Libro III Cap. 24 – L’ultima tra le grandi potenze(I)

Storia della Chiesa

Prof. A. Torresani. 24. 1  I problemi italiani dopo l’unità – 24. 2  La terza guerra d’Indipendenza e la conquista di Roma – 24. 3  Roma capitale.

La riunificazione italiana dette vita a uno Stato che subito si trovò in mezzo a gravi problemi interni, dovuti a squi­libri di sviluppo tra il nord e il sud, alla povertà di materie prime, all’arretratezza dell’agricoltura e delle strutture sociali.
      Fino al 1876 rimasero al potere statisti legati alla tradi­zione cavouriana, provenienti in maggioranza dal Piemonte, che sostenevano la necessità di pareggiare il bilancio e di conserva­re buoni rapporti con la Francia. Dopo il 1876, giunse al potere la cosiddetta sinistra storica, sostenendo la necessità di mag­giori spese sociali, anche a costo di accrescere il debito pub­blico, propensa a una politica estera che prevedesse l’espansione coloniale e un accostamento alla politica degli imperi cen­trali (Germania e Austria), sembrando quei paesi disposti a per­mettere l’espansione italiana in Africa.
      La grande industria si sviluppò favorita dalle tariffe doga­nali protezioniste e stimolata dalle forniture militari, necessa­rie allo Stato per promuovere la politica coloniale. Presto si affacciarono alla ribalta i problemi sociali connessi con lo svi­luppo industriale e con la persistente depressione del settore agricolo che favorì un rilevante flusso di emigrazione.  Il seco­lo terminò tristemente con la sconfitta di Adua nel 1896 e con i fatti di Milano del maggio 1898, che a lungo pesarono sulla sto­ria italiana successiva. In quegli anni furono costruite alcune corazzate rimaste per qualche tempo le navi più veloci e più po­tenti esistenti al mondo, ma a prezzo di infinite sofferenze del­la nazione il cui governo praticava una politica estera al di so­pra delle sue possibilità.
 
 24. 1 I problemi italiani dopo l’unità
 
      All’indomani della proclamazione del regno d’Italia, Massimo d’Azeglio disse: “Ora che l’Italia è fatta, bisogna fare gli ita­liani”.  Aggiunse che dopo la poesia del Risorgimento, veniva la prosa dei problemi quotidiani.
 La poesia Le principali tappe di quella che d’Azeglio chiamava poesia si possono riassumere brevemente. La rivoluzione italiana ebbe successo quando il Piemonte la rese un programma di governo e quando il problema italiano fu sottolineato a livello inter­nazionale nel corso dei lavori del congresso di Parigi del 1856. La guerra del 1859 fu, nel senso inteso dal Clausewitz, la prose­cuzione della politica cavouriana con altri mezzi, mediante il determinante intervento francese guidato da Napoleone III. L’armistizio di Villafranca ebbe il potere di scontentare tutti, ma le successive annessioni dei ducati padani, della Toscana, delle Marche e dell’Umbria restituirono slancio alla politica del Cavour. Le operazioni di Garibaldi in Sicilia e nell’Italia me­ridionale sono mirabili solo se si dimentica la condanna del re­gime borbonico da parte dell’opinione pubblica internazionale. Di poesia ce ne fu ancor meno negli ultimi due atti della riunificazione italiana: la conquista del Veneto e l’occupazione di Roma, resi possibili dall’intervento stranie­ro (Prussia) e dai guai francesi.
 La prosa La prosa cominciò all’indomani della storica seduta del parlamento italiano del 17 marzo 1861, quando si cominciarono a tirare le somme. Le guerre del risorgimento erano costate molto denaro. Il bilancio piemontese presentava un disavanzo di oltre 1300 milioni, una somma in lire di quel tempo considerata favo­losa. I patrioti si affrettarono a presentare il conto spese: Garibaldi, per esempio, chiese due sacchi di sementi, ma lo Stato dovette sborsare qualcosa di meno economico sotto forma di pen­sioni a favore dei reduci.
 Problemi finanziari Bisognava perciò occuparsi di problemi fi­nanziari. Tanto per cominciare, il tesoro del Banco di Napoli fu trasportato a Torino e il carico del disavanzo piemontese fu distribuito su tutta l’Italia.
 Problemi amministrativi Esisteva una reale ignoranza in Piemonte circa le reali condizioni del resto d’Italia: il Cavour non aveva viaggiato più a sud di Genova, non visitò mai Roma. In quella storica seduta del primo parlamento italiano, Vittorio Emanuele II non accettò di modificare la numerazione dinastica del suo no­me, facendo capire che per lui l’Italia era il Piemonte allarga­to. Le possibilità del federalismo, del decentramento ammini­strativo, dell’autogoverno dei comuni non furono prese in consi­derazione. Doveva bastare lo Statuto al­bertino. La rivoluzione era finita: ora bisognava lavorare, paga­re le tasse, fare il servizio militare e rispettare la proprietà.
 Problemi giuridici Di non secondaria importanza erano i problemi di legislazione. Il codice civile e penale, le leggi fiscali e il servizio militare obbligatorio furono estesi al resto d’Ita­lia, senza alcuna ragionevole gradualità. Il provvedimento, però, era ingiusto perché il Piemonte aveva attraversato un decennio di espansione economica; aveva un’agri­coltura relativamente sviluppata che produceva per il mercato. Solo la Lombardia e la To­scana avevano una situazione analoga.
 La confisca del patrimonio ecclesiastico L’ex Stato della Chiesa e l’ex regno delle Due Sicilie avevano un’agricoltura povera, an­che per cause climatiche, con un regime della pro­prietà antiquato. L’estensione delle leggi sugli enti ecclesia­stici al resto d’Italia condusse alla confisca del patrimonio della Chiesa, rilevante nell’Italia centrale e meridionale. Gli edifici di culto requisiti furono adibiti, in genere, a ospeda­li, scuole, carceri, caserme. I terreni agricoli furono messi in vendita, finendo in mani di speculatori che sfruttavano con criteri capitalistici ciò che prima era affittato a modico prezzo ai contadini poveri. Le terre comuni, i diritti di pasco­lo, di far legna (usi civici), furono aboliti e perciò la condizione dei poveri divenne più dura.
 La tassa sul macinato Ancora più grave l’imposizione delle tasse fondiarie piemontesi studiate per un’agricoltura relativamente sviluppata, estese al resto del territorio che si trovava in con­dizioni molto più arretrate. Quando nel 1868 fu introdotta una nuova tassa indiretta, la tassa sul macinato, ossia la farina, le resistenze sfociarono in aperti tumulti.
 Il servizio militare obbligatorio Apertamente rifiutato da molti il servizio militare obbligatorio, della durata di tre anni, da effettuarsi fuori della propria regione per timore di colpi di mano borbonici. Tra il 1862 e il 1867 il governo si allarmò di fronte al numero dei renitenti alla leva. Alcuni di costoro finirono per allearsi con la delin­quenza comune, rendendo precario l’ordine pubblico in Sicilia, in Calabria, negli Abruzzi e in Campania. Quasi un terzo dell’esercito fu impiegato per riconquistare il sud nel corso di una campagna militare che costò più morti delle tre guerre del risorgimento sommati insieme. Emissari borbonici e nostalgici tentarono di prendere il comando del movimento, che il governo bollava troppo semplicemente  di brigantaggio.
 La questione meridionale Una serie di problemi più importanti sono compendiati con l’espressione “questione meri­dionale”: si tratta di problemi economici, sociali, geografici, storici. Dalla caduta dell’impero romano, l’Italia non era mai stata retta da un solo governo.  Dal IX secolo la Sicilia fu sem­pre dominata da governi stranieri, spesso inefficienti: quello borbonico non fu il peggiore. La società meridionale era fondata su due soli ceti, proprietari terrieri e braccianti.  Mancava una classe media, con gusto e attitudini per il rischio dell’attività industriale e commerciale. Il ceto dei liberi pro­fessionisti, che poteva formare l’embrione della borghesia, ten­deva ad assimilarsi al ceto nobiliare, spesso ricco solo di tito­li pomposi. L’inefficienza dei governi passati e la corruzione delle forze di polizia portava a forme di giustizia privata.
 L’agricoltura meridionale L’agricoltura meridionale era prati­cata in modo estensivo, mancava irrigazione, la proprietà era assenteista, ossia subappaltava le terre a speculatori che prati­cavano un’agricoltura di rapina, senza apportare migliorie al terreno. I braccianti erano troppo numerosi e quindi mal pagati. Un’agricoltura che produce un solo raccolto all’anno non permette ai contadini di abitare presso il podere come avviene nella pia­nura padana, bensì in grossi borghi, talora distanti 4 o 5 ore di cammino dal posto di lavoro: perciò, nei mesi di stasi agricola, i contadini dovevano dedicarsi ad attività di ripiego.
 Iniziano le inchieste agrarie I settentrionali che poco o nulla sapevano delle reali condizioni del sud, accusavano i meridionali di poltroneria. Le inchieste parlamentari sulle condizioni di vita del sud, promosse a partire dal 1876, offriva­no quadri statistici paurosi.
 Analfabetismo L’analfabetismo raggiungeva punte superiori all’80% della popolazione in numerosi centri. Acqua corrente, illuminazione pubblica, raccolta delle immondizie, fognature e altre opere pubbliche erano pressoché sconosciute anche in città importanti.  Le strade erano spesso mulattiere dal tracciato in­certo. La neve e le inondazioni isolavano molti centri abitati.  Le epidemie come quella di colera che scoppiò a Napoli nel 1884, infierivano senza pietà a causa di abitazioni malsane, sovraffol­late. Nel 1878, la legge Coppino proclamava l’obbligo di frequentare la scuola elementare per almeno due an­ni.  I comuni dovevano istituire le scuole e stipendiare i mae­stri, ma spesso i comuni erano così poveri da poter offrire ai maestri miseri compensi.
 Protezionismo industriale Il dualismo economico tra nord e sud manifestò ben presto tutto il suo peso. Il triango­lo Torino-Milano-Genova si avviava a promettente sviluppo in­dustriale. L’industria di trasformazione dei prodotti agricoli, soprattutto gli zuccherifici, faceva buoni affari a patto di po­ter operare al riparo da concorrenza estera.  Dopo il 1870, il protezionismo, ossia la pratica di gravare di un dazio di impor­tazione i prodotti stranieri che l’industria nazionale po­teva fornire, per favorire lo sviluppo della produzione interna, divenne più intenso.  Dopo il 1878, i rapporti con la Francia si fecero tesi e scoppiò una specie di guerra doganale. Maggiormente colpito in questa vicenda risultò il Mezzogiorno: il vino pugliese, l’olio di oliva e in genere i prodotti alimentari, ossia i prodotti del sud, videro crollare i prezzi.
 Le vicende dell’agricoltura meridionale La storia dell’agricol­tura meridionale è molto travagliata. Il blocco dell’esportazio­ne americana di cotone tra il 1861 e il 1865 dette un’effimera spinta alla coltivazione del cotone in Sicilia. Quando, finita la guerra di secessione, le giacenze accumulate in America inon­darono i mercati europei, il cotone  siciliano scomparve. Quando i vigneti francesi furono distrutti dalla fillossera e dovettero venir ripiantati, il vino meridionale ebbe un’impennata di prezzo e gli agricoltori di affrettarono a estirpare altri tipi di coltivazione per produrre vino: allorché la produzione divenne massima, i piantatori francesi avevano rinnovato i loro vi­gneti in Francia o in Algeria, per cui il vino italiano fu rifiutato. Per colmo di sventura la fillossera arrivò an­che in Italia. In seguito anche il grano argentino o canadese complicò la situazione. Le campagne meridionali conob­bero un grandioso esodo di popolazione agricola, che a prezzo di disagi e sofferenze indicibili, prendevano la decisione di emi­grare.
 
 24. 2 La terza guerra d’indipendenza e la conquista di Roma
 
      Dopo la morte del Cavour, non ci fu una crisi di governo, bensì solo la chiamata del toscano Bettino Ricasoli a ricoprire la carica di primo ministro. 
 Ricasoli Il Ricasoli doveva perciò proseguire i progetti cavou­riani, ossia completare l’unità d’Italia senza lasciare spazi al­la rivoluzione democratica, ma anche senza rompere la collabora­zione con Garibaldi e con Mazzini. Il Ricasoli cercò di riprendere il tentativo del Cavour di ottenere per via di trattative la rinuncia al potere temporale su Roma da parte del papa Pio IX, ma il progetto fallì e Napoleone III fece capire che non avrebbe permesso la conquista di Roma con la forza.  Nel sud, a partire dal luglio 1861 avvennero fatti gravissimi: ban­de di “briganti”, aiutati da contadini insorti occuparo­no per molti giorni decine di grossi paesi, massacrando i borghe­si e inneggiando ai Borbone. L’esercito rispondeva con fucilazio­ni in massa e con l’incendio di interi paesi.  Rapine, sequestri di persone avvenivano ogni giorno, producendo la sensazione che si fosse davanti a un moto simile a quello del 1799 che aveva provocato la caduta della Repubblica partenopea.
 Mancata riforma agraria Il nuovo governo non fu lungimirante nei confronti del sud.  Un po’ per conservatorismo, un po’ per man­canza di mezzi finanziari, un po’ per aver accettato le tesi dei proprietari fondiari, non fu affrontato il problema agrario. Molti contadini erano privi di terra e trascorrevano una vita du­rissima come braccianti che venivano assunti al tempo dei lavori agricoli. Le terre demaniali e le terre degli enti ec­clesiastici furono acquistate a prezzi di favore dai latifondisti.  Fu tentata la ripresa della divisione in quote dei terreni demaniali da distribuire ai contadini, ma le operazioni procedettero lentamente complicate da situazioni imbro­gliate sotto il profilo giuridico.
 Smobilitazione dell’esercito borbonico Ad infittire il brigan­taggio concorsero anche i soldati smobilitati con la fine dell’e­sercito borbonico. Mentre gli ufficiali furono accolti nel nuovo esercito italiano, i soldati semplici furono mandati a casa e, non trovando occupazione, andarono a ingrossare le masse di sbandati. Per reprimere il brigantaggio fu inviato a Napoli il generale Cialdini che organizzò una guardia nazionale  mobile composta di elementi borghesi decisi a stroncare il brigantaggio e la sua ipoteca sulla proprietà privata.  Cialdini, privo di un servizio informazioni attendibile, colpì duramente tutti i ceti sospettati di lealismo borbonico: espulse dal sud quasi tutti i vescovi e alcuni aristocratici. Il Ricasoli non approvò quei sistemi illegali: avrebbe preferito processi regolari, ma mancava il tempo. La determina­zione dimostrata dal Cialdini alla fine prevalse sullo spirito di rivolta: il brigantaggio durò ancora alcuni anni, ma il nuovo re­gime fece comprendere che non sarebbe crollato al primo urto.
 L’unificazione amministrativa Sul piano politico, tuttavia, la rivolta del sud fu grave perché smentiva i facili entusiasmi su­scitati da Garibaldi.  In ogni caso, era  arduo occuparsi della que­stione veneta e di quella romana prima di aver chiarito la que­stione meridionale. Il Ricasoli ritenne necessario, perciò, af­frettare l’unificazione amministrativa della penisola. Fu esteso a tutta l’Italia il sistema dei prefetti, nominati dal go­verno di Torino e messi a capo di ogni provincia, uniformando i gradi, gli stipendi e le indennità dei funzionari. Questo sistema spazzò via la possibilità di comprendere le peculiarità di ogni regione, ciascuna delle quali aveva propri problemi. Poiché il successo della politica del Ricasoli sembrò al re dub­bio, il primo ministro fu costretto alle dimissioni il 1° marzo 1862.
 Primo ministero Rattazzi Vittorio Emanuele II affidò l’incarico del nuovo governo a Urbano Rattazzi che impose all’azione politi­ca una decisa sterzata a sinistra. Subito il Garibaldi si recò a Torino dove ebbe colloqui col re e col Rattazzi, e poi par­tecipò a Genova alla fondazione, dell’Associazione Emancipatrice Italiana, che si proponeva di at­tuare le attese suscitate dal plebiscito; di fare di Roma la ca­pitale d’Italia; di ottenere l’uguaglianza giuridica tra le classi sociali; di promuovere il concorso di volontari per assi­curare l’unità della patria. In pratica, era la fondazione del partito d’azione per unire garibaldini e mazzinia­ni. Il ministero appariva la ripresa del piemontesismo: la fidu­cia gli venne negata da molti deputati delle altre regioni. 
 Garibaldi e il partito d’azione Il Garibaldi compì un viaggio in Lombardia col pretesto di fondare società di tiro a segno, ma in realtà per raccogliere consensi al progetto di intervento nel Ve­neto e nel Trentino che gli sembrava il terreno ideale per azioni di guerriglia. La polizia intervenne e disperse i garibaldini raccolti a Sarnico, imprigionandone alcuni. Fallito il tentativo di Sarnico, il Garibaldi si imbarcò a Genova con una ventina di compagni per recarsi a Palermo.  Accorsero grandi masse che dettero vita a travolgenti manifestazioni popolari nel corso delle quali furono pronunciati infiammati discorsi a favore della liberazione di Roma.  A Marsala, fu coniato lo slogan “Ita­lia e Vittorio Emanuele”, arruolando volontari che ri­sultarono meno numerosi del previsto, perché il Garibaldi si guardò bene dal toccare il problema della terra. Alla fine di lu­glio, alcune migliaia di volontari si erano accampati in vari centri della Sicilia occidentale, senza che i prefetti interve­nissero.
 I fatti dell’Aspromonte Il 1° agosto, Garibaldi assunse il co­mando dei volontari. Il 3 agosto, Vittorio Emanuele II pubblicò un proclama invitando gli italiani a guardarsi “dalle colpevoli impazienze e dalle improvvide agitazioni”. Era un modo per pren­dere le distanze da Garibaldi in caso di fallimento del tentati­vo: il Garibaldi interpretò il proclama come semplice ma­novra politica, e perciò iniziò la sua marcia attraverso la Sici­lia. Il governo di Torino proclamò lo stato d’assedio nel Mezzogiorno e lo sciogli­mento dell’Emancipatrice, ma Garibaldi aveva già sequestrato due navi per passare lo stretto di Messina, sbarcando in Cala­bria. Garibaldi si inoltrò in Aspromonte, inseguito dal Cialdini. Il 29 agosto avvenne lo scontro tra i garibaldini e le forze regolari che co­stò la vita a sette garibaldini e a cinque soldati regolari: più numerosi i feriti tra i quali c’era anche Garibaldi. Quasi 2000 persone furono arrestate e imprigionate: anche il Garibaldi fu condotto al forte di Varignano presso La Spezia. Un’amnistia ge­nerale tolse al governo l’imbarazzo di dover processare quello che molti consideravano eroe. Il Rattazzi si dimise il 29 no­vembre 1862.
 Ministero Farini-Minghetti Il nuovo ministero fu formato da Fa­rini e Minghetti, emiliani, e rimase in carica quasi due an­ni, riuscendo a impri­mere una svolta al problema del brigantaggio, mediante la terribile legge Pica che affidava ai tribunali militari il compito di giudicare i briganti catturati. A partire dal settembre 1863 il generale La­ Marmora guidò una vera e propria campagna militare che sgominò le bande operanti in Puglia, in Basilicata e nel Beneventano. Il brigantaggio cominciò a declinare perdendo il suo carattere di massa. In Sicilia aveva assunto sviluppo il fenomeno della reni­tenza alla leva, al quale le autorità reagirono con rappresaglie contro i famigliari dei di­sertori.
 Garibaldi a Londra Nel 1864, il Garibaldi compì un memorabile viaggio a Londra, dove ricevette accoglienze trionfali: tra l’al­tro gli fu concesso di entrare nella City col poncho argentino, un’ec­cezione alle regole di correttezza formale che significava consenso ai tentativi demo­cratici del condottiero. Tuttavia, il governo britannico non de­siderava la rottura con quello francese durante la guerra per i ducati danesi.
 Convenzioni di settembre Il governo Minghetti nel 1864 condusse alcune importanti trattative a Parigi, sfociate nelle Convenzioni di settembre, con cui l’Italia ri­nunciava a prendere Roma e accettava di trasferire la capitale del regno a Firenze, mentre Napoleone III avrebbe ritirato le truppe francesi da Roma. Quando la notizia trapelò nella stampa, a Torino accaddero violente manifestazioni che costarono la vita a una trentina di persone. Il Min­ghetti fu costretto alle dimissioni e sostituito dal La Marmora che formò il nuovo governo.
 Firenze capitale Sotto la sua guida, la capi­tale del regno fu trasferita a Firenze, un fatto salutato dai pa­trioti come un avvicinamento a Roma, nonostante l’altissimo si­gnificato culturale e ideale di Firenze come capitale d’Italia. Per fortuna del capoluo­go toscano, la capitale fu trasferita sei anni dopo a Roma, evi­tando lo scempio urbanistico cui l’avrebbero sottoposta gli ar­chitetti del tempo. Roma fu in grado di resistere meglio all’assalto dei “palazzinari” che dovevano fornire alloggio ai numerosi impiegati dei ministeri necessari a uno Stato fortemente accentrato.
 L’unificazione amministrativa Il ministero La Marmora si rese be­nemerito per aver condotto a compimento l’unificazione legislati­va del regno, ossia la legge che stabiliva i comuni e le provin­ce; la legge sulla sicurezza pubblica; la legge sul contenzioso amministrativo; la legge sulle opere pubbliche, ecc. Tutta questa massa di disposizioni legislative era, di fatto, l’estensione al territorio del regno della legislazione piemontese e molte di quelle leggi sono ancora vigenti. Per quanto riguarda il codice penale, occorre ricordare che esso mantenne la pena di morte per alcuni reati. Poiché in Toscana la pena di morte era stata abolita fin dal 1786, il nuovo codice non entrò in vigore in quella regione. Solo nel 1889, con l’approvazione del nuovo codice penale, tutta l’Italia ebbe un’unica legislazione penale, senza la pena di morte.
 Le tariffe doganali Sempre nel 1865, fu unificato il sistema do­ganale, adottando le tariffe piemontesi che erano le più basse esistenti in Italia, mentre negli Stati preunitari vigevano tariffe protezionistiche a favore delle industrie locali. La discussione provocò numerosi interventi perché le basse tariffe doganali fa­vorivano solo l’agricoltura, che tuttavia non compì progressi de­cisivi. Più tardi, quando andò al potere la sinistra storica (1876), uno dei primi provvedimenti fu l’innalzamento delle tariffe doganali sui prodotti dell’industria meccanica, metallurgica e cantieri­stica anche a costo di mettere in crisi l’agricoltura.
 Unificazione monetaria Infine, fu unificato il sistema monetario introducendo in tutto il territorio la lira piemontese, adottando il sistema metrico decimale. Furono inscritti nel gran libro del debito pubblico i debiti dei vari Stati italiani: quello del Piemonte ammontava a ben 1321 milioni, ossia era pari al 55% del nuovo debito pubbli­co. C’era molto ottimismo circa la possibilità di estinguere in breve quei debiti, ma non così pensava Quintino Sella che insi­steva perché si aumentassero le imposte e si cedessero ai privati le ferrovie per giungere al pareggio del bilancio e attenuare l’inflazione. Tuttavia, fino al 1876 il bilancio dello Stato presentò sempre un grande deficit.
 Le costruzioni ferroviarie La quasi totale assenza di ferrovie nel sud favorì il sorgere di uno dei primi scandali finanziari di cui fu protagonista il finanziere livornese Pietro Bastogi, il quale formò una grande società per le costruzioni ferroviarie meridionali, con la partecipazione di nu­merosi deputati. Poiché il Parlamento aveva bocciato una vantaggiosa offerta di appalto fatta dai Rothschild di Parigi, era possibile ipotiz­zare il reato di interesse privato in atto pubblico. Seguì una delle prime inchieste parlamentari dalla quale risultò un affari­smo poco scrupoloso e un groviglio di connivenze come spesso ac­cade per i grandi appalti.
 Pio IX e il Sillabo Le convenzioni di settembre non furono ben accol­te da Pio IX, per cui non avvenne l’avvicinamento tra Chiesa e Stato. Pio IX, anzi, pubblicò in quel­lo stesso 1864 l’enciclica Quanta cura e un’appendice, il Sillabo degli errori del nostro tempo, quasi a indicare che non era pos­sibile la conciliazione tra fede cattolica e filosofia mo­derna.  Il contra­sto rimaneva profondo.
 Contrasto tra Chiesa e Stato La Chiesa cattolica amministra un patrimonio di verità rivelate che essa ha ricevuto in deposito, essenzialmente una serie di principi rivelati sulla fede e sulla morale.  La Chiesa, perciò, ha sempre dovuto confrontare le novi­tà culturali con i principi della fede e quando ha costatato la presenza di differenze essenziali, le ha denunciate come inammis­sibili. Lo Stato liberale, al contrario, riteneva di venir giustificato dal futuro, dal successo, sempre pronto a cambiare politica qualora i ri­sultati non fossero quelli desiderati. I liberali del tempo si scandalizzarono non poco di fronte alle precisazioni di Pio IX e inorridirono di fronte alla condanna del liberalismo co­me prassi fondata sul diritto dell’individuo di porre in atto le azioni ritenute legali dai codici civile e penale, senza commisurarle alla legge naturale (essenzialmente il Decalogo). È lecito pensare che Pio IX non fosse così ingenuo da pensare a una lunga durata dello Stato della Chiesa: non poteva decretarne la fine con autorità propria, bensì solo adattarsi al fatto com­piuto. Dal resto degli atti del suo governo risulta che il pro­blema politico era per lui di gran lunga meno importante del com­pito di riaffermare l’unità dottrinale e di governo all’interno della Chiesa, un compito al quale si accinse mediante la convoca­zione del concilio ecumenico Vaticano I, riunito in San Pietro l’8 dicembre 1869.  Per di più, il governo La Marmora stava discu­tendo la soppressione degli ordini religiosi ancora esistenti, e intendeva estendere il servizio militare ai seminaristi, due provvedimenti che non erano fatti per conciliare le due posizioni in antitesi.
 Elezioni politiche In questa situazione si svolsero, nell’otto­bre 1865, le elezioni per il rinnovo della Camera che rivelarono un orientamento politico del paese in direzione della sinistra. Il La Marmora ebbe l’incarico di formare il governo, anche se fu costretto a rinunciare alla collaborazione dei due statisti più capaci, Giovanni Lanza e Quintino Sella. Nel 1866 la si­tuazione politica europea entrò in crisi a causa della guerra austro-prussiana.
 Alleanza italo-prussiana Nel 1866 il Bismarck forzò i tempi della guerra contro l’Austria com­prendendo che da parte francese non sarebbero venute difficoltà.  A Berlino, il consiglio di guerra decise di avanzare la richiesta di alleanza tra Prussia e Italia per creare un secondo fronte che avrebbe co­stretto l’Austria a togliere truppe dal fronte settentrio­nale. Napoleone III incoraggiò il governo italiano ad accettare l’alleanza con la Prussia.  L’8 aprile fu firmato un trattato di­fensivo e offensivo che prevedeva di iniziare la guerra nello stesso giorno e di non fare pace separata. La Prussia si impegna­va a ottenere, in caso di successo, la cessione di Mantova e del Veneto all’Italia.
 Mobilitazione austriaca Queste trattative non furono così segre­te da non destare sospetti a Vienna. L’Austria cominciò a con­centrare truppe nel Veneto e il governo italiano rispose con la chiamata alle armi dei soldati della riserva. Anche il governo di Berlino decise la mobilitazione: il 5 maggio il governo austriaco comunicò a Napoleone III di esser disposto a cedere il Veneto alla Francia e questa all’Italia, purché quest’ultima rompesse l’alleanza con la Prussia. Il La Marmora, imbarazzato, propose un congresso internazionale tra Prussia Austria e Italia per risolvere i problemi. L’Austria rispose che avrebbe partecipato al congresso, purché nessuno degli Stati pretendesse ingrandimenti territoria­li.
 La guerra Il 16 giugno, la Prussia invase Assia-Cassel, Hannover e Sassonia alleati dell’Austria.  Il 20 giugno anche l’Italia dichiarò guerra all’Austria. La Marmora volle assumere la carica di capo di stato maggiore, cedendo la presi­denza del consiglio a Ricasoli. L’esercito italiano era compo­sto di tre corpi d’armata, in tutto 220.000 uomini e 450 cannoni. Il Garibaldi guidava un corpo di 38.000 volontari destinati ad avanzare nel Trentino. La perdita del Veneto era un fatto scontato per l’Austria e perciò sul fronte meridionale doveva salvare solo l’onore. Il Bismarck, temendo che l’esercito italiano facesse solo una parata o un assedio intorno alle fortezze del quadrilatero, consigliò un’ampia manovra avvolgente come quella prevista sul fronte set­tentrionale.
 Rivalità tra generali Tra La Marmora e Cialdini sorsero discus­sioni sul luogo in cui produrre il massimo sforzo: il Cialdini avrebbe voluto attaccare lungo il basso Po per entrare nel Pole­sine e raggiungere Padova; il La Marmora pensava invece a un at­tacco sul Mincio.  Ciascuno di loro, evidentemente, considerava la propria funzione come la principale. L’arciduca Alberto, co­mandante delle truppe austriache, concentrò le sue truppe intorno a Verona per contrastare l’avanzata del La Marmora che il 23 giu­gno cominciò a passare il Mincio, facendo circondare Peschiera e Mantova di cui sopravvalutò le forze.
 La seconda battaglia di Custoza Il 24 giugno, a Custoza avvenne una battaglia di incontro in cui i singoli reparti italiani furo­no mandati all’attacco senza coordinare il loro sforzo. Il La­ Marmora ebbe l’impressione di un disastro, prima ancora che tutte le sue truppe fossero impegnate, e ordinò la ritirata.  La scon­fitta di Custoza poteva venir cancellata da una decisa azione sul basso Po, ma ormai c’era aria di crisi negli alti comandi: il Cialdini ritirò il suo esercito a Modena, mentre al Garibaldi fu ordinato di abbandonare il confine del Trentino per di­fendere Brescia. 
 La battaglia di Sadowa Il 3 luglio avvenne la decisiva battaglia di Sadowa:  il governo di Vienna si affrettò a chiedere la media­zione francese, mentre in Italia si cercava il mo­do di vincere una battaglia per giustificare l’accrescimento ter­ritoriale. A Garibaldi fu ordinato di tornare nel Trentino, at­traverso le valli Giudicarie, mentre Cialdini passò il Po, giungendo a Padova e Vicenza. Poi fu ordinato alla flotta dell’ammiraglio Persano di attaccare la flotta austriaca.
 La situazione della flotta La flotta italiana era superiore a quella austriaca perché contava 12 navi corazzate contro 7 au­striache, oltre alle navi minori, ma risultava dalla fusio­ne delle flotte preunitarie, con navi dalle prestazioni più varie ed equipaggi poco amalgamati. Inoltre, per ragioni di economia, la flotta aveva fatto poche esercitazioni, risultando solo in teoria superiore a quella austriaca.
 La flotta austriaca Al comando della flotta austriaca c’era, in­vece, un autentico soldato, Wilhelm von Tegetthoff. All’inizio del conflitto la flotta italiana si trasferì da Taranto ad Anco­na. La squadra austriaca lasciò Pola e si diresse su Ancona ma si ritirò senza impegnare il combattimento. Il Persano non inse­guì il nemico e ciò fece pessima impressione sull’opinione pub­blica. Il 15 luglio il ministro Depretis gli portò l’ingiunzione di attaccare: insieme, concertarono un’azione contro l’isola di Lissa che fungeva da avamposto austriaco in Dalmazia. Il 20 luglio, quando giunse la flotta austriaca, iniziò un confuso scontro al quale presero parte solo alcune corazzate. La corazzata Re d’Italia fu colpita alla timoneria e poi speronata in modo tale che cominciò ad affondare.  La cannoniera Palestro esplose e affondò. Il Persano decise di ritirarsi. Le perdite italiane furono di 620 morti e 40 feriti contro 38 morti e 138 feriti austriaci.
 Bezzecca Solo Garibaldi riuscì a battere gli au­striaci a Bezzecca. Mentre il generale Medici incalzava il nemico, giunse la notizia dell’armi­stizio sul fronte settentrionale, seguito dai preliminari di pace di Nikolsburg (26 luglio). Anche l’Italia dovette accedere all’armistizio perché incapace di proseguire da sola la guerra.
 Pace di Vienna La pace fu firmata a Praga il 23 agosto tra Prus­sia e Austria; a Vienna il 3 ottobre tra Austria e Italia; fu conservata la clausola, ritenuta umiliante, della cessione del Veneto alla Francia e da questa all’Italia.  Il 21 ottobre avvenne il consueto plebiscito che sancì l’unione del Veneto all’Italia (60 voti contrari).
 Significato politico della vittoria Il successo italiano, pur così umiliante sul piano militare, aveva un grande significato politico.  Aveva trionfato la concezione monarchico-moderata, sconfiggendo la concezione mazziniana; la guerra era stata fatta dall’esercito e non da corpi di volontari, con l’eccezione di Garibaldi.
 Cresce il debito pubblico Il costo della guerra era stato rile­vante e il disordine finanziario fu aggravato. Il governo dovette ricorrere al corso forzoso della moneta, ossia stampare banconote sospendendo la loro convertibilità in oro: in altri termini ci fu inflazione con aumento dei prezzi e speculazioni monetarie.
 
 24. 3 Roma capitale
 
      La crisi economica, la guerra, la svalutazione, l’aumento dei prezzi al consumo e la disoccupazione spensero del tutto la poesia dopo il 1866. 
 Insurrezione di Palermo Ancora una volta, il problema del patri­monio ecclesiastico passò in primo piano perché ritenuto il mezzo per sanare il deficit del bilancio. La legge fu ap­provata dalla camera il 19 giugno 1866: furono disciolte 1809 congregazioni e società di vita comune, e il loro patrimonio fu assegnato al demanio. I fabbricati furono assegnati ai comuni e alle province. Libri, manoscritti, quadri e opere d’arte furono destinati a biblioteche e musei pubblici. A Palermo scoppiò un’insurrezione legata alla confisca e all’assegnazione dei beni del clero. Approfittando del ritiro delle truppe inviate in guer­ra, la notte tra il 15 e il 16 settembre, alcune migliaia di ri­belli presero d’assalto il capoluogo siciliano. Il sindaco Anto­nio Starabba di Rudinì tentò la difesa all’interno del palazzo reale, mentre i rivoltosi nominavano un comitato provvisorio per dirigere la rivolta. Facevano parte del comitato ex borbonici, repubblicani e regionalisti. Il 21 settembre arrivarono le truppe regolari al comando di Raffaele Cadorna che riuscì a battere i ribelli dopo due giorni di combattimento. Molti i morti e dura la repressione nei confronti di frati e monache di cui si esagerò la partecipazione al tumulto. 
 Il secondo governo Rattazzi Nell’aprile 1867, dopo le ele­zioni, il Rattazzi ricevette l’incarico di formare il nuovo go­verno. Poiché le preoccupazioni finanziarie non erano finite, si passò all’incameramento di ciò che rimaneva del patrimonio eccle­siastico. In pratica furono soppressi altri 25.000 enti ecclesiastici, lasciando in piedi so­lo le parrocchie: in pochi anni, la borghesia aveva ope­rato la sua rivoluzione. La formula cavouriana “libera Chiesa in libero Stato”, andava intesa, come affermò il De Sanctis, nel senso che “libera Chiesa” in quel momento storico, aveva un si­gnificato reazionario e perciò era un’opera di civiltà alienare i suoi beni.
 Riprendono le agitazioni per Roma Garibaldi si propose di usare lo stesso trattamento a ciò che rimaneva dello Stato della Chiesa. A Firenze organizzò un centro dell’emigrazione romana, per riunire le forze patriottiche miranti alla liberazione di Ro­ma. Garibaldi propose di suscitare un’insurrezione a Roma, appoggiandola con una spedizione di volontari. Il Mazzini era contrario per timore di un altro successo della monarchia, co­me nel Veneto. Il Rattazzi, invece, era favorevole alla soluzione garibaldina fidando nel successivo plebiscito, ma non poté dare l’appoggio sperato. Le truppe francesi, a norma delle Convenzioni di settembre, erano state ritirate: rimaneva solo una legione di volontari francesi. 
 Da Villa Glori a Monterotondo Nel 1867 il comitato romano annunciò a Garibaldi di essere pronto per la sollevazione. In autunno cominciò l’arruolamento di volontari, ma il governo di Firenze per prudenza fece arrestare Garibaldi e lo fece trasferi­re a Caprera. Altri tentativi furono compiuti da luogotenenti di Garibaldi. Il 17 ottobre, il governo francese, stanco delle continue provocazioni, decise l’intervento a Roma. Garibaldi eluse la vigilanza della flotta e assunse il comando dei volontari, ma l’insurrezione a Roma fallì. I fratelli Enrico e Giovanni Cairoli discesero il Tevere con due barche ca­riche di armi, ma non trovando alcuno ad attenderli, si fermarono a Villa Glori, dove furono attaccati dagli zuavi pontifici, rima­nendo uccisi.  Il 24 ottobre Garibaldi giunse a Monterotondo per proseguire verso Roma: quando si rese conto del fallimento dell’insurrezione, ritornò a Monterotondo dove costatò la diserzione di 2000 volontari.
 Governo Menabrea A Firenze fu formato un governo di de­stra presieduto dal Menabrea, mentre le truppe francesi sbarcavano a Civitavecchia. Garibaldi si spostò da Monterotondo a Tivoli, ma il 3 novembre fu attaccato dalle truppe francesi a Mentana, dove i nuovi fucili francesi, gli Chassepots, “fecero meraviglie”. Il fallimento del tentativo garibaldino si dovette alla discor­dia tra esercito e  volontari. A Villa Glori tramontò anche la politica garibal­dina dei colpi di mano compiuti da volontari.
 La tassa sul macinato Il ministero Menabrea dovette affron­tare i problemi del disavanzo statale. Ancora una volta fu deciso di tassare il patrimonio ecclesiastico, di affidare il mo­nopolio del tabacco a una regia cointeressata agli utili, di ele­vare la tassa fondiaria, di accertare l’imposta di ricchezza mo­bile e, infine, di introdurre la più dolorosa delle imposte, quella sul macinato, già proposta dal Sella. L’imposta risultò più gravosa per gli abi­tanti delle campagne che per quelli di città, più per i poveri, i quali vivevano di pane, che per i ricchi.
 Agitazioni mazziniane Subito, fin dal 1869, l’imposta provocò agitazioni e rivolte contadine, con scontri sanguinosi specie nelle province emiliane. Il Mazzini diffuse tra i contadi­ni le idee repubblicane, proponendo di abolire imposta sul ma­cinato, coscrizione obbligatoria e imposta sul sale.  I mor­ti furono almeno 250.
 Ministero Lanza Il ministero Menabrea si dimise nel novembre 1869, sostituito dal governo presieduto da Giovanni Lanza con un programma di rigorose economie per tutti, anche per l’esercito, al fine di riassestare le finanze dello Stato: Sella divenne mi­nistro delle finanze.
 Verso la guerra franco-prussiana In Europa, frattanto, ricomin­ciò a spirare vento di guerra, questa volta tra Francia e Prus­sia.  In Francia, Napoleone III era stato costretto a operare la trasformazione dell’impero in senso liberale, con la nomina di Émile Ollivier a primo ministro.  Nei primi giorni di luglio 1870 la tensione politica tra Francia e Prussia raggiunse l’apice. Il governo francese cercò di forma­re un’alleanza con Italia e Austria, ritirando in agosto le trup­pe di occupazione da Roma.  Il ministro degli esteri Visconti-Venosta riuscì a imporre la linea della neutralità. 
 L’occupazione di Roma La sconfitta francese a Sédan e la caduta del regime di Napoleone III, indusse il governo italiano a occupare Roma: il ministro degli esteri Visconti-Venosta fece circolare tra i rappresentanti delle potenze estere una dichiara­zione secondo la quale il governo italiano si sentiva minacciato dalla presenza di un governo teocratico a Roma. Il 17 settembre il generale Raffaele Cadorna si accampò in prossimità di Roma. Pio IX rifiutò di cedere. Il 20 settembre fu abbattuto un tratto delle  mura accanto a Porta Pia, poi i bersa­glieri entrarono in Roma. Le truppe ita­liane occuparono la città, tranne la basilica del Vaticano.
 La fine del potere temporale della Chiesa Il modo in cui venne occupata Roma non fu né eroico né brillante, aprendo un contenzioso durato a lungo. Dal punto di vista papale si era voluto guadagnare tempo per predisporre le nuove modalità del governo papale sulla Chiesa cattolica, un obiettivo sostan­zialmente raggiunto perché il prestigio del papa uscì rafforzato dalla vicenda. Il governo italiano non riuscì a escogitare un modus vivendi magnanimo nei confronti della Santa Sede, una real­tà unica al mondo che, al di là di simpatie o antipatie che si abbia per essa, opera da quasi due millenni assolvendo una fun­zione culturale e religiosa profonda. Per la Chiesa la fine del potere temporale su una parte significativa di territorio, fu un semplice episo­dio. Quel territorio aveva assicurato l’autonomia della sua mis­sione, in seguito le basterà un territorio simbolico.