Libro III – Cap. 16 La rivoluzione moderata (II)

Storia della Chiesa

Prof. A. Torresani. 16. 5  Il dibattito sul Risorgimento: i moderati – 16. 6  Cronologia essenziale – 16. 7  Il documento storico – 16. 8  In biblioteca.

16. 5 Il dibattito sul Risorgimento: i moderati
     Tra coloro che caddero nelle mani della polizia piemontese nell’estate del 1833 c’era anche un prete colto e brillante, Vincenzo Gioberti (1801-1852). A motivo della sua condizione e della tenuità degli indizi a suo carico, si preferì mandarlo in esilio.
Vincenzo Gioberti Il Gioberti assunse una funzione importante, perché di fronte al problema italiano si erano contrapposte due soluzioni radicali: quella democratico-repubblicana del Mazzini che esigeva di passare attraverso la rivoluzione, e quella rigidamente conservatrice che imponeva di nulla cambiare per non far precipitare la situazione.
La soluzione moderata Il Gioberti ebbe la funzione storica di rompere il cerchio compatto del conservatorismo suggerendo una soluzione moderata del problema italiano. L’azione dei moderati si manifestò in primo luogo mediante lo studio dei problemi concreti di carattere economico, amministrativo, giuridico, educativo, alla ricerca di soluzioni che non fossero rivoluzionarie bensì progressive. Nei confronti delle masse popolari i moderati seppero far balenare l’idea di miglioramenti dell’istruzione per aumentare la produzione e perciò il benessere delle famiglie.
L’opera maggiore del Gioberti Verso il 1840, questo vivace movimento letterario, che potremmo definire cattolico-moderato, assunse uno slancio predominante, culminato nel 1843 con la pubblicazione dell’opera maggiore del Gioberti, Del primato morale e civile degli Italiani, proprio nel momento in cui riprendevano le agitazioni mazziniane, i moti della Romagna del 1843, falliti, e il tentativo dei fratelli Bandiera che vollero sbarcare in Calabria per far insorgere la popolazione, ottenendo solo di venir arrestati e fucilati presso Cosenza. La notizia di quei tragici fatti fece apparire la soluzione moderata del problema dell’unificazione italiana come l’unica possibile.
Gli intellettuali italiani A differenza della Francia dove i maggiori esponenti della cultura si erano collocati su posizioni radicali, ostili al governo di Luigi Filippo, in Italia i letterati avevano assunto un carattere più moderato. L’esempio del Manzoni era il più luminoso e dimostrava che la censura non impedisce il fiorire di capolavori quando c’è il genio. In Toscana il Vieusseux aveva pubblicato fino al 1833 l’Antologia, un periodico al quale collaborarono i migliori letterati e che idealmente proseguì l’opera del Conciliatore milanese.
Antonio Rosmini Nel 1830 Antonio Rosmini pubblicò il Nuovo saggio sull’origine delle idee e l’anno dopo i Principi della scienza morale, due opere che ebbero il merito di dare nuove basi alla cultura filosofica italiana. Cesare Balbo compiva un’azione analoga nel campo della storiografia con la sua Storia d’Italia sotto i barbari cui seguirono altri volumi per conciliare tradizione e progresso, autorità e libertà, combattendo da una parte il democraticismo rivoluzionario e dall’altra il reazionarismo più ottuso.
Delle cinque piaghe della Chiesa Il saggio più serio fu scritto da Antonio Rosmini nel 1832, ma pubblicato solo nel 1848, col titolo Delle cinque piaghe della Chiesa. Il Rosmini (1797-1855) era un prete di Rovereto che, dopo gli studi presso l’università di Padova, era tornato nella sua città per promuovere un’ampia azione culturale e caritativa. La polizia austriaca non gradiva tanto zelo e il Rosmini dovette lasciare Rovereto trasferendosi a Stresa sulla riva piemontese del Lago Maggiore. Di passaggio per Milano ebbe modo di stringere una profonda amicizia col Manzoni che durò per il resto della sua vita. Il Rosmini indicò le cinque principali attribuzioni della Chiesa: unità, verità, carità, libertà, povertà e su di esse approfondì il discorso sviluppandolo in quattro passaggi che dovevano chiarire l’esistenza delle cinque piaghe presenti nell’organismo ecclesiale. La prima piaga viene individuata nella “divisione del popolo dal clero nel pubblico culto”, ossia la formazione, all’interno della Chiesa, come di due categorie, i laici e gli ecclesiastici, con la tendenza a considerare i secondi come la Chiesa vera e propria. La seconda piaga viene individuata nell'”insufficiente preparazione del clero” che perdette lo slancio necessario per predicare la verità di Cristo, smarrendo il contatto con la cultura della società nella quale il clero si trovava, finendo per vivere isolato. La cultura clericale, un poco alla volta, finì per vivere di cultura riflessa, incapace di giungere alla mente e al cuore dei laici, i quali non capirono più i messaggi che erano loro proposti. La terza piaga è indicata nella “dimensione dei vescovi”, ossia nella divisione del popolo di Dio in diocesi o chiese locali troppo chiuse in se stesse, senza sufficiente circolazione di idee, lasciando che ciascun vescovo affrontasse i problemi locali con le sole forze a sua disposizione, fino al punto che l’episcopato fu nazionalizzato, quando lo Stato divenne così forte da imporre alla Chiesa la sua tutela. La quarta piaga fu la “nomina dei vescovi abbandonata al potere laicale” che seguiva criteri di convenienza politica, poco curando i problemi della santità e della predicazione al popolo, sempre agitando il pericolo della confisca dei beni della Chiesa. La quinta piaga, infatti, è la “servitù dei beni ecclesiastici”: la Chiesa delle origini era difesa dalla sua povertà contro tutti gli opportunisti alla ricerca di vantaggi materiali. Quando la Chiesa fu dotata di ampie possessioni, numerosi furono coloro che erano allettati dalla prospettiva di amministrare quei beni.
L’esperienza del Rosmini Il pensiero del Rosmini appare abbastanza trasparente. Nella sua giovinezza aveva assistito alla spoliazione della Chiesa, alle vicende del papa Pio VII prigioniero di Napoleone, ma aveva anche compreso che quella situazione così difficile aveva liberato forze nuove, aveva fatto fiorire esempi di abnegazione e di santità. Dopo la restaurazione, la ricostituzione della proprietà ecclesiastica aveva assorbito troppe energie, ma il Rosmini era così preveggente da immaginare che sarebbe avvenuta una nuova spoliazione, che il papa non poteva rimanere a lungo a capo di uno Stato temporale. Il Rosmini, perciò, si propose di fornire una nuova cultura al clero cattolico perché non avvenisse lo scontro frontale tra liberalismo e Chiesa, suggerendo a quest’ultima di non avere altra proprietà che la propria dottrina, vivendo dell’elemosina dei fedeli che non sarebbe venuta meno se il clero fosse stato all’altezza dei suoi compiti.
Evoluzione delle idee del Gioberti Il Gioberti, invece, dopo la partenza per l’esilio, si stabilì a Bruxelles insegnando filosofia fino al 1845. Nel corso di quegli anni si allontanò dalle idee rivoluzionarie e repubblicane, divenendo critico nei confronti dei metodi insurrezionali. Scrisse numerose opere filosofiche che nelle sue intenzioni dovevano superare le posizioni della filosofia del Rosmini, giudicato incapace di oltrepassare il soggettivismo e lo psicologismo.
Il papato nel pensiero del Gioberti Secondo il Gioberti, la Chiesa è un’istituzione indispensabile al progresso dell’umanità. Nella Chiesa il centro propulsore è fornito dall’autorità papale che trova il suo punto d’appoggio nel popolo italiano. Così dicendo, il Gioberti finisce per affermare che il risorgimento della Chiesa è strettamente legato al risorgimento d’Italia. In forza dell’universalismo della Chiesa, la rinascita italiana avrà un’espansione mondiale, sarà un modello per tutte le nazionalità, giustificando così il titolo circa il preteso primato degli italiani, di tipo morale e civile. Il risorgimento italiano favorirà la futura egemonia della Chiesa sul mondo: come si vede, si tratta di idee che si prestano a molti impieghi ideologici per promuovere la soluzione del problema nazionale, senza urtare frontalmente i due maggiori ostacoli per la futura unità della penisola: lo Stato della Chiesa e il dominio austriaco nel Lombardo-Veneto. Il Gioberti si rendeva conto che l’Italia progrediva in economia a un ritmo più rapido che in passato e che la borghesia riceveva sempre nuovi stimoli per esigere le riforme necessarie: gli scienziati italiani dal 1839 si riunivano a congresso ogni anno in varie città e, pur strettamente controllati dalla polizia, era inevitabile che affrontassero in qualche modo temi anche politici. Quei congressi terminarono nel 1847, quando ormai spirava aria di rivoluzione. La politica di Carlo Alberto tendeva anch’essa a evolvere in senso antiaustriaco, sia pure con molte incertezze. La Chiesa cattolica in Polonia e in Prussia era in contrasto con governi reazionari e quindi non si poteva accusarla di totale conservatorismo.
Successo delle tesi giobertiane Il successo del libro di Gioberti fu notevole, nonostante fosse prolisso e spesso fumoso. Nel 1844 Gioberti pubblicò una specie di introduzione alla lettura del Primato in cui accoglieva alcune critiche provenienti da sinistra per sottrarre adesioni alle idee del Mazzini. Nel 1845 tornò in Piemonte ormai accompagnato da una fama europea.
Condanna del cattolicesimo liberale Nel 1846 il papa Gregorio XVI morì. I giudizi degli storici circa la sua opera politica sono negativi, specie per la condanna mediante l’enciclica Mirari vos (1832) del cattolicesimo liberale. In realtà quella politica aveva il merito di essere chiara, di non dare adito a equivoci, in attesa che il liberalismo lasciasse cadere le premesse rivoluzionarie e antireligiose.
L’elezione di Pio IX Il nuovo papa fu il cardinale Giovanni Mastai Ferretti che assunse il nome di Pio IX. Si sapeva che aveva letto il Primato del Gioberti e poiché non l’aveva fatto condannare, molti pensavano che l’avesse approvato. In tutte le città italiane ci furono entusiastiche dimostrazioni a favore di Pio IX che arrivarono al parossismo quando fu notificata l’amnistia a favore dei detenuti, anche quelli politici, peraltro un gesto abituale dopo l’elezione di un nuovo papa. In mancanza di reale libertà di parola, i liberali, anche quelli intimamente anticlericali, ricorsero all’espediente di inneggiare a Pio IX, perché la polizia non poteva reprimere quel tipo di manifestazioni. Tutti sapevano che era un equivoco, ma ciascuno cercava di sfruttarlo per i propri fini.
Altre soluzioni del problema italiano Il panorama dei progetti per la riunificazione d’Italia sarebbe incompleto se non si accennasse ad altri due notevoli personaggi: Cesare Balbo e Carlo Cattaneo.
Cesare Balbo Il Balbo (1789-1853) apparteneva a una nobile famiglia piemontese. Viaggiò molto col padre, a Parigi, in Spagna e in Toscana. Nel 1807 fu nominato da Napoleone uditore nel Consiglio di Stato e segretario nella Giunta di Stato in Toscana. Nel 1809 fu trasferito a Roma, addolorato di dover metter mano alle usurpazioni ai danni di Pio VII, maturando una sincera adesione al cattolicesimo. Alla caduta del primo impero individuò nel Piemonte “il cardine della futura salvezza d’Italia”. Dal 1816 al 1819 accompagnò il padre ambasciatore a Madrid dove compì ricerche sulla guerra d’indipendenza della Spagna e del Portogallo che gli permisero di comprendere che l’indipendenza può venir prima della libertà. Si dedicò alle ricerche storiche pubblicando due volumi sulla Storia d’Italia dal 476 al 774. Divenuto uno degli esponenti principali del cattolicesimo liberale, il Balbo entrò nel grande dibattito sulla funzione del pontefice nel risorgimento italiano con la pubblicazione delle Speranze d’Italia del 1844.
Le tesi del Balbo In quel libro il Balbo espose la sua tesi principale, ossia che l’indipendenza è la condizione preliminare di ogni futura soluzione del problema italiano, criticando l’idea più scopertamente politica del Gioberti circa una possibile confederazione tra Piemonte, province austriache del Lombardo-Veneto, Stato della Chiesa e regno delle Due Sicilie avente come presidente il papa. Il Balbo era convinto che il Piemonte avesse una missione militare ed energie sufficienti per sconfiggere l’Austria, realizzando l’indipendenza italiana. Gli Stati italiani dovevano dunque unirsi per raggiungere quel fine.
Carlo Cattaneo Carlo Cattaneo (1801-1869) proveniva dall’ambiente milanese. Dopo la laurea in legge cominciò a collaborare con gli “Annali universali di statistica, economia pubblica, storia, viaggi e commercio” pubblicati dal 1827 al 1835 da Giandomenico Romagnosi. Intorno alla rivista si formarono alcuni giovani intellettuali animati da interessi tecnici che discendevano da premesse illuministe e non da aspirazioni romantiche. I lavori del Cattaneo rivelano un carattere liberale piuttosto evidente anche se evitava con cura di offrire pretesti alla censura per chiudere la rivista.
Il Politecnico  Dal 1839 il Cattaneo fondò una propria rivista “Il Politecnico” che si proponeva di approfondire mediante articoli più lunghi e più circostanziati i temi affrontati dagli “Annali”. Queste due riviste milanesi ebbero scarsa efficacia ideologica, ma un notevole valore scientifico. Il pensiero del Cattaneo può esser classificato come storicismo progressista: in comune coi moderati aveva un atteggiamento gradualistico, ma lo separava da loro l’assenza di ogni fede religiosa, sostituita dalla volontà di operare una trasformazione della società in senso laico e borghese, senza alcun residuo autoritario e aristocratico. Dopo il 1848, il Cattaneo sviluppò un’autonoma concezione di federalismo repubblicano che discende, da una parte dalla sua visione cosmopolita e dall’altra da una profonda conoscenza dei problemi della Lombardia, in particolare dell’agricoltura. Questo modo di concepire i problemi gli impediva di trovare alcun senso nei discorsi di tipo idealistico, patriottico, filosofico allora prevalenti.

16. 6 Cronologia essenziale
1822 Robert Peel diviene ministro degli interni in Gran Bretagna e riforma la polizia.
1825 Il governo britannico legalizza i sindacati (Trade Unions).
1829 È abrogato il Test Act che discriminava i dissidenti religiosi impedendone l’accesso al Parlamento.
1830 La rivoluzione di luglio instaura in Francia una monarchia moderata e borghese. Ad agosto il Belgio si proclama indipendente dall’Olanda.
1831 A febbraio i carbonari fanno insorgere numerose città italiane. Mazzini è costretto all’esilio e a Marsiglia fonda la Giovine Italia.
1834 Fallisce in Savoia un’insurrezione mazziniana. Garibaldi diserta la marina piemontese e fugge in America.
1843 Il Gioberti pubblica a Bruxelles Del primato morale e civile degli italiani. Falliscono i moti mazziniana in Romagna.
1844 Cesare Balbo pubblica il volume Le speranze d’Italia suggerendo una soluzione moderata della riunificazione italiana incentrata sul Piemonte.
1846 Muore il papa Gregorio XVI e viene eletto Pio IX che raccoglie ampi consensi in ambiente liberale.
1847 In Francia l’opposizione dei repubblicani ricorre all’espediente dei banchetti politici. In Gran Bretagna è abolita la Corn Law, ultimo residuo di protezionismo economico.
1848 Il Rosmini pubblica Delle cinque piaghe della Chiesa. A febbraio si scatena a Parigi la rivoluzione ed è proclamata la Seconda repubblica.

16. 7 Il documento storico
     A Berna, il 15 aprile 1834, il Mazzini fece redigere l’Atto di fratellanza della giovane Europa. Letto oggi, il documento appare molto romantico e blandamente rivoluzionario, ma a quei tempi il progetto faceva perdere il sonno a molta gente. Il Mazzini ebbe la funzione di spingere i moderati a compiere la loro rivoluzione che doveva risultare conservatrice, volta a modernizzare lo Stato affidando la sua guida alla borghesia.

     “Giovine Europa: atto di fratellanza.
Noi sottoscritti, uomini di Progresso e di Libertà, credendo
Nella Eguaglianza e nella Fratellanza degli uomini, Credendo: Che l’umanità è chiamata a procedere per un progresso continuo e sotto l’impero della legge universale, allo sviluppo libero ed armonico delle proprie facoltà, ed al compimento della propria missione dell’universo;
Ch’essa nol può se non col concorso attivo di tutti i suoi membri liberamente associati;
Che l’associazione non può veramente e liberamente costituirsi che fra uguali dacché ogni ineguaglianza trascina violazione d’indipendenza, ed ogni violazione d’indipendenza guasta la libertà del consenso;
Che la Libertà, l’Eguaglianza, l’Umanità sono sacre egualmente, che esse costituiscono tre elementi inviolabili in ogni soluzione assoluta del problema sociale e che qualunque volta uno di questi elementi è sacrificato agli altri due l’ordinamento dei lavori umani per raggiungere questa soluzione pecca gravemente;
Convinti: Che se il fine cui tende l’Umanità è uno essenzialmente, se i principi generali che devono dirigere le umane famiglie nel loro viaggio a quel fine sono identici, mille vie non pertanto sono schiuse al Progresso;
Convinti, Che ad ogni uomo, ad ogni popolo spetta una missione particolare, la quale, mentre costituisce la individualità di quell’uomo o di quel popolo, concorre necessariamente al compimento della missione generale dell’Umanità;
Convinti infine, Che l’associazione degli Uomini e dei Popoli deve riunire la tutela del libero esercizio della missione individuale alla certezza della direzione allo sviluppo della missione generale;
Forti dei nostri diritti d’Uomini e di Cittadini, forti della nostra coscienza e del mandato che Dio e l’Umanità confidano a coloro che vogliono consacrare il braccio, l’intelletto e la vita alla santa causa del progresso dei popoli;
Essendoci prima costituiti in Associazioni nazionali libere e indipendenti, noccioli primitivi della Giovine Italia, della Giovine Germania e della Giovine Polonia;
Riuniti a convegno per l’utile generale nel XV giorno del mese d’aprile dell’anno 1834, colla mano sul cuore e ponendoci mallevadori del futuro, abbiamo firmato quanto segue:
1. La Giovine Germania, la Giovine Polonia e la Giovine Italia, associazioni repubblicane tendenti a un fine identico che abbraccia l’Umanità, sotto l’auspicio di una stessa fede di Libertà, Eguaglianza e di Progresso, stringono fratellanza ora per sempre, per tutto ciò che riguarda il fine generale.
2. Una dichiarazione dei fini che costituiscono la legge morale universale applicata alle società umane verrà stesa e sottoscritta concordemente dalle tre Congreghe nazionali. Essa definisce la credenza, il fine e la direzione generale delle tre associazioni. Nessuna d’esse potrà allontanarsene ne’ suoi lavori senza violazione colpevole dell’atto di Fratellanza e senza subirne le conseguenze.
3. Per tutto ciò che esce dalla sfera degli interessi generali e della dichiarazione dei principi ciascuna delle tre associazioni è libera e indipendente.
4. La lega d’offesa e di difesa, solidarietà dei popoli che si riconoscono, è statuita fra le tre associazioni. Tutte e tre lavorano concordemente a emanciparsi. Ciascuna avrà diritto al soccorso dell’altra per ogni manifestazione solenne ed importante che avrà luogo per essa.
5. La riunione delle Congreghe nazionali e dei delegati di ogni Congrega costituirà la Congrega della Giovine Europa.
6. Gli individui che compongono le associazioni sono Fratelli. Ognuno d’essi adempirà coll’altro ai doveri di fratellanza.
7. La Congrega della Giovine Europa determinerà un simbolo comune a tutti i membri delle tre associazioni. Essi tutti si riconosceranno in quel simbolo. Un motto comune posto in fronte agli scritti contrassegnerà l’opera dell’associazione.
8. Qualunque popolo vorrà partecipare ai diritti e ai doveri della fratellanza stabilita fra i tre popoli collegati in quest’atto, aderirà formalmente all’atto medesimo firmandolo per mezzo della propria Congrega nazionale.
Fatto in Berna il 15 aprile 1834”.

Fonte: G. MAZZINI, Scritti, vol. IV, p. 7.

16. 8 In biblioteca
     Per la storia inglese si consulti di E.P. THOMPSON, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, 2 voll., Garzanti, Milano 1969; E. HOBSBAWM, La rivoluzione industriale e l’impero, Einaudi, Torino 1972.
Per il dibattito sul risorgimento italiano si legga di L. SALVATORELLI, Pensiero e azione del Risorgimento, Einaudi, Torino 1981.
Molto informato di G. CANDELORO, Storia d’Italia moderna, vol. III: La rivoluzione nazionale 1846-1849, Feltrinelli, Milano 1979.
Ormai classico il libro di W. MATURI, Interpretazioni del Risorgimento, Einaudi, Torino 1962. C. GHISALBERTI, Dall’antico regime al 1848. Le origini costituzionali dell’Italia moderna, Laterza, Bari 1974. AA.VV., I cattolici e il Risorgimento, Studium, Roma 1963.