Libro III Cap. 21 – Il mondo nuovo: Stati Uniti e Giappone (I)

Storia della Chiesa

Prof. A. Torresani. 21. 1  La politica americana da Monroe a Lincoln – 21. 2 La guerra civile  – 21. 3  L’impetuoso sviluppo americano.

Gli Stati Uniti nacquero grandi, con aspirazioni continenta­li: i suoi coloni crearono una tradizione autonoma, dando vita alla prima repubblica fede­rale fondata su una costituzione scritta; operarono la più rapida e impressionante trasformazione dell’ambiente naturale; e, infi­ne, con l’intervento militare in Europa nel corso di due guerre mondiali hanno salvato il vecchio mondo che aveva imboccato una strada senza via di uscita. Tuttavia, non tutto è luce: gli Stati Uniti hanno accelerato molte crisi negli altri continenti; hanno rivelato gli aspetti più feroci della potenza economica; hanno esportato  nel resto del mondo il pragmatismo e l’efficientismo più esasperato, con danno di antiche culture incapaci di assorbi­re tante novità. Al culmine del processo di sviluppo sociale ed economico gli Stati Uniti dovettero affrontare la crisi rappre­sentata dalla guerra di secessione, superata grazie alla prudenza del presidente Lincoln che imboccò la strada del nazionalismo senza perdere i benefici della democrazia.
      Anche il Giappone fu lanciato nella sua espansione politica mondiale dagli USA. Tuttavia, l’impero del Sol levante è riusci­to a far coesistere modernità e tradizione; efficienza e genti­lezza; Oriente e Occidente. Il Giappone ha dimostrato ai “diavo­li dell’Occidente” che potevano esser sconfitti se si impiegavano i loro stessi strumenti. Il nazionalismo giapponese ha catalizza­to i nazionalismi asiatici che non hanno ancora terminato la pa­rabola della loro espansione. Queste osservazioni dovrebbero es­sere sufficienti per raccomandare l’attenta considerazione degli avvenimenti alla base del rapido sviluppo dei paesi che hanno eclissato la preponderanza dell’Europa: nessuno può negare la lo­ro funzione di protagonisti della storia più recente.  La storia della Cina rivela, al contrario, gli effetti della mancata riforma delle sue strutture.
 
 21. 1 La politica americana da Monroe a Lincoln
      La caratteristica più rilevante della storia degli USA è la loro crescita impetuosa, tanto per territorio colonizzato quanto per popolazione. 
 Cresce il territorio e la popolazione Nel 1830 la popolazione statunitense raggiunse quasi 13 milioni di abitanti e il territorio era quasi raddoppiato rispetto a quello delle Tredici colonie originarie, arrivando a oltre 4 milioni e mezzo di chilometri quadrati. La frontiera, che nella storia americana non significa confine bensì territorio con meno di due abitanti per miglio quadrato, aveva superato il Mississippi raggiungendo le Montagne Rocciose, mentre a sud arrivava al Golfo del Messico: gli Stati erano divenuti venti­quattro.
 Vocazione continentale degli USA Nei primi tre decenni del seco­lo XIX si erano succeduti alla presidenza degli USA alcuni stati­sti virginiani, in teoria fedeli all’ideale perseguito da Thomas Jefferson di un’America rurale in cui ciascuno coltivasse in pace i campi intorno alla sua fattoria, mentre ogni Stato dell’Unione godeva la massima autonomia; in realtà, si faceva strada l’altro progetto, nazionalista, teso a realizzare un programma di industrializzazione, per sfruttare le immense riser­ve di materie prime. I nazionalisti erano già riusciti a ottenere che la Luisiana, acquistata dalla Francia nel 1803, rimanesse proprietà federale e non dei singoli Stati. I nazionalisti ottennero anche la creazione di una banca privilegiata che emettesse banconote in luogo di monete metalliche. In­fine, nel 1823, ottennero la dichiarazione di Monroe che rendeva noti al mondo i criteri di fondo della politica este­ra americana: il continente americano doveva restare escluso da in­terventi politici e militari di potenze europee. 
 Integrazione economica su larga scala Anche sul piano economico si stava creando un immenso mercato unico con un ovest agricolo (frumento, granturco, carne), un sud produttore di merci colonia­li (cotone, tabacco, indaco) e un nord-est dedito ai traffici e all’industria.
 Si afferma il modello sociale anglosassone Dal punto di vista sociale la popolazione americana appariva omogenea: prevaleva la lingua inglese, l’individualismo teso al successo del proprio lavoro, il protestantesimo. Ma se il naziona­lismo sembrava trionfare la via fu sbarrata da un tenace spirito democratico che si manifestava nella resistenza degli Stati al potere centrale e nella ferma volontà di autogovernarsi a livello locale.
 L’amministrazione Jackson Le elezioni presidenziali del 1828 fu­rono vinte dal generale Andrew Jackson, dell’ovest, difensore dell’Unione, ma anche rispettoso delle prerogative degli Stati mediante una politica di compromessi. Due sono gli inter­venti memorabili di questo presidente: il primo riguardò la Banca degli Stati Uniti, un istituto che si era assicurato i de­positi del governo federale, amministrando un enorme volume di credito con emissione di cartamoneta. La cartamoneta era emessa anche dalla banche dei singoli Stati, ma la Banca degli Stati Uniti poteva richiedere il pagamento in oro quando diffida­va della solvibilità dei singoli Stati. Il Presidente della Banca de­gli Stati Uniti chiese al governo Jackson di rinnovare prima del­la scadenza il privilegio che godeva il suo istituto ed ebbe l’approvazione del congresso, ma il presidente pose il veto. In seguito ci furono le elezioni presidenziali e Jackson fu ri­eletto. Decise di distribuire i fondi federali in numerosi istituti bancari: in questa lotta tra nazionalismo e democrazia, trionfò la democrazia, anche se occorre aggiungere che dal punto di vista della funzionalità del sistema monetario  la decisione di Jackson fu infelice. Infatti, le banche locali, venuto meno il potere di controllo della banca centrale, gonfiarono il credito stampando in modo indiscriminato cartamoneta: quando si diffuse il panico, la gente chiese la re­stituzione dei risparmi in metallo prezioso, causando nu­merosi fallimenti. 
 Democratici e federalisti La questione della banca centrale fece sorgere i due partiti stabili della storia americana: i democra­tici e i repubblicani. Jackson si schierò con i democratici, facendo approvare il suffragio uni­versale, la rotazione dei pubblici uffici, le convenzioni di par­tito per designare i candidati alle cariche pubbliche, per evita­re che si formassero delle cricche di notabili in grado di vani­ficare i sistemi democratici: il governo doveva esser esercitato dal popolo.
 Rapporti dell’Unione con gli Stati Jackson affrontò un secondo problema. Fin dal 1816 era stato adottato un sistema di tariffe doganali in funzione protezionistica dell’industria del nord. Lo Stato della Carolina del sud, in grave crisi economica, riteneva lesi i suoi diritti facendo votare un’ordinanza di “nullificazio­ne”, una legge che aveva il potere di sospendere una decisione del governo federale ritenuta dannosa. La questione era della massima importanza perché di trattava di decidere se doveva prevalere il potere federale o il potere dei singoli Stati. Jackson fece approvare un Force Act, una legge che autorizzava il presidente a impiegare esercito e marina per far rispettare le leggi federali, ma venne incontro ai problemi della Carolina del sud facendo votare una riduzione delle tariffe doganali. La Carolina del sud ritenne di aver vinto e revocò la sua ordinanza, ma nullificò il Force Act ribadendo il particola­rismo.
 Sviluppo dell’Ovest Nel corso di quegli anni l’ovest aveva cono­sciuto uno sviluppo travolgente in campo agricolo; il nord-est aveva rafforzato un sistema industriale e di trasporti notevole, mentre nel sud la coltivazione del cotone aveva superato ogni altro prodotto. A partire dal 1825 le ferrovie cominciarono a estendersi verso l’ovest soppiantando il Mississippi come asse di scorrimento delle merci: il nord-est e l’ovest furono uniti dagli interessi economici con uno stile che rifuggiva dall’impiego degli schiavi, essendo più conve­niente il lavoro libero e l’impiego di macchine. Invece, la bril­lante società sudista aveva elaborato una concezione aristocrati­ca della vita che disprezzava la rude vita di frontiera. Mentre il nord, più popoloso e più ricco, oltre che più in­traprendente, riteneva naturale la propria preponderanza politi­ca, il sud ribadiva che nell’amministrazione della cosa pubblica si doveva mantenere l’equilibrio dei poteri garantito dalla co­stituzione.
 Il problema degli schiavi Il problema della schiavitù  era suscettibile di contrapposizione frontale perché negli Stati a nord della famosa linea Mason-Dixon c’era  solo il 6% del totale degli schiavi, mentre a sud di quella linea c’era il restante 94%: uno schiavo ogni tre abitanti.  C’erano antischiavisti anche al sud: nel 1817 l’Ameri­can colonization society si proponeva negli Stati meridionali l’emancipazione degli schiavi e il loro ritorno in Africa.  Nel nord, invece, tra il 1774 e il 1802 tutti gli Stati avevano abo­lito la schiavitù e vietato la tratta di nuovi schiavi dall’Africa. 
 Sviluppo delle ferrovie Mentre ferveva questa astiosa polemica (una battaglia di retroguardia perché dal punto di vista economico il sistema della schiavitù appariva inefficiente), la società americana era impegnata nell’epica corsa verso il Far West: dal 1825 al 1860 furono co­struiti 50.000 chilometri di strade ferrate, utilizzate da circa 5 mi­lioni di emigranti, mentre l’industria americana in molti campi raggiungeva una produzione prossima a quella britannica.
 Il problema dell’Ovest Anche l’espansione verso ovest poneva problemi relativi allo schiavismo dal momento che gli Stati del sud ritenevano automatico che la linea Mason-Dixon fosse prolungata anche laggiù, stabilendo Stati schiavisti e abolizionisti nella stessa proporzione.
 Il problema del Texas Tra il 1820 e il 1830 il Messico aveva fa­vorito l’insediamento di coloni di lingua inglese nel Texas e perciò molti coltivatori di cotone si erano riversati in quell’immenso territorio semispopolato. Dopo il 1830 il governo del Messico si accorse che i nuovi venuti erano restii ad accet­tare l’autorità del governo messicano. Nel 1836 i coloni si ribellarono pro­clamando la repubblica indipendente del Texas. Seguì una guerra tra i coloni e il Messico, e a San Jacinto un esercito messicano fu sconfitto: subito i coloni chiesero l’am­missione del Texas in qualità di Stato dell’Unione. Gli Stati del nord erano esitanti ad accettare la proposta perché si trat­tava di uno Stato schiavista. Il mandato di Andrew Jackson stava terminando e perciò il problema fu lasciato al successore Martin van Buren (1837-1841).  Per tutta la presidenza di van Buren il problema del Texas rimase irrisolto. Il nuovo presidente John Tyler (1841-1845) premette per l’annessione.
 Il problema della California Le forze espansioniste, tuttavia, apparivano incontenibili: i coloni avevano raggiunto il Pacifico, nell’Oregon e nella California: le forze favorevoli all’espansione chiesero al governo la formazione di una confederazione estesa da un oceano all’altro. I democratici vinsero le elezioni del 1844 con James Knox Polk che indusse il congresso a votare l’annessione del Texas come Stato schiavista, esigendo dalla Gran Bretagna che il confine col Canada passasse lungo il 49° parallelo. Al Messico fu pro­posto la vendita dell’immensa fascia di territorio tra il Texas e la California. Il piano fu rifiutato e perciò nel 1846 fu di­chiarata guerra al Messico. 
 Guerra tra USA e Messico La guerra durò venti mesi con un eser­cito americano che giunse fino a Città del Messico: il trattato di pace di Guadalupe-Hidalgo del 1848 confermò la cessione, oltre al Texas, di California, Arizona, New Mexico e Utah agli USA. Dalla dichiarazione di indipendenza erano tra­scorsi appena 70 anni e già l’Unione aveva inglobato tutto il continente tra i due oceani. Gli abolizionisti cercarono di far ap­provare il principio che nei territori ceduti dal Messico la schiavitù non sarebbe stata introdotta, ma quando il nuovo presi­dente succeduto a Polk, Zachary Taylor (1849-1850) tentò di far entrare nella confederazione come stati abolizionisti il New Me­xico e la California, gli Stati meridionali minacciarono la se­cessione. Affannosamente, dopo la morte di Taylor cui successe il vicepresidente Fillmore, si cercò un com­promesso: con una serie di leggi si ordinava la restituzione de­gli schiavi fuggiaschi; si garantiva la schiavitù ma si proibiva la tratta di nuovi schiavi; la California era ammessa all’U­nione come Stato libero; il resto delle regioni cedute dal Messi­co era diviso in due territori, Utah e New Mexico, con la clausola che nel passaggio a Stato dell’Unione la schiavitù sarebbe stata ammessa o meno  secondo quanto avrebbe prescritto la costituzione del futuro Stato al momento dell’ammissione: era il tipico compromesso che spostava il problema senza risolverlo.
 Il problema degli schiavi diviene centrale Nel 1853 i democrati­ci portarono alla presidenza Franklin Pierce il quale proclamò che la questione della schiavitù doveva rimanere una questione interna ai singoli governi statali. La tempesta scoppiò subito. La regione del Kansas-Nebraska era posta a nord della linea Mason-Dixon e quindi doveva rimanere libera, ma era in costruzione la ferrovia dall’Illinois al Pacifico: per avere l’ap­provazione occorreva il voto anche degli Stati del sud che chiesero di ammettere in quel territorio piantatori provvisti di schiavi. Gli antischiavisti negarono di poter fare concessioni.
 Il partito repubblicano I de­mocratici vinsero le elezioni del 1856 portando alla presidenza John Buchanan (1857-1861). Alle elezioni del 1860 il candidato alla presidenza per i repubblicani fu Abraham Lincoln con un programma elettorale che prevedeva, in caso di vittoria, l’abolizione della schiavitù in tutti gli Stati dell’Unione.  Lincoln vinse le elezioni e gli USA ebbero il più grande dei loro presidenti, colui che intuì il vero aspetto politico del problema dello schiavismo, ossia se uno o più Stati potevano abbandonare l’Unione, oppure se essa do­vesse considerarsi perpetua.
 La secessione degli Stati del sud Da un decennio infatti una fa­zione di secessionisti premeva perché si proclamasse la confederazione degli Stati schiavisti. Tra il dicembre 1860 e il marzo 1861 Carolina del sud, Alabama, Georgia, Florida, Missis­sippi, Luisiana e Texas tennero convenzioni proclamando la secessione. Il 22 febbraio 1861 quegli Stati proclamarono gli Stati Confede­rati d’America sotto la presidenza di Jefferson Davis. Ot­to Stati schiavisti rimasero, invece, nella vecchia Unione, un segno che il nazionalismo americano comprendeva la follia della secessione.
 Lincoln presidente Lincoln assunse la presidenza il 4 marzo 1861 trovandosi di fronte una repubblica secessionista già formata. Nella Carolina del sud c’era il Forte Sumter presidiato da forze federali che i confederati del sud giudicarono truppe straniere: la fortezza fu as­sediata. Lincoln non poteva né ritirare i soldati né tollerare che fossero attaccati, e perciò inviò una spedizio­ne di soccorso. I confederati bombardarono e cat­turarono il Forte Sumter. Lincoln richiamò alle armi 75.000 sol­dati: subito Virginia, Carolina del nord, Arkansas e Tennessee aderirono alla Confederazione del sud.
 
 21. 2 La guerra civile
      La guerra di secessione americana fu la prima guerra che  coinvolse tutta la struttura della nazione. 
 Una guerra totale Nel corso del conflitto furono utilizzati i nuovi ritrovati della tecnica: il telegrafo, la ferrovia, i pal­loni aerostatici, i fucili a retrocarica, le prime mitragliatrici a canne multiple, il filo spinato e le trincee. Fu una guerra che poteva terminare solo con la resa incondizionata della parte perdente. La vitto­ria dei nordisti rinsaldò l’Unione; l’unità così raggiunta dagli USA li proiettò verso una dimensione politica mondiale.
 Una guerra di logoramento Più importante del numero dei soldati era tuttavia il sistema industriale che si ac­crebbe man mano che il lungo conflitto esigeva sempre più armi, viveri e tessuti. Il ben sviluppato sistema ferroviario permise ai nordisti il recapito di ciò che occorreva alla guerra su ogni fronte. Al sud, invece, mancava un sistema ferroviario uniforme e alcune incursioni dei nordisti distrussero molto materiale rotabile che l’industria del sud non era in grado di rimpiazzare. Per di più il particolarismo (o egoismo) degli Stati confederali impedì la mobilita­zione totale dell’economia sudista. 
 Blocco delle esportazioni di cotone Il sud possedeva poche navi perché la flotta era concentrata nei porti atlantici del nord: la prima conseguenza fu il blocco delle esportazioni di cotone in Europa per la durata del conflitto, con ri­percussioni sull’industria tessile britannica e francese, i cui governi si dichiararono neutrali tra le due parti in guerra, pur inclinando per il governo sudista. Infatti, in caso di successo sudista gli USA si sarebbero spaccati in due tronconi nes­suno dei quali avrebbe potuto esercitare una potenza continenta­le. I liberali europei, invece, parteggiavano per il nord in­tuendo il significato di una vittoria del lavoro libero ai danni dell’aristocrazia e dello schiavismo. 
 Motivi della tenace resistenza del sud Considerando la netta su­periorità per quanto riguarda armamenti, mezzi di sussistenza e uomini da parte dei nordisti si potrebbe pensare che la causa del sud era perduta in partenza: in realtà c’erano alcune circostanze a favore del sud. La prima era che i sudisti combattevano una guerra difensiva e che toccava al nord attaccare. L’impiego di trincee, reticolati e artiglierie favoriva la tattica difensiva e obbligava l’attaccante a impiegare enormi masse di uomini per sfondare: se fosse insorta una grave crisi di sfiducia negli eserciti nordisti, il sud poteva dichiarare di aver vinto la guerra dal momento che non si proponeva la sconfitta del nord, bensì solo di obbligarlo a desistere dal tentativo di schiacciare l’indipendenza del sud.  Inoltre il sud si rendeva conto che i governi di Francia e Gran Bretagna, senza strepito per non aizza­re l’opinione pubblica interna, parteggiavano per il governo su­dista: Lincoln tuttavia fu abile sul piano diplomatico, arrivando a minacciare la guerra contro i gover­ni europei che avessero aiutato i ribelli del sud.
 Sviluppo industriale del Nord Per il sistema industriale nordi­sta la guerra fu un grande stimolante. Le fabbriche ebbero com­messe di lavoro senza limiti per produrre ferro e carbone, calza­ture e armi, tessuti e ferrovie. Fu soprattutto la carenza di mano d’opera a far progredire agricoltura e industria. Infatti inizia in quegli anni la meccanizzazione dell’agricoltura mediante l’impiego di seminatrici e trebbiatrici. Nell’industria furono introdotte macchine automatiche, per esempio la macchina per cucire permise le confezioni di abiti a basso prezzo. I nuovi fucili furono ottenuti standardizzando i singoli pezzi in modo che fossero perfettamente uguali: nella fase successiva fecero la loro comparsa le prime catene di mon­taggio in cui ciascun operaio compiva una sola operazione facile da apprendere e rapida da eseguire. Con l’impiego di mac­chine la produzione di grano passò da 470.000 a 630.000 tonnella­te, a un costo inferiore al grano europeo. 
 La Banca Nazionale controlla la moneta Il governo di Lincoln emanò una legge sulla Banca Nazionale che restituì al potere fe­derale il controllo della circolazione monetaria, garantendone la stabilità: era l’idea avversata da Jackson e dai democratici trent’anni prima. Ben presto i dollari di carta verde furono ri­cercati anche al sud, dove la moneta si era svalutata più rapida­mente del dollaro nordista.
 Lincoln Lincoln fu il protagonista di questa fase della storia americana. Quando assunse la presidenza apparve subito la grandezza di statista dominato dalla passione per l’unità della nazio­ne. Seppe estendere le prerogative del presidente senza apparire un dittatore; tenne a freno l’ala radicale del partito repubblica­no rimandando l’abolizione della schiavitù fino al 1° gennaio 1863, ribadendo che la guerra era combattuta per sancire l’unità della nazione. Negli Stati schiavisti rimasti nell’Unione non proclamò la liberazione degli schiavi, ben sapendo che in seguito quell’istituto sarebbe caduto comunque. 
 Elezioni del 1864 Nel 1864 ci furono le elezioni presidenziali in un momento delicato per il nord ove la stanchezza per il lungo conflitto metteva a dura prova la capacità di resi­stenza della nazione. Lincoln fu confermato per un altro qua­driennio. 
 I fronti di guerra La geografia americana determinò la natura dei combattimenti. Ci furono tre fronti principali: quello orien­tale dalle coste del Maryland alla catena degli Appalachi; quello occidentale andava dagli Appalachi fino al Mississippi; e infine il fronte oltre il Mississippi. Il fronte occidentale era costi­tuito dalla Virginia in cui si trovava la capitale confederale Richmond, distante appena 200 chilometri da Washin­gton. Per raggiungere Richmond si poteva puntare a sud di Wa­shington lungo la via diretta che passa per Frederickburg; oppure passare per la valle dello Shenandoah: i sudisti dimostrarono no­tevole capacità di manovra difendendo entrambe le direttrici di scorrimento e solo verso la fine della guerra i nordisti riusci­rono a occupare Richmond. Il fronte del Mississippi fu il primo a cedere ai nordisti che occuparono quell’importante via di comuni­cazione spaccando in due la confederazione sudista mediante l’a­zione combinata di un esercito e di una flotta fluviale che nel 1862 arrivò fino a New Orleans: con la caduta di Vicksburg il fronte del Mississippi non dette più preoccupazioni ai nordisti. In Virginia, invece, i nordisti subirono a Bull Run due sconfit­te, nel 1861 e nel 1862 quando comandante supremo dei nordisti era il generale Mc Clellan, il quale intuì il modo giusto di con­durre la guerra, ossia logorare il potenziale bellico sudista, ma tatticamente non era all’altezza del generale sudista Robert Lee.
 Grant Dopo la caduta di Vicksburg il nuovo comandante supremo Ulysses Grant fissò come nuovo obiettivo la conquista della valle del Tennessee che apriva una nuova strada di invasione del sud, in luogo di insistere in Virginia. Conquistata Chattanooga nel 1863, il generale William T. Sherman condusse una grande marcia di saccheggio e distruzione sistematica dei raccolti attraverso la Georgia, arrivando fino al mare a Savannah. A quel punto an­che il generale Grant poté cogliere in Virginia la vittoria a Gettysburg.
 La guerra termina La guerra durò fino al 9 aprile 1865, quando il generale Lee si arrese ad Appomattox. Qualche giorno dopo un esaltato uccise Lincoln a teatro. Il più grande dei presidenti americani non fu sempre apprezzato in vita. Più tardi si rico­nobbe la sua lungimiranza e tutti ammisero che fu una disgrazia la morte poco dopo l’inizio del secondo mandato presidenziale.
 
 
 21. 3 L’impetuoso sviluppo americano
      Il periodo che va dalla fine della guerra civile fino all’i­nizio del secolo XX è definito da alcuni storici americani come l'”età ingrata” dell’ancor giovane federazione.
 L’amministrazione Grant Per la durata dei mandati del presidente Johnson (1865-1868) e poi di Ulysses Grant (1868-1876) nel sud progredì la ricostruzione. La condizione dei negri, dopo la con­cessione della libertà, non migliorò molto: infatti nel partito repubblicano prevalse l’ala conservatrice su quella radicale che avrebbe voluto la confisca della terra degli schiavisti, per distribuirla in piccoli lotti a coltivatori negri. Pochi negri fecero fortuna e molti do­vettero lasciare il sud recandosi nei sobborghi delle città del nord.
 Le ferrovie transcontinentali In questi anni gli USA furono im­pegnati dalla colonizzazione interna mediante la costruzione di ferrovie transcontinentali che resero impossibile l’antico costume di vita nomade dei pellerossa. La scoperta del petrolio e di altre risorse minerarie esasperò l’industrialismo americano mutando il volto della nazione fin allora essenzialmente agricola.
 Il problema indiano Gli indiani furono sospinti nelle riserve, ma quando si scoprivano minerali o terreni adatti all’agricoltu­ra, nessuno riusciva a frenare l’arrivo di colonizzatori bianchi, favoriti dalle ferrovie. I territori di caccia indiani furono ridotti, i bisonti uccisi a migliaia per alimentare gli operai delle ferrovie e per le pelli, distruggendo le basi per la sopravvivenza degli india­ni. Nel 1862 i Sioux  respinsero dal Minnesota i colonizzatori; nel 1864 l’esercito americano reagì massacrando 300 indiani. In ritorsione i Cheyenne e gli Arapaho fecero incursioni nel Kansas e nel Colorado: il governo federale decise di inviare il colonnello Custer con l’ordine di annientare i ribelli, massa­crati nel 1868 a Washita River. Otto anni dopo, nel corso della battaglia di Little Big Horn, Custer a sua volta fu annientato col suo reggimento di cavalleria. Questa vittoria indiana ac­crebbe lo sforzo federale, tanto che negli anni successivi i mag­giori capi indiani dovettero arrendersi: nel 1886 Geronimo si ar­rese con gli Apache; Toro Seduto fu fucilato nel 1890 e l’anno dopo le guerre indiane ebbero termine.
 Il petrolio Il primo pozzo petrolifero fu perforato in Pennsyl­vania nel 1859. Sul pe­trolio fondò la sua colossale fortuna John D. Rockefeller che per primo intuì l’importanza della distribuzione di quel prodot­to. In luogo di puntare sull’estrazione del petrolio mirò a im­padronirsi del processo di raffinazione e dello smercio del pe­trolio creando la Standard Oil (Esso): mediante un fortunato con­tratto in esclusiva con le ferrovie americane, fu in grado di controllare il 95% del petrolio statunitense. La luce della lampa­da a petrolio era più luminosa delle candele, permettendo nelle fabbriche, nei locali notturni, nelle case private il lavoro o il divertimento serale. 
 Il grande capitalismo La potenza raggiunta dalla famiglia Rocke­feller, insieme con quella di altri magnati apparve tanto grande da minacciare la libertà del commercio: nel 1890 fu votata dal congresso una legge anti-trust (Sherman Act) che obbligava i grandi imperi industria­li a suddividersi in più modeste unità statali con distinti pro­prietari. In corso di applicazione la legge fu aggira­ta da Rockefeller e da altri magnati creando grandi holdings o società finanziarie che mantenevano il controllo di quegli imperi industriali. Anche per evitare le tasse di successione o il prelievo fiscale sugli uti­li, i grandi magnati americani crearono Fondazioni culturali do­tate di mezzi finanziari impensabili nel vecchio mondo, aventi un duplice scopo oltre quello accennato: stimolare la ricerca scientifica e rendere meno odiosa la ricchezza industriale agli occhi del pubblico.
 Cresce lo sviluppo economico Dopo la guerra di secessione, la congiuntura favorevole proseguì anche negli anni successivi, sen­za dipendere dal commercio internazionale perché le materie prime non erano importate, il mercato interno assorbiva quasi tutta la produzione, la manodopera era abbondante per via dell’immigra­zione e le tensioni sociali, in una società in rapida crescita, modeste.
 Commercio estero Le esportazioni erano ancora costituite in gran parte dal cotone, dal tabacco e dal frumento e perciò non impen­sierivano la Gran Bretagna e il resto d’Europa che esportavano soprattutto manufatti industriali. Tuttavia i visitatori intorno al 1890 non mancarono di notare l’eccellenza tecnica e la modernità di conduzione manageriale delle fabbriche negli USA. In America la domanda interna era tale che gli stabilimenti erano pro­grammati in dimensioni ottimali per ridurre i costi. Negli USA si assisteva a una specie di gara non dichiarata per migliorare le tecniche imprenditoriali, per accrescere gli investimenti, per abbattere i costi di produzione. Possiamo ricordare due personaggi di quest’epoca: Frederick Taylor e Henry Ford.
 Taylor Frederick Taylor era un ingegnere che spese gran parte della sua attività nel tentativo di risolvere il problema di ac­crescere il rendimento del lavoro. Fin dalla metà del XVIII seco­lo si era scoperta l’utilità della divisione del lavoro, racco­mandando che ogni singola operazione produttiva fosse assegnata a un operaio specializzato che perciò l’eseguiva speditamen­te: ora si cercava di ottenere economia di tempo anche in un’at­tività specializzata.
 Tempi e metodi di lavoro Il Taylor studiò i tempi e i metodi di lavoro dei muratori, degli spalatori di carbone, perfino dei chi­rurghi, arrivando a determinare la migliore collocazione degli strumenti, la forma della pala e il carico ottimale di ogni pala­ta di carbone. I sindacati lo accusarono di schiavizzare gli operai, di non dar loro respiro con i suoi controlli. Il Taylor si difese di fronte a una commissione del senato americano, spiegando la sua teoria. Disse che non prendeva in considerazione gli operai più svelti e più forti, bensì un comune buon operaio che, per lui, era la persona giusta messa al posto giusto. Gli obiettarono che il lavoro ripetitivo alla catena di montaggio non era creativo, produceva automatismi esasperati, stancava l’operaio. Si difese dicendo che la maggior produzione di beni a più basso costo permetteva a un maggior numero di persone di godere dei beni di questo mondo e che tutto ciò ha un prezzo: quando si lavora si deve fare sul serio per permettere la pianificazione ottimale del lavoro, nel tempo libero si sarebbero fatte le cose soggettivamente più gra­dite. Egli prevedeva che le macchine automatiche avrebbero sostituito l’operaio nelle operazioni più faticose o ripetitive: la riduzione della giorna­ta lavorativa a otto ore si dovette alla costatazione del Taylor che il rendimento della nona e decima ora era basso.
 Ford Henry Ford applicò alla nascente industria automo­bilistica il taylorismo. Il suo famoso modello T, costruito in milioni di esemplari tra il 1909 e il 1925, subì una costante di­minuzione di costi: all’inizio l’automobile era venduta al prezzo di 950 dollari, nel 1913 costava poco più della metà. I suoi operai furono i primi ad avere la giornata  lavorativa di otto ore e potevano acquistare l’automobile.
 Il pragmatismo Questa prassi industriale era la traduzione dell’unica filosofia sorta in America, il pragmatismo. Secondo questa concezione non esistono concetti veri o falsi, bensì solo idee utili o inutili. Quando un’idea non era più utile, produt­tiva, efficiente, andava abbandonata a favore  di altre idee che avessero più successo e spiegassero in maniera migliore la real­tà. In America si produsse per la prima volta quella che è chiamata cultura di massa, ossia un livellamento delle aspira­zioni, confondendo la qualità della vita con la quantità dei beni posseduti. Tutto ciò presenta alcuni aspetti manche­voli che sono stati criticati, ma permise un più alto tenore di vita a tante persone uscite per la prima volta dalla miseria.
 I partiti americani In una società caratterizzata dall’affarismo e dalla corsa al benessere, i partiti democratico e repubbli­cano finirono per non rivelare differenze ideali, divenendo mere organizzazioni elettorali, sostenuti da varie corporazioni di interessi economici: il fatto peculiare della storia americana è che i due partiti evitarono la divisione poli­tica basata sulla diversità di classe sociale.
 I repubblicani Il partito repubblicano era stato il partito del­la protesta, degli alti ideali; dopo la guerra civile ebbe per circa vent’anni il monopolio della presidenza divenendo il parti­to dei ceti medi e degli intellettuali.
 I democratici Tra il 1865 a il 1901 il partito democratico riu­scì ad assicurarsi la maggioranza in nove delle diciotto legisla­ture, avendo come punto di forza il voto degli emigrati e quello della manodopera delle grandi città. Nel sud il partito democra­tico aveva la sua roccaforte, mentre nel nord  riceveva il voto dei contadini poveri. In genere il partito democratico sosteneva l’ideale dell’autonomia degli Stati. New York era un’altra roccaforte dei democratici; verso la fine del secolo il partito democratico finì per allearsi col radicalismo agrario, ma senza conquistare gli operai delle città: il riformismo socia­le dovrà attendere un’evoluzione del partito democratico in dire­zione liberal avvenuta solo nel XX secolo.
 Il problema degli operai Con l’industria sorse anche il problema operaio. Ai critici europei, tra i quali c’era Marx, il capita­lismo americano appariva brutale, cinico, ignaro di ogni valore che non fosse il dollaro, ma alla maggioranza degli americani le cose apparivano in altra prospettiva. Il protestantesimo, l’eco­nomia classica, la nuova teoria dell’evoluzione si univano nel sostenere la fede in un ordine naturale che utilizzava e armoniz­zava le forze in competizione tra loro producendo come risultato un perfezionamento dell’umanità, ossia la persuasione che in fu­turo il benessere ci sarebbe stato per tutti. L’ideale dell’uomo che si fa da sé rimaneva il mito più potente degli americani che potevano invidiare personaggi come Carnegie, Morgan, Rockefeller, ma aspirando a fare la stessa carriera. Il socialismo, il col­lettivismo, la lotta contro l’individualismo non trovavano alcuna risonanza nella società americana.  Le ricorrenti crisi economi­che  non minavano l’ingenua fiducia nella necessità della base aurea per la moneta. La frontiera della storia americana, per tanto tempo rappresentata dall’ovest selvaggio, divenne ora l’in­finita gamma di opportunità offerte dalla rivoluzione tecnologi­ca.
 La guerra di Cuba Intorno al 1898 un’improvvisa reviviscenza del nazionalismo americano mise in secondo piano i conflitti sindaca­li. La guerra contro la Spagna non fu un espediente per far ta­cere la conflittualità interna: fu il frutto della crescente po­tenza della stampa che suscitò l’entusiasmo anche dei sudisti. L’illecito finanziamento delle ferrovie, l’insuccesso della legge di distribuzione delle terre dell’ovest, i conflitti armati tra contadini e allevatori di bestiame (i baroni del be­stiame), le guerre di sterminio degli indiani, ossia tutto ciò che di discutibile era avvenuto nell'”età ingrata” della storia degli USA fu trasformato dai mezzi di comunicazione sociale in epopea, e perfino storici seri esaltarono la civiltà del Middle West che sarebbe stata un’autentica creazione americana, cosicché anche una guerra piratesca come quella di Cuba divenne un episodio glorioso.
 Fine dell’impero spagnolo Già da tempo gli statunitensi guarda­vano a Cuba, l’ultimo possesso coloniale conservato dalla Spagna nel nuovo mondo. La grande isola dei Ca­raibi era la principale produttrice di zucchero da canna e so­cietà statunitensi possedevano la maggioranza delle quote azionarie investite in quell’industria. Quando la guerri­glia interna contro gli spagnoli iniziò a colpire gli impianti industriali e i depositi di tabacco, i danneggiati cominciarono a far pressione sul governo federale perché mettesse fine alla guerriglia cubana. Il governo degli USA fece la voce grossa con la Spagna, esigendo la fine dei disordini. Nel febbraio 1898 una nave da guerra americana esplose mentre era alla fonda nel porto cubano di Santiago e un mese dopo fu dichiarata la guerra contro la Spagna. La resistenza degli spagnoli fu brevissima perché l’isola di Cuba era indifendibile dall’Europa. Nello stesso tempo la flotta americana del Pacifico distrusse le difese spagnole di Manila nelle Filippine. Con l’an­nessione di Portorico, delle isole Haway e di Wake, con l’acqui­sto di parte dell’arcipelago di Samoa, l’impero americano si affermò nell’Atlantico e nel Pacifico.
 L’Alasca Nel 1867 gli USA avevano acquistato l’Alasca dalla Rus­sia, ribadendo la dottrina di Monroe. Nel 1903, sot­to la presidenza di Theodor Roosevelt, il governo degli USA ap­poggiò la ribellione di Panama contro la Colombia. Il nuovo Sta­to si affrettò a cedere agli USA una striscia di terreno larga dieci miglia sulla quale si terminò di costruire il canale che mette in comunicazione l’Atlantico con il Pacifico.
 L’amministrazione Roosevelt Il successo della guerra di Cuba fa­vorì la rielezione alla presidenza di William McKinley.  Nel 1901 McKinley fu assassinato da un anarchico e la presidenza fu assunta da Theodor Roosevelt, uno dei più significativi presidenti america­ni. Roosevelt condusse un’azione a fondo contro le grandi holdings di Morgan, Harriman, Hill che evadevano le tasse. In­tervenne come mediatore tra le parti al tempo del grande sciopero dei minatori di carbone, sostenendo la tesi che il presidente aveva il diritto di provvedere al bene pubblico, in questo caso assicurando alla nazione il carbone per il riscalda­mento invernale. Giustamente famose le sue leggi volte a combat­tere le sofisticazioni alimentari e, soprattutto, la sua attiva politica per conservare le risorse naturali come le foreste e i corsi d’acqua sottraendoli a un eccessivo sfruttamento. Anche solo da questi cenni si comprende che i tempi del capitali­smo selvaggio erano terminati negli Stati Uniti e che si faceva strada una più attenta amministrazione della nazione. I parchi degli Stati Uniti guidarono anche le Fondazioni private nella direzione del conser­vazionismo, una politica apprezzata da repubblicani e democratici. Roosevelt fu rieletto nel 1904. L’anno successivo compose la guerra russo-giapponese, e gli fu assegnato il premio Nobel per la pace:  in quell’occasione inviò a Oslo un messaggio in cui proponeva un embrione di Società delle Nazioni per compor­re in via pacifica i conflitti internazionali. Roosevelt compre­se l’importanza di una grande flotta. La politica di costru­zioni navali promossa da Roosevelt permise agli USA l’intervento nella prima guerra mondiale a sostegno di Francia e Gran Breta­gna.