Un commento alla Rosarium Virginis Mariae

Devozioni: Fatima, Lourdes, Guadalupe...

La proclamazione dell'”Anno dei Rosario” (ottobre 2002-ottobre 2003) e l’introduzione nella preghiera mariana più diffusa presso il popolo cristiano di cinque nuovi misteri della luce”, legati a momenti decisivi della vita pubblica di Gesù, connotano la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, la cui pubblicazione ha coinciso con l’inizio del venticinquesimo anno di pontificato di Giovanni Paolo II. Il commento del teologo polacco Krzysztof Olaf Charamsa

Il Rosario, un tesoro da riscoprire


 


I1 16 ottobre 2002, inizio del XXV anno del pontificato di Giovanni Paolo II, con la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae la Chiesa ha ricevuto un dono, quasi un regalo per questo anniversario. Difficilmente il Papa avrebbe potuto offrirci qualcosa di più bello e da lui più amato (1). Un testo nel quale egli dà testimonianza viva di fede, di affidamento a Maria e di gratitudine per la protezione continuamente ricevuta dalla Madonna.


Con l’annuncio dell’“Anno del Rosario” il dono diviene per tutti noi anche un impegno. L’umanità, dopo gli attentati dell’11 settembre 200 1, si è trovata repentinamente immersa in un clima di insicurezza e di paura. Il Papa indica un semplice quanto efficace mezzo di speranza e di salvezza. Il credente, anche in un mondo pieno di minacce, sa dove trovare il porto sicuro.


Per far fronte e “arginare gli effetti devastanti di questa crisi epocale” (n. 6) il Papa esorta a riscoprire l’attualità del Rosario quale preghiera per la pace e per la famiglia (2). Due versanti che ben riassumono i problemi del mondo d’oggi. La pace, minacciata spesso dal muro di separazione che è l’inimicizia (cfr Ef 2, 14), e la famiglia “sempre più insidiata da forze disgregatrici a livello ideologico e pratico, che fanno temere per il futuro di questa fondamentale e irrinunciabile istituzione e, con essa, per le sorti dell’intera società” (n. 6). Il Papa invita a promuovere la pace fin dalla sua origine: nel cuore dell’uomo e nella famiglia. La pace comincia fin dal grembo materno, cresce e si sviluppa nel focolare, in quella che è la Chiesa domestica.


Il Rosario appare cosi quale mezzo efficace a cui rivolgerci soprattutto in momenti di crisi. Esso porta dalla meditazione alla contemplazione, attingendo “alla fonte pura del testo evangelico” (n. 24) e offre “abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore” (n. 1).


 


Una preghiera a portata di mano


Il Rosario è una preghiera semplice, ma anche esigente. Da una parte è accessibile a tutti. Si inserisce in quella logica dell’incarnazione, secondo cui a ogni uomo è offerta la salvezza di Cristo. Ogni mistero della sua vita interroga e interessa la nostra vita. Non occorrono doti o capacità straordinarie. Nella nostra spesso frenetica esistenza, basta trovare un po’ di spazio, un po’ di silenzio, affinché possa attecchire quello spirito contemplativo, di cui tutti abbiamo tanto bisogno.


Alla portata di tutti, ma per altro verso esigente. Oltre alla necessità di saper fermarsi e di trovare il tempo, si richiede un minimo di attenzione, di riflessione. Come succede per ogni cosa, anche qui occorre imparare (3) ci vuole un certo allenamento; la preghiera è una sorta di “ginnastica dello spirito”. Paolo VI si rivolgeva ai laici ‑ chiamati alla santità in mezzo al mondo ‑ considerandoli quali alpinisti dello spirito, impegnati cioè a salire verso Dio con lo sforzo quotidiano nella pratica del Vangelo (4).


L’“Anno del Rosario” costituisce quindi un invito, una chiamata a potenziare la nostra preghiera. L’antica pratica della corona appare come un pozzo da cui attingere pace, gioia e fortezza; è il pozzo della contemplazione che può far rifiorire ogni deserto spirituale.


 


Cristo, Sole da contemplare con Maria


La lettera del Papa aiuta a riscoprire, in una prospettiva mariana, la bellezza di quella contemplazione di Cristo, a cui Giovanni Paolo II aveva già esortato i fedeli all’alba del nuovo millennio (5). Contemplare significa guardare, trasformandosi in ciò che si vede. Così intesa, la contemplazione è il fine di tutta la vita umana e cristiana (6). Questo è il Rosario: l’occasione per fissare, con Mafia, gli occhi sul volto di Cristo.


Non è facile per l’uomo guardare il sole; ne restiamo abbagliati. Così succede anche nella contemplazione di Cristo. Occorre abituare lo sguardo allo splendore dei suoi raggi, per poter gustarne la bellezza che illumina e rapisce. Dallo splendore del volto di Cristo furono illuminati e rapiti Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte Tabor (cfr Mt 17, 2), o san Paolo sulla via di Damasco (cfr At 9, 3‑9). Qualcosa di analogo è stato sperimentato da innumerevoli santi. Ma il modello per eccellenza di come guardare il volto di Cristo ‑ nella gioia e nella gloria, nel dolore e nella morte ‑ è Maria Vergine. In lei troviamo il miglior arcobaleno degli sguardi che contemplano il Figlio, si identificano con lui e collaborano alla sua missione di salvezza. Con lo sguardo radioso e penetrante, addolorato e ardente, con lo sguardo della madre e della discepola, Ella abbraccia la vita del Figlio e del Signore. I suoi sguardi e il suo cuore fanno da specchio ai misteri della vita di Cristo. Compongono una lode armoniosa e perenne, un fiat (mihi secundum verbum tuum) e un magnificat (anima mea Dominum). La Madonna offre l’umana fisionomia al volto di Dio, permettendogli di plasmare in lei tutta la bellezza della fisionomia divina.


Lo sguardo contemplativo è il continuo nutrimento di Maria. Dà alla sua vita il vero colore che risplende in quanto esposto al Sole della salvezza. Lo sguardo profondo non significa solamente dare un’occhiata, ma tende a un’intimità spirituale e a una contemplazione che trasformano ed edificano la memoria (zakar). Una bellezza straordinaria, un rapimento, la cui esperienza non si dimentica più. Di questi ricordi del Figlio è intessuta la vita di Maria e nella Chiesa, con il Rosario, “Ella continua a sviluppare la trama del suo “racconto” di evangelizzatrice” (n. 11). Sul suo esempio questa preghiera ci sospinge verso la contemplazione di Cristo e il nostro cuore va assomigliandosi a quello di Maria, inserendoci sempre più nella contemplatio.


Per arrivare alla contemplazione di Dio è necessario tendere ad essa (7), intraprendendo diversi esercizi, che aprono alla verità suprema e all’amore divino. Il Rosario ne è uno, soprattutto quando diventa abitudine quotidiana. Esso è la pratica della frequentazione ‑ per così dire ‑ “amicale” (n. 15) e, come tale, permette la percezione contemplativa dei misteri di Dio, di cui il primo segno tangibile è il gaudio dell’amicizia spirituale. Quando si incontra l’amico, si è felici, invasi da una gioia serena, edificante.


Il Papa, da grande pedagogo della preghiera, indica quattro tappe da seguire. Siamo chiamati a “imparare Cristo da Maria” (n. 14), a conformarci a lui, a supplicarlo e ad annunciarlo con Maria (8). Da prima discepola di Gesù, Maria diventa la Maestra più esperta, lasciandosi modellare dallo Spirito di Cristo, il Maestro interiore. Seguire la “scuola di Maria” (9) significa allora conformarsi al Maestro interiore in un cammino di crescente assimilazione. La scuola del Rosario è scuola di conformazione al Signore. Cristo vuole essere formato nel cuore del credente, come si è formato in quello di Maria.


L’ amicizia fiduciosa e ardente si esprime nella confidente supplica e porta all’annuncio evangelico. Maria è soccorso e modello dell’orante. La potente intercessione di Maria che prega insieme con la Chiesa è un sostegno efficace. Nel Rosario non sono solo a pregare, Maria prega per me e con me.


 


I misteri della luce


Perché tra i quindici misteri non era finora contemplato nessun evento della vita pubblica del Signore? Si poteva semplicemente pensare che non c’era posto fra le 150 Ave. Bisognava scegliere, e furono privilegiati i 15 misteri più legati alla presenza di Maria. Non avrei mai immaginato di assistere un giorno a questo sorprendente e magnifico potenziamento del Rosario.


Se il Rosario è veramente una “preghiera evangelica, incentrata nel mistero dell’incarnazione redentrice e possiede dunque un orientamento nettamente cristologico” (10), non possono esserci dubbi sulla convenienza di includere i misteri della vita pubblica di Cristo tra il Battesimo e la Passione (11).


I cinque nuovi misteri luminosi si soffermano su cinque momenti salienti: 1. Il Battesimo nel Giordano; 2. Le nozze di Cana; 3. L’ annuncio del Regno con l’invito alla conversione; 4. La Trasfigurazione; 5. L’istituzione dell’Eucaristia.


Essi vengono felicemente definiti misteri della luce. Ogni luce tende a rischiarare ciò che è immerso nelle tenebre ed è necessaria per la vita. La luce e la vita sono strettamente legate tra di loro, come lo sono ‑ nel versante opposto ‑ le tenebre e la morte.


Ora la vita e la missione pubblica di Gesù sono le sorgenti della luce per il mondo. Ci rivelano il suo essere Uomo‑Dio. La luce di Cristo è la luce divina, una “luce candida” (Mt 17, 2). Egli stesso appare nell’Apocalisse di Giovanni come “la stella radiosa del mattino” (22, 16). Secondo il Vangelo di Luca, quando Cristo tornerà alla fine dei tempi sarà come un lampo che “brilla da un capo all’altro del cielo” (17, 24); allora in quel tempo anche “i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13, 43, cfr Dn 12, 3). Il Papa applica questa grande teologia della luce al Rosario, aiutandoci ad apprezzarlo quale preghiera luminosa nella sua tenerezza.


 


Cinque chiavi di lettura per i nuovi misteri


Tentiamo ora di offrire alcune possibili chiavi di lettura per penetrare nella contemplazione dei nuovi misteri.


 


Prima chiave: l’Epifania. I misteri della luce si inseriscono in un filo conduttore ben preciso che ci porta per mano all’Epifania (= manifestazione) di Gesù come Figlio di Dio, nella sua Rivelazione luminosa e illuminante. Egli ci rivela chi è e da dove viene: il Figlio del Padre. Già nel Battesimo, la voce del Padre rivela il volto del Figlio (cfr Mt 3, 13‑17; Lc 3, 21‑22; Mc 1, 9‑11). Il grande segno di Cana, ricordato dal Vangelo secondo Giovanni, è l’inizio della sua autorivelazione (cfr Gv 2, 1 ‑11). Egli rivela il regno di Dio (cfr Mc 1, 14‑15; Mt 3, 2), in quanto lo porta in sé e, per dirla con le parole di Origene, Cristo stesso è il regno (basileia) di Dio in persona (12). Il Regno che viene è la sua Epifania. Un carattere fortemente rivelativo ha anche il mistero del monte Tabor, dove per un istante ai discepoli è dato il conforto della natura divina che si fa intravedere nel volto umano del Signore (cfr Lc 9, 28-30; Mc 9, 2‑8: Mt 17, 1‑8). Per ultimo, nell’Eucaristia Gesù rivela la sua presenza costante sino alla fine del mondo (cfr Mt 26, 26‑28: Mc 14, 22‑25; Lc 22, 19‑20).


Cristo ci guida sulla via del suo rivelarsi al mondo. Egli è il vero protagonista della contemplazione facendo fissare gli occhi su di lui (cfr Lc 4, 20). Maria in questi misteri, come nota il Papa, rimane sullo sfondo, ma la sua non è una presenza passiva. Nell’armonia del suo cuore rivolto a Cristo, Lei sa quando deve agire, cosi che le parole “fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5), rivolte ai discepoli al principio della missione pubblica di Gesù durante le nozze di Cana, in qualche modo risuonano in ogni pagina evangelica e ci accompagnano nella nostra vita quotidiana, fino a quando Egli verrà. Lei pure sa di essere chiamata, come credente, alla contemplazione della rivelazione del Figlio. Lei continua a “serbare tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 19; cfr 2, 5 1 ). Si tratta di una presenza discreta e silenziosa, ma potente, in quanto contemplativa, immersa nel mistero del Figlio.


 


Seconda chiave: lo svelarsi della gloria. Nei misteri luminosi si intreccia come in un quadro il tema della gloria. Il concetto era assai caro a Hans Urs von Balthasar (13). Con i misteri della vita di Gesù, la sua gloria comincia a irrompere nella storia. Se la paragoniamo al misteri gloriosi, nella vita pubblica la sua gloria rimane ancora nascosta e appare, come in un dolce gioco di luce, nello svelarsi e nel nascondersi. La gloria di Cristo si rivela nella Risurrezione e ci porta alla vita eterna, ma nella vita pubblica si trova il momento cruciale della preparazione dei discepoli a percepire la vera gloria di Dio. Non a caso la Trasfigurazione precede l’annuncio della Passione (cfr Lc 9,43‑45, e passi paralleli). Lo svelarsi della gloria soccorre la nostra fragile natura e ci prepara alla prova della Croce. Esiste una pedagogia della gloria divina, che rivela non solo l’Essere e la Bontà di Dio, ma tocca da vicino la sua Bellezza infinita e affascinante. In Gesù non si trova un semplice riflesso della gloria di Dio. Egli possiede lo splendore durevolmente, come la forza interiore della sua vita pubblica. I misteri della luce ci inseriscono quindi nello svelarsi e nel manifestarsi dello splendore della sua Persona. Ma è una gloria che si nasconde, che non rifugge la Croce e la sofferenza, come accade in ogni vita umana e in ogni missione.


 


Terza chiave: la dimensione pasquale. La Pasqua non comincia con la Croce, né con la Risurrezione. Pasquale è tutta la vita terrena di Gesù, in quanto che la Pasqua indica il suo passaggio salvifico in questo mondo. Quando guarisce il corpo e lo spirito, quando nel Battesimo e nell’Eucaristia anticipa e già vive i segni pasquali per eccellenza, quando nella Trasfigurazione prepara il passaggio dalle tenebre del Venerdì santo all’alba dei Terzo giorno. Certamente i Padri della Chiesa chiamavano lo stesso Natale una Pasqua (14); ciò non toglie che tutta la vita pubblica sia un cammino verso la pienezza di quella Pasqua alla quale Gesù prepara i suoi discepoli. Per gli evangelisti, specialmente per Matteo e Luca, la vita pubblica del Signore non è altro che un cammino verso Gerusalemme, un andare incontro alla Croce.


 


Quarta chiave: la dimensione ecclesiale. I misteri della luce offrono anche parecchi spunti per meditare su come Cristo fa nascere la Chiesa. Essa sorge dal costato di Cristo sulla Croce (cfr Gv 19, 34), ma viene da lui preparata in diversi momenti della vita pubblica. Mi piace pensare alla Chiesa delle origini come formata da Maria stessa, portando in grembo il Salvatore del mondo. Nella sua comunione intima con il Messia tocchiamo, infatti, la più profonda natura della Chiesa di Dio. Essa continua a operare nel mondo quale specchio della vita di Cristo, contribuendo a che tutto venga in lui ricapitolato. I misteri della luce ci aiutano a vivere con Maria l’edificazione della Chiesa da parte di Gesù, dal suo Battesimo alla prima Eucaristia. Sullo sfondo della Chiesa quale sacramento universale di salvezza possiamo contemplare anche i singoli sacramenti con i quali essa compie la propria missione.


 


Quinta chiave: i diversi sacramenti. Mi sembra che vi siano valide ragioni per intravedere nella meditazione dei misteri della vita di Cristo una traccia che ci porta a meditare con gratitudine sul dono dei sacramenti: il Battesimo (1° mistero), il Matrimonio (2° mistero), l’Eucaristia e il Sacerdozio (5° mistero). Ma anche gli altri sacramenti emergono dai misteri della luce: l’annuncio del Regno con l’invito alla conversione (3°  mistero) si ritrova nel sacramento della Penitenza e della riconciliazione; le guarigioni compiute da Gesù fanno pensare all’Unzione degli infermi; l’annuncio del Regno rinvia all’effusione dello Spirito (Cresima), che assicurerà lo sviluppo del Regno nel corso dei secoli. La Trasfigurazione (4°  mistero) è invece, in quest’ottica, il compendio di tutto il cammino cristiano di perfezione. In un istante Gesù ha cambiato volto. Era pieno di luce. La natura umana ha rivelato quella divina. Il corpo è travolto dallo spirito. Ciò che nel cristiano è la grazia si è rivelato in lui come la gloria. Ciò che si nasconde nel segno del sacramento, vedendolo alla luce della fede, appare in un istante nel suo splendore.


 


L’importanza teologica dei misteri della vita di Cristo


Grazie alla profonda intuizione del Papa, nella preghiera del Rosario vengono valorizzati i misteri della vita di Cristo. Quando san Paolo parla del mistero (mysterion) riassume il piano divino di salvezza e il suo compiersi nella vita di Gesù. Ogniqualvolta la teologia trascura i misteri della vita del Signore, essa diviene arida, astratta, allontanandosi dalla vita. La nostra fede non si fonda su una teoria astratta di salvezza, ma sull’incarnazione del Figlio di Dio, sulla Parola che si fa carne.


Tutta la vita e la missione di Gesù costituiscono il grande mistero dell’amore misericordioso che Dio rivela e realizza davanti agli occhi del suo popolo. Ciò non toglie che ogni avvenimento e ogni atto della vita di Cristo rimangono per noi insondabili, in quanto realizzano e significano l’assoluto mistero di Dio. Nella teologia dei primi secoli traspariva già tale convinzione, ripresa e sviluppata da molti Padri della Chiesa, fra i quali spiccano Ambrogio e Agostino; una maturazione e precisazione ulteriori si trovano nel grande cantore dei misteri della vita di Cristo, cioè in san Tommaso d’Aquino. La terza parte della Summa theologiae è tutta dedicata a scrutare i misteri della vita del Salvatore (15).


Il Santo Padre sottolinea l’importanza di una tale teologia narrativa che dai misteri di Cristo risale al mistero del Verbo fatto carne, nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2, 9) [16]. A questo proposito, egli ricorda un’osservazione del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Tutto nella vita di Gesù è segno del suo Mistero” (17). Il Rosario trasmette la teologia dei misteri e ne dà una spinta ulteriore. Il Papa rileva inoltre che la via dei misteri della vita di Cristo è la via di Maria, cioè il modo con cui Ella in prima persona conosceva e riconosceva il suo Figlio. Conclude il Pontefice: “I misteri di Cristo sono anche, in certo senso, i misteri della Madre, persino quando non vi è direttamente coinvolta, per il fatto stesso che Ella vive in Lui e per Lui” (18). Maria funge da custodia di un giusto rapporto con Cristo e con il mistero della sua vita offerta per il mondo.


 


Dal mistero di Cristo al mistero dell’uomo


Il Rosario è la preghiera della vita. Fin dall’inizio del suo pontificato, il Papa osservava che “il nostro cuore può racchiudere in queste decine del Rosario tutti i fatti che compongono la vita dell’individuo, della famiglia, della nazione, della Chiesa e dell’umanità. Vicende personali e vicende del prossimo e, in modo particolare, di coloro che ci sono più vicini, che ci stanno più a cuore. Così la semplice preghiera del Rosario batte il ritmo della vita umana” (19).


Nel solco dell’insegnamento conciliare e dell’enciclica Redemptor hominis, il Papa ricorda che è nel mistero di Cristo dove si coglie il mistero dell’uomo stesso, della sua verità fondamentale. Anzi, solo nel Figlio di Dio, “che in un certo modo si è unito a ogni uomo” (20). si può comprendere la persona umana. Questa prospettiva consolante una vera e propria svolta antropologica del cristianesimo la si ritrova nella “implicazione antropologica del Rosario” (n. 25). Il grande filo conduttore del pontificato di Giovanni Paolo II riaffiora in questa preghiera.


Per il cristiano ogni giorno ha la sua importanza salvifica, fa parte della storia della salvezza. Dopo l’incarnazione di Gesù, ogni giorno porta in sé il suo mistero. Ciò è stato compreso da tanti santi, tra i quali si può ricordare santa Teresa del Bambino Gesù. In tutto vedeva la volontà dei Padre: che una cosa fosse accaduta durante una festa della Madonna, o in quella di un santo patrono, non era per lei mai casuale. Un avvenimento della storia quotidiana acquistava così “un certo “colore” spirituale” (n. 38). Anche il Rosario da secoli segna con i colori di gioia, di passione e di gloria i giorni della settimana (21).


 


Un certo parallelo con la tradizione orientale


La storia del Rosario nasce nell’Occidente cristiano. I promotori furono i frati domenicani. Nell’Oriente cristiano esiste, invece, una preghiera in certo senso parallela a quella del Rosario, la “preghiera del cuore”, chiamata anche la “preghiera di Gesù”, come ricorda Giovanni Paolo II (22). Questa preghiera orientale offre spunti interessanti per vivere meglio il nostro Rosario (23).


Una Istruzione sulla preghiera di Gesù dice: “Quando preghiamo dobbiamo tenerci mentalmente al cospetto di Dio e pensare a Lui solo. Svariati pensieri continuano a frullarci nella mente e ad allontanarla da Dio. Al fine di insegnare alla mente a riposare su una sola cosa, i santi Padri usavano preghiere brevi e prendevano l’abitudine di recitarle incessantemente. Tale costante ripetizione di una breve orazione manteneva la mente fissa al pensiero di Dio e disperdeva i pensieri vani. Essi adottarono diverse brevi preghiere, ma fu la preghiera di Gesù ad affermarsi particolarmente tra noi ed è tra noi generalmente impiegata: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore!”” (24).


La breve preghiera orale mantiene la mente fissa sull’unico pensiero di Dio. Se diventa abitudine, aiuta a concentrarsi e a ricordare Dio senza tregua. Essa è accompagnata dai sentimenti di riconoscenza, di pietà, di speranza, di affidamento e di abbandono spirituale. Penso che questo tratto della preghiera di Gesù può aiutare i credenti anche nella recita del Rosario. Il Papa ricorda che in Oriente la suddetta preghiera “è tradizionalmente legata al ritmo del respiro, che, mentre favorisce la perseveranza nell’invocazione, assicura quasi una densità fisica al desiderio che Cristo diventi il respiro, l’anima e il “tutto” della vita” (n. 27). In queste considerazioni si può apprezzare qualcosa di quel “respirare con i due polmoni” (25) spesso auspicato da Giovanni Paolo II in riferimento alla tradizione della Chiesa in Oriente e in Occidente.


Tra il Rosario e la preghiera del cuore c’è tuttavia una differenza. Nota peculiare del Rosario è il ricorso alla meditazione di un tema evangelico. Alla base di ogni decina sta infatti un mistero della vita di Cristo e del suo cuore, il cui battito viene ascoltato con Maria.


 


Per recitare il Rosario con maggior profitto


Il ripetersi della breve preghiera mariana conferisce alla meditazione una melodia che può favorire la contemplazione, il momento cioè in cui “tutte le immagini, le parole e i gesti sono come superati dall’intensità di una unione ineffabile dell’uomo con Dio” (n. 27). La spiritualità cristiana, pur conoscendo queste forme più sublimi del silenzio mistico, “è normalmente segnata dal coinvolgimento totale della persona, nella sua complessa realtà psico‑fisica e relazionale” (n. 27). La melodia dell’Ave nasce da questa realtà naturale umana dell’orante. Essa, ripetuta devotamente, funge da cascata che scende a irrigare la persona che prega e medita. L’incessante invocazione di una preghiera, anche se in principio distratta, può favorire il raccoglimento. Acquistiamo così uno stato spirituale che gradualmente ci trasforma.


Proprio il fatto che la preghiera che si recita è sempre uguale, aiuta a raccogliersi. Un principiante presterà maggior attenzione alle parole, ma con la pratica aumenta la capacità di concentrarsi e di penetrare con la mente sempre più profondamente nel cuore.


La concentrazione durante la recita è necessaria. Essa è la guardia della mente, delle idee e delle preoccupazioni che ci assalgono. Il raccoglimento equivale a immergersi nel mistero da meditare, dopo aver allontanato tutti i pensieri e le immagini estranee. Per questo è importante la chiara enunciazione del mistero; in ciò il Rosario differisce dalla preghiera orientale del cuore. Per l’orante è importante anche l’elemento visivo e immaginativo (la compositio loci, come diceva sant’Ignazio di Loyola). Può quindi essere d’aiuto il fissare un’icona del mistero o scrutare nel cuore la parola dì Dio che rivela il mistero e che è utile proclamare per l’adeguata meditazione del Rosario (26).


Una delle obiezioni mosse al Rosario è la ripetitività dell’Ave Maria. Se questa fosse irriflessiva e automatica, senza partecipazione interiore, non mancherebbero le ragioni per obiettare. Se però la ripetizione dell’Ave Maria viene a essere come una pioggia che irriga l’anima, allora si entra nella via della contemplazione, dell’esigente arte della preghiera. Per gli innamorati, ripetere senza fine Ti amo! non è mai stato una noia, un’automatica reiterazione senza valore. Il nostro rapporto con Dio è un innamoramento senza fine e la preghiera non è altro che un frequentarsi con l’anelito di conoscere sempre meglio la vita dell’amico sino a identificarsi con lui (27).


 


Il Rosario, commento all’ultimo capitolo della “Lumen gentium”


Giovanni Paolo II ha fatto notare che “il Rosario è, in un certo modo, un commento‑preghiera dell’ultimo capitolo della costituzione Lumen  gentium  del Vaticano II, capitolo che tratta della mirabile presenza della Madre di Dio nei mistero di Cristo e della Chiesa” (28) . La preghiera implica un aprirsi per accogliere la luce divina nel cuore e nella mente. In questo senso, non ci si può immaginare una intelligenza della fede, senza la sapienza della preghiera. La teologia a tavolino deve andare insieme a quella in ginocchio.


Il Rosario, quale preghiera quotidiana. introduce lo sguardo di Maria nella realtà di ogni giorno. La dottrina sulla madre di Dio non è una teoria per quanto bella e affascinante, ma un cammino che Ella ha già portato a termine.


La dottrina mariana e mariologica della Chiesa non si stacca dall’affidamento che Cristo fa della madre al discepolo più amato. E Maria continua fedelmente a compiere la missione affidatale nella casa che è dei Figlio suo. Una missione, una presenza materna e un’intercessione continua (21). Il Rosario, proprio nella sua ripetitività, fa maturare nel cristiano la percezione del costante operarsi della storia della salvezza, con la guida di Colei in cui tutto è stato compiuto perfettamente.


 


Conclusione


Hans Urs von Balthasar ha osservato che nella Chiesa si possono distinguere due principi: quello petrino di autorità apostolica nell’annuncio del Cristo e quello mariano di accoglienza generosa del Verbo (30). Mi sembra di poter dire che in questa Lettera del Papa i due principi si sono uniti nella testimonianza di preghiera del successore di Pietro, dando luogo a un cantico armonioso che spinge alla contemplazione. Il Pontefice, come tanti suoi predecessori, ha alzato tra le mani la catena dolce che lega a Dio, come era solito chiamare la corona Leone XIII, il Papa dei Rosario (31). La preghiera mariana è strumento poderoso contro il male e ottima scuola per essere docili alla chiamata del Signore (32). Non resta che augurarci che questo tesoro possa essere riscoperto (33), che la corona sia ripresa con fiducia fra le mani e sempre più apprezzata “la profondità teologica di una preghiera adatta a chi avverte l’esigenza di una contemplazione più matura” (n. 39).


 


Krzysztof Olaf Charamsa


 


 


ANNOTAZIONI


 


1. Il Papa apriva il suo animo all’inizio deL pontificato affermando: “II Rosario è la mia preghiera prediletta. Preghiera meravigliosa! Meravigliosa nella sua semplicità e nella sua profondità” (Angelus, 29 ottobre 1978: Insegnamenti I [1978], pp. 75-76; cfr Rosarium Virginis Mariae [= RVM], n. 2).


2. RVM, n. 6, cfr nn. 40‑42.


3. Occorre anzitutto evitare le deformazioni del culto a Maria, come le descrive e critica san Luigi Maria da Montfort (1673-1716) nel suo Trattato della vera devozione a Maria, parte II, cap. II, pp. 57‑64. Egli pure insegna che “la vera devozione dev’essere interiore, tenera, santa, costante, disinteressata” (parte II, cap. III, pp. 65‑68, secondo ed. Soresina 1999).


4. Cfr Paolo VI, Discorso ai partecipanti al Convegno internazionale degli Istituti secolari, 26 settembre 1970: Insegnamenti VIII (1970), pp. 934‑940.


5. Cfr Tertio Millennio Ineunte (6 gennaio 2001), nn. 16‑28.


6. Cfr san Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II‑II, q. 180, a. 4, resp.


7. Cfr san Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II‑II, q. 180, a. 1, resp


8. Cfr RVM, nn. 14‑17.


9. RVM, nn. 1, 3 e 43.


10. Paolo VI, Esortazione ap. Marialis cultus (2 febbraio 1974), n. 46; cfr RVM, n. 18.


11. Cfr RVM, nn. 19‑23. Sulla presenza di Maria nella vita pubblica di Gesù cfr le osservazioni di Lumen gentium (= LG), n. 58.


12. Origene vi torna in diversi luoghi delle sue opere e omelie.


13. Cfr Gloria, vol. 1: La percezione della forma. Una estetica teologica che parte dal pulchrum per completare la ricca espressione del verum et bonum (Jaca Book, Milano 1994). L:autore osserva che il modo specifico con cui si compie la Rivelazione divina risiede nel velamento che svela: “In Gesù Cristo la rivelazione di Dio si compie nel velamento. Non soltanto negli avvenimenti della passione, ma già prima nella incarnazione. Già nel puro fatto che la Parola diventa carne. Paradosso inconcepibile nel quale confluiscono tutti i paradossi della creazione e della storia della salvezza. […] Proprio così si svela sempre più come l’incomprensibile nascosto. […] Rivelazione, perché Dio viene qui spiegato all’uomo attraverso nient’altro che l’uomo stesso, soprattutto non attraverso delle parole di insegnamento, ma attraverso la vita e il suo stesso essere” (ivi, pp. 425‑426).


14. San Gregorio Magno era solito esclamare: “Questo Natale è una Pasqua!”.


15. Cfr incarnazione: Summa theologiae, III, qq. 1‑26. In seguito: concepimento e nascita, qq. 31‑35; epifania, q. 36; circoncisione, q. 37; battesimo, q. 38; tentazione, q. 41; miracoli, qq. 43‑44; trasfigurazione, q. 45; passione, qq. 46‑49; morte, q. 50; sepoltura, q. 5 l; discesa agli inferi, q. 52; risurrezione, qq. 5356; ascensione, q. 57, insediamento alla destra del Padre e potere giudiziario, qq. 58‑59. Sul tema cfr L. Scheffczyk, Die Bedeutung der Mysterien des Lebens Jesu fur Glauben und Leben des Christen, in Die Mysterien des Lebens Jesu und die christliche Existenz, Aschaffenburg 1984, pp. 17‑34; I. Biffi, I misteri di Cristo in Tommaso d’Aquino, Jaca Book, Milano 1994; B. Mondin, La cristologia di san Tommaso d’Aquino. Origine, dottrine principali, attualità, Uup, Roma 1997, pp. 171‑220.


16. Cfr RVM, n. 24.


17. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 515. Si veda tutto l’importante capitolo “I misteri della vita di Cristo”: Catechismo.‑ cit., nn. 512‑570 e 595‑682.


18. RVM, n. 24.


19. Angelus, 29 ottobre 1978: Insegnamenti 1 (1978), pp. 75‑76; RVM, n. 2. Il Papa ha altresì osservato: “Il Santo Rosario è preghiera cristiana, evangelica ed ecclesiale, ma anche preghiera che eleva i sentimenti e gli affetti dell’uomo. Nei misteri gaudiosi […] vediamo un po’ tutto questo: la gioia della famiglia, della maternità, della parentela, dell’amicizia, del reciproco aiuto. Queste gioie, che il peccato non ha totalmente cancellate, Cristo nascendo le ha assunte in sé e le ha santificate. Egli ha compiuto ciò attraverso Maria. Così è attraverso di Lei che noi possiamo accogliere e far nostre le gioie dell’uomo in sé stesse umili e semplici, ma che in Maria e in Gesù diventano grandi e sante” (Insegnamenti VI/2 [1983], p. 853).


20. Redemptor hominis, n. 8. Si veda la recente lezione dei card. C. Ruini, Giovanni Paolo II. L’unità profonda di un pontificato realmente universale, in “Avvenire ‑ Quaderni”, Roma 2002 (26.10), pp. 17‑26.


21. Cfr RVM, n. 38.


22. Cfr RVM, n. 5.


23. Per altri suggerimenti si veda: Congregazione per il Culto divino, Orientamenti e proposte per l’anno mariano (1987‑1988), n. 62 (Il santo Rosario), dove si consiglia di:
‑ assumere il carattere celebrativo nelle occasioni comunitarie ‑ armonizzare il pio esercizio con il momento liturgico della Chiesa;
‑ non porre in ombra altre eccellenti forme di preghiera, che il valore e la bellezza del Rosario non esclude, come anche altre corone mariane, dei francescani o dei Servi di Maria, ecc.


24. Teofano il Recluso, Istruzione sulla preghiera di Gesù, in Racconti di un pellegrino russo, Rusconi, Milano 1994 [16],  p. 342.


25. Enciclica Ut unum sint, 25 maggio 1995, n. 54.


26. Cfr RVM, nn. 29‑3 1.


27. In tal senso si è espresso san Josemaría Escrivá, la cui canonizzazione è avvenuta praticamente all’inizio dell’Anno dei Rosario: “‑ Ma nel Rosario… diciamo sempre le stesse cose! ‑ Le stesse cose? Non si dicono sempre le stesse cose coloro che si amano?… Non sarà che il tuo Rosario risulta monotono perché, invece di pronunciare parole come un uomo, stai lì assente, ed emetti suoni senza senso, perché il tuo pensiero è lontano da Dio?”. E aggiungeva: “Fatti piccolo. Vieni con me, e vivremo ‑ ecco il nocciolo della mia confidenza ‑ la vita di Gesù, di Maria e di Giuseppe” (Il Santo Rosario, Ed. Ares, Milano 1987, p. 12). Lo raccomandava soprattutto agli studiosi (!): “II Rosario è efficacissimo per quanti usano come arma l’intelligenza e lo studio. Poiché quell’apparente monotonia dei bambini con la loro Madre, nell’implorare la Madonna, va distruggendo ogni germe di vanagloria e di orgoglio” (Solco, n. 474, Ed. Ares, Milano 1987).


28. Angelus, 29 ottobre 1978: Insegnamenti 1 [ 19781, pp. 75‑76. Si tratta di LG cap. 8, nn. 52‑69.


29. In LG (n. 69) si nota l’intercessione particolare di Maria a favore dell’unione dei cristiani e di tutte le genti in un solo popolo di Dio. Anche il Rosario non è di ostacolo alla ricerca ecumenica dell’unità (cfr RVM, n. 5).


30. Sul tema cfr anche L. Scheffczyk, Pietro e Maria: ostacoli o aiuti sulla via verso unità?, nella recente traduzione italiana delle opere mariologiche del Cardinale: Maria, crocevia della.fede cattolica, ed. e traduzione di M. Hauke, Eupress, Lugano 2002.


31. Cfr RVM, nn. 2 e 39. Tra i documenti pontifici riguardanti il Rosario si ricorda l’enciclica di Leone XIII Supremi apostolatus officio e la già menzionata Esortazione apostolica di Paolo VI Marialis cultus. Cfr anche la passione con cui il beato Giovanni XXIII parlava dei Rosario: “O Rosario benedetto di Maria: quanta dolcezza nel vederti sollevato dalle mani degli innocenti, dei sacerdoti santi, delle anime pure, dei giovani e degli anziani, di quanti apprezzano il valore e l’efficacia della preghiera; sollevato dalle folle innumerevoli e pie, come emblema e come vessillo augurale di pace nei cuori e di pace per tutte le genti!” (citato da: Breviario di Papa Giovanni, Garzanti, Milano 1975, p. 305).


32. Si può qui ricordare l’affermazione di san Josemaría Escrivá: “II Santo Rosario è un’arma potente. Impiegala con fiducia e ti meraviglierai del risultato” (Cammino, n. 558, Mondadori, Milano 1992, p. 111).


33. Cfr RVM, n. 43.


 


© Studi Cattolici, n° 502 del dicembre 2002.