Un Cristianesimo senza Cristianità?

Il Magistero contestato, il dissenso...

Il prof. Daniele Menozzi ha riassunto in un articolo un suo argomento preferito – quello degli aspetti politici soggiacenti ad alcune idee-chiave cristiane – trattato nei suoi libri su Il Sacro Cuore e su La Chiesa cattolica e la secolarizzazione. In quell’articolo egli svolge un’analisi per certi aspetti valida, ma corrotta dalla tesi di fondo: ossia che spesso la Chiesa, allo scopo d’imporre o difendere il potere ecclesiastico sulla società, abbia politicizzato il Cristianesimo in senso “reazionario”, ad esempio promuovendo alcune formule teologiche, devozioni popolari e feste liturgiche che, implicitamente o esplicitamente, hanno favorito regimi dittatoriali e antidemocratici.

Un Cristianesimo senza Cristianità?
Risposta cattolica al prof. Daniele Menozzi

di Guido Vignelli

Rinunciare a formule, devozioni e feste “reazionarie”?
In un suo lungo articolo di 14 pagine, intitolato Secolarizzazione, cristianità e regno sociale di Cristo, scritto per un seminario organizzato dal Centro di Studi sul Modernismo presso l’Università di Urbino (ora reperibile su internet: www.uniurb.it/fmurri/seminari.htm), il prof. Daniele Menozzi ha riassunto un suo argomento preferito – quello degli aspetti politici soggiacenti ad alcune idee-chiave cristiane – trattato nei suoi libri su Il Sacro Cuore e su La Chiesa cattolica e la secolarizzazione.
In quell’articolo egli svolge un’analisi per certi aspetti valida, ma corrotta dalla tesi di fondo: ossia che spesso la Chiesa e specialmente il Papato, allo scopo d’imporre o difendere il potere ecclesiastico sulla società, abbiano politicizzato il Cristianesimo in senso “reazionario”, ad esempio promuovendo alcune formule teologiche, devozioni popolari e feste liturgiche che, implicitamente o esplicitamente, hanno favorito regimi dittatoriali e antidemocratici. Questa tesi, di matrice prima liberale e poi comunista, continua ad avere un certo sèguito nel mondo cattolico.
Menozzi critica in particolare le formule di “Regno di Dio” e “Regalità sociale di Cristo”, la devozione al “regale Sacro Cuore di Gesù” e la conseguente festa liturgica di “Cristo Re”. Egli giustamente ricorda che, nell’età contemporanea, queste idee-chiave furono rilanciate nel contesto di un preciso programma di riscossa e restaurazione cattoliche, mirante a combattere la secolarizzazione della politica avviata dalla Rivoluzione Francese e a riaffermare i diritti di Gesù Cristo come Re della società e quelli della Chiesa come Magistra gentium. Lo studioso però va ben oltre: egli sostiene che quelle idee-chiave siano state create apposta, o almeno manipolate a posteriori, allo scopo di giustificare ideologicamente la pretesa “ierocratica” della Chiesa, ossia di asservire le società al “potere ecclesiastico”, come ripete ossessivamente nel suo articolo (pp. 2, 4, 5, 6, 7, 9, 10, 11, 13). Questa pretesa avrebbe spinto la Chiesa, pur di mantenere o riacquistare poteri e privilegi nel campo della vita pubblica, a rendersi complice di alcune dittature reazionarie e antidemocratiche, specie quelle del XX secolo; e si citano compromessi, collaborazioni e concordati fatti con i regimi fascista, nazista e franchista (ma stranamente si tace su quelli, ben più importanti e discutibili, fatti con i regimi comunisti).
Di conseguenza, Menozzi vorrebbe che la Chiesa ripudiasse queste formule, devozioni e feste di matrice teocratica e monarchica, o almeno le purificasse dal loro carattere autoritario e antidemocratico. Egli vorrebbe che la Chiesa si limitasse a proclamare un “Regno di Dio”, una “Regalità di Cristo” e una devozione al Sacro Cuore di Gesù puramente spirituali, ossia senza conseguenze politiche né proiezioni istituzionali. Più in generale, egli vorrebbe che la Chiesa compisse la propria missione limitandosi a servire fraternamente l’umanità e rinunciando ad ogni forma di potere terreno, di “braccio secolare” e di protezione politica, insomma rinunciando alla Cristianità intesa come “ordine cristiano” su basi politico-giuridiche (p. 12).
Secondo Menozzi, l’azione temporale mirante a costruire una Cristianità o a riconquistare una società secolarizzata, fosse anche al solo scopo di favorire l’evangelizzazione o di difenderla dai nemici, tradirebbe l’originario spirito del Cristianesimo, che sarebbe spirito di rinuncia, svuotamento (kenosis), sconfitta e martirio. Egli quindi rifiuta la Chiesa non solo nel suo aspetto militante, ma anche nei suoi ruoli di Madre, Maestra e Giudice, riducendola a “compagna di strada” dell’Umanità in pellegrinaggio nel deserto della storia verso una meta meramente secolare.
Come si vede, Menozzi non si limita ad auspicare che il linguaggio ecclesiale sia “purificato” da una eredità monarchicheggiante in favore di una democraticheggiante, ma vorrebbe che la sensibilità, la mentalità e l’azione ecclesiali fossero “riformati” secondo quella forma di pseudo-misticismo – comune agli ambienti protestanti liberali, neo-modernisti e laicisti – che sogna una nuova Chiesa senza potere né strutture né difese. Questo tipo di “riforma” sarebbe stata tentata più volte nella storia, soprattutto lungo il XX secolo, da alcuni ambienti teologici, autorità ecclesiali e perfino alcuni Papi; ma sarebbe rimasta incompiuta per colpa degli ondeggiamenti pratici del governo ecclesiastico e delle contraddizioni interne al Magistero stesso, compreso quello del Concilio Vaticano II. E il nostro studioso, quasi nuovo Sade, potrebbe così parafrasarne la celebre frase: “Cattolici, ancora uno sforzo, se volete davvero diventare repubblicani!”

Un Cristianesimo disincarnato?
A Menozzi bisogna obiettare molte cose. Innanzitutto egli non comprende che formule teologiche, devozionali e liturgiche di carattere “monarchico” – come “Regno di Dio”, “Regalità di Cristo”, “Regno di Maria”, “Cuore regale di Gesù”, “Cuore regale di Maria” – non sono invenzioni imposte da esigenze di potere politico, ma hanno un fondamento e uno scopo essenzialmente religioso e soprannaturale. Esse infatti hanno profonde radici bibliche e sono state trasmesse dalla Tradizione, insegnate dal Magistero ecclesiastico e perfino confermate da alcune sicure apparizioni celesti, come quella Gesù a santa Margherita Alacoque e quella della Madonna ai pastorelli di Fatima.
E’ vero che l’intera teologia è obbligata a trasporre parole, concetti e realtà dal piano naturale a quello soprannaturale; pertanto anche quelle idee, devozioni e feste “regali” hanno radici storiche e secolari e provocano conseguenze sociali e politiche. Ma è proprio questo a renderle preziose, perché ci permettono di capire meglio certe realtà soprannaturali e d’incarnarle concretamente nella vita umana, favorendo la santificazione delle realtà terrene. Se vengono separate dalle loro radici o impedite di produrre conseguenze, quelle idee, devozioni e feste decadono diventando vuote e sterili, e vengono sostituite da altre che non sono più “spirituali” di loro ma semplicemente più astratte, disincarnate, soggettive e arbitrarie. Ne abbiamo la recente conferma nell’attuale secolarizzazione della teologia, della pastorale e della liturgia, che si esprime in quella sorta di antiligua che è il cosiddetto “ecclesialese”, e che favorisce la crisi della Chiesa attuando una separazione tra Fede e vita.
Più in generale, a Menozzi bisogna obiettare che, a costituire un tradimento del Cristianesimo originario, non è la proiezione politica delle idee, devozioni o feste ecclesiali, ma sarebbe proprio la riforma della Chiesa da lui auspicata. Questa infatti non riformerebbe la vita ecclesiale, ossia non le restituirebbe la forma originaria integrale, ma al contrario gliela corromperebbe completamente. Essa infatti realizzerebbe una grave forma di riduzionismo, perché priverebbe la Chiesa di ogni proiezione sociale, riducendo l’evangelizzazione a una vaga e sterile “testimonianza” che, ben lungi al conquistare, non potrebbe nemmeno farsi difendere da quel baluardo laicale che è la Cristianità; inoltre ridurrebbe missione della Chiesa ad un’azione psicologico-morale solamente interiore, senza conseguenze sociali e storiche, dunque destinata al fallimento per la sua astrattezza e sterilità; ma soprattutto priverebbe la Chiesa della sua forma giuridica e istituzionale, riducendola a un mollusco privo di struttura ossea, ossia di stabilità, di certezza del diritto e quindi anche di efficacia. In tal modo, la Chiesa (e con essa anche la Fede e la stessa Redenzione!) perderebbe la propria dimensione pubblica, istituzionale, “carnale” e storica e verrebbe ridotta alla dimensione privata, “carismatica”, “spirituale” (nel senso protestantico, ossia disincarnata) ed “escatologica” (nel senso millenaristico, ossia utopistica). Se ciò accadesse, la Chiesa subirebbe quella “rivoluzione” di matrice anarchica e tribale, temuta e denunciata fin dal 1978 da Plinio Corrȇa de Oliveira, che sottoporrebbe la Chiesa al nuovo potere politico-mediatico, e abbandonerebbe l’umanità in balìa di quelle forze anticristiane che da secoli cercano di trasformare la società in un’anticamera dell’Inferno.
Le idee, devozioni e feste criticate da Menozzi come mondane, politiche e “reazionarie”, non sono quindi sovrastrutture arbitrarie o superate ma esprimono l’essenziale del Cristianesimo: ossia la sequela, imitazione e conformazione al Redentore Gesù Cristo da parte dell’uomo tutto intero. Non quindi della sua sola individualità spirituale (anima o coscienza o “cuore”), né della sua sola vita privata, bensì dell’uomo integrale, compresa la sua natura sociale creata da Dio, compresa la società con le sue istituzioni, dalla famiglia fino a quella società politica suprema che oggi chiamiamo “Stato”, anzi fino a quella società internazionale sui generis che il padre Taparelli chiamava “etnarchia”. Dunque Dio, in quanto Creatore e Legislatore, e in particolare Gesù Cristo, in quanto Redentore e Santificatore, sono legittimi signori e sovrani dell’umana società. Infatti non solo le culture e le civiltà, ma anche le comunità, i popoli e le nazioni, devono “sacralizzarsi” sottomettendosi al Cristo, onorandolo e imitandolo nelle loro usanze, leggi, autorità, gerarchie, strutture e istituzioni politiche, ossia contribuendo alla edificazione della Cristianità, «fondando un novo regno / ove abbia la pietà sede secura», come cantava il Tasso nella Gerusalemme Liberata.
La Chiesa ha l’obbligo di farsi portavoce e paladina di questi diritti sociali del suo divino Fondatore; possiamo quindi dire che Essa ha la missione di convertire e “sacralizzare” la società purificandola, santificandola ed elevandola al livello soprannaturale, affinché diventi un degno strumento messo al servizio della Redenzione, ossia della gloria divina e della salvezza umana, nella prospettiva di far sì che la vita sociale diventi, per quanto possibile in hac lacrimarum valle, un’anticamera del Paradiso. Questo insegna la dottrina sociale della Chiesa (e ben prima di Leone XIII!), nonostante quella sua penosa divulgazione secolarizzata e laicizzante oggi diffusa, che pretende di sottrarre al Cristo quell’oro che i Re Magi Gli offrirono in dono esprimendo la sottomissione dell’autorità politica alla Regalità divina.
Bisogna insomma superare l’artificiosa contrapposizione e falsa alternativa tra spirito e materia, tempo ed eternità, aldiquà e aldilà, tra l’azione religiosa e quella politica della Chiesa; entrambe vanno ricomposte in quell’unica missione soprannaturale, che impone alla Fede d’incarnarsi e impegnarsi nel temporale allo scopo di convertirlo e porlo al servizio dello spirituale, come il Vangelo stesso insegna imponendo la sua “logica dell’Incarnazione del Verbo”.
La sana teologia insegna che il Regno di Dio in Cristo può essere considerato sotto tre aspetti: quello individuale, che va realizzandosi nella vita temporale della singola anima per impulso della Grazia; quello sociale, che va realizzandosi nella vita storica della Chiesa sotto la guida della Provvidenza; e quello escatologico, che si realizzerà solo nell’aldilà, una volta completata la società dei predestinati. Quando dunque, recitando la preghiera del Pater noster, chiediamo a Dio che “venga il suo Regno”, non alludiamo solo al Regno escatologico (ossia celeste, perfetto e definitivo) che inizierà solo alla fine del mondo e che si realizzerà nella Chiesa trionfante, ma alludiamo anche al Regno temporale (ossia terreno, imperfetto e provvisorio) che va realizzandosi storicamente nella Chiesa militante e di riflesso nella Cristianità, e che dovrà compiersi prima della fine del mondo. In quella preghiera, «chiediamo dunque ardentemente allo Spirito divino (…) che Cristo vinca e trionfi, che la sua Legge sia in vigore nel mondo intero e che i suoi decreti vengano posti in atto» (Catechismo del Concilio di Trento, § 385).
Va quindi respinta come irrealistica e suicida quell’erronea mentalità che vorrebbe far tornare la Chiesa alla misera condizione del primo Israele, quello patriarcale, quando era una comunità tribale che si limitava a sopravvivere accampandosi nelle tende e pellegrinando come straniera, quando ancora Dio non le aveva concesso la grazia di costruire un Tempio, stabilirsi in una Città santa e fondare un Regno terreno. Pertanto, coloro che predicano una falsa riforma consistente nell’ “uscire dal Tempio”, nell’ “abbattere i bastioni” della Città di Dio e nel dissolvere le istituzioni ecclesiastiche, magari invitando laicisti e pagani a contribuirvi invadendo e distruggendo i miseri resti del Regno, contrastano il piano divino ormai compiutosi nella Chiesa, negandole quei diritti di stabilità, difesa e conquista che Le sono stati concessi dal suo Fondatore per compiere la sua missione.
Insomma la Chiesa, come non può rinunciare alla propria missione santificatrice, alla propria struttura giuridica e alla propria dottrina sociale, così non può rinunciare nemmeno al proprio ideale di Cristianità né all’azione politica necessaria per realizzarlo. Se la Chiesa rinunciasse a proclamare e a far valere questi diritti sociali, compirebbe una implicita apostasia, perché rinuncerebbe non a una ideologia umana né a poteri o privilegi terreni, ma alla propria divina missione, a insegnare e incarnare nella storia e nella società la Verità rivelata e ricevuta dal Redentore non per essere timorosamente nascosta ma anzi per essere coraggiosamente proclamata, seminata e incarnata nella vita dei popoli. Un Cristianesimo che si limitasse a cristianizzare la cultura e la civiltà, ma rinunciasse a cristianizzare la società, sarebbe una religione incoerente e sterile, perché lascerebbe sussistere quella separazione tra religione e politica che impedisce la tanto auspicata “unione tra Fede e vita”.

Clericalismo? Passatismo?
Menozzi non si preoccupi: questa non è “ierocrazia” e tantomeno “clerocrazia”, perché – al contrario di quanto egli teme – la Chiesa non pretende di aver ricevuto e di poter esercitare l’intero potere assoluto del Redentore, ma solo quello finalizzato alla santificazione e alla salvezza dell’uomo. Tuttavia questo potere ecclesiale non può ridursi a dispensare e governare le realtà soprannaturali, ma deve anche ispirare e guidare (sia pure indirettamente) tutte le realtà naturali, per far sì che queste, in relativa autonomia – ossia agendo nel loro campo secondo le loro leggi e usando i loro mezzi – realizzino la finalità affidatale da Dio per la sua maggior gloria e per la salvezza delle anime: cioè creino un ambiente sociale, una politica, un diritto, una economia, un’arte e insomma una civiltà cristiana.
Menozzi non abbia timore: qui non si pretende di mitizzare o di riesumare un irripetibile passato storico; la Cristianità infatti è un ideale metastorico, per cui deve realizzarsi temporalmente non in una sola forma storica ma in molte, variabili secondo il piano divino e le necessità della Chiesa e delle epoche; infatti non è storicamente esistita una sola Cristianità ma diverse, e in futuro ne esisteranno altre. Tuttavia, qualunque sia la forma di Cristianità che potrà realizzarsi in futuro, essa non potrà essere “laica” o “profana” (come pretendeva Maritain), ma dovrà essere “sacra” non meno di quelle passate, nel senso che dovrà proclamare e intronizzare Gesù Cristo come Re non solo della civiltà o della cultura, ma anche della morale, del diritto, della politica, dell’economia e dell’arte, e dovrà onorare e imitare la Chiesa non solo come “esperta in umanità”, ma anche come Madre, Maestra e Giudice suprema della società in divinis. Altrimenti si proclamerebbe implicitamente il più blasfemo dei riduzionismi: ossia che Dio e il suo Figlio sarebbero Signori solo dello spirito, dell’individuo, dell’eternità e dell’aldilà, ma non della materia, della società e della storia, le quali godrebbero di un’autonomia e indipendenza assolute. Un’assurda tesi, questa, di matrice manichea, che non costituisce solo una riduzione della missione e del potere della Chiesa, ma anche e soprattutto una riduzione dei diritti di Dio, del potere della Sua Provvidenza e del Suo amore per l’umanità.
Sia dunque il nostro motto quello stesso di sant’Ignazio di Loyola, aggiungendovi però una precisazione che espliciti quel suo aspetto che, se ieri era scontato, oggi viene contestato: ad majorem Dei gloriam… et socialem!