DOSSETTI E IL DOSSETTISMO. UN APPROCCIO IDEOLOGICO ALLA FEDE

Il Magistero contestato, il dissenso...

INTRODUZIONE – Ho esitato a lungo prima di scegliere il titolo per questo intervento. Tra l’altro, pensando al titolo avevo immaginato anche quest’altro titolo possibile, cioè Dossetti, ovvero dell’inquietudine cattolica. Perché una ragione psicologica all’attivismo straordinario di questo personaggio deriva proprio dall’irrequietezza con cui ha vissuto il suo impegno politico prima, ed ecclesiale poi, incapace, perché teso certamente alla grandezza della fede, di accettare i limiti con cui questa poteva essere vissuta, praticata e predicata sia nella politica, sia nelle comunità cristiane, sia nella Chiesa. Ed è un limite enorme, questo, che lo ha portato ad un ipercriticismo ea un attivismo dove, in nome del meglio, si è spesso perso il bene possibile. La contrapposizione ideale non deve tuttavia far venir meno l’onestà intellettuale e capisco che con un titolo del genere la dimensione spirituale di un personaggio come Giuseppe Dossetti (1913-1996) sembra venirne inevitabilmente ridotta. Dunque, prima di entrare nel vivo del mio intervento voglio anch’io rendere in qualche modo omaggio a un personaggio che pur distantissimo dalle mie convinzione resta un fratello nella fede, dotato di una intelligenza e di un’acutezza straordinarie, e usando le «parole che il card. Giacomo Biffi (1928) ha speso per lui, pur criticandolo aspramente, si può dire che è stato un autentico uomo di Dio, un asceta esemplare, un discepolo generoso del Signore che ha cercato di spendere totalmente per lui la sua unica vita. Sotto questo profilo egli resta un raro esempio di coerenza cristiana, un modello prezioso seppur non facile da imitare» (G. Biffi, Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Siena 2008, Cantagalli, p. 477).

Resta comunque impossibile tacere dei limiti di quella che è stata non solo la sua opera in campo politico, ma anche e soprattutto in seno alla Chiesa cattolica pensando in particolar modo al suo lascito raccolto e sviluppato dai suoi eredi, riferendomi non solo alla sinistra politica cattolica dei vari Rosy Bindi (1951) e Romano Prodi (1939) ma soprattutto all’opera culturale intrapresa dalla cosiddetta “officina bolognese”, cioè dal Centro di studio da lui fondato a Bologna all’indomani del suo “abbandono” politico oggi trasformato in Istituto superiore di scienze religiose, e divenuto anche Fondazione, che da anni egemonizza l’intellighenzia cattolica soprattutto in relazione alla interpretazione della ricezione conciliare.

PERCHE’ UN APPROCCIO IDEOLOGICO? – Per ideologia intendo una costruzione della mente che intende imporsi sulla realtà, anche quando questa naturalmente gli resiste. Allora occorre qui, ripercorrendo sinteticamente le tappe del percorso politico-culturale di Dossetti vedere che genere di ideologia si sviluppa e in che modo si è venuta formando.

GENESI DEL DOSSETTISMO NEL PERIODO BELLICO La genesi remota del Dossettismo l’abbiamo negli anni durante la guerra alla Università Cattolica di Milano, dove Giuseppe Lazzati (1909 – 1986), Dossetti e Amintore Fanfani (1908-1999) insegnavano e tramite l’Istituto della regalità, voluto da padre Agostino Gemelli (1878-1959), conobbero Giorgio La Pira (1904-1977) quando padre Gemelli formò un gruppo di studio riservato sui messaggi Radionatalizi del pontefice Pio XII al fine di poterne ricavare indicazioni operative e culturali per il dopoguerra.

Già qui possiamo vedere in nuce alcune tematiche che nei dossettiani diverranno una costante.

A proposito della storia, mentre il pensiero cattolico e del pontefice insistevano sui temi dell’apostasia di cui la guerra costituiva una conseguenza, Dossetti dà una lettura diversa, una lettura che incide pure nella sua relazione con il depositum fidei: «esiste una legge universale e costante dell’economia della grazia, la legge dello sviluppo germinale del cristianesimo e dell’approfondimento progressivo della verità rivelata” (G. Dossetti, La famiglia, in L’ordine interno degli stati nel messaggio di S.S. Pio XII del Natale 1942, Milano, Vita e Pensiero, 1944, p. 141). E’ una sottolineatura importante perché significa dare un valore particolare al divenire storico, quasi una seconda rivelazione, o meglio un ausilio alla comprensione della Rivelazione che consente a Dossetti di evitare una “interpretazione rigida” della tradizione cristiana, e di valorizzare le “conquiste” della storia in quanto portatrice di “acquisizioni e precisazioni continue della verità» (P. Pombeni, Il gruppo dossettiano e la fondazione della democrazia italiana (1938-1948), Bologna, 1979, Il Mulino, p. 88). Dossetti parla di una sorta di forza teoretica delle acquisizioni concettuali, per cui secondo Giuseppe Pombeni, uno studioso del pensiero del sacerdote bolognese, si potrebbe dedurre che in qualche modo l’elaborazione di una corretta dottrina sulla società sia sufficiente a garantire le verità di fede senza bisogno di interventi esterni del magistero (P. Pombeni, cit. p. 90).

È questo un fronte che rimarrà aperto per tutta la vicenda umana di Dossetti: una concezione della storia, sostanzialmente progressiva e certificata dall’opera dello Spirito Santo che concorre non solo ad approfondire le verità di fede, ma anche a chiarire e a rendere sempre meglio la distinzione tra le realtà naturali e quelle spirituali rispetto alla cui comprensione la Chiesa gli sembra in ritardo e soprattutto utilizzante uno strumento inadeguato, quale quello della dottrina sociale. Ai suoi occhi tale strumento non riconosce pienamente il valore intrinseco delle realtà naturali (Stato, politica, economia, diritto) e tenderebbe in tal modo a clericalizzare l’azione politica del laicato cattolico, tenendolo sotto la tutela della Gerarchia.

Sempre nel periodo bellico possiamo rinvenire altri frammenti di quella che diverrà successivamente un pensiero strutturato ed omogeneo: Lazzati afferma per esempio che della storia moderna occorre accettare le conquiste politiche del liberalismo che tuttavia non sono sufficienti per garantire una completa e reale partecipazione popolare (altro concetto chiave): occorre superare il capitalismo con una concezione del diritto che diventi “progettazione della società” (ancora un concetto chiave, dove il verbo progettare è altamente rivelativo). E inoltre invita i cattolici a non aver paura dell’intervento dello Stato (Tesi espresse in G. Lazzati, Il fondamento di ogni ricostruzione, Vita e Pensiero, Milano 1947. Si veda anche G. Pombeni, Il gruppo dossettiano, cit., pp. 134-143).

Anche Fanfani porta una visione della storia ottimistica, in cui l’evoluzione e il progresso sono continui nel processo storico e il cristianesimo ne costituisce il motore. E questo nonostante la guerra in corso (A. Fanfani, Persone, Beni, Società in una rinnovata civiltà cristiana, Giuffrè, Milano 1945. Si veda anche in Il gruppo dossettiano, cit., pp. 143-151).

La Pira dà una lettura del processo storico in linea con la visione tradizionale, parla di civitas cristiana fino alla Riforma. Dopo si parla di apostasia, ma il socialismo e il comunismo non sono l’ultima e la più terribile tappa, all’epoca, di tale apostasia, bensì una reazione. Comincia a delinearsi una lettura del comunismo e del marxismo benevola, nella quale, si disconosce la potenza disgregatrice filosofica di tale ideologia per renderla un utile strumento di analisi socio-economica con cui confrontarsi e talora da utilizzare (G. La Pira, Il valore della persona umana, Milano, Istituto di propaganda libraria, 1947 (data di stampa, ma il piccolo saggio fu scritto nei giorni seguenti l’8 settembre 1943. Si veda anche G. Pombeni, Il Gruppo dossettiano…, cit. pp. 156-160).

Quale è allora il compito dei cattolici? Lavorare con un progetto politico-filosofico che ha per oggetto la costruzione di una nuova società, non esplicitamente cristiana (come si potrebbe dedurre dalla formazione di un partito su base confessionale) ma nella quale i cristiani lavorino sui suoi meccanismi e sulla sua ispirazione affinché sia possibile rifrangervi le esigenze fondamentali della persona umana adempiendo in tal modo alle “premesse metafisiche e religiose dell’Evangelo” (G. La Pira, Premesse della politica, Firenze 1945, LEF, p. 169. Si veda anche G. Pombeni, Il Gruppo dossettiano…, cit. pp. 163-170). Discostandosi apertamente dalla visione tradizionale e pacelliana di una società apertamente e visibilmente cristiana.

Ancora Dossetti, in una lettera scritta ai parroci durante la resistenza il 7 marzo 1945 lettera ai parroci, afferma: «La Dc non vuole e non può essere un movimento conservatore, ma vuole essere permeato dalla convinzione che tra l’ideologia e l’esperienza del liberalismo capitalista e l’esperienza, se non l’ideologia, dei nuovi grandi movimenti anti-capitalisti, la più radicalmente anticristiana non è la seconda ma la prima…» (Riportato in G. Dossetti, Scritti politici, Genova 1995, Marietti, pp. 18-24).

 

NELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA E NELLA COSTITUENTE Possiamo quindi già isolare alcuni elementi che diverranno i cardini del dossettismo. Prende corpo l’idea di realizzare una società non più esplicitamente cristiana, ma implicitamente cristiana. A tal proposito diventa determinante l’incontro con il pensiero e la riflessione del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) sulla Nuova cristianità, ovvero una città secolare o profana che si ispirerebbe a una visione della realtà non più teocentrica ma antropocentrica, costituita da un umanesimo, detto integrale (perché aperto alla trascendenza), che condurrebbe ad una società non più sacrale come nel Medioevo, ma ad ma ad animazione cristiana dove la testimonianza evangelica dei cristiani costituirebbe il lievito e il fermento silenzioso che penetrerebbe le realtà naturali.

In una visione della storia considerata progressiva (qui differenziandosi dal Maritain di Umanesimo integrale, che la considerava ambivalente, fatta cioè di guadagni e perdite) lo sfondo ideale su cui lavorare e costruire la nuova civiltà è quella della democrazia, sostanziale e reale – dirà quarant’anni dopo Dossetti – intesa come realizzazione concreta degli ideali cristiani attraverso una attiva partecipazione politica popolare e di una democrazia economica e sociale.

In tale nuovo contesto culturale si sarebbe altresì reso necessario utilizzare gli strumenti concettuali e le analisi che il pensiero moderno offriva per realizzare una nuova sintesi col pensiero cristiano (questo valeva anche per aspetti del socialismo e del comunismo).

I nemici di tale società sono rappresentati dal fascismo, incarnazione di tutti i mali e in particolare di quelli della società italiana (si usa la lettura laica gobettiana di fascismo autobiografia di una nazione), il liberalismo e la borghesia che rappresentano una cancrena individualista che dimidia e corrompe la democrazia nel diritto, nelle istituzioni e nell’economia. Accanto a questi nemici cominciano a comparire anche i limiti della Chiesa cattolica, qui soprattutto in relazione all’uso della dottrina sociale: una corretta analisi sui fini e sulla natura delle realtà naturali per i dossettiani la renderebbe superflua.

Si fa strada l’idea del diritto come strumento di progettazione sociale e di educazione di un popolo e l’idea della positività di una forte presenza dello Stato nell’economia.

Costituendosi come alternativa al centrismo degasperiano la corrente dossettiana può esprimere tra il ’46 e il ’47 al massimo le proprie potenzialità ideali in tre luoghi: costituendo l’associazione Civitas Humana nella quale vennero elaborate le proprie tesi poi pubblicate sul periodico Cronache Sociali; all’interno della Democrazia cristiana, soprattutto nel movimento giovanile; e nell’assemblea costituente avendo al possibilità in tale sede di incidere direttamente sulle linee fondamentali del nuovo Stato.

Del primo incontro di Civitas Humana (Relazione al Convegno di Civitas Humana, in G. Dossetti, Scritti politici, cit., pp. 310-324) si ha uno schema ciclostilato attribuito a Dossetti nel quale si sviluppano e si precisano i contenuti già prima sottolineati: si sottolinea il carattere epocale della crisi di civiltà a cui la Chiesa dovrebbe far corrispondere un adeguamento delle sue strutture e dei suoi metodi d’azione, e una più approfondita coscienza di verità già implicite (che implicherebbero un nuovo tipo di rapporto tra Stato e Chiesa, tra azione cattolica e azione politica). Da ciò si dedurrebbe la necessità di abbandono della mentalità di difesa propria dalla Riforma cattolica in poi che investe anche difesa di principi e realtà che «ritenevamo intangibili ormai travolti», tra cui l’iniziativa privata così come è concepita in Occidente, una concezione della democrazia formale, individualistica e parlamentare, l’idea di interclassismo, il concetto individualistico di persona.

Si teme l’americanizzazione, anche a livello ecclesiale, mentre si hanno parole di ammirazione per i piani quinquennali sovietici, come pur criticando il PCI sul piano ideologico ne subisce il fascino del modello organizzativo e della tensione etica, accogliendone certi frammenti ideologici. Si ritiene il tripartitismo (PCI, DC, PSI) necessario.

Si comincia ad affermare che il problema italiano è rappresentato dal cattolicesimo italiano e da un clero e un laicato, rappresentato dall’Azione Cattolica non all’altezza della situazione.

Per i dossettiani la costituente rappresentò la grande occasione per concretizzare la propria visione politica nell’architettura (termine caro a La Pira) di uno Stato che fosse capace di plasmare e educare la società attraverso la sua Carta Costituzionale.

A Dossetti verrà riconosciuto il merito di aver saputo inserire nella carta costituzionale, con l’art. 7, il Concordato e i patti lateranensi ma per i dossettiani era fondamentale fare della Costituzione un modello di sistema politico, nell’ambito di una più generale concezione del diritto come strumento del fare politica. I dossettiani giudicarono il momento della costituente e la Costituzione come esperienza qualificante del loro gruppo e momento centrale del rinnovamento politico-culturale-sociale da imprimere all’Italia per gli anni a venire, rappresentando la sintesi e la convergenza delle principali esperienze politiche del ‘900, esempio assieme alla Resistenza di un accordo concreto tra le “forze di progresso”. Si registrano peraltro molteplici convergenze con Togliatti, come la proposta di Dossetti, approvata dal leader del PCI, in cui si accetta la proprietà privata “frutto del lavoro e del risparmio, ma come ‘proprietà personale’ da rendere accessibile a tutti” (espressione volutamente ambigua) (G. Pombeni, Il Gruppo dossettiano …, cit. p. 246).

Così anche Fanfani che nella terza sottocommissione afferma: «l’attività privata, ammessa e protetta, è armonizzata ai fini sociali da diverse forme di controllo periferico e centrale, determinata dalla legge» (Riportato in G. Baget Bozzo, Il partito cristiano al potere, la DC di de Gasperi e di Dossetti 1945/1954, Vallecchi, Firenze 1974, pp.200-201).

Gianni Baget Bozzo nota che con tali formule non si indica un diritto individuale di iniziativa economica, perché tale iniziativa era vista solo come funzione sociale e, come tale soggetto a un controllo pubblico di tipo corporativo. Il controllo sociale diveniva così il principio per un’attività che non era vista come un diritto del singolo, ma solo come una funzione sociale (Cfr. G. Baget Bozzo, cit.).

Per Fiorentino Sullo (ex uomo politico democristiano) «il compromesso cattolico marxista, che è alla base del compromesso istituzionale, celava un proposito segreto dei coautori, esattamente antitetico l’uno all’altro. Ciascuno nel proprio linguaggio apparentemente convergente, vedeva il punto di partenza per una evoluzione contrastante» (F. Sullo, La repubblica probabile, Garzanti, Milano 1972, pp. 314-315).

In tal modo la Costituzione diveniva lo strumento pedagogico con cui il diritto costruiva il nuovo Stato ed educava la società italiana alla democrazia, mentre il partito adempiva al compito di educazione alla democrazia nei confronti del popolo cattolico e di formazione di una nuova classe dirigente cattolica capace di incarnare e difendere questi nuovi valori, identificati nel pluralismo nella libertà politica, nel regime democratico che divenivano la realizzazione politica e spirituale del cristianesimo seppure a modo di fermento e attraverso l’animazione politica del temporale. Era l’umanesimo della Nuova cristianità maritainiana. Per i dossettiani «la trasformazione politica della società civile avrebbe dovuto condurre le stesse strutture civili ad esprimere i valori sostanziali del cristianesimo nella laicità formale. Cronache Sociali riprendeva in chiave democratica lo schema eusebiano: la cristianizzazione delle strutture politiche non esteriore e formale, nei simboli, ma interiore e sostanziale, nei valori, secondo Maritain. … L’utopia cristiana di Eusebio e l’utopia cristiana di Maritain avevano il medesimo dato inconfondibile: una pienezza politica di natura ecclesiale prima dell’avvento del Regno» (G. Baget Bozzo, Il partito cristiano al potere, la Dc di De Gasperi e di Dossetti 1945/1954, cit. pp. 255-256).

Baget Bozzo conferma che il quadro concettuale di massima entro cui agiva questo gruppo era quello maritainiano dell’utopia cristiana volta alla costruzione della Nuova cristianità, esprimentesi in un umanesimo integrale che aveva bisogno della grazia e della Chiesa. Tuttavia, evidentemente, restava solo un umanesimo.

A smentire i piani dossettiani arriva però lo straordinario successo elettorale del 18 aprile ’48, che fu certamente un successo condizionato dalla straordinaria attività dei Comitati Civici di Luigi Gedda, espressione della volontà del pontefice che esprimevano non solo un forte anticomunismo ma anche una volontà di ricostruzione cattolica della nazione italiana. Un successo che imbarazzò persino De Gasperi e che irritò e suonò come una sconfitta per i Dossettiani (G. Campanini, Fede e politica. 1943-1951 La vicenda ideologica della sinistra d.c.., Morcelliana, Brescia 1977. P. 119).

Nonostante la crescente penetrazione delle idee dossettiane tra i quadri e nel movimento giovanile DC a Rossena nell’agosto del ’51 Dossetti decise a sorpresa di sciogliere la corrente e di dimettersi da parlamentare.

Inizialmente si concentrò sul piano culturale tentando un incontro col filosofo Balbo, poi la scelta religiosa, la fondazione all’ombra dell’arcivescovo Giacomo Lercaro del Centro di documentazione a Bologna.

Per Baget Bozzo la DC si era rivelata «sostanzialmente inutilizzabile come strumento per la realizzazione dell’utopia della nuova Cristianità, cioè di una società silenziosamente animata dai valori evangelici, seppur priva di qualsiasi simbolo e segno cristiano esteriore» (G. Baget Bozzo – P. P. Salieri, Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica, Ares, Milano 2009, p. 128).

«La nostra cristianità, la cristianità italiana non consentiva le cose che io auspicavo nel mio cuore. Non le consentiva a me e non le avrebbe consentite a nessun altro in quei momenti», affermerà Dossetti 40 anni dopo (G. Dossetti, Conversazioni, Cooperativa Credito Culturale in dialogo, Milano 1994, pp.14-15).

Da qui la necessità di un cambio di polarità, scrive Baget Bozzo, per seguire il medesimo obbiettivo utopico, anche se il superamento del maritainismo comporta che, nella visione di Dossetti, l’interiorizzazione dei valori e dei segni e simboli cristiani si faccia sempre più radicale fino al loro totale dissolvimento (G. Baget Bozzo – P. P. Salieri, Giuseppe Dossetti …, cit. p. 128).

Pronunciati i voti religiosi nel ’56 e consacrato sacerdote nel ’59 troverà nell’annuncio del Concilio ecumenico e nello stile pastorale di Giovanni XXIII una insperata conferma alle sue tesi sul cambiamento epocale garantito dallo Spirito Santo e che stavolta coinvolgeva direttamente la Chiesa.

Col suo gruppo bolognese lavorò alacremente per realizzare una edizione critica che raccogliesse tutte le decisioni dei precedenti concili ecumenici e parteciperà come perito al Concilio per il card. Giacomo Lercaro (1891-1976) cui scriverà i discorsi e consulente e collaboratore per vari altri vescovi.

 

DOSSETTI AL CONCILIO Dossetti prende il Concilio come la grande occasione di trasformazione in profondità della Chiesa cattolica e lavorerà intensamente e spesso in taluni casi anche in maniera decisiva su molti temi trattati dal Concilio: la collegialità della Chiesa, la tematica della Chiesa come mistero piuttosto che come societas perfecta, il tema della Chiesa-povera, della pace, dei laici, dell’ecumenismo.

Un attivismo irrefrenabile ma già discutibile sul piano delle modalità. Il suo principale collaboratore, Giuseppe Alberigo (1926-2007), descrive il clima e l’effetto del Concilio in tali termini: «si manifesta con un’energia dirompente, inattesa e coraggiosa. Problemi che erano stati rimossi nei decenni precedenti vengono alla ribalta, talora anche con virulenza (dal celibato ecclesiastico ai rapporti con gli altri cristiani, dalla passività dei fedeli comuni, alla diffidenza verso l’ideologia socialista). Secolari meccanismi ecclesiali di compensazione e di controllo appaiono improvvisamente inadeguati, l’antica autorevolezza della Curia appare ormai usurata e i metodi consueti (accentramento, condanne) appaiono vecchi, rifiutati dalla coscienza comune … [Questa la loro idea della Chiesa preconciliare e di Pio XII]. Speranze e attese a lungo dissimulate esplodono alla luce del sole, istanze represse trovano spazi neppure sognati. Il primato della ripetitività, della conservazione e dell’obbedienza passiva è tendenzialmente sostituito dalla ricerca, dalla creatività, dalla responsabilità personale» [nasce qui l’idea del cattolico adulto, della fede matura] (G. Alberigo, Breve storia del Concilio Vaticano II, Il Mulino, Bologna 2005, pp. 69-70).

Questo è il modo inaccettabile con cui Dossetti e il suo gruppo intesero porsi al Concilio.

Ma come nota ancora Baget Bozzo «È difficile non cogliere in questo ragionamento – da cui emerge evidentemente un’interpretazione del Concilio come momento di soluzione di continuità, di rottura col passato e con la Tradizione e di radicale rinnovamento nella vita della Chiesa – un forte pathos rivoluzionario» (G. Baget Bozzo – P.P. Salieri, Giuseppe Dossetti …, cit. p. 149) e «coerente a questa lettura, tutta politica e oltranzista del Concilio, Dossetti è inquieto per le modalità ecclesiali, secondo le quali il Concilio stesso procede, che sono, ovviamente, ben lontane dalla logica assembleare di confronto-scontro tra maggioranza e minoranza che lui tenta di instaurare» (Ibidem, ivi ).

Tanto per dare un’idea dei toni e dei sentimenti che il gruppo bolognese esprimeva vi cito un ricordo tratto dal Diario di Angelina Nicora, moglie di Alberigo «I moderatori [i quattro cardinali moderatori per i quali Dossetti agiva da segretario] la cui autorità avrebbe dovuto estremamente aumentare dopo il successo del 30 ottobre, sono stati posti sul banco d’accusa come colpevoli da uomini insignificanti come Carli, vescovo di Segni; uomini inintelligenti e teologicamente vuoti come Siri, da uomini conservatori e reazionari come Ottaviani, Ruffini e alcuni nord-americani. Il conservatorismo nordamericano ha largamente parlato in Concilio» (Citato in G. Alberigo, Breve storia del Concilio Vaticano II, cit. p. 82).

Ancora un’altra testimonianza del modo politico di agire di Dossetti è rappresentata dall’ormai famosa espressione del cardinal Leo Suenens (1904-1996) che lo definì “partigiano del Concilio”. Lui accettava questa definizione affermando che «abbiamo in qualche modo contribuito con la nostra azione precedente anche all’esito del Concilio, si è potuto fare qualcosa al Concilio in funzione anche di un’esperienza storica vissuta nel mondo politico, anche da un punto di vista tecnico assembleare ha contato qualcosa. Perché nel momento decisivo proprio la mia esperienza assembleare, sorretta da Mortati, ha capovolto le sorti del Concilio stesso. Suenens mi disse un giorno: “ma lei è un partigiano del Concilio!”. Io agivo da partigiano» (L. Elia, P. Scoppola, A colloquio con Dossetti e Lazzati, Il Mulino, Bologna 2003, p. 106).

Un’ammissione che trasforma Dossetti e il suoi gruppo dirigente in una specie di partigiani di una “sorta di guerra dl liberazione contro i ‘curiali’ [incarnazione per lui del ‘temporalismo’ e del ‘trionfalismo’ della Chiesa post-tridentina] che cercano con ogni mezzo di frenare, ritardare e svuotare il rinnovamento della Chiesa da lui perseguito, anche approfittando della morte di Giovanni XXIII e dell’ascesa al soglio pontificio di Paolo VI” commenta Baget Bozzo (G. Baget Bozzo – P. P. Salieri, Giuseppe Dossetti …, cit. p. 147).

Sempre Alberigo afferma che: «Dossetti ha vissuto il Concilio come progetto ma con un’attitudine creativa a un’occasione dello Spirito» (A cura di G. Alberigo, Giuseppe Dossetti. Prime prospettive e ipotesi di ricerca, Il Mulino, Bologna 1998, p. 76).

Il suo contributo più importante apportato al Concilio riguarda la Collegialità, con la quale associa il collegio episcopale all’esercizio del governo della Chiesa con Pietro e sotto Pietro, quando utilizzando la sua esperienza parlamentare, maturata soprattutto alla Costituente, riuscì ad imporre un regolamento e dei quesiti di voto che orientassero l’Assemblea sul tema della collegialità istituendo una specie di referendum.

Questo è il maggior contributo al Concilio ma, come nota ancora acutamente Baget Bozzo, fu un contributo pericoloso che tendeva a rendere dialettica un’Assemblea che cerca come criterio abituale l’unanimità (G. Baget Bozzo – P. P. Salieri, Giuseppe Dossetti …, cit. p. 151).

Paolo VI comprese che Dossetti voleva innescare un aperto scontro dialettico alimentando e ricorrendo alle categorie conservatore/progressista. Il Papa ne colse la pericolosità giungendo ad affermare che «quello non è il posto di Dossetti», il quale, anche su richiesta del segretario generale del Concilio Cardinal Pericle Felici, dovrà dimettersi da tale incarico (Ibidem, pp. 150-151).

Ma non è l’unica pericolosità che il papa scorgeva a questo punto tanto che al termine della Lumen Gentium fece inserire una Nota praevia con la quale si esplicavano le modalità e lo spirito con cui doveva intendersi l’esercizio della Collegialità. Era evidente il tentativo, neppure troppo velato da parte dei dossettiani (e ovviamente non solo da parte loro) di demonarchizzare e democratizzare («si voleva superare il modello monarchico e che la coscienza attuale della fede esigesse una organizzazione più comunitaria» – scrive Alberigo in Breve storia del Concilio Vaticano II, cit. p. 73) la Chiesa partendo dall’esercizio del suo potere utilizzando il pur legittimo richiamo teologico alla collegialità. Prova ne sia che a tutt’oggi la Scuola di Bologna mette in dubbio che la Nota esplicativa previa possa intendersi quale reale espressione della volontà conciliare.

“L’accoglienza da parte dell’assemblea non fu, comunque, favorevole” (in G. Alberigo, Breve storia del Concilio Vaticano II, cit., p. 108; in G. Dossetti, Il Vaticano II. Frammenti di una riflessione, Il Mulino, Bologna 1996, pp. 61-62) e afferma che la Nota praevia minaccia l’ecumenismo, “intacca profondamente le radici stesse dell’ecumenismo cattolico e solo una posizione ecumenica molto chiara, molto univoca, non solo dal punto di vista pratico, ma anche dal punto di vista dottrinale e non solo alla base, ma anche al vertice della Chiesa, potrà portare all’abrogazione implicita di quel testo, che altrimenti penderà sempre come una spada di Damocle sul rapporto ecumenico” .

Così come l’espressione “Popolo di Dio”, recuperata dall’Antico Testamento, è enfatizzata per sottolineare non solo la valorizzazione dell’essere cristiani in forza del Battesimo, ma per sottolineare una dignità paritaria tra laicato e clero (foriera di confusione ai limiti della interscambiabilità). Per una valutazione degli esiti del Concilio rispetto alle proprie aspirazioni si veda G. Dossetti, Il Vaticano II. Frammenti di una riflessione, cit.

Nella stessa direzione democratizzante va l’enfasi che i dossettiani pongono sulla Chiesa particolare rappresentata dalla Diocesi e dalla parrocchia, dalle Conferenze episcopali e dai Sinodi. Tutte strutture evidentemente legittime ma potenzialmente inquinate da una visione parlamentaristica e democratica che appartengono alle categorie della politica moderna, ma non alla Chiesa.

Se politicamente si poteva parlare di ideologia democratica, in termini ecclesiali Dossetti parla di ecclesiologia, di comunione in questo caso; ma aldilà dei suoi ricercati fondamenti teologici appare abbastanza evidente ritenere tale ecclesiologia come riflesso ideologico nella Chiesa dell’ideologia democratica.

Un altro aspetto legato alla concezione ideologica di Dossetti è l’esaltazione della Chiesa come mistero contrapposta a quella fino ad allora corrente, ma non richiamata dal Concilio, di Societas perfecta, che a suo giudizio ingabbierebbe troppo giuridicamente la Chiesa: “non perché … sia in sé errata ma perché non è certo che colga il proprio della Chiesa. Dico di più. Fuorvia il proprio della Chiesa” (Tra eremo e passione civile, in Conversazioni, cit. pp. 10-11).

Ancora una volta il concetto è teologicamente, evidentemente, fondato ed esatto, ma Dossetti tende a piegarlo in nome della sua concezione dell’azione dello Spirito Santo sulla storia e sulla Chiesa rischiando di far perdere i contorni di ciò che è definito e certo rispetto a ciò che non lo è. Viene così presentata un’immagine di Chiesa «dinamica in corpo vivo e in continuo divenire sotto l’impulso dello Spirito». Ma confessa Alberigo: «erano suggestive premesse per l’uscita dall’età costantiniana, per un superamento del trionfalismo ed una declericalizzazione» (G. Alberigo, Breve storia del Concilio Vaticano II, cit. p. 123).

Da citare anche, visto che per lui fu un impegno qualificante, il problema teologico ed ecclesiologico della povertà, anche culturale, scrivendo per il cardinal Lercaro che «la povertà della Chiesa non può prescindere da un riconoscimento di sé stessa “culturalmente povera”; … che abbia il coraggio di rinunziare alle sue stesse ricchezze culturali del passato, per proporre sempre più, in modo spoglio ed essenziale, la ricchezza divina del messaggio evangelico» (G. Dossetti, Il Vaticano II. Frammenti di una riflessione, cit. p.128).

E ancora su Chiesa e cultura. Dossetti era convinto che senza la revisione profonda della propria paideia, la Chiesa cattolica non sarà in grado di rinnovare il rapporto con la cultura moderna. Rinnovamento che dovrebbe essere guidato dal riconoscimento da parte della Chiesa stessa di essere ed accettare di essere culturalmente povera, abbandonando la sicurezza basata su un sistema razionale per confidare piuttosto nella «ricchezza assoluta del libro sacro». Tale rinnovamento avrebbe dovuto svolgersi secondo due direzioni, quella dei vescovi-dottori e dei laici-teologi. Evidente anche qui il salto e l’esclusione del magistero e la crescita, a suo danno, della figura del teologo e di quella dei laici (Ibidem, pp.128-129).

Anche in questo caso sembra possibile istituire un parallelismo sul piano politico tra la funzione dell’intellettuale laico nella formazione della coscienza politico-civile con quella del teologo rispetto alla coscienza religiosa.

Sulla guerra e sugli armamenti, proprio negli anni della massima aggressione comunista, Dossetti vorrebbe impegnare solennemente la Chiesa a dichiarare: «inequivocabilmente la pace come dono evangelico primario», ma il Concilio non sarà così drastico, suscitando in lui una profonda delusione (a cura di G. Alberigo, Giuseppe Dossetti. Prime prospettive e ipotesi di ricerca, cit., p. 75).

Infatti il Concilio per Dossetti e i suoi fu anche una mezza delusione: abbiamo visto come la Nota esplicativa previa non l’abbiano digerita; nonostante l’espressione “Popolo di Dio”, il documento Apostolicam actuositatem sui laici viene giudicato contraddittorio con tale espressione; Dossetti rimane deluso sui temi della pace, sul ridimensionamento dei caratteri originari dell’ecumenismo, dall’immaturità della Gaudium et spes, dalla mancata canonizzazione di Giovanni XXIII che avrebbe richiesto per la chiusura del Concilio, sul carattere troppo cristologico e poco pneumatologico del Concilio. Per lui i testi del Concilio pur costituendo una base positiva di partenza per la sua riforma della Chiesa e della cristianità italiana, in realtà rappresentarono una parziale delusione, considerandoli come una sorta di compromesso fra le varie componenti cattoliche presenti al Concilio. Dossetti non è etichettabile come il caposcuola dei “cattolici del dissenso” o come un esponente della “teologia della liberazione” o della “sinistra teologica”, come riconosce Baget Bozzo, ma senza dubbio attraverso la sua azione e la sua scuola ha loro fornito loro non pochi argomenti (G. Baget Bozzo – P.P. Salieri, Giuseppe Dossetti …, cit. p. 27).

Rievocando tale periodo Alberigo afferma: «la prospettiva del trentennio trascorso consente di chiedersi se Dossetti non abbia intravisto in filigrana oltre al concilio “reale”, al quale ha dato un contributo leale e spesso molto rilevante, anche un altro concilio. Il Concilio “nuova Pentecoste” auspicato da Giovanni XXIII, un concilio capace di una scelto obbediente allo Spirito sino a una trasfigurazione. Un Concilio nel quale l’ascolto della parola di Dio e il confronto con la parola dell’umanità sapessero coniugarsi al servizio dell’uomo, come aveva visto sul letto di morte papa Giovanni. In Dossetti i due livelli hanno vissuto una identificazione fino al ’62-6’3, mentre dal ’64 una progressiva divaricazione…» (a cura di G. Alberigo, Giuseppe Dossetti. Prime prospettive e ipotesi di ricerca, cit., pp. 76-77). Si apre la prospettiva di un Concilio incompleto e letto male se non tradito (soprattutto da Paolo VI), eventualmente da completare. Ecco svilupparsi quell’idea di Spirito del Concilio che consente di andare oltre i testi, ecco l’ipotesi e la prospettiva di un Concilio Vaticano III.

 

CONCLUSIONI Salieri, coautore con Baget Bozzo del bel saggio su Dossetti, parla di una “sottile linea gnostica” «Nel suo atteggiamento di apocalittica demonizzazione dell’avversario politico si può cogliere l’eco della concezione dualistica che accomuna tutti i movimenti gnostici: un dualismo che è insieme cosmologico e antropologico: il mondo e i figli della luce da un lato e il mondo e i figli delle tenebre dall’altro» (G. Baget Bozzo – P.P. Salieri, Giuseppe Dossetti …, cit. p. 231).
E ancora: «Dossetti adottava l’interpretazione gobettiana del fascismo di autobiografia della nazione, cioè una visione azionista rivoluzionaria che interpreta l’antifascismo come una lotta perenne contro un male oscuro … pericolo occulto per la democrazia. Spostando l’attenzione sulle tematiche religiose, è difficile non cogliere assonanze tra la polemica dossettiana condotta in nome della Chiesa spirituale dei poveri [ecco l’eccessiva sottolineatura dello Spirito Santo in Dossetti] contro la Chiesa istituzionale, e la concezione, di chiara ascendenza gnostica, di Gioacchino da Fiore che, secondo de Lubac, “sferzando la decadenza della chiesa del suo tempo, non propone una semplice riforma morale, un ritorno alle origini, alla verità immutabile della Chiesa, propone invece un’altra chiesa, un suo superamento sostanziale. Non è un riformatore, ma piuttosto un rivoluzionario”» (G. Baget Bozzo – P.P. Salieri, Giuseppe Dossetti …, cit. pp. 231-232). Fatto questo che spiega la simpatia per i movimenti rivoluzionari come il comunismo, ma precedentemente tutti quanti e con certezza, La Pira, Fanfani e lo stesso Dossetti avevano simpatizzato in misura più o meno ampia per il fascismo (1), colti nel loro carattere di eresia cristiana.

Un altro autore che, analogamente a Baget Bozzo per conoscenza personale, ha criticato lucidamente Dossetti è il cardinal Giacomo Biffi che, nelle sue memorie autobiografiche, riflettendo dopo una serata trascorsa ad ascoltare racconta: «ci intrattenne sul tema che per lui era il problema più rilevante, anzi lo scopo stesso del suo impegno politico sul come associare il più compiutamente possibile gli individui alla vita dello Stato».

«La partecipazione elettorale non è sufficiente – spiegava -, il coinvolgimento del singolo deve essere continuo, quasi quotidiano, in modo che tutti i problemi comuni, che via via si presentano, siano affrontati e risolti con l’apporto determinante di tutti».

«Lo strumento attivo di questo collegamento permanente tra base e vertice è il partito … Ne deriva che se si vuol costruire una società pienamente democratica, la necessità per ognuno di noi di appartenere a un partito a sua libera scelta, non solo iscrivendosi, ma anche intervenendo senza pause nella sua attività, contribuendo ai suoi dibattiti in vista della formazione di una linea di condotta concordata … i partiti comunicheranno poi ai vertici statuali questa molteplice e cangiante volontà popolare, orientando di giorno in giorno la linea degli organismi rappresentativi».

«Ci siamo a poco a poco resi conto – prosegue il Cardinal Biffi – che il suo modo di fare politica si connotava, per così dire, di una “intransigenza teologica”, che non favoriva la concretezza della sua presenza nell’arengo della “cosa pubblica”. Addirittura, lo conduceva a una immancabile “inconcludenza” che la nostra mentalità di milanesi faticava a capire ed accettare … Ad una analisi successiva e più meditata il progetto schematico offertoci … ci è apparso tipico più di un ideologo, che non sente il bisogno di uscire dalla cerchia delle sue intuizioni, che non di un politico che non perde mai di vista la realtà effettuale …».

«Credo però – prosegue Biffi – che sia consentita una riserva più radicale. Si percepisce il riaffiorare di alcuni temi che, fin dal principio, erano rilevanti in Dossetti. C’è prima di tutto una considerazione positiva, in sé apprezzabile, dello Stato come di una realtà che va sorretta da tutti e mantenuta viva nella coscienza comune …

In secondo luogo, traspare qui l’idea della necessità di avvalorare il partito … donandogli una robusta base ideale, una copiosa consistenza, dei quadri autosufficienti che lo rendessero autonomo dagli apporti confessionali ed ecclesiastici …

L’approdo di queste “attenzioni” dossettiani non era però appagante. Il risultato era una visione delle cose che nella pubblica convivenza metteva in rilievo solo tre fattori determinanti: lo stato, il partito, il singolo. Ciò che appariva del tutto assente dall’analisi di Dossetti era la “società”: la società con i suoi raggruppamenti spontanei e le sue libere aggregazioni, che logicamente e spesso anche storicamente precedono non solo i partiti ma lo Stato stesso, come è il caso per esempio della famiglia. In una parola non c’è traccia del principio di sussidiarietà.

C’è da dire che quella dimenticanza non era solo di Dossetti: era di tutta quella giovane area cattolica …

Di fatto, anche per l’autorevolezza e il prestigio di Dossetti questo approccio alla problematica civile e sociale, con questa deplorevole negligenza, è stato condiviso da tutte le forze considerate “più aperte” fino ai nostri giorni.

Questa assenza di un punto qualificante della dottrina sociale cattolica (o almeno questa scarsa considerazione) è uno dei limiti più vistosi del dossettismo politico e dei movimenti che poi vi si sono ispirati o vi si ispirano» (G. Biffi, Memorie e digressioni di un italiano cardinale, cit. pp. 136-139).

Pur riconoscendogli importanti qualità spirituali il cardinal Biffi si domanda se Dossetti potesse considerarsi anche un teologo, “sul serio, ricco di verità e affidabile”. «Ci sono forti motivi per dubitarne – spiega il porporato. Parlando con Pietro Scoppola (1926-2007) e Leopoldo Elia (1925-2008) nel ’84 sulla sua opera al Concilio lo legge alla luce della sua partecipazione alla Costituente “nel momento decisivo proprio la mia esperienza assembleare ha capovolto le sorti del Concilio stesso”».

«Ma come è possibile – a chi abbia qualche consuetudine di contemplazione della realtà trascendente della Chiesa – confrontare e porre in relazione un’accolita disparata di uomini lasciati alle loro forze, ai loro pensieri terreni, con la convocazione di tutti i successori degli apostoli, assistita dallo Spirito Santo da essi quotidianamente invocato? Un presbitero legittimamente ammesso alle loro discussioni non può ritenere di avere funzioni di “manovratore strategico” /tanto meno di “capovolgere”); la sua presenza è per aiutare i vescovi, se gli riesce, a chiarirsi e a enucleare al meglio quella verità rivelata che essi (solo maestri, in senso proprio e pertinente, del Popolo di Dio) già possiedono sia pure implicitamente.

Di più, nella stessa circostanza Dossetti addirittura si compiaceva di “aver portato al Concilio – anche se non fu trionfante – una certa ecclesiologia che era riflesso anche dell’esperienza politica fatta. Ma che tipo di “ecclesiologia” poteva scaturire da una tale ispirazione e da queste premesse “mondane”?».

«Dossetti – prosegue Biffi – è stato teologicamente un autodidatta … il rischio è: di ripiegarsi su sé stessi e di ritenere fonte della verità le proprie letture e la propria acutezza; più specificatamente il rischio di finire col compiacersi di un sapere incontrato e perfino di arrivare a un’ecclesiologia incongrua e a una cristologia lacunosa.

È stato appunto il caso di don Dossetti che nell’apprendimento della “Scientia dei, Christi et Ecclesiae” non ha avuto maestri. A chi gli avesse chiesto da dove avesse preso le sue intenzioni, le sue prospettive di rinnovamento, le sue proposte di riforma, egli avrebbe ben potuto rispondere: “dalla mia mente e dal mio cuore”» (Ibidem, pp. 477-480).

Una conferma di queste perplessità il cardinal Biffi la trovò anche nelle riserve espresse da don Divo Barsotti (1914-2006, che di Dossetti fu direttore spirituale e che lo diffidò dal proseguire il suo sodalizio con Alberigo) «che era teologo autentico e di solida formazione [che] si rese conto ben presto delle lacune e delle anomalie del pensiero dossettiano. Don Divo prima di tutto disapprovava un’ossessione primaria e permanente per la politica, che alterava la sua prospettiva generale; in secondo luogo deprecava la sua insufficiente fondazione teologica. E mi confidava, alla fine dei suoi giorni, di essere ancora molto preoccupato degli influssi che la “teologia dossettiana” continua» a esercitare su certe aree della cristianità” (Ibidem, pp. 480-481).

Ecco perché riguardo a Dossetti ritengo possibile parlare di “approccio ideologico alla fede”.

Piero Mainardi
LUCCA, 9 OTTOBRE 2010

 

NOTA
1. Fanfani fu convinto sostenitore delle dottrine corporative, collaborò con la Scuola di mistica fascista e scrisse articoli per la rivista Dottrina fascista; Giorgio La Pira fu fascista almeno sino all’entrata in guerra. A Piero Bargellini scriveva: «Siamo o no fascisti?» – nel 1938 – rivendicando, come scrive Pietro Domenico Giovannoni «fin dagli anni giovanili, la sua lontananza dal popolarismo sturziano e la sua simpatia per il Duce» (Cfr. P.D. Giovannone, La Pira e la Civiltà cristiana tra fascismo e democrazia (1922-1944), Brescia 2008, Morcelliana, p. 7). Riguardo al controverso rapporto tra Dossetti e il fascismo (ufficialmente considerato antifascista originario, parlando di ripugnanza nei confronti del fascismo uno studio del giovane ricercatore dell’Istituto di Scienze Religione di Bologna Enrico Galavotti Il giovane Dossetti. Gli anni della formazione 1913-1939, Bologna 2010, Il Mulino, documenta «una sua non sporadica attività all’interno del GUF reggiano durante e dopo i suoi anni universitari (1930-1934), quando tenne conferenze sull’«originalità del fascismo», su «esperimento bolscevico e rinnovamento fascista», sulla «limitazione della libertà individuale in rapporto alle esigenze di vita dell’ordine sociale», etc.: ancora nel maggio 1937 veniva indicato come uno degli «oratori abituali» usati dai Fasci giovanili, dall’ON Balilla e soprattutto dal locale Istituto di cultura fascista (pp. 85-92)», che se non prova del tutto una convinta adesione ne smorza senz’altro il luogo comune affermatosi della “ripugnanza”. Lo stesso Aldo Moro, dossettiano atipico nel suo percorso politico, partecipò ai littoriali dei GUF di Napoli del 1937 con una Aldo Moro sul tema “Possibilità di sviluppo della personalità umana nel regime fascista”. Noti sono poi rapporti tra il fondatore della Cattolica, padre Agostino Gemelli, e il regime. Ed è infatti del tutto evidente il retaggio fascista della centralità dello Stato organizzatore della società, la funzione pedagogica del Partito, la volontà di perseguire una terza via socio-economica tra comunismo e capitalismo. Non si tratta, come anche in numerosi altri casi di intellettuali durante o dopo la guerra sono passati dal fascismo al comunismo, semplicemente di opportunismo. In molti casi si trattava, con mentalità tipica di certi intellettuali, di continuare la Rivoluzione passando da una forma ormai esaurita e perdente (il fascismo, in questo caso) ad una apparentemente potenziale e ricca di prospettive, secondo una logica tendenzialmente storicistica.