Libro III Cap. 22 – La Gran Bretagna durante l’epoca vittoriana

Storia della Chiesa

Prof. A. Torresani. 22. 1  La regina Vittoria – 22. 2  Gladstone e Disraeli – 22. 3  Apogeo e declino dell’industria britannica – 22. 4 L’espansione coloniale – 22. 5  La regina Vittoria imperatrice dell’India – 22. 6  La questione irlandese nel XIX secolo – 22. 7  Cronologia essenziale – 22. 8 Il documento storico – 22. 9  In biblioteca

Nel corso del lungo regno, durato dal 1837 al 1901, la regi­na Vittoria conquistò un’immensa autorità morale sul suo popolo, influenzando il costume sociale e la cultura di un’intera età giustamente chiamata vittoriana. In Gran Bretagna lo sviluppo culturale ed economico avvenne all’insegna della con­tinuità politica, non della frattura rivoluzionaria. Tuttavia, verso la fine del secolo, apparvero segni inquietanti e la struttura dell’impero britannico cominciò a mostrare qualche incrinatura: in Irlanda la politica delle piccole conces­sioni fu in ritardo rispetto alle attese di quel popolo; in India il nazionalismo indù mosse  i primi passi che più tardi portarono all’indipendenza del grande paese asiatico; in Eu­ropa il dinamismo della Germania finì per provocare il leone britannico negli ambiti più gelosamente custoditi, l’egemo­nia navale considerata necessaria per equilibrare le forze del continente europeo, e il primato nella produzione industriale.
     È interessante notare che la Gran Bretagna ha iniziato pri­ma di ogni altra potenza il processo di decolonizzazione, ossia la concessione dell’autogoverno ai paesi più sviluppati del suo impero. L’esperienza maturata al tempo della guerra d’indipen­denza americana aveva rivelato ai britannici la pericolo­sità e il costo di una guerra contro coloni di ori­gine europea. Tuttavia, una ventata di acceso imperialismo per­corse anche la Gran Bretagna sul finire del secolo XIX, quando scoppiò il conflitto con i boeri, i coloni sudafricani di origine olandese.
     Nel corso del suo lungo regno la regina Vittoria assistette a profondi mutamenti culturali e a una progressiva democratizza­zione della vita politica britannica: fino al Reform Bill del 1867 le decisioni politiche erano prese all’interno di un ri­stretto numero di famiglie aristocratiche; dopo quella data i leader politici iniziarono campagne di opinione in occasione delle elezioni per raggiungere anche le categorie più povere del­la nazione. Col passare del tempo la regina Vittoria si spostò verso una posizione conservatrice, interpretando i ti­mori delle classi medie che avvertivano il tramonto dell’epoca più fortunata della storia britannica.

22. 1 La regina Vittoria
     Quando nel 1837 la regina Vittoria salì sul trono del Regno Unito aveva diciotto anni. Gli ultimi tre re della dinastia di Hannover non avevano fornito una buona prova: Giorgio III era morto folle nel 1820; Giorgio IV, morto nel 1830, aveva condotto una vita dissipata ed era odiato dai sudditi; il fratello Gu­glielmo IV fu un sovrano irresoluto, incapace di comprendere che i tempi imponevano al re di far propria la volon­tà della maggioranza in Parlamento. 
Nuova immagine della monarchia Il puritanesimo della regina e lo stile sobrio della sua corte produssero un radicale cambiamento di immagine della monarchia rispetto agli antenati che avevano screditato la corte coi loro disordini. In epoca ro­mantica, l’avvento al trono di una regina diciottenne fu seguito con favore dalla popolazione, ma in forza della legge salica l’Hannover fu staccato dalla monarchia inglese e trasmesso a Ernesto del Cumberland, zio della regina. 
Il principe Alberto Nel 1840 Vittoria sposò il cugino Alberto di Sassonia-Coburgo che impose la sua personalità alla regi­na, inducendola a trascorrere lunghi periodi lontano da Londra, dove il principe consorte incontrava ostacoli, lasciando da par­te l’etichetta di corte. Dopo qualche passo falso, la regina Vit­toria imparò la prima legge di un sovrano costituzionale, mante­nersi neutrale tra i leader dei partiti.
L’Esposizione Universale Forse il momento migliore dell’età vit­toriana fu raggiunto al tempo della grande esposizione industria­le del 1851.  In sei mesi fu costruito il Crystal Palace, un edificio enorme in ferro e vetro, vero prodigio della tecnica di quel tempo, in cui trovarono posto circa 7000 espositori delle isole britanniche e circa 6500 del resto del mondo. Accorsero più di sei milioni di visitatori e col ricavato dei biglietti di ingresso si pagarono le spese dell’esposizione e si costruirono il Victoria and Albert Museum, il Science Museum, la Royal Albert Hall, i Royal Colleges of Art and Music per riaffermare che la società industriale non produceva solo squallidi sobborghi, bensì promoveva l’arte e la cultura.
Dimissioni del Palmerston La regina Vittoria e Alberto ricevet­tero molte visite di sovrani stranieri, finendo per irritare il vecchio lord Palmerston il quale amava, soprattutto in politica estera, seguire l’estro del momento e l’improvvisazione, al contrario di Vittoria e Alberto che prefe­rivano una rigorosa prassi nei rapporti internazionali. Il primo ministro John Russel costrinse alle dimissioni il Palmerston quando questi riconobbe il colpo di Stato di Napoleone III nel 1851 senza consultare la sovrana.
Prestigio della corona I metodi seguiti dalla regina Vittoria fecero sì che la monarchia ottenesse, in luogo di fragili prero­gative sovrane in qualche modo concesse dalla costituzione, un grande prestigio della corona che i primi sovrani di Hannover non aveva­no avuto. Dopo la morte del principe consorte Alberto, avve­nuta nel 1861, la regina Vittoria mantenne  vivi i metodi seguiti dal marito.
Liberali e conservatori Dopo il 1868 per circa vent’anni si al­ternarono al potere William Gladstone, capo dei liberali, e Benjamin Disrae­li, capo dei conservatori. La regina Vittoria, ripudiando le sim­patie liberali di gioventù, fu tutta per Disraeli, abilissimo nel venire incontro ai desideri della regina. Dopo la morte dei due leader la Gran Bretagna conobbe un periodo di imperialismo bellicoso culminato nell’incidente di Fascioda in Sudan e nella guerra boera in Sudafrica: in quegli anni l’im­pero britannico appariva come una creazione maestosa, indistruttibile, regolato dalle mi­gliori leggi, interpretate da funzionari preparati ad affrontare qualunque crisi mondiale. Tuttavia c’erano incrinature che presto sarebbero apparse insanabili: la que­stione irlandese, il nazionalismo dei popoli asiatici, l’imperia­lismo tedesco. Verso questi problemi la regina Vittoria non rive­lava alcuna comprensione.
Fine dell’epoca vittoriana Essa morì nel 1901 lasciando il trono a Edoardo VII. I giudizi sulla sovrana possono differire ma nessuno ha messo in dubbio il suo alto senso del dovere come donna, come madre e come regina, o la sua trasparente onestà e la semplicità di carattere.

22. 2 Gladstone e Disraeli
     La politica della tarda età vittoriana fu dominata da due grandi protagonisti, Benjamin Disraeli e William Ewart Gladstone.
Gladstone Gladstone appariva il difensore degli oppressi, colui che si proponeva di riparare i torti subiti dall’Irlanda, il li­beralizzatore della società britannica. Il suo governo istituì la scuola elementare obbligatoria e gratuita; aprì le carriere statali a uomini di talento a prescindere dall’origine sociale; pose termine alla pratica di vendere le cariche militari; riorganizzò il sistema giudiziario; fece intervenire il governo nei contratti tra proprietari e affittuari: come si vede, il primo governo Gladstone (1868-1874) fu importante per le riforme inglesi.
Disraeli Di fronte a Gladstone stava Benjamin Disraeli, il capo indiscusso dei conservatori, un personaggio freddo, distaccato, abile nei maneggi parlamentari. Disraeli riuscì a far accettare le riforme al suo partito per non correre il rischio di porsi fuori della storia. Il suo vantaggio sull’avversario consisteva nell’avere la piena fiducia della regina Vittoria. Fu al governo tra il 1874 e il 1880. Comprendendo la necessità delle riforme fece approvare leggi per tutelare il lavoro e i sindacati di cui intuì l’importanza; promosse le prime iniziative di edilizia po­polare per porre argine al proliferare degli slum delle perife­rie urbane; completò la privatizzazione delle terre comuni e regolò la marina mercantile. Ma Disraeli era anche un uomo fantasioso e romantico, veramente affascinato dalla maestà dell’impero britannico. Nel 1876 fece proclamare Vittoria imperatrice dell’India dando a quell’im­menso paese uno statuto speciale; fece acquistare il 45% delle azioni della Compagnia del canale di Suez comprendendo l’impor­tanza vitale di quella zona.  Infine, fu il protagonista del Congresso di Berlino del 1878.
La questione irlandese I contrasti più aspri furono sollevati dalla questione irlandese. Gladstone cercò di pacificare l’isola facendo approvare dal Parlamento l’abolizione del carattere sta­tale della Chiesa anglicana in Irlanda; cercò di migliorare la condizione dei contadini irlandesi e quando tornò al potere per la terza volta nel 1886, propose la creazione di un Parlamento irlandese separato (Home rule), sollevando un clamore che dal punto di vista elettorale si tradusse in una sconfitta e in una pesante campagna di opinione pubblica a lui ostile. La questione irlandese avvelenò i rapporti anche con l’Australia, col Canada e con gli USA dove erano numerosi gli emigrati irlandesi che nutrivano rancore contro la Gran Bretagna.
Lord Salisbury Disraeli morì nel 1881; il Gladstone si ritirò dalla politica attiva nel 1894. Il governo fu assunto dal capo dei conservatori lord Salisbury, che si occupò essenzialmen­te di politica estera, più facile da controllare, trascurando i problemi sociali interni perché troppo scottanti.
Australia, Nuova Zelanda, Canada Le principali colonie britanni­che dotate di autogoverno erano l’Australia, la Nuova Zelanda e il Canada.  In quest’ultimo paese, che subiva l’influenza dei vicini USA, era stato formato uno Stato fe­derale che manteneva la monarchia, il governo parlamentare e il  sistema giudiziario anglosassone. Tra le altre colonie dotate di autogoverno solo la Nuova Zelanda fece progressi altrettanto vistosi, specie quando fu pri­mo ministro Julius Vogel, che superò la crisi seguita alle ultime guerre contro i maori indi­geni.
La riforma elettorale del 1867 La caratteristica saliente della tarda età vittoriana fu la democratizzazione della vita interna, avvenuta più rapidamente nelle colonie che nella metropoli. La riforma elettorale del 1867 fu importante perché concesse il voto ai lavoratori delle città; nel 1884 tale diritto fu esteso anche ai lavoratori delle campagne; i collegi elettorali furono ridisegnati e perciò la rappresentanza parlamentare comin­ciò ad apparire più vicina alla realtà. Nelle colonie, invece, tale pro­cesso era cominciato molto prima: in Australia il suffragio uni­versale maschile era stato introdotto già nel 1855; il voto femminile fu introdotto nel 1901 sia in Australia sia in Nuova Zelanda. In Gran Bretagna, invece, i proprietari terrieri che avevano poderi in diverse contee avevano diritto a un voto plurimo, mentre non potevano votare i loro domestici o i figli dei contadini che vivevano nella casa paterna.
Nuovo stile politico La riforma elettorale del 1867 fu importan­te perché finì per sottrarre il compito di elaborare la politica ai club aristocratici di Londra. Entrambi i partiti fondarono sezioni locali guidate da un’organizzazione di partito permanente. Un esempio di nuovo capo di partito fu offerto da Char­les Stewart Parnell che guidò in memorabili campagne il partito nazionalista irlandese. Nelle elezioni politiche del 1879 queste novità furono collaudate dai due partiti: Gladstone iniziò in Scozia un ciclo di discorsi davanti a folle enormi passando in rivista i grandi problemi della nazione. Il fatto scandalizzò la re­gina Vittoria, quasi che l’ex primo ministro avesse messo in piazza i segreti di Stato; la gente, invece, gradì l’iniziativa e mandò al Parlamento una maggioranza liberale. Disraeli comprese l’importanza della novità politica introdotta dai libe­rali e coniò lo slogan “monarchia e masse” per recupe­rare il consenso della gente comune agli ideali del conservatori­smo, accusando l’avversario di demagogia.
Scarsa influenza del marxismo Il marxismo, che cominciò a dif­fondersi intorno al 1880, non fece breccia nei due grandi partiti inglesi, in parte per l’astrattezza delle sue dottrine, in parte per il meccanismo elettorale britannico che rende difficile il successo di un nuovo partito.
Nascita del partito laburista Dopo il ritiro dalla politica di Gladstone, avvenuto nel 1894, il partito liberale si divise sulla questione irlandese.  Nel 1900 i sin­dacati britannici fecero il primo passo verso la formazione di un partito nazionale del lavoro che attirò quella frazione di liberali più sensibili alle questioni sociali.
 
22. 3 Apogeo e declino dell’industria britannica
     All’esposizione dell’industria mondiale del 1851 nel Crystal Palace, il numero degli espositori britannici era pressoché pari a quello degli espositori del resto del mondo: ciò significa che anche quantitativamente la produzione industriale britannica uguagliava quella del resto del mondo. 
Aumentano i paesi industrializzati Il predominio industriale britannico, basato sul ferro e sul carbone, durò fin verso il 1870, poi si mantenne abbastanza uniforme mentre la produzione di paesi come gli USA, la Germania e altri da poco passati al­la fase industriale, cresceva in misura più rapida. Il fatto si deve attribuire a molte cause: l’obsolescenza di molti impianti inglesi; i minori profitti causati da concorrenza più agguerrita; i salari più bassi possi­bili in paesi all’inizio dell’industrializzazione; l’aper­tura di nuovi settori di produzione come l’industria elettrica e chimica in grado di offrire maggiori profitti.
Progresso scientifico Fino alla metà del secolo XIX le principa­li applicazioni tecnologiche erano state frutto dell’esperien­za di quei meravigliosi capi operai che a forza di prove giungevano a soluzioni ottimali; in seguito furono gli sviluppi della fisica, della chimica, della biologia a indicare la via da percorrere.  Non è possibile in questa sede esaminare per esteso gli sviluppi scientifici di un secolo fecondo quant’altri mai.
La termodinamica La scoperta della natura del calore con­dusse all’elaborazione delle leggi della termodinamica, ossia ciò che regola la conversione di calore in lavoro e viceversa, il fondamento dei motori.  Dopo aver scoperto il principio di con­servazione dell’energia fu scoperto il principio che stabilisce il limite teorico del rendimento di ogni macchina termica.
Elettricità e magnetismo Le ricerche di Michael Faraday permisero di comprendere la relazione tra elettricità e ma­gnetismo, della massima importanza per l’industria elettrica. Poco più tardi un altro inglese James Clerk Maxwell tradusse in formule matematiche le intuizioni di Faraday, riu­scendo a calcolare la velocità delle onde elettromagnetiche, scoprendo che la luce è un fe­nomeno elettromagnetico. Il fisico tedesco Heinrich Hertz scoprì l’esistenza delle onde radio, già previste teoricamente da Max­well. I fisici americani Michelson e Morley, nel 1887, misurarono sperimen­talmente la velocità della luce, scoprendo che tale velo­cità è invariante, ossia indipendente rispetto al moto della fon­te della luce.
Spettroscopia L’analisi spettroscopica della luce, composta da molte luci di colore differente, permise ai fisici tedeschi Ro­bert von Bunsen e a Gustav Kichhoff di scoprire nuovi ele­menti chimici assai rari come il rubidio e il cesio presenti nei corpi esaminati (le stelle): Joseph Lockyer scoprì l’elio presente nel sole. L’astronomia spettroscopica permise la formu­lazione delle prime ipotesi attendibili di cosmogonia.
I raggi X Wilhelm Conrad Röntgen scoprì nel 1895 i raggi X. L’anno dopo il fisico francese Becquerel scoprì le radiazioni dei composti dell’uranio e nel 1898 i coniugi Curie isolarono il radio da un minerale chiamato pecblenda.
La biologia Altrettanto numerose le scoperte in biologia: la più nota rimane l’ipotesi dell’evoluzione organica avanzata congiun­tamente nel 1858 da Charles Darwin e da Albert R.Wallace. Gregor Mendel, un boemo, in un lavoro rimasto a lungo sconosciuto, spie­gò il meccanismo delle mutazioni. Louis Pasteur studiò l’azione patogena di alcuni microrganismi scoprendo come la pebrina rovi­nava la produzione di bachi da seta. La lotta contro i microrga­nismi permise di porre i fondamenti dell’igiene. Molte operazio­ni chirurgiche furono rese possibili dalla creazione di ambienti asettici; la scoperta dell’anestesia si deve alle ricerche sui gas in grado di indurre un sonno profondo.  Verso la fine del secolo furono scoperti i batteri pa­togeni di alcune malattie epidemiche e alcuni protozoi che erano il veicolo di malattie assai diffuse come la malaria. Lo svi­luppo successivo della medicina si orientò alla ricerca di una particolare sostanza chimica in grado di distruggere i germi patogeni.
La chimica organica La chimica conobbe uno sviluppo travolgente.  Fin dal 1828 il tedesco Friedrich Wöhler era riuscito a produrre artificialmente l’urea ossia un composto organico. Quasi tutti i componenti della materia vivente sono composti di carbonio asso­ciato a un piccolo numero di elementi come azoto, ossigeno, idro­geno, zolfo, fosforo. Dopo il 1828 si cercò di ottenere i compo­sti organici per via di sintesi a partire dagli elementi inorga­nici. Nel 1856 il chimico inglese William Perkin cercava di sin­tetizzare un importante farmaco, il chinino, fin allora ricavato in misura insufficiente dalla corteccia di una pianta equatoria­le. Il tentativo, come oggi sappiamo, non poteva avere successo, ma ottenne casualmente il primo colorante sintetico all’anilina, la malveina, che dette inizio all’industria dei coloranti deter­minando il declino dei coloranti naturali.
I motori elettrici L’industria elettrica discende direttamente dagli studi di Faraday il quale dimostrò che un conduttore in mo­vimento all’interno di un campo magnetico genera elettricità. Già si conosceva la pila come generatore di una corrente elettri­ca fin dall’inizio del secolo, ma tale corrente è di modesta en­tità. La corrente generata da un alternatore, invece, può avere grande intensità e quindi utilizzabile sul piano industriale. Nel 1881 comparvero i primi generatori di corrente alternata che pochi anni dopo divennero di impiego comune. La produzione di elettricità iniziò negli USA nel 1882 con alcune centrali a vapo­re; nel 1883 fu costruito uno dei primi impianti idroelettrici sotto le cascate del Niagara.  I motori funzionanti a corrente alternata furono fabbricati a partire dal 1888 permettendo i tram e le ferrovie elettriche.  Le reti telegrafiche coprirono tutto il mondo; il telefono comparve a partire dal 1876 utilizzando un brevetto di Alexander G. Bell.
Mobilità dei capitali finanziari Questi pochi cenni permettono di comprendere che gran parte dello sviluppo tecnico e scientifi­co del XX secolo trova la sua causa prossima nelle scoperte scientifiche e tecniche avvenute nella seconda metà del secolo passato. Il capitale finanziario britannico si riversò nelle aree ritenute ot­timali a causa della presenza di materie prime, di manodopera a basso costo e di stabilità politica come avveniva negli USA e in Germania. In Francia e in Gran Bretagna un poco alla volta si realizzò il predominio dell’attività finanziaria delle banche e delle assicurazioni quasi che i grandi capitalisti preferissero godere i vantaggi del capitale accumula­to piuttosto che reinvestirlo in un nuovo sforzo di produzione industriale: il dominio su imperi coloniali mediante la supremazia navale appariva più vantaggioso.

22. 4 L’espansione coloniale
     Nel secolo passato la Gran Bretagna produceva non tanto per il mercato interno, quanto per un mercato di dimensioni mondiali.
Il colonialismo La storia del colonialismo è una delle meno glo­riose e delle più difficili da affrontare per le conse­guenze sociali ed economiche che ancora persistono; per la menta­lità del secolo passato, invece, il rispetto di selvaggi inconsa­pevoli delle ricchezze inesplorate poste sotto i loro piedi appa­riva assurdo. Le critiche mosse al colonialismo britannico, che probabilmente fu il più intelligente e il più fortunato, spesso provengono da coloro che arrivarono tardi o che pretesero con mezzi insufficienti di ritagliarsi un posto al sole. Le occupazioni di territori nuovi prendevano l’avvio da spedizioni di esploratori.
Livingstone David Livingstone è forse il più noto degli esplora­tori britannici del secolo passato, soprattutto per merito della stampa.  Dopo essersi laureato in medicina e in teologia, Livin­gstone si trasferì nell’Africa australe dove operò attivamente contro la tratta degli schiavi ancora fiorente nelle co­lonie portoghesi di Angola e Mozambico. Il problema geo­grafico che il Livingstone si propose di risolvere fu di stabili­re la possibilità di attraversare il continente da est a ovest lungo i grandi fiumi Congo e Zambesi. Esplorò il lago Nyassa e cercò le sorgenti del Nilo.
Le missioni Dietro l’esploratore le grandi potenze inviarono il missionario che si fermava in qualche remota contrada, imparava i dialetti indigeni cercando di capire la struttura della società tribale.  Dopo il missionario giungeva il commerciante alla ri­cerca di sbocchi per determinate merci e il geologo che cercava minerali. In genere, a questo punto gli interessi erano tanto cospicui da richiedere la presenza dei soldati: alle altre potenze veniva indicata, ricorrendo a meridiani e paralleli, la nuova colo­nia.
Progetto di occupazione dell’Africa nord-sud Col diritto del primo occupante, gli anglosassoni si riservarono le regioni africane più fertili, quelle dal clima più adatto a co­loni europei. Poiché fin dal 1815 la Gran Bretagna occupava la Colonia del Capo e, dopo il taglio del canale di Suez, aveva no­tevoli interessi economici in Egitto, era naturale pensare all’occupazione di tutta la fascia africana che dall’Egitto, at­traverso il Sudan, il Kenya, l’Uganda e le Rhodesie, arriva fino al Sudafrica.
Progetto di occupazione est-ovest Nello stesso tempo in Francia si facevano progetti altrettanto ambiziosi che prevedevano l’oc­cupazione dell’Africa a nord dell’equatore, dall’Atlantico al Mar Rosso. Era inevitabile un punto di collisione dei due progetti: nel 1898 a Fascioda, una cittadina del Sudan, arrivò per primo il maggiore francese Marchand con alcuni ufficiali e 120 solda­ti. Qualche settimana dopo giunse il colonnello Kitchener con circa 2000 soldati britannici, mentre in Europa i giornali pub­blicavano resoconti allarmistici facendo balenare la possibilità di guerra.  I due ufficiali, per motivi diversi, decisero di ri­mettere il problema ai politici: il governo francese ritenne pre­feribile evitare lo scontro e quello britannico fu così grato da prendere in considerazione l’alleanza con la Francia per bilan­ciare la crescente potenza tedesca.
I boeri del Sudafrica Nello stesso anno tuttavia i britannici incapparono nella più grande crisi coloniale della loro storia, la guerra coi boeri. Costoro erano i discendenti di un gruppo di olandesi protestanti che avevano fondato la Colonia del Capo fin dai primi anni del Seicento: erano agricoltori che utilizzavano come manodopera schiavi africani. Quando la Gran Bretagna abolì la schiavitù sui suoi terri­tori, i boeri emigrarono verso nord in terre libe­re, formando un nuovo Stato col nome di Natal e poi occupando re­gioni che presero i nomi di Orange e Tran­svaal.  La Gran Bretagna pretese la direzione del nuovo Stato dal punto di vista interna­zionale, garantendo l’autogoverno ai boeri nel Transvaal e nell’Orange. Nel 1877, a seguito della guerriglia scatenata dal­le tribù zulù, le truppe britanniche entrarono nei due Stati e non se ne andarono anche dopo la sconfitta degli zulù.
Oro e diamanti in Transvaal Il motivo dell’esitazione britannica ad andarsene era la scoperta dei più ricchi giacimenti di oro e di diamanti esistente al mondo, avvenuta nel 1886.  I boeri erano più interessati alle loro tradizioni, alla religione calvinista, all’agricoltura che allo sfruttamento minerario della loro nuova patria. Invece, nel giro di qualche mese i cercatori d’oro crearono la città di Johannesburg introducendo un modello di vita profondamente avversato dai boeri.  Quando Paul Kruger divenne presidente del Transvaal, l’opposizione contro gli “stra­nieri” divenne più aspra. Costui rifiutò la cittadinanza ai non boeri e impose ogni genere di tasse per scoraggiare arrivi di cercatori d’oro. Primo ministro della Colonia del Capo era Cecil Rhodes, arricchitosi col commercio di oro e diamanti: la guerra scoppiò perché stavano di fronte due personalità ugualmen­te intolleranti e irremovibili dai loro convincimenti.
La guerra dei boeri Contravvenendo agli ordini del Rhodes, un piccolo distaccamento inglese entrò nel Transvaal nel 1895. ll distaccamento fu massacrato dai boeri, i quali cercarono di internazionalizzare il conflitto. Nell’ottobre 1899 iniziò un’im­placabile guerra tra boeri e inglesi che presentava le caratteri­stiche del nazionalismo esasperato. I boeri assunsero l’inizia­tiva ponendo l’assedio intorno a Mafeking nel Bechuanaland, in­torno a Kimberley nella Colonia del Capo e intorno a Ladysmith nel Natal. Mafeking, difesa da Baden Powell, il noto fondatore dello scautismo, resistette all’assedio per circa 200 giorni, perché i boeri non avevano artiglierie.  La guerra fu presentata dalla stampa britannica con molta abilità tanto da sollevare on­date di patriottismo. Le operazioni di guerra risultarono mal con­dotte da parte inglese finché arrivò in Sudafrica lord Kitchener, reduce dai successi militari in Sudan, che riuscì a porre fine al conflitto sia pure al prezzo di altissime perdite (cir­ca 22.000 morti).
L’Unione sudafricana La pace fu siglata col trattato di Vereeni­ging nel maggio 1902.  Le due repubbliche di Orange e Transvaal furono unite alla Colonia del Capo e al Natal, formando poco più tardi l’Unione sudafricana che nel 1910 assunse lo statuto di Do­minion con un governo autonomo.
Matura l’idea di Commonwealth Avevano già conseguito lo statuto di Dominion il Canada nel 1867, l’Australia nel 1900, la Nuova Zelanda nel 1907: ciò significa che la Gran Bretagna iniziò per prima il processo di decolonizzazione, ma limitatamente ai terri­tori in cui prevalevano i bianchi, di fronte ai quali non si po­teva giustificare un governo di tipo coloniale. Si preferì avere alleati all’in­terno di un Commonwealth alcuni popoli di lingua inglese la cui economia rimaneva all’interno dell’area della sterlina, piuttosto che ripetere l’errore compiuto nei confronti delle Tredici colo­nie d’America o dei boeri del Sudafrica. Si rafforzarono così alcune correnti di capitali e di merci, collegando con reciproco vantaggio la Gran Bretagna e i paesi del Commonwealth. La Gran Bretagna rivelò un notevole dinamismo politico, risolvendo con rapidità i problemi emergenti senza rigidezze o nazionalismi esasperati.  Solo nel caso dell’India i britannici mostrarono la tendenza a irrigidirsi.

22. 5 La regina Vittoria imperatrice dell’India
     Mentre in Australia, Nuova Zelanda, Canada e Sudafrica esi­steva una forte presenza di emigrati britannici, in India tale presenza rimase sempre irrilevante rispetto all’enorme popolazio­ne indiana.
Occupazione britannica dell’India La penetrazione britannica in India iniziò nel 1757 con la vittoria riportata a Plessey, posta a circa 100 chilometri a nord di Calcutta. Il piccolo esercito inglese era guidato da Robert Clive. Costui approfittò della debolezza dell’impero Moghol attaccato a nord dalle fiere tribù afghane e a ovest dai maratti. Clive combatteva per conto della East India Company, una società per azioni che aveva monopolizzato il com­mercio del Bengala e che, trovando pericolosa per i propri commerci  la situazione di virtuale anarchia in cui versa­va l’impero Moghol, aveva deciso di assoldare mercenari. Il Bengala, nonostante il clima caldo e umido, era la regione più adatta al commercio per la presenza delle vie di comunicazione col resto dell’enorme regione circostante. I soldati del Clive erano circa 4000, ma avevano  un superiore addestra­mento, l’artiglieria, l’unità di direzione strategica e la supremazia sul mare, ossia la possibilità di ri­cevere rifornimenti. Gli indiani, invece, erano divisi e privi delle risorse offerte dalla scienza applicata all’esercito e all’amministrazione.
Si completa il controllo britannico dell’India Il passo succes­sivo compiuto da Robert Clive fu di cacciare i francesi dalle lo­ro stazioni commerciali. Clive fu sostituito da Warren Hastings che nel 1799 sconfisse lo Stato del Mysore, estendendo il controllo britannico anche nel sud dell’India. Tra il 1803 e il 1818 l’esercito britannico alle dipendenze dell’East India Company sconfisse anche i maratti dell’ovest, poi tra il 1843 e il 1849 fu occupato il Sind e il Punjab nel nord-ovest, ossia la valle dell’Indo. Verso la metà del XIX secolo tutti gli Stati costieri dell’India si trova­vano sotto il controllo britannico. Era un impero singolare gui­dato da una compagnia commerciale privata anche se controllata dal governo della Gran Bretagna. Le spese di ammini­strazione divennero altissime per cui apparve necessario che lo Stato assumesse il controllo politico dell’immenso territo­rio, lasciando il commercio in mano all’iniziativa privata.
L’esercito inglese in India L’esercito inglese in India, verso la metà del XIX secolo, era composto da circa 300.000 soldati: di questi solo un decimo erano soldati britannici: c’erano circa 10.000 mercenari, per lo più tedeschi, mentre il resto era formato da truppe indiane, i Sipoys. Con questo piccolo esercito la Gran Bretagna conquistò e mantenne il potere in In­dia.
La rivolta dei sipoys Il momento di crisi più acuta del dominio inglese in India avvenne nel 1857 allorché i sipoys si ammutinarono. Gli inglesi avevano conservato il con­trollo dell’artiglieria e dei servizi dell’eserci­to con un trattamento nettamente superiore: i sipoys chiedevano la parità; non avendola ottenuta si ribellarono e si incrinò un incipiente sentimento di fiducia presente nella clas­se media indiana favorita in ogni modo dai conquistatori che con l’istruzione, le ferrovie, i canali di irrigazione e altri benefici del sistema occidentale avevano cercato di scalzare l’antica cultura indù, incapace di progresso. La rivolta del 1857 fu tremenda, con massacri ed esecuzioni in massa da una parte e dall’altra. Quando la ribellione fu stroncata, si rese necessaria la riforma dell’esercito: esso venne ridotto a 200.000 uomini, ma i soldati inglesi furono aumentati fino a 75.000 uomi­ni. Questo piccolo esercito riuscì a pacificare un paese di circa 300 milioni di abitanti: non ci sarebbe riuscito se avesse potuto contare solo sulla forza. La East India Company fu li­quidata e l’India passò sotto il diretto controllo del governo inglese.
L’occupazione dal punto di vista britannico I benefi­ci procurati all’India dall’amministrazione britannica furono in­calcolabili. Il denaro indiano era speso solo in India per l’esercito o in Gran Bretagna sotto forma di interessi per le somme prese a prestito per lo sviluppo del paese. Il commercio era in gran parte britannico con beneficio delle manifat­ture del Lancashire che importavano cotone americano producendo tessuti venduti in India a un prezzo inferiore a quello dei tes­suti locali. Gli indiani non compresero mai questo fatto e ri­tennero lesi i loro interessi. In ogni caso gli inglesi costrui­rono le ferrovie, i porti, i canali che migliorarono l’agricoltura producendo te,  indaco, caffè, ecc. esportati in Europa. L’amministrazione britannica procurò nume­rosi impieghi riservati a personale indiano che quindi si adde­strava ad assumere maggiori responsabilità, specie nel settore della giustizia (giudici e avvocati). Certamente la Gran Bretagna acquistò grande prestigio in tutta l’Asia: l’In­dia era considerata la perla della corona britannica, ma la pose in contrasto con la Russia che intorno al 1875 era molto attiva nell’Asia centrale, a Bukara, Samarcanda, Taskent.  Anche per questo motivo il Disraeli convinse la regina Vittoria ad assumere il titolo di imperatrice dell’India quasi a significa­re che qualunque contrasto di frontiera sarebbe stato giudicato aggressione alla Gran Bretagna.
L’occupazione dal punto di vista indiano Dal punto di vista indiano la dominazione britannica offrì la pace e creò l’u­nità del subcontinente asiatico. La pace non fu completa perché ci furono guerre di frontiera in direzione dell’Afghanistan, del­la Birmania e del Tibet, ma le guerre furono me­no numerose di quelle che ci sarebbero state senza la presenza britannica. Anche l’unità fu relativa perché, come si è visto, la Gran Bretagna non occupò direttamente tutto il territorio, bensì solo la parte costiera: il centro rimase sotto il dominio dei maragià e dei nababbi, sia pure sotto protezione britannica: fu l’atteggiamento di co­storo, nel 1857, a salvare la presenza britannica in India perché non favorirono la rivolta dei sipoys, ottenendo in cambio la permanenza al potere fino alla proclamazione dell’indi­pendenza indiana (1947).
L’unificazione dell’India In ogni caso il dominio britannico produsse l’unità economica dell’immenso paese e favorì le strut­ture produttive sul modello occidentale. La lingua inglese uni­ficò un territorio su cui sono presenti quasi un centinaio di lingue e dialetti molti dei quali risultano tra loro incomprensi­bili. Si produsse una coscienza indiana dove prima esistevano numerose divisioni locali. Fu dunque il dominio britannico a produrre il nazionalismo indiano, a favorire l’istruzione almeno nei ceti elevati, a far decadere costumi arcaici.
Il nazionalismo indiano  Il nazionalismo indiano scaturì da due fonti.  La prima è la rinascita dell’induismo. Quando gli intel­lettuali indiani entravano in contatto con gli occidentali aveva­no il timore di venir strappati dalla loro matrice culturale: perciò rifiutavano il cristianesimo e tornavano a coltivare la loro tradizione indù, peraltro gravemente compromessa proprio dal progresso materiale. L’altra fonte fu la formazione, favorita dagli inglesi, di una classe media indiana composta di commer­cianti, impiegati, avvocati, giornalisti, medici, ecc. Come è av­venuto ovunque anche in Europa, la classe media finì per combat­tere il tradizionalismo delle classi superiori e la dominazione straniera, mirando a un regime parlamentare e all’indipendenza che offrivano maggiori possibilità di successo per il ceto medio.
Progresso della classe media Da principio le classi medie india­ne non furono contrarie alla dominazione britannica: chiedevano solo maggiori responsabilità politiche. Specie nell’amministrazione della giustizia gli in­diani raggiunsero i più alti gradi della carriera, ma nel 1883 la proposta che anche gli europei potessero esser giudicati da un tribunale composto di giudici indiani sollevò una violenta oppo­sizione al progetto, rivelando un razzismo che ferì profondamente l’acuta sensibilità indiana.
Nascita del Congresso Nazionale Indiano Nel dicembre 1885 a Bom­bay si riunirono i rappresentanti di un Congresso Nazionale In­diano, il partito dei nazionalisti che si proponevano l’indipendenza. Da allora essi si radunarono a convegno ogni anno. Peraltro ben presto si divisero in un’ala moderata che cercava di realizzare una lenta conquista culturale, e in un’ala estremista che cercava di cacciare gli inglesi dall’India con i metodi del terrorismo.
La questione della nuova capitale Gli estremisti trovarono un motivo per attaccare il governo. Nel 1911 la capitale fu tra­sferita da Calcutta a New Dehli, dividendo il Bengala, in cui le idee occidentali avevano trovato più largo seguito, in due regio­ni contrapposte.  Anche il Partito del Congresso si divi­se: i moderati furono favoriti dall’amministrazione britannica contro gli estremisti, mentre gli indù si contrapposero ai musulmani, più numerosi a Calcutta e nel Bengala orientale, in netta minoranza a New Dehli.
Divisione tra indù e musulmani I musulmani indiani erano in mi­noranza nel Partito del Congresso Indiano e perciò cominciarono a temere che l’eventuale partenza dei dominatori li avrebbe lascia­ti in balia della maggioranza indù. Nel Bengala i musulmani for­mavano la parte più povera, mentre nell’India nordoccidentale es­si formavano la parte più ricca della popolazione. Questi ultimi si proposero di non favorire la partenza dei dominatori britanni­ci e di non aderire al Partito del congresso indiano. Perciò, fin dal 1906 formarono la Lega musulmana per difendere gli inte­ressi musulmani. Naturalmente gli indù accusarono i britannici di aver sollevato un problema prima inesistente, applicando l’antico motto divide et impera.
Dichiarazione Montagu Durante la prima guerra mondiale il gover­no britannico, per avere l’aiuto di truppe indiane, spiegò che la guerra era combattuta per la democrazia contro l’assoluti­smo. In conseguenza di ciò la Gran Bretagna doveva concedere l’autogoverno all’India: il viceré Edwin Montagu nel 1917 rila­sciò la storica dichiarazione con cui spiegava agli indiani il significato della presenza britannica in India: condurre quel grande paese a un governo autonomo e responsabile. Montagu non diceva quando quel governo sarebbe stato insediato.

22. 6 La questione irlandese nel XIX secolo
     Il problema irlandese rimase a lungo aperto e periodicamente esplose sotto forma di episodi di estrema violenza. In questo paragrafo saranno esamina­ti solo i fatti più importanti accaduti nel XIX secolo.
Atto di Unione Nel 1798 i rivoluzionari francesi favorirono la ribellione degli irlandesi guidati da Wolfe Tone, inviando un piccolo esercito, un tentativo stroncato con massiccio ricorso alla forca. Per rendere impossibile in futuro il ripetersi di  un evento del genere, l’Irlanda fu unita alla Gran Bretagna come sua parte integrante. L’Atto di unione comportò l’ingresso nel Parlamento di Londra di circa 100 deputati irlandesi.  La conse­guenza fu che il Parlamento inglese dovette abrogare nel 1829 il Test Act, l’obbligo per ogni cittadino che assumesse impieghi pubblici di ri­cevere la comunione secondo il rito anglicano.  Il protagonista della resistenza irlandese in questa fase della lotta fu Daniel O’Connell, il primo deputato cattolico ai Comuni: costui adottò il sistema di convocare affollati comizi per tenere sotto pressione l’opinione pubblica e far approvare dal Parlamento i provvedimenti graditi agli irlandesi, i cui deputati erano tanto numerosi che nessuno dei due partiti inglesi poteva governare senza il loro apporto. Per diminuire il loro numero il governo di Londra alzò nel 1832 l’importo delle tasse da pagare per avere il diritto di voto: poiché i contadini irlandesi erano molto poveri, pochi tra loro conservarono il diritto di voto.
La Giovine Irlanda Dopo la morte di O’Connell, che mai aveva ac­cettato di ricorrere a metodi apertamente rivoluzionari, fu fondata la Giovine Irlanda, un movimento nazionalista di tipo mazziniano che si proponeva di proclamare una repubblica democra­tica indipendente dalla Gran Bretagna.
La grande carestia Ma proprio negli anni tra il 1845 e il 1847 l’Irlanda attraversò la più grande tragedia della sua difficile storia: l’isola era sovrapopolata tanto che per molti il cibo si riduceva a patate e latte. Nel 1846 un fungo fece marcire le patate prima del raccolto: in conse­guenza della carestia un quinto della popolazione, circa un mi­lione e mezzo di persone, o morirono di fame o dovettero emigrare in America.  La Gran Breta­gna abrogò nel 1847 il dazio sui cereali per sostituire alle patate il pane. La diminuzione della po­polazione da mantenere portò un leggero beneficio, ma complicò il problema politico. Infatti gli irlandesi emigrati in America fondarono una società segreta chiamata Feniana che raccoglieva armi e denaro per provocare il distacco dalla Gran Bretagna. La Chiesa cattolica non poteva accettare quei me­todi violenti: il clero non si schierò apertamente per quel movimento, invocando una soluzione negoziata dei pro­blemi giuridici e sociali.
Sfruttamento della terra La terra apparteneva a landlord ingle­si protestanti che la cedevano in affitto a coloni irlandesi i quali potevano venir cacciati dalla terra senza preavviso. Inoltre la terra era così spezzettata e i sistemi di coltivazione così primitivi che non si pote­va superare il livello della sussistenza. Gli af­fitti erano bassi e anche i proprietari non nuotavano nell’oro, ma i contadini spesso non riuscivano a pagare neppure quel poco. La Chiesa anglicana aveva grandi proprietà terriere e riscuoteva ogni anno una decima per il culto anche dai cattolici. Gli irlandesi decisero di organizzare la disobbedienza civile su una scala mai vista: il gettito di quell’imposta passò da 120.000 sterline a circa 12.000. William Gladstone fece approvare, dopo il 1868, alcuni importanti provve­dimenti: le diocesi protestanti furono ridotte da 22 a 12; a spe­se dello Stato fece istituire nel 1867 tre Colleges religiosamen­te neutri, annessi all’università di Dublino, frequentati soprat­tutto da cattolici.  Inoltre permise il formarsi di una proprietà ecclesiastica che poteva mantenere le istituzioni culturali e as­sistenziali dei cattolici. Tuttavia questi provvedimenti, giusti in sé, arrivarono in ritardo. I contadini irlandesi volevano la proprietà della terra, ma il governo non poteva attentare al di­ritto di proprietà senza sollevare un vespaio impossibile da con­trollare. Gli attentati contro funzionari go­vernativi e contro edifici pubblici compiuti dai feniani ebbero il potere di irrigidire l’opinione pubblica inglese.
Charles S. Parnell Fu un protestante di origine inglese a pren­dere il comando del movimento di resistenza antinglese, Charles Steward Parnell, che si propose di rendere impossibile di fatto il governo inglese in Irlanda, paralizzando il Parlamento di Lon­dra col ricorso all’ostruzionismo. Parnell si accostò al movi­mento della lega agraria (Land league) che riuniva i conta­dini irlandesi per ottenere : a) il diritto di permanenza del contadino sul fondo finché pagava l’affitto; b) il contadino po­teva vendere i suoi diritti di affittuario; c) il proprietario non poteva innalzare l’affitto più di quanto giudicato equo dalla Lega dei contadini.
Il contrasto si irrigidisce Quando nel 1880 il Gladstone tornò al potere, cercò ancora una volta di trovare la soluzione del problema irlandese: fu approvata la legge che permetteva allo Stato di indennizzare i contadini sfrattati, ma la Lega agraria non accettò: ora chiedeva l’esproprio della terra e l’indipenden­za, ossia ciò che nessun governo inglese poteva accet­tare.
Attentati contro le persone Parnell aveva fatto ricorso a metodi duri, ma non alla violenza contro le persone. Egli fu scaval­cato da un gruppo rivoluzionario che si proponeva di liberare l’Irlanda con la lotta armata. Nel 1882 questo gruppo assassinò il segretario e il sottosegretario di Stato per l’Irlanda. Il go­verno inglese reagì proclamando lo stato di assedio e istituendo tribunali speciali privi di giuria popolare. Gli estremisti trasferirono la base della loro organizzazione negli USA dove esisteva una forte minoranza irlan­dese, compiendo attentati anche in Gran Bretagna.
Home rule Il Gladstone si trovò in difficoltà per dare soluzione alla questione irlandese e fu obbligato a studiare la possibilità di un Home rule, ossia la concessione dell’autogoverno con Parlamento a Dublino.  Ma a questo punto anche il suo partito si divise: Joseph Chamberlain, futuro ministro delle colonie, era convinto che l’autonomia sarebbe stata interpretata come un primo passo verso la completa indipendenza. Chi si op­pose con tutte le forze furono i presbiteriani dell’Ulster, nell’Irlanda del nord, che non tolleravano la prospettiva di sottostare alla più che prevedibile maggioranza cattolica nel progettato Parlamento irlandese. L’Ulster era la regione più ricca d’Irlanda, aveva sviluppato industria e a­gricoltura perché ivi non esistevano le situazioni di povertà e di disordine presenti nel resto del paese. Nel 1886 il progetto di Gladstone per l’autonomia cadde e le successive elezioni furo­no perdute dai liberali.
La Camera dei Lord boccia la Home rule Ricominciò una furibonda lotta tra contadini e proprietari terrieri. La Lega agraria vie­tò ai contadini di pagare il canone d’affitto ai proprietari, bensì di versarlo alla Lega stessa che voleva trattare da una po­sizione di forza con i proprietari. La Chiesa cattolica si dissociò ancora una volta da quei metodi e anche il Parnell risultò compromesso da un processo per bigamia che gli alienò le simpatie dei seguaci puritani. Nel 1892 i liberali tornarono al potere e ri­presentarono il progetto di Home rule, approvato dai Comuni, ma bocciato dalla Camera dei Lord. Per far passare il progetto si dovette togliere la parità di potere tra le due camere, cosa che avvenne solo nel 1912. L’autonomia irlandese era prevista per l’anno 1914, ad eccezione dell’Ulster che per un tempo ragionevo­le  sarebbe stato escluso dallo statuto di Home rule. Lo scoppio della prima guerra mondiale sospese l’applicazione della legge.
Orangisti e Sinn Fein Durante la guerra il partito repubblicano irlandese Sinn Fein dimostrò di non voler concedere nulla agli oltranzisti protestanti dell’Ulster che assunsero il nome di Orangisti.  La situazione era tanto incandescente che la Gran Bretagna non ritenne opportuno estendere l’obbligo del servizio militare in Irlanda, per timore di potenziali sovvertitori nel suo esercito. Durante la guerra, nella settimana di Pasqua del 1916 avvennero torbidi e attentati che costarono la vita a molte persone a Dublino e che fecero tramontare per sempre la possibili­tà di un’Irlanda unita al Commonwealth britannico. 
Indipendenza dell’Irlanda Nel 1922 l’Irlanda ottenne l’indipen­denza sotto forma di repubblica, con a capo Eamon de Valera, capo del Sinn Fein.  Le sei contee dell’Ulster dichiararono la loro indefettibile unione col Regno Unito, aggravando il regime di di­scriminazione contro la minoranza cattolica esistente nell’Ul­ster: con ciò furono poste le premesse del perdurare dei problemi della sfortunata isola.
 
22. 7 Cronologia essenziale
1837-1901 Durata del regno della regina Vittoria.
1843-1849 Gli inglesi occupano il Punjab e il Sind del nord-ovest indiano.
1846 La perdita del raccolto delle patate provoca in Irlanda una paurosa carestia con un milione e mezzo di morti o emigrati.
1847 Con la revoca della Corn Law trionfa in Gran Bretagna il li­berismo economico completo.
1851 Grande successo dell’Esposizione universale dell’industria al Crystal Palace.
1857 Ammutinamento duramente represso dei sipoys indiani.
1867 Il Reform Bill estende il diritto di voto ai lavoratori del­le città. Il Canada diviene Dominion in seno al Commonwealth.
1868-1874 Gladstone vince le elezioni e forma il nuovo governo liberale.
1874-1880 Governo conservatore di Disraeli.
1885 I rappresentanti del Congresso Nazionale Indiano si riuni­scono per avviare il processo di autonomia dell’India.
1898 Il trattato di Fascioda chiude un periodo di competizioni coloniali tra Francia e Gran Bretagna.
1899 Inizia la guerra anglo-boera.

22. 8 Il documento storico
     L’Irlanda ha conosciuto l’ultima grande carestia del conti­nente europeo nei due anni 1845-1847 quando per due volte conse­cutive andò distrutto, a causa di un fungo microscopico, il rac­colto delle patate. Il documento che segue è ricavato da un sin­golare libro di Redcliffe N. Salaman, Storia sociale della pata­ta, utile per comprendere l’estrema pericolosità di affidare la sopravvivenza umana a un solo prodotto.

     “L’atteggiamento conservatore dei contadini, per quanto ri­guarda le abitudini alimentari, è ovunque proverbiale; in Irlan­da, poi, a causa della totale dipendenza dalla patata, era radi­catissimo. Non a caso si usava dire, infatti, che tutta l’abilità culinaria della moglie di un contadino irlandese consistesse, al massimo, nel bollire una patata. Solo quando le loro provviste di patate si fossero completamente esaurite, i contadini, pur con qualche riserva, si sarebbero azzardati a consumare dei generi alimentari di chissà quale ignota provenienza.
     Mentre la miseria aumentava di giorno in giorno, si arrivò ai mesi di luglio e agosto, i cosiddetti “mesi della farina”. I lavori pubblici per arginare la disoccupazione erano stati già intrapresi e in tutto i paese si stavano costruendo nuove strade e nuovi porti, anche se non sempre finalizzati ad una effettiva utilità economica. Alla fine di agosto risultavano impiegati 97.000 uomini.
     Nella primavera del 1846, i contadini, con rinnovato corag­gio e speranza nel futuro, avevano coltivato a patate un’esten­sione di terreno ancora maggiore del solito. O’Rourke fornisce le seguenti cifre, riguardanti le superfici in acri di quattro pro­vince dove erano state appunto piantate le patate: Ulster 352.665 acri, Munster 460.630 acri, Leinster 217.854 acri e Connaught 206.292 acri. L’intero raccolto, che era stato valutato in sedici milioni di sterline, andò però completamente perduto.
     Nel 1846 la malattia della patata apparve per la prima volta il 3 giugno, nei dintorni di Cork, rimase stazionaria sino alla fine di luglio e da quel momento in poi si sviluppò rapidamente. Se l’anno prima vi erano stati alcuni campi e addirittura vaste zone che erano sfuggiti alla malattia, adesso non si salvò nean­che una pianta; la distruzione del raccolto fu totale, al pari dell’angoscia e della desolazione che ad essa seguirono.
     Si potrebbe scrivere un libro intero sulle condizioni spa­ventose in cui versavano le popolazioni rurali dopo che, per due anni consecutivi, il raccolto delle patate era andato completa­mente distrutto. Leggendo attentamente i resoconti fatti da vari autori su quei due terribili inverni, sembra impossibile immagi­nare qualcosa di peggiore di quello che successe in quei giorni o trovare situazioni analoghe in tutta la storia d’Europa dal tempo della peste nera del 1348. Si accenna persino a casi di gente che si nutriva della carne di cadaveri umani. Considerate nel loro insieme, le cronache della carestia irlandese costituiscono una delle testimonianze più tragiche della lunga storia delle soffe­renze umane. Ci limiteremo a riferirne solo alcune sulla cui at­tendibilità e obiettività di giudizio non dovrebbero sussistere dubbi.
     Padre Mathew, un prete cattolico che in quegli anni fu forse la persona più amata e rispettata in tutta l’Irlanda, scrive: “Il 27 del mese scorso (luglio 1846) sono andato da Cork a Dublino e questa pianta condannata a morte era rigogliosa e sembrava forie­ra di un abbondante raccolto. Al mio ritorno, il 3 corrente (ago­sto) sono rimasto incredulo e costernato nel vedere una sola di­stesa desolata di piante in putrefazione. Quasi ovunque vi erano persone disperate sedute sugli steccati degli orti distrutti, che si torcevano le mani e piangevano amaramente su quella sciagura che le aveva lasciate senza mangiare”.
     In queste poche righe padre Mathew riesce a far capire non solo come la gente avesse puntato tutto sulla patata per soprav­vivere, ma anche l’effetto psicologico che derivava da una dipen­denza così totale; infatti, se si toglieva loro la patata, i con­tadini non erano in grado di far altro che maledire il destino avverso e disperarsi. Per loro non vi erano alternative: o nu­trirsi di patate o morire di fame.
     Le ripercussioni che si ebbero in seguito alla distruzione dell’approvvigionamento alimentare di un anno non assunsero ca­ratteristiche catastrofiche che alla fine del 1846. Da quel mo­mento, infatti, si andò dalla penuria di cibo alla carestia, dal­la carestia alla fame e dalla fame alla morte. E se è vero che quest’ultima dava pace a chi soffriva, aumentava, per contro, le sofferenze di chi restava”.

Fonte: R. N. SALAMAN, Storia sociale della patata, Garzanti, Mi­lano 1989, pp. 256-258.

22. 9 In biblioteca
      Ormai classico il libro di G.M. TREVELYAN, Storia d’Inghil­terra nel secolo XIX, Einaudi, Torino 1967. 
Si consulti inoltre di E. GRENDI, L’Inghilterra vittoriana, Sansoni, Firenze 1977; e di G. KITSON CLARK, L’Inghilterra vittoriana. Genesi e formazio­ne, Jouvence, Roma 1980; A. BRIGGS, L’Inghilterra vittoriana, Editori Riuniti, Roma 1978. 
Di notevole interesse E.J. FEUCHTWAN­GER, Democrazia e impero. L’Inghilterra fra il 1865 e il 1914, il Mulino, Bologna 1989. 
Per la storia dell’India si consulti di K.M. PANIKKAR, Storia della dominazione europea in Asia dal Cin­quecento ai nostri giorni, Einaudi, Torino 1968.