiunge apparentemente effetti positivi davanti agli ignari col trionfo della menzogna, mirando di solito a provare il falso come vero; ma ciò irretisce l’anima, impedisce la sua purificazione, crea disordini, getta l’uomo al livello dei bruti; mentre la vera scienza non è retorica ma ricerca del vero Bene; non è piacere ma virtù.



Dialoghi della maturità (368-365 av. Cr.)


15) Menone: oppone all’eristica  dei sofisti la teoria dell’anàmnesis (= ricordo). L’anima, alla presenza delle immagini sensibili, ricerca l’essenza da cui queste derivano e la conosce ricordando, dopo aver conosciuto sé stessa socraticamente ed essersi intuìta come essenza iperuranica di quel mondo ove da sempre era onniscente. Ma ciò è privilegio di pochi, poiché i più rimangono soffocati dalle apparenze sensibili, le quali ci dànno la semplice opinione, o, tutt’al più, giungono alla poesia e all’eroismo: mète lodevoli, perché quasi divine, ma che non sono la vera mèta, cioè la saggezza; la filosofia è l’unica vera scienza .

16) Fedone: esposizione della dottrina delle Idee  e dell’immortalità dell’anima; bisogna notare che in nessun dialogo si trova l’esposizione precisa della dottrina delle Idee, ma in tutti i dialoghi, particolarmente nel Fedone, si parla dell’Idea come realtà metafisica indiscussa. Oggetto della ragione e della conoscenza è l’Idea come essere in sé, al di sopra del mondo sensibile: questo peraltro non ci è utile come termine di confronto con la realtà-idea, per il fatto che siamo prigionieri di esso. Abbiamo perciò éidos come realtà, e logos come ragione che la ricerca, la conosce e tende a possederla; con l’immortalità, dopo la liberazione dal carcere del corpo, il possesso sarà perfetto: avremo la verità intera.

17) Convito: l’amore (éros) è il rapporto fra l’uomo e l’essenza, cioè fra l’anima e il Bene, in base al quale si attua la scienza come conoscenza, cioè come filosofia; questa per Platone è l’unica vera scienza . Oggetto dell’amore  è la bellezza . L’amore nel soggetto è desiderio di bellezza, che si riconosce come bene e quindi come felicità. Platone stabilisce una gerarchia di gradi della bellezza e dell’appetizione di essa, fino all’identificazione del bello particolare con quello universale, che fa tutt’uno col Bene, col Buono e col Giusto, triplice Causa suprema di ogni bellezza.

18) Fedro (analogo al Fedone): l’anima  è immortale, perché è ingenerata, cioè eterna; l’uomo è paragonato a un cocchio i cui cavalli sono le anime inferiori, cioè quella concupiscibile e passionale che risiede nel ventre, e quella irascibile che risiede nel cuore; l’auriga è l’anima intellettiva, cioè l’essenza eterna che frena e guida le altre due anime. Il bello sensibile è il primo stimolo di ricerca gnoseologica: l’anima che prima aveva contemplato la bellezza in sé, quando è nel corpo tende ad essa; da qui abbiamo l’amante della sapienza, il filosofo. La bellezza  è l’anello di congiunzione tra il mondo iperuranio e l’anima nostra, la quale lo raggiunge per mezzo dell’amore. L’amore, quindi, è guida dell’anima e non più passione  o basso impulso. E tale guida si attua attraverso un processo dialettico che riconduce tutta l’attività umana a una Idea che è l’Essenza dell’amore, fonte e meta di felicità, intesa come sapienza e amore vissuti dall’uomo soggettivamente come Bello, Buono e Giusto, ma fondati oggettivamente, cioè metafisicamente.

19) Repubblica, o “della giustizia”, che comprende dieci libri. Il reggitore delle comunità umane deve essere il filosofo; fondamento della politica  è la giustizia; Platone divide la società in tre classi, secondo l’attuazione delle virtù della temperanza, della fortezza e della sapienza; la giustizia è motivo fondamentale delle tre virtù, è l’anello di congiunzione tra l’individuo e la società, tra questa e la polis. Ad evitare troppa ricchezza e miseria è necessaria la vita comunitaria dei filosofi e dei guerrieri, i quali nulla devono possedere se non in comune. La donna è allo stesso livello dell’uomo e allo Stato spetta disciplinare la procreazione e l’educazione dei figli, a condizione però che lo Stato sia formato e rappresentato dai filosofi. È filosofo chi sa, chi conosce ciò che è, e non chi lo suppone e se ne forma l’opinione senza verificarla, attenendosi alle sole immagini sensibili; è filosofo colui che si serve della vera ricerca, trascurando il sensibile o servendosi di esso come occasione per tendere al possesso della verità di ciò che è, cioè dell’Idea come Bene-Buono-Bello-Giusto. La ragione, con la sua attività dialettica , ricerca e conquista l’essere; le conoscenze inferiori (le matematiche e la musica) sono semplici mezzi di educazione  a tale ricerca; in tal modo il filosofo, per un puro impulso di giustizia, si sente stimolato a ben governare: ritorna nella caverna della sua sensibilità, comprende lo stato abbietto in cui vive l’umanità, e cerca di sollevarla additando alla società la virtù vera per la contemplazione del sommo Bene. Non è permessa l’arte  imitativa, specialmente quella plastica, poiché è copia illusoria di ombre imperfette che allontanano l’uomo dalla ricerca del vero essere. Ma le misure, il numero, il peso e specialmente la musica sono da coltivarsi, poiché essendo immagini di ordine e di armonia, ci aiutano a ricercare l’essere. L’uomo è libero e quindi responsabile di attuare questi valori supremi; tale libertà consiste nella decisione che l’anima prende prima di passare dal mondo intelligibile a quello sensibile, cioè prima di incarnarsi: non gli dèi dunque, ma noi ci siamo autodestinati a vivere in questo mondo. Da qui la conclusione della Repubblica: celebrazione della libertà , monito ad agire con coerenza e responsabilità.



Dialoghi dell’ultimo periodo (365-347 av. Cr.)


20) Parmenide: è il dialogo nel quale la dottrina platonica è esposta forse con relativa sistematicità; dopo aver trattato delle Idee, si tratta dell’Uno e si confuta la soluzione metafisica di Parmenide: certamente l’uno esiste (l’essere di Parmenide), ma anche il molteplice esiste (il divenire di Eraclito): tra questo e quello, tra l’essere e il divenire, vi sono rapporti necessari, senza i quali ogni soluzione è assurda.

21) Teeteto: se nel Parmenide Platone aveva dimostrato l’impossibilità metafisica dell’uno senza il molteplice dell’esperienza e viceversa, qui dimostra l’impossibilità gnoseologica del soggetto  senza l’oggetto ; la pura soggettività non ci può dare vera conoscenza: infatti il pensiero «è un dialogo interiore dell’anima con sé stessa intorno alle cose che esamina». Rimane stabilita la dipendenza del soggetto conoscente dall’oggetto conoscibile.

22) Sofista: l’essere non è pura oggettività, eternità statica: è intelligenza e volontà, intese oggettivamente, e includenti in sé la soggettività metafisica. Quindi, il Bene  non è pura quiete, poiché nella sua essenza immutabile, oggettiva ed eterna comprende in sé anche il movimento e la diversità come modi di determinarsi. Così Platone tenta di risolvere l’antitesi del pensiero di Parmenide rispetto a quello di Eraclito.

23) Filebo: vivere per il piacere è la caratteristica degli animali; vivere di pura intelligenza è la caratteristica degli dèi; vivere la sintesi del piacere e dell’intelligenza per mezzo della scienza è la caratteristica dell’uomo.

24) Timeo: possiamo solo verosimilmente ragionare intorno alle cose mutevoli di cui è costituito il cosmo  sensibile. La materia  è eterna, o meglio, è «una immagine mobile dell’eternità» ordinata sapientemente dal «Demiurgo» , divino artefice del mondo.

25) Politico: la politica è l’arte di governare, che contempera e armonizza il coraggio con la prudenza; le leggi , essendo di carattere generale e dovendo servire per il singolo, non sembrano strumenti adatti a governare gli uomini, ma si rendono necessarie per la impossibilità di dare a ogni singolo cittadino precetti idonei da parte del reggitore della cosa pubblica. Perciò una monarchia senza leggi significa tirannide, una democrazia  senza leggi è dispotismo. Delle forme di governo vigenti, la monarchia per Platone è la meno difettosa; ma è necessaria una rivoluzione con la quale lo Stato  viene a essere impersonato dai sapienti.

26) Le Leggi: l’ultima opera, la più estesa (dodici libri), di carattere sociologico. Per Platone la legge è norma educativa anche quando è sanzione penale; la pena è medicina che libera l’uomo dall’ingiustizia e lo educa alla giustizia; lo Stato  è depositario delle leggi. Fondamento delle leggi è la religione , per cui non si può concepire uno Stato basato sull’ateismo .

 

Le Lettere


Di Platone si tramandano dodici lettere e di vario argomento (autobiografico, politico, filosofico ecc.); la più importante è la settima, ove parla di sé, del suo insegnamento, delle sue peripezie e fallite esperienze. Ritorna sulla metafisica dell’essere, sulla scienza come filosofia, sulla politica come attuazione della giustizia , quindi come catarsi  nella quale l’umanità viene a trovarsi unita e concorde sotto la guida illuminata dei saggi; saggio è colui che coscientemente e con tutte le sue capacità tende a possedere Dio. L’autenticità di questi scritti platonici è messa fortemente in dubbio dagli studiosi, che però ammettono qualche possibilità proprio a favore della settima e dell’ottava.

Per riassumere ora il pensiero filosofico di Platone, occorre tenere presente la sua vita e la sua produzione, brevemente esaminata, cercare di raccoglierne le fila e ordinarle, giacché il genio platonico non procede con ordine analitico o sistematico. Platone espone le sue dottrine quasi occasionalmente, senza ordine né rigore scientifico; è come una fonte intermittente a largo getto, a volte impetuoso, a volte pacato, ora lirico, ora mistico; ciò è dovuto alla sua poetica esuberanza, sicché giustamente è stato celebrato come «il grande poeta della filosofia». Ciò premesso, possiamo organizzare in qualche modo l’esposizione delle sue dottrine, secondo il nostro schema consueto, in ordine ai principali problemi filosofici.

 

(Continua)