Ven. Prof. Giuseppe Toniolo, La pretesa «evoluzione sociale della Chiesa» (I)

Morale: contraccezione, dissenso...

La metà di quel sec. XIII inaugura il tempo di Rodolfo d'Absburgo in Germania, di s. Ferdinando in Ispagna, di s. Luigi IX in Francia, del maturarsi delle monarchie parlamentari in Inghilterra, il prevalere definitivo dei governi a popolo nei nostri comuni industriali e marinari. Esso coincide col massimo slancio dei nostri commerci in tutto il Mediterraneo, nel levante e fino alla estrema Cina; e con esso un fiorire spontaneo, variopinto, diffuso di lettere, di arti e di scienze, ed un dispiegamento di multiforme ed esuberantissima vitalità sociale, che segna il meriggio smagliante della civiltà italiana e che accompagna quasi festevole corteo il trionfo universale della democrazia nella «repubblica dei popoli cristiani».

La pretesa «evoluzione sociale della Chiesa» (1)
Da: Riv. internaz. di scienze sociali ed ecclesiastiche, 1894, v. V I

I. Aveva ragione Max Muller nei suoi Saggi di pronunciare, con la scorta sicura di originali osservazioni comparate, quasi inconsciamente rivendicando la tradizionale sentenza della filosofia della storia da s. Agostino, a Bossuet, a Schlegel, a Balbo: «che la vera storia dell'umanità è quella della religione, cioè la storia delle vie meravigliose per le quali le diverse famiglie dell'uman genere si avvicinano al loro fine». L'affermazione munita delle più alte guarentige scientifiche sta per ricevere oggi una nuova e solenne conferma. Ogni giorno che passa insinua e rassoda vieppiù nella coscienza universale il convincimento: «che il volgersi deciso ed aperto dei cattolici o, se si voglia dire, della Chiesa alla questione sociale e quindi ai problemi della democrazia che questa chiude in grembo, rimarrà il più grande avvenimento del secolo XIX». È dunque un fatto essenzialmente religioso, cioè l'atteggiamento che prende rispetto alla società questo unico e massimo organismo ecclesiastico, per l'autorità della religione e per i fini della sua divina missione, il quale promette d'improntare di sé e quasi consacrare anche l'odierno momento storico, comprendente nel suo ciclo recondito un tramonto ed un'aurora.
Già anche il sec. XVIII rimase storicamente collegato alla memoria della rivoluzione francese, non già per gli ordini cristiani degenerati che spazzò, né per le stragi del 1793 con cui atterrì il mondo, né per le stesse istituzioni estrinsecamente novatrici intrinsecamente caduche che produsse, bensì per essere stato il più audace e formidabile sforzo di rinnegare e di annichilire totalmente l'azione sociale della Chiesa, erigendo ab imis fundamentis sulla natura e sulla ragione tutti i rapporti della civiltà; ciò che vuol dire che la sua storica celebrità deriva sempre da quello stesso grande fatto religioso, di cui volle affermarsi l'antitesi assoluta e definitiva.
E così può credersi con ragione che il secolo nostro non trapasserà alla storia, né per il genio napoleonico, che accrebbe di un astro la pleiade numerosa dei conquistatori, né per il trionfo del parlamentarismo, viziosa riproduzione di ben altre e più veraci democrazie, né per l'abbagliante egemonia del secondo Bonaparte, che riaccese per poco gl'ingannevoli splendori del cesarismo, né per il crescere e sovraimporsi dello stesso socialismo, fatto che ogni altro sopravanza ed assorbe, ma che è lo svolgimento secolare e cosmopolitico di un processo antico di quattro secoli, da Lutero a noi; – tutti avvenimenti codesti, che rinvengono la lor cagione e ragione in un passato, di cui sono l'effetto e il compimento.
Bensì l'età presente, nonostante il suo scetticismo, intravede e sente che l'avvenimento il quale chiude un ciclo storico e ne riapre uno nuovo, è questo, «per cui la Chiesa cattolica, dopo essersi più che mai oggi sollevata al di sopra di accidentali e transeunti questioni politiche, abbassando da tanta altezza lo sguardo fatidico fin sopra il popolo, incede con maestà sicura e con l'onnipotenza rigeneratrice dell'amore a salvare la società e rinnovarla fin dall'intime sue radici». Per questo fatto veramente l'età nostra passerà alla storia, perché di esso i secoli venturi non faranno che maturare e cogliere i frutti di vita.
Il fatto è già così autorevolmente annunciato nel suo programma e, quel che è più, esso è ormai così arditamente iniziato nella sua attuazione, che niun uomo avveduto ormai lo disconosce; e l'opinione pubblica quasi concordemente lo designa col titolo più o meno corretto di «evoluzione sociale della Chiesa».
Ma d'altra parte l'avvenimento stesso apparisce, non già nel suo reale significato, ma dinanzi ai tardi nostri consigli, così inatteso, così singolare, così remoto da ogni previsione da alimentare i più vari e discordanti giudizi.
L'intreccio confuso di queste discordi opinioni si può forse disciogliere e ricomporre in tre ordini di giudizi.
L'evoluzione sociale dei cattolici sotto la scorta della Chiesa è indubbia; ma per taluni fra i credenti stessi essa è tanto nuova, che quasi è misteriosa. Si entra in questa via soltanto per atto eroico di fede nelle divine promesse e nei carismi sovrannaturali, e con la certezza ancora del finale trionfo (nolite timere: ego vici mundum); ma si procede sopra un campo affatto inesplorato e perciò stesso fra dubbiezze angosciose e umanamente insolubili, almeno rispetto ai mezzi e modi concreti, con cui conseguire quell'auspicato risultamento. (2)
Per altri, spesso benevoli e forse ammiratori, l'evoluzione è un atto di felice opportunismo. I cattolici sono novellini nei problemi sociali e nelle lotte del socialismo, o piuttosto convertiti di ieri, che finalmente intesero la necessità suprema dell'ora presente. Sapiente conversione che produrrà inestimabili benefici; ma per essa è appunto la società moderna che trionfa col suo spirito della Chiesa, riconducendola finalmente a se stessa, e non viceversa; sicché l'efficacia sociale pratica di tale evoluzione deriva massimamente dall'adesione della Chiesa stessa al programma dell'oggi, e durerà finché si mantenga ad esso costante. (3)
Finalmente per i più pregiudicati o maligni l'evoluzione è insidiosa. I cattolici sono sempre dei reazionari che, volto lo sguardo all'indietro, si accostano oggi al popolo e magari si alleano al socialismo, per atterrare le istituzioni presenti; uomini in ogni caso incapaci d'intuire e sempre pronti ad osteggiare le aspirazioni progressive della civiltà, quelle soprattutto della democrazia avvenire. (4)

2. La stessa varietà delle interpretazioni e la gravità delle obiezioni confermano la grandezza del fatto; sicché di fronte a tale atteggiamento della Chiesa niuno ormai si tiene indifferente; ma d'altra parte ciò fa palese che una conveniente analisi del grande avvenimento diviene urgente e doverosa. La soluzione del quesito in certo senso – riflette la fede, offendendo col dubbio stesso la economia della Provvidenza nel governo della Chiesa; – importa alla scienza provocando da questa il responso: quale sia l'espressione virtuale di questo novello indirizzo del massimo fra gli organismi della società, e come si coordini alle leggi dell'incivilimento; – tocca d'appresso l'azione pratica, affinché i cattolici stessi, considerando adeguatamente la grandezza e l'importanza del mirabile fenomeno, vi apportino più illuminata e docile cooperazione.
Nel rispondere all'alto quesito, noi umilmente non porremo in oblio il monito di s. Paolo diretto ai pensatori di tutti i tempi: «Chi osa penetrare le vie del Signore?» E pertanto non presumeremo di comprendere le ragioni ultime del governo di Dio sulla sua Chiesa e per essa sui destini supremi della civiltà cristiana quaggiù. Ma pure ci è sempre lecito di richiamare una verità che appartiene alle stesse dottrine religiose; ed è che il cristianesimo, secondo il pensiero di Fénelon, rimanendo nell'essenza un fatto soprannaturale, è ancora un fatto storico nelle sue manifestazioni e nei suoi procedimenti. Così la tesi per molti rispetti si trasforma in un problema di storia alla cui soluzione possono apprestare attenzione credenti e scredenti insieme; risolvendosi in questa ricerca positiva, – se cioè l'atteggiamento attuale della Chiesa rispetto alle questioni sociali e in ispecie di fronte al socialismo abbia precedenti nella storia, e tali che ci abilitino ad estimare con solido fondamento il presente e ad argomentare il futuro.

3. Ad apprezzare l'ufficio sociale della Chiesa, conviene secondo le leggi della critica, considerarla in un periodo storico, nel quale per concorso di propizie circostanze fosse a lei consentito di dispiegare tale ufficio in tutta la sua pienezza; ciò che si avverò realmente nell'età di mezzo ed in ispecie nel tempo da Gregorio VII (1076) fino allo scisma di occidente (1378), in cui essa, giusta il fatto singolare universalmente riconosciuto, dominava anche i rapporti esterni della società e sedeva al fastigio dell'incivilimento. Conviene del pari investigare se nel periodo stesso le condizioni della società o, come oggi si usa esprimere, l'ambiente esteriore sociale in mezzo a cui essa operava fossero tali, da far adeguato e decisivo sperimento della virtù sua di resistenza ai pericoli del socialismo teoretico e pratico. Ed era veramente così anco per tale rispetto; merita anzi rendersene piena ragione.
Il medio evo si contrassegnava bensì, in grazia di quel primato che nel governo della società spettava alla Chiesa, per il trionfo delle ragioni dello spirito sulla materia e quindi per la prevalenza dell'ordine etico-religioso sopra quello economico, giuridico, politico; ma tale supremazia dello spirito cristiano non è a credersi però aleggiasse serena e indisputata; ma era anzi il risultamento di contraddizioni fiere, profonde, diuturne.
L'età di mezzo è infatti il tempo dei contrasti. – Sovrapposizioni violente e reazioni organiche di razze germaniche e razze latine, protraentisi fino al meriggio di quella età; – pugna interiore fra il pensiero in breve già cristiano ed il costume per gran parte ancora pagano, fra il culto dell'idealità fino all'ascetismo e la foga dei godimenti sensuali fino alla brutalità; – esteriormente, opposizione fra le reliquie del panteismo assorbente di Roma antica e i germi dell'individualismo dissolvente di nuovi conquistatori selvaggi; fra la immobilità territoriale del feudo politico militare, e la irrequietudine cittadinesca di popolazioni operose e progressive; – anzi un contrasto complessivo fra un primo momento di quella lunga età, fin verso il 1000, ove è universale oppressura, dispersione e miseria, ed un secondo momento in cui la libertà, la cultura, la dovizia dovunque sbocciate nelle recenti agglomerazioni civiche, si accoppiano alle insidie di raffinata plutocrazia; – ma soprattutto in questa parabola ascendente della ricchezza, un prorompere di lotte di classe altrettanto più incalzanti e furibonde di quelle della nostra età.
E così veramente la secolare battaglia contro il feudalismo non è che il conflitto profondo delle classi fondiarie radicate nella campagna, contro le classi industriali e mercantesche erette sulla ricchezza mobile e asserragliate nella città. Nelle stesse popolazioni urbane le parti intestine che senza tregua le dilaniano sono per lo più lotte di classe, le quali si sollevano, s'incalzano e premono, come i fiotti del mare: ciò che apparisce più palese nei comuni di aperta democrazia.
In Firenze, per esempio, le parti che s'iniziano nel 1177 (5) e si protraggono oltre un secolo e mezzo, col nome di guelfi e ghibellini, designano al di dentro la lotta fra la classe dei signori feudali già vinti e tradotti a forza in città e la nascente borghesia, cioè tra il ceto terriero e quello operoso; il quale finalmente nelle tre date memorande: 1267, 1281, 1293 (6) trasforma il governo in una democrazia industriale in pugno alle arti maggiori. Le ulteriori scissure strazianti dei Bianchi e dei Neri (1300) con cui si apre il secolo di Dante, sono nuova lotta di classe, fra la borghesia grassa e storica da un canto e la più recente e mediocre da un altro, cioè fra le arti maggiori e le minori, finché nel 1343 queste conquistano il potere e sopraffanno le più antiche. E di qui comincia il moto precipite che le arti tutte mette in conflitto col salariato, ossia col popolo minuto e che scoppia nel tumulto dei Ciompi (1378). Donde la violenta contraddizione degli ordini civili, rispondente all'incentrarsi della ricchezza, che instaura la oligarchia dei grandi capitalisti (1382-93), e nuova lotta fra questa oligarchia industriale e la più recente oligarchia del, danaro; finché quella vinta, dispersa nel 1434, la repubblica cade in braccio ad un banchiere! (7)
Si riassumano tutte queste cagioni di multiforme e perpetuo cozzo di elementi sociali in seno a popolazioni vivacissime per esuberante gioventù e dove erano difettive le leggi, frazionati i territori, debole lo Stato, e si argomenti, se non si moltiplicassero a dismisura in grembo ad esse materia, occasioni ed impulsi alle rivoluzioni socialistiche.

4. Eppure lungo l'età di mezzo che condensava tanti elementi di conflagrazione, fino verso il tramonto di essa, la storia annovera poche convulsioni socialistiche, di non lunga durata, di non gravissime conseguenze. Ciò veramente se con le rivoluzioni socialistiche propriamente dette, che mirano a distruggere l'ordinamento naturale e provvidenziale della società, non si voglia, dietro una critica superficiale o passionata, confondere i moti sociali, cioè quelle agitazioni, le quali intendono (fosse pure con mezzi disgraziatamente violenti) a raggiungere fini onesti di ragione o ad affrettare l'attuazione di leggi di civiltà. Tali il movimento civile capitanato da Stefano Marcello prevosto dei mercanti in Parigi (1357), per la partecipazione ai poteri politici delle classi operose; – e tosto di poi la «jacquerie», ossia la sollevazione dei contadini francesi contro il feudalismo, per affrettare l'affrancazione dalla servitù della gleba e migliorare la propria sorte economica (1358); – l'accennato tumulto de' Ciompi, cioè il moto del minuto popolo in Firenze (1378) per afferrare il governo e per esso rialzare le proprie condizioni economiche, e quello consimile della contrada del Banco di Siena (1382); nei quali rivolgimenti la critica moderna è ben lungi dallo scorgere intendimenti di socialismo.
Bensì sul cadere dell'età medioevale, quando ormai degenerava il suo spirito, compare la rivoluzione di Wykliffe (1381) in Inghilterra la quale, ripercuotendosi più tardi con Hus (1419) in Germania, per i suoi caratteri prelude al socialismo dell'età moderna. (8) Ma nel fiore della età di mezzo e proprio nel cuore di quella critica trasformazione sociale che dal 1000 procede fino agli ultimi decenni del sec. XIV, così gravida, come notammo, di multiformi e stridenti contrasti, una sola grande rivoluzione di carattere socialistico si annovera, quella dei patarini od albigesi al principio del sec. XIII. Ond'è da meravigliare che in una atmosfera così satura di forze deleterie, le manifestazioni del socialismo, che pur sempre spuntano alla radice della pianta sociale, risultamento della natura umana viziata, si presentassero così scarse e passeggere.
Come si spiega il fenomeno, per cui in quel periodo storico gli effetti non sembrano proporzionali alle cagioni; mentre oggi, con tanto munimento di presidi economici, giuridici e politici, la questione sociale prevale, irrompe, travolge?
Niun'altra spiegazione ragionevole si rinviene fuorché quella dell'azione della Chiesa cattolica, l'unico organismo robusto, il quale erigendosi di mezzo alla fralezza e mobilità universale degli ordini civili, appunto in quel tempo dispiegava compiutamente la sua missione sociale, soprastando agli stessi poteri politici, compenetrando tutta la vita dei popoli, informando di sé l'incivilimento.
L'osservazione ponderata dell'atteggiamento e dell'operare della Chiesa nell'età medioevale rivela come essa, di fronte ai pericoli del socialismo latente od aperto, obbedisse, per così dire, ad un programma meditato, rigoroso, sistematico, il quale si dispiegava con triplice azione: preventiva, concomitante, riparatrice. Pochi argomenti al pari di questo importano in sì alto grado alla scienza per l'analisi speculativa, alla vita pratica per i concreti ammaestramenti, alla religione per le conclusioni.

II

I. L'azione che dicemmo preventiva della Chiesa dinanzi al socialismo riguardava le somme idee informatrici dell'ordine sociale. (9)
In nessun'altra epoca della storia, quanto nell'età di mezzo, appunto in proporzione della gioventù ancor fresca dell'ordine cristiano e dei fieri assalti cui questo trovasi esposto in quel tempo, incontrasi così sollecita la Chiesa a riconfermare, precisare, svolgere, proclamare solennemente quei principi soprannaturali del cristianesimo, a cui la vita individuale non meno che la civile rimane raccomandata e per cui esso era stato autore di un vero rinnovamento sociale. Ammesso il fatto storico, se ne esamini il valore di fronte al socialismo.
a) Il cristianesimo affermò il concetto dell'ordine provvidenziale degli umani consorzi; ordine prescritto, e sancito da Dio nei suoi fondamenti e nei suoi fini supremi. Con ciò preveniva una volta per sempre ogni presunzione di umane riforme le quali ardissero di sconvolgere e riporre sopra altra base gli essenziali rapporti della vita sociale; condannando tali riforme nell'idea prima generatrice, sia che questa si occulti nel sentimentalismo morboso di filantropi, nelle allucinazioni di cervelli squilibrati o nell'orgoglio di principi strapotenti. Veniva essa con ciò a rammentare di continuo all'uomo, che a lui spetta cooperare all'attuazione e al perfezionamento dell'ordine civile o a ricondurlo ai suoi principi, non mai ad atterrare e ricomporre a suo libito l'edificio eretto dalla mano di Dio.
b) Con la dottrina del peccato originale spiegò il mistero del male quaggiù, che ognora al bene s'accompagna; e quindi la ragione prima delle imperfezioni e dei difetti in qualche parte inevitabili della civile convivenza. Con ciò il cristianesimo rigettò quelle concezioni idealistiche di menti trascendentali, che col supporre l'uomo perfettibile senza limiti la specie umana, e quindi infinito il progresso civile, sognano incessanti modificazioni dell'ordine sociale per attuare ideali quaggiù impossibili. E così spense in culla quell'ottimismo, il quale da taluni primitivi eretici cristiani fino ai moderni hegeliani ed evoluzionisti ripostamente ispira il disegno di riforme socialistiche, graduali, progressive, legalitarie, le quali alla lor volta giustificano il socialismo di Stato.
c) Ma dinanzi alla umiliante realtà d'inevitabili disordini sociali il cristianesimo contrappose la fede in una possibile e progressiva instaurazione dell'ordine anco quaggiù, mediante un migliore esercizio dell'umana libertà ed il presidio sovrannaturale della grazia; e insieme la certezza di un risarcimento perfetto e ridondante di ogni ingiustizia e disquilibrio in un'altra vita perenne, dove gli ultimi saranno i primi. E così mentre insinuava, insieme al convincimento dei civili progressi, la forte pazienza che attende dalla virtù e dalle promesse di oltretomba la perfezione della giustizia, rimosse quel pessimismo sistematico, che anche oggi, attraverso le dottrine desolanti di Feuerbach, di Schopenhauer e di Hartmann, arma il braccio distruttore delle moltitudini, sotto nome e forma di socialismo rivoluzionario, anarchico, nichilista.
Queste verità religiose che formano il fondo del cristianesimo e che nacquero con esso, ricevettero senza dubbio immediata e prossima promulgazione negli atti degli apostoli, negli scritti dei santi Padri e dei primi dottori; ma fu nel medio evo che esse raggiunsero ampio svolgimento, rigorosa dimostrazione, solenne proclamazione nelle opere sistematiche della teologia e filosofia scolastica, nel lavorio sapiente e vivacissimo di un gran numero di concili provinciali, nazionali, ecumenici, negli ammaestramenti di dotti, di santi e di pontefici; sicché è precisamente nel medio evo che si riesce a misurarne l'alto valore sociale, di fronte alle dottrine ed ai conati socialistici.

2. Né basta. Il cristianesimo non consta solamente di verità astratte, dogmatiche o metafisiche, ma sempre si traduce inoltre in un insieme di principi pratici, etici e giuridici, di immediata applicazione ai rapporti sociali concreti. È questo un criterio di estimazione, che spesso sfugge a giudici superficiali, ma importantissimo ad estimare giustamente tutta l'efficacia sociale dei veri cristiani di fronte allo stesso socialismo. Il cristianesimo. riconoscendo pure e consacrando fatti ed istituti di natura, fu però sollecito di definire l'aspetto specifico e preciso, sotto cui vanno intesi ed accettati, e le condizioni concomitanti per cui solamente presentano legittimità teoretica ed utilità pratica. Per questo rispetto il magistero della Chiesa nell'età di mezzo si può considerare siccome una grande opera di educazione non solo religiosa ma ancora civile, rivolta fra vecchi e nuovi pregiudizi a far trionfare nelle menti e nella coscienza pratica concetti esatti e compiuti intorno ai rapporti sociali. A ciò pervenne, mediante un grande processo (come oggi s'intitola) di discriminazione e d'integrazione, per il quale si armonizzassero apparenti contraddizioni.
In tal maniera dall'autorevole e sapiente voce di questa maestra, la Chiesa, tutta l'età di mezzo intese costantemente e solennemente proclamarsi diritti sacri bensì ed inviolabili, spettanti proporzionatamente a tutti, ma insieme doveri che a tutti del pari proporzionatamente incombono, primo e comune titolo di eguaglianza; – libertà individuale rispettabile e pregiata bensì come la dignità dell'anima umana e dei suoi destini, ma legittima ancora e salda la gerarchia delle classi in cui quella si tempra e si consolida; – famiglia santificata, difesa, avvalorata, ma sul fondamento del matrimonio monogamico e indissolubile, senza eccezione; – lavoro necessario e doveroso per tutti indistintamente, ma non manuale soltanto, bensì ancora intellettuale, spirituale, civile, secondo la missione tradizionale collettiva di ogni ceto; – e analogamente proprietà particolare con tutti i suoi diritti individuali e privati, ma ancora con tutti i suoi doveri sociali, né spettante alle persone fisiche esclusivamente, ma ancora ad ogni ente o persona morale coordinata all'organismo della società ed ai fini perenni della civiltà; – e finalmente tutti i rapporti civili, radicati sulla legge etica, ma questa conversa nei rapporti esterni in giustizia positiva, e integrata da carità; – ed altri simiglianti criteri, elevati e comprensivi, di cui la filosofia giuridica degli scolastici e il diritto canonico compongono la testimonianza e il monumento.
Mirabile complesso di dottrine civili positive, che né l'acume della filosofia greca, né la sapienza pratica del giure romano erano riuscite a determinare compiutamente e forse nemmeno ad intuire; e con cui frattanto (avvertasi bene) il cristianesimo dai rapporti concreti del vivere tolse ciò che vi può essere d'indeterminato e di equivoco, pascolo sconfinato al fermento delle classi sofferenti ed alle fantasie del socialismo utopistico.

3. Ma fermati questi veri, altri speculativi, altri pratici, il cristianesimo ne affidò la custodia, l'interpretazione, la difesa alla Chiesa e ad essa soltanto. La quale poi difendendo la propria prerogativa sovrana con sapiente fermezza contro ogni intromissione nel suo santuario da parte di eretici, di fanatici, e di pseudoriformatori, che della parola divina ammantano le loro false concezioni od ipocrite illusioni, oppose un argine al dilagare del socialismo mistico pseudo­religioso di tutte le età cristiane, dagli esseni ai poveri lionesi, fino ai mormoni.
In siffatto modo può dirsi aver la Chiesa non solo stabilito tutti armonicamente i principi dell'ordine sociale, ma ancor di aver rimosso tutti gli argomenti a disconoscerli, sotto tutte le forme dottrinali di socialismo, evolutivo o di Stato, individualista ed anarchico, utopistico e mistico.
Alla Chiesa non si può certamente rimproverare di non esser risalita con sapienza civile e con sollecitudine materna alle cause prime dei disordini sociali che si celano nella profondità delle anime, cioè nelle idee e nelle occasioni interiori che vi porgono le passioni. Essa non dimentica un istante, né dimenticherà mai che le idee reggono i fatti, e che le menome aberrazioni quasi inavvertite nel cervello di pensatori solitari, presto o tardi, come sentenziò il Gioberti, apportano lagrime e sangue ai popoli. Anzi la storia ci ammaestra che in ciò massimamente essa facesse consistere la cura preventiva o profilattica, come suol dirsi, contro i pericoli del socialismo.

III

Ma la Chiesa in mezzo alla umanità peregrinante nel globo e l'accompagna nei suoi progressi secolari, sudando, operando, soffrendo, combattendo con essa e per essa; ed ecco dopo l'azione preventiva, quella concomitante nella storia. (10)

I. Il socialismo trae spesso ragione e incentivo da un sentimento, bensì abusato ma in se stesso legittimo, quello del miglioramento personale e sociale. Ottimo modo pertanto di togliere agli sconvolgimenti sociali (in quanto sono protesta incomposta di bisogni insoddisfatti) fornite e popolarità, è quello d'iniziare anticipatamente e sospingere vigorosamente i progressi civili, specialmente in pro delle moltitudini, bramose di sollevarsi in istato. (11)
Questo avvedimento e merito, nessuno nega alla Chiesa. Ed ecco con una serie di provvidenze promotrici porsi essa stessa alla testa del moto di elevazione delle classi inferiori nella età di mezzo – disperde le ultime reliquie della schiavitù; propugna, favoreggia, aiuta l'affrancamento della servitù della gleba; e ciò con tale lavorio multiforme, latente, pertinace, generoso, che a un certo punto si tramuta in un entusiasmo irrefrenato di emancipazione universale alla metà del sec. XIII. – Gli schiavi restituiti a dignità di uomini, di cristiani, di liberi cittadini, schermisce poi contro i pericoli dell'isolamento, sempre fatale ai deboli, stringendoli in associazioni, che in mille circoli concentrici intrecciano e rinsaldano la individualità, soprattutto in quelle corporazioni, istituti religiosi, morali, economici, civili, in cui gli artigiani rinvengono protezione, decoro, potenza politica da disgradare quella delle più salde e storiche aristocrazie; lasciando poi monumento di sé in quelle estetiche e suntuose residenze di popolani o scuole dell'arti, che fan dimenticare le corti dei re. E del pari lo stesso proposito, lo stesso sforzo, lo stesso risultato nei più intimi rapporti economico-privati. – L'operaio della manifattura solleva al grado d'imprenditore con le società in accomandita in cui il capitalista si associa al lavoratore industriale e quasi gli raccomanda (commendat) il suo capitale per correre con lui i rischi dell'impresa e condividerne i profitti. – Similmente al lavoratore del campo, poc'anzi servo della gleba, conferisce con la enfiteusi ecclesiastica (distinta da quella romana) sicurezza e dignità di proprietario di fatto; con quel dominio utile, accanto al dominio diretto, per il quale a lui e non al signore del suolo spetta il vantaggio degli incrementi del prodotto terriero; germe e scala di un numeroso ceto di proprietari-coltivatori. – Al piccolo proprietario autonomo porge il soccorso del capitale mediante i censi che lo abilita ad una economia rurale miglioratrice senza pericolo di essere spogliato dal capitalista sovventore.
E tosto un destarsi di un volgo sopito, che nome non ha, sollevare la testa, sorgere, crescere e grandeggiare a benessere materiale, a rispettabilità morale, a storica funzione sociale, come oggi fu così meravigliosamente illustrato; riuscendo a quella democrazia cristiana dei secoli di mezzo, per cui questi a ragione furono detti i secoli del popolo; quella democrazia dal cui grembo venne poi ad erigersi ed ordinarsi il terzo stato, che in Inghilterra, insieme agli altri ceti ordinati strappa la Magna Charta, che in Francia si colloca accanto al clero ed alla nobiltà negli stati generali, e che forma il nerbo delle nostre repubbliche popolari la cui storia sopravanza quella dei più grandi imperi.

2. Ma lo stesso slancio di elevazione degli strati inferiori può attenuare il senso della solidarietà gerarchica; donde il germe di quell'opposizione egoista di classi, di cui si nutrono le passioni socialistiche. Ma ecco da parte della Chiesa una serie di provvidenze coordinatrici intese a mantenere fra tutti i ceti la coscienza e i vincoli della socialità. E così per virtù educatrice della Chiesa, il principio nuovo e fecondo dei doveri della proprietà si traduce, nei buoni secoli del feudalismo, nello istituto essenzialmente cristiano del patronato rurale, quasi estensione della paternità, il quale con reciprocanza di obbligazioni etiche e giuridiche introduce un legame rispettoso e amorevole fra i signori ed i volghi campagnoli; patronato rurale, che rinviene il suo riscontro in quello industriale della città. Analogamente affratella nella cointeressenza economica, cioè in una perfetta società di eguali in ordine al prodotto della terra, il proprietario e coltivatore, mediante la colonia parziaria diffusa e prospera nel secondo periodo della età di mezzo, semenzaio e scuola della nuova e forte schiatta dei coloni. E, affinché i fini individuali della proprietà privata non facessero dimenticare ancora la sua funzione sociale, essa introduce e favoreggia quella partecipazione delle moltitudini alla proprietà altrui, mediante quei condomini, oneri fondiari, diritti d'uso (diritti di pascolo, di legnatico, di pesca, di seconda mietitura) sopra i beni dei signori, intesi a rammentare che il diritto dei possidenti non è mai così assoluto da separarsi affatto dalle necessità dei nulla tenenti.

3. Né ciò basta ad assicurare codesta solidarietà fra le classi sociali, se non viene premunita contro lo spuntare e il grandeggiare di due forze opposte che incessantemente minacciano di scindere l'unità organica del corpo sociale; contro il formarsi, cioè, come dice il Roscher, della plutocrazia in alto e del proletariato in basso, che sono i due segni precursori di ogni crisi sociale; la quale dopo un periodo di flagranti disproporzioni sempre si solleva a vagheggiare e insorge a pretendere un'eguaglianza livellatrice. Donde il dispiegamento da parte della Chiesa di un ordine ulteriore di provvidenze assimilatrici delle varie parti del corpo sociale, le quali, mentre raffermano la coscienza di una eguaglianza virtuale fra tutte, ne temperassero la disuguaglianza reale.
Di qui quello sforzo sapiente, multiforme, perdurante della Chiesa più ancora coll'esempio che colla parola, di far penetrare fra le reliquie di una vecchia società spenta nell'ozio parassita e della nuova erigentesi sulla violenza brutale o sulle frodi di pochi privilegiati, in tutte le classi, il sentimento e soprattutto l'abitudine di una doverosa operosità per il pubblico bene. Immensa benemerenza della Chiesa, che tutti conguagliava e congiungeva nell'adempimento pratico di una rispettiva funzione sociale; per cui anche in tempi tardivi e pur cotanto degenerati dell'«ancien régime» sorviveva ancora in Francia l'adagio che la nobiltà serve con la spada, la borghesia serve col danaro, il clero serve con la preghiera. (12)
Di qui pure una intera legislazione volta ad infrenare i forti, e di fronte ad essi a proteggere con gelosa sollecitudine i deboli, affinché la giustizia si dispiegasse con equità proporzionale. E ciò, – mediante quelle leggi canoniche che perseguitavano con irrequieta e inesorata vigilanza i monopoli, le speculazioni aleatorie, le usure aperte o mascherate, i contratti leonini, e miravano ad impedire lo sfruttamento del bisognoso da parte del dovizioso; – mediante le leggi finanziarie che nei comuni italiani gravavano sopra il patrimonio degli abbienti esonerando dalla imposta diretta il necessario alla vita e quindi tutti gli operosi, che vivono delle sole lor braccia; – o infine mediante quella legislazione agraria, la quale, pur pareggiando, come nella mezzadria, in ordine alla condivisione del prodotto lordo il proprietario al coltivatore, sopra di quello però quasi esclusivamente riversa la totalità degli oneri. In tutti questi modi essa si adopra a soffocare in germe il rinascente capitalismo, 1'obbiettivo più irritante degli odi socialistici!
Di qui, per converso, la sollecitudine di custodire e moltiplicare al fianco della proprietà individuale e familiare, altre forme di proprietà collettiva spettante ad enti sociali o pubblici, come i beni comunali di uso pubblico, i beni demaniali, di corporazioni artigiane, e soprattutto i beni, ecclesiastici o di comunità religiose o di opere pie, che componevano una immensa riserva patrimoni a pro del popolo, nel quale questo trovava un rifugio nel dì della sventura e costantemente un supplemento alla precarietà della mercede.
Né paga ancora di aver così assimilato bastevolmente gli elementi di questo edificio sociale, la Chiesa si adoperò ad integrarli, compenetrarli, consolidarli col cemento della carità; anzi con una profusione e quasi inondazione di carità da parte di tutte le classi, sotto ogni forma, al di là d'ogni limite senza interruzione; sicché i secoli dell'età di mezzo meritarono il nome di secoli della carità, la quale risarciva ad esuberanza gli abusi, i traviamenti e i delitti di quell'età di laboriosa transizione e di lotte. (13)
In tal maniera la Chiesa trattenne l'allargarsi del pauperismo, che forma il grosso dell'esercito delle rivoluzioni sociali.

4. E a guardia di questo organismo così congegnato e rinsaldato essa pose il popolo stesso in quelle assemblee locali, vicinie, placiti, parlamenti, in cui il popolo genera, matura e sanziona con processo storico efficacissimo le consuetudini giuridiche, che, al dire di J. S. Mill, formano la difesa dei deboli. Che se al centro del governo siedono i grandi corpi politici della nazione, il clero, la nobiltà e la borghesia, tutti abbastanza potenti a far valere politicamente i rispettivi interessi speciali di classe, la rappresentanza del popolo dal diritto pubblico cristiano è affidata direttamente come un deposito alla stessa maestà del re. E sopra le classi organizzate, sopra lo Stato e sopra lo stesso imperatore, si aderge e sorvola la Chiesa, la quale, pur proclamandosi madre e custode della società universale, tutta volta essa, uscita primamente di popolo, estesa con la sua gerarchia dovunque s'agita e ferve la moltitudine popolare, e tratta dalla sua carità a volgersi di preferenza a chi è più derelitto di umani presidi, si profferisce di fronte a tutti i potenti, tutrice del popolo, quasi pupilla degli occhi suoi, vindice dei suoi diritti, ministra dei suoi interessi, sicché in sull'esempio di Gregorio Magno, ogni pontefice si intitola servus servorum Dei.
Ma frattanto con siffatta profusione di sollecitudini intelligenti ed indefesse a pro delle moltitudini, tolse a queste ragione di ricercare nelle promesse di falsi predicatori di popolari rivendicazioni, dietro la bandiera del socialismo e dell'anarchia, o nella propria forza numerica, vendetta dell'ingiusto abbandono, del disprezzo, della oppressione da parte delle classi gaudenti, delle leggi plagiarie o di una politica prepotente.
Si conchiuda. Di fronte ai pericoli immani di sconvolgimento sociale che si addensavano nella civiltà medioevale, non occorreva meno di un sistema così poderoso di forze, di presidi, di contrappesi ad impedirne la conflagrazione. Ma tale sistema di provvedimenti presenta all'occhio del pensatore un insieme così compiuto, così armonico, così rispondente ai bisogni dell'umana natura e al genio di quella età, nonché alle legittime e perenni aspettative dell'incivilimento, da rivelare una sapienza più che umana, la quale attuava veramente la divina promessa di «restaurare tutto in Cristo». (14)

Note

(1) Cons. E. SPULLER, L'évolution politique et sociale de l'Église, Paris, Alcan, 1893; A. LEROY-BEAULIEU, La papauté, le socialisme et la democratie, Paris, Calmann Levy, 1892; P. BUREAU, Les nouvelles tendances dans l'Église catholique. À propos d'un discours de mgr. Ireland in Science sociale, fevrier 1894; P. H. MARTlN, Conversion et evolution de l'Église in Études relig. philos. hist., mars, 1894; R. PINOT, L'Église et l'esprit nouveau in Science Sociale, avril, 1894; abbé F. KLEIN, Nouvelle tendances en religion et en litterature, Paris, Lecoffre, 1892; L. GRÉGOIRE, Le pape, les catholiques et la question sociale, Paris, Perrin, 1893; abbé F. KLEIN, L'Eglise et le siècle, conf. et disc. de mgr. Ireland, Paris, Lecoffre, 1894.
(2) E' l'argomento di parecchi fra i cattolici, per consuetudine di vita o per un resto di pregiudizi, riluttanti ad entrare nell'azione esteriore militante. A loro si rivolge più particolarmente l'incitamento del sommo pontefice Leone XIII: «volgetevi al popolo» («alléz au peuple»).
(3) E' un concetto che informa ripostamente il libro del resto ricco bene spesso di forti e indipendenti giudizi, sotto forme letterarie splendidissime, di A. LEROY-BEAULIEU, La papauté, le socialisme et la democratie, Calmann, Levy, 1892. Del resto questo concetto informativo si riannoda al pensiero di La Mennais.
(4) Questo pensiero complessivo sta al fondo dello scritto di E. SPULLER, L'evolution politique et sociale de l'Eglise, Paris, Alcan, 1893; che è la raccolta di parecchi articoli comparsi nel periodico La république francaise durante gli anni 1890-92. Lo Spuller (n. 1835 nella Costa d'Oro) avvocato, pubblicista, amico di Gambetta, deputato, senatore, ministro d'istruzione pubblica sotto Rouvier, degli affari esteri sotto Tirard, dei culti nel ministero Casimir Périer; in questo libro comprende appieno l'importanza dell'atteggiamento attuale della Chiesa nelle questioni sociali fino a pronunciare che questo «doit etre considéré comme l'événement capital de la fin du XIX siècle» e quindi condanna l'errore di averla osteggiata colle leggi, e la necessità di restituirle, per cosi dire, il diritto di cittadinanza. Ma ciò non gli impedisce di dimandare se il secolo venturo non vedrà la più spaventosa reazione in danno della libertà, di cui da molti e molti secoli sia stato testimone il genere umano. «A supposer que les pontifes romains réussissent suivant leur ambition (!) à s'emparer de la direction de la democratie moderne, comme ils ont eu autrefois la direction des sociétés du moyen age, le papes catholiques…, se trouveraient investis dans le monde civilisé du XX siècle de la plus formidable puissance que l'humanité aurait jamais connue. Que demande aujourd'hui l'Église? Ce qu'elle a demandé dans tous les temps. Elle demande à enseigner l'umanité, c'est à dire à la dominer: c'est ce qu'elle appelle procurer son salut. La papauté romaine et meme la compagnie de Jésus, le principal auxiliaire de la papauté, n'ont jamais eu d'autres visées… Si l'Église parvenait à ses fins, alors recommercerait contre cette puissance toute morale et d'autant plus redoutable la lutte éternelle de la liberté contre l'autorité…» («Avant propos», p. XXXV-VI).
L'imparzialità storica ci obbliga però di rammentare con compiacenza di studiosi e di cattolici che il sig. E. Spuller, dopo la pubblicazione di questo libro, dimostrò di aver modificato questo suo giudizio definitivo. Rimarrà probabilmente nella storia, perché segno di un momento critico, la frase da lui pronunciata pubblicamente, come ministro della pubblica istruzione: «vi è uno spirito nuovo, che aleggia sulla Francia»; frase che egli chiarì tosto di poi colle parole: «il pensiero della Francia c'invade; è la religione della Francia agente di giustizia e di progresso; vi domando come un apostolo di associarvi a me». Ma come il BENOIST nella Revue des deux mondes e J. SIMON nel Figaro, così E. SPULLER nella Revue de Paris, in questi ultimi giorni non si peritò di rendere più aperto e vero omaggio alla Chiesa cattolica nella persona del suo pontefice Leone XIII ammirando «gli innegabili e splendidi progressi che il cattolicesimo ha fatto da un secolo in qua in tutto il mondo» e gli «straordinari risultati ottenuti dai cattolici, mercé uno zelo religioso contenuto fra i limiti di una disciplina severa e mercé l'austerità di una gerarchia che sa abilmente piegarsi alle esigenze della libertà, principio di ogni vita morale».
(5) Nel 1177, all'occasione della mutazione del governo a consoli; ma più dopo il 1215. I nomi di guelfi e ghibellini entrano in Firenze nel 1240.
(6) Precedute dalla data 1250, che segna la costituzione a popolo o degli anziani tutti artefici.
(7) La dittatura di fatto, prima ancora che di diritto, di Cosimo de' Medici, detto padre della patria.
(8) La data 1381 riguarda non già l'inizio della propaganda di Vicleffo (John Wycliffe), bensì lo scoppio della rivolta delle contadinanze; quella del 1419 la guerra sociale degli ussiti.
(9) Avvertasi che qui non trattasi di illustrare propriamente il valore sociale delle dottrine cristiane, cioè nel generare e custodire l'ordine normale della società civile; ma bensì solamente il pregio di quelle dottrine stesse nel prevenire la corruzione, impedendo anticipatamente il sorgere di quelle idee a cui fanno capo le teorie socialistiche d'ogni specie.
(10) Qui, analogamente a quanto avvertimmo rispetto alle dottrine, ripetiamo rispetto all'azione pratica sociale della Chiesa. Non si pretende di chiarire ex professo come le istituzioni ispirate, favorite ed attuate dalla Chiesa, abbiano contribuito a porre le fondamenta ed a promuovere lo sviluppo del vero ordine sociale di civiltà; bensì come tali provvidenze dispiegassero una grande efficacia ad elidere i conati di distruzione e di sconvolgimento di ogni rapporto civile, mediante l'opera del socialismo pratico.
(11) Non intendiamo di porgere una bibliografia, ben nota agli specialisti, degli studi storici sopra lo stato economico medioevale, dai quali risultano le grandi benemerenze della Chiesa in favore delle classi inferiori, appunto perché noi non consideriamo che l'efficacia loro dinanzi al socialismo. Ci limitiamo soltanto a ricordare tre lavori recenti, che ci apportano novello contributo e testimonianza: C. JANNET, L'Église et la constitution sociale de la chrétienté au V et au VI siècle in Revue cath. des institutions et du droit, Paris, Lecoffre, ag. Sett. Ott. 1893; il quale lavoro, prevalentemente giuridico, chiarisce la genesi prima della costituzione sociale del medio evo. W. J. ASHLEY (il celebre allievo di J. T. Rogers di Oxford) ora professore a Toronto nel Canadà, An introduction to English economic history and theory. The middle ages, che ora completò l'opera (cominciata nel 1888) e pubblicò la seconda edizione (London e New York, Longmans, Green, 1892-93); della quale è un ampio riassunto nell'Association catholique (15 juin 1894); e finalmente una dottissima monografia, che compendia gli studi analoghi in Germania di T. SOMMERLAD (Privat-Dozent an der Universitat Halle), Die wirtschaftliche Tatigkeit der Kirche im mittelalterlichen Deutschland, in Jahrbucher fur Nationalokonomie und Statistik, Jena, serie III, v. 7, fasc. 5, 12 maggio 1894. Gli ultimi due sono protestanti; ciò che aggiunge valore alle loro analisi ed induzioni. Fra i libri nostrani ci permettiamo soltanto di ricordare G. BIANCHI, La proprietà fondiaria e le classi rurali nel medio evo e nell'età moderna, Pisa, Spoerri, 1891.
(12) È l'applicazione alla vita sociale-civile del passo scritturale «Unicuique mandavit Deus de proximo suo».
(13) Nella copiosa letteratura sulla storia della beneficenza, ci limitiamo a ricordare l'opera, più di ogni altra rigorosa e sistematica di G. RATZINGER, Geschichte der kirchlichen Armenpflege, Freiburg in B., Herder, 1868, I. ed.; 1884, 2. ed.
(14) La riprova a contrariis della immensa efficacia delle dottrine e delle istituzioni del cattolicesimo di fronte al socialismo, storicamente è offerta dalla esperienza per cui, appena quell'ordine cristiano, rappresentato dalla Chiesa, trovasi sistematicamente osteggiato, il socialismo spunta e piglia radice. In nessun'altra opera ciò apparisce con maggiore evidenza e rigore che nella storia classica di JANSSEN, Geschichte des deutschen Volkes, Freiburg in B., Herder, 1887 e seg.