SPERANZA CRISTIANA (03)

Teologia: fondamentale, ascetica...

…IL DOVERE DELLA SPERANZA. NATURA DELLA SPERANZA. Natura. Caratteristiche della speranza. Oggetto e motivo della speranza. VALORE E NECESSITÀ DELLA SPERANZA. Valore della speranza. Necessità della speranza. PECCATI CONTRO LA SPERANZA. PECCATI CONTRO LA SPERANZA PER DIFETTO. Disperazione. Scoraggiamento. PECCATI CONTRO LA SPERANZA PER ECCESSO. La presunzione e l’insipienza…. Trattato di Teologia morale

PARTE I.


L’UOMO DI FRONTE A DIO


SPERANZA CRISTIANA



1. IL DOVERE DELLA SPERANZA



I.       NATURA DELLA SPERANZA.



1.  Natura.


L’azione dello Spirito passa attraverso la fede per animare la vita, anche temporale dei cristiani… ” La promessa restaurazione… è portata innanzi con l’invio dello Spirito Santo e per mezzo di Lui continua nella Chiesa, dalla quale siamo dalla fede istruiti anche sul senso della nostra vita temporale, mentre portiamo a termine, nella speranza dei beni futuri, l’opera a noi commessa nel mondo dal Padre, e diamo compimento alla nostra salvezza (95).Nel mondo greco il termine speranza indica solo aspettazione, desiderio. Il concetto di speranza è quindi quello di uno slancio verso l’avvenire, una presa di possesso del futuro, che non esiste ancora e forse non esisterà mai (96).


Tutta la saggezza del mondo greco si risolveva allora a preservare l’uomo dal pericolo di sperare.


II saggio, diceva Epiteto, disprezza ciò che non è a sua portata. E il motto della sapienza greca era, vivere senza speranza e senza timore. Nec spe, nec metu.


In tutt’altro clima doveva introdurci la Bibbia, che è poi quello della speranza cristiana. L’ardore eroico che la sapienza greca poneva nel restringersi al presente, a non preoccuparsi dell’avvenire, la Sapienza scritturistica lo pone al contrario nel proiettarsi verso il futuro promesso con la sicurezza perentoria di non essere confusi.


Nel nuovo linguaggio biblico le parole stesse del greco classico, acquistano un significato nuovo. Il verbo ** (= spero) non ha più la sua significazione antica “attesa di un bene o di un male”: è sempre attesa di un bene ed attesa permeata di confidenza.


Ben lontana di basare la sua confidenza sulle elucubrazioni e diagnosi dei sapienti, – povera sapienza umana che un soffio disperde (97) – la Bibbia ha un solo motivo di confidenza: Dio. ” In te, o Signore, io spero e mi rifugio: che io non resti confuso, giammai ” (98).


Questo bene, che si attende dall’avvenire, è precisamente ciò che i Greci giudicavano inaccessibile: è un giudizio, che metterà fine alle prove, che separerà i buoni dai cattivi per proteggerli e ricompensarli. Dall’annunzio di questo giudizio è permeato l’insegnamento continuo dei Salmi (99).


È in forza di questa speranza che i patriarchi levano lo sguardo, anche in mezzo alle angustie del presente, verso la terra promessa o l’avvento del Messia. Ed il merito di Abramo, modello dei credenti, è quello di aver sperato contro ogni speranza (100).


Per orientare la loro speranza i Giudei avevano la legge; “fiaccola dinanzi ai propri passi, lume sul proprio sentiero” (101).


La nozione della speranza cristiana è fondamentalmente quella dell’antico testamento: attesa (Oelpízô) fede (Oelpís), pazienza (Oupomonê).


La speranza è innanzi tutto attesa, orientamento verso un futuro. Sperare una cosa che si vede, non e più sperare (102).


Ma la speranza in quanto è attesa o desiderio paziente non è una illusione, Può difendersi di fronte alla logica, perché essa ha un reale, per quanto misterioso, fondamento, la fede.


“Ora la fede è fondamento di cose che si sperano” (103)


Alla nostra aspettativa, che si orienta con esitazione verso un futuro insondabile, la fede fornisce delle prove convincenti, ” dimostrazione delle cose che non si vedono ” (104).


Questi concetti erano già patrimonio anche del Vecchio Testamento, Ma il Nuovo Testamento possiede descrizioni della speranza, dove il tono è più sicuro, più concreto; dove la pazienza dell’attesa diviene un titolo di gloria, un motivo di gioia. La speranza non è solamente un atto di fede, una soddisfazione interiore; essa ha proprie esperienze, che sono la scoperta della forza nella debolezza, della gioia nella prova, dell’arricchimento nella rinuncia. È il progresso trionfante di S. Paolo (105).


“Ci gloriamo nella speranza della gloria dei figlioli di Dio. Né solo questo, ma ci gloriamo pure nelle tribolazioni: sapendo che la tribolazione produce la pazienza; la pazienza la prova; la prova la speranza; la speranza poi non porta inganno, perché la carità di Dio è stata diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (106).


La frase termina non con un progresso, ma con una spiegazione. La speranza cristiana non esiste allo stadio perfetto, se non informata dalla carità: diventa allora misteriosa nelle sue gradazioni e risonanze, partecipando del mistero della Incarnazione; grazie alla carità l’anima può vivere la sua vita divina trinitaria. Sotto forma di desiderio, di slancio, di ricorso, a cui mi riduce l’angoscia presente, la speranza è dunque l’esperienza di vita novella, dove io cristiano mi trovo in un altro che è più di me stesso.



Tradotti questi concetti in linguaggio teologico, la speranza è la virtù teologale, per la quale noi veniamo disposti ad attendere da Dio con confidenza la vita eterna e tutto ciò che può aiutarci ad ottenerla. Anche su un piano puramente naturale, non fuorviato da strane ideologie, due elementi entrano nel concetto di speranza: desiderio e confidenza. La speranza è quindi una tensione dell’essere perfettibile. La speranza virtù teologale ha la stessa struttura; solo si tratta di una tensione che supera la nativa capacità dell’uomo, spingendosi fino al possesso di Dio. Per questo la speranza è un dono.


Al pari delle altre virtù anche la speranza è infusa nell’anima al momento della giustificazione (107), come una permanente disposizione ed inclinazione. Sotto il soffio della grazia attuale sarà poi il principio di quegli atti che stimolano l’uomo, oltre la sua debolezza e le colpe, a superarsi continuamente fino al raggiungimento del fine supremo (108).


Nel magnifico accordo delle tre virtù teologali la speranza sta nel mezzo, tra la fede e la carità, formando quasi la nota di passaggio dalla prima alla seconda. La fede dischiude alla mente gli orizzonti delle verità divine, la speranza si apre alle incommensurabili ricchezze della divina bontà. La speranza dunque riposa su una verità di fede: la bontà e l’amore divino. Quando la volontà si attacca con confidenza a questa divina bontà, sotto la mozione di una virtù soprannaturale speciale, si ha la speranza. Essa è talmente legata alla fede, che non si può parlare della vita e dello spirito di fede, senza parlare della confidenza che essi infondono nell’anima, ciò che è entrare nel campo della speranza.



2. Caratteristiche della speranza.


Le caratteristiche della speranza fluiscono dalla sua medesima essenza. Colui il quale cristianamente spera, si erge su di sé e si protende verso Dio, poggiando su Cristo. In questa erezione e protensione dell’anima, c’è il massimo sforzo ed il più virtuoso dinamismo; nel sostegno su cui fa leva c’è la più assoluta sicurezza. La speranza del membro credente di Cristo toglie alla vita ascetica quella stanchezza e quell’intorpidimento che paralizza e rende tanto facilmente gravoso lo sforzo ascetico. Le dà l’elasticità soprannaturale ed inesauribile della vita spirituale, la vita in Cristo.


Ma d’altra parte, mentre lo stimola incessantemente al cammino, fa sì che dalla vita ascetica sia escluso ogni senso di agitazione e di ansia. Il cristiano sa in chi ha posto fede: per questo egli spera sempre ” contro ogni speranza ” (109). Ciò non toglie però che egli possa e debba attendere alla sua salvezza ” in timore e tremore ” (110), cosciente come è della sua fragilità e della sua defettibilità. Anzi codesto timore completa la sicurezza, preservando immune la confidenza in Dio dalle menomazioni che la leggerezza e la imperfetta valutazione delle cose potrebbe arrecarle.



3. Oggetto e motivo della speranza.


Oggetto principale della speranza cristiana non sono i beni di quaggiù, ” che la ruggine e la tignola consumano ed i ladri dissotterrano e rubano ” (111), ma i tesori dell’eredità incorruttibile, e prima di tutto la beatitudine suprema nel possesso eterno di Dio (oggetto materiale primario). Conseguentemente la speranza cristiana si estende a tutti i mezzi necessari ai singoli, per raggiungere la stessa beatitudine (oggetto materiale secondario).


Sotto questo particolare aspetto anche i beni terreni possono cadere nell’orbita del suo raggio, ma solo nella misura e nel modo con cui Dio li ordina alla nostra salute.


In fondo è sempre Dio che stimola i nostri desideri ed alimenta la nostra attesa. Per elevarci tanto su di noi e protenderci verso di Lui, noi non possiamo far calcolo sulle nostre forze e sull’aiuto delle creature, ma dobbiamo necessariamente far leva su di Lui, sulla sua onnipotenza ausiliatrice e sulle divine promesse: solo cosi il desiderio, anziché piegare nella tristezza, diventa ardimentosa fiducia. Sono questi i motivi della nostra speranza, Per questo a base della speranza sta la fede, la fede nell’onnipotenza di Dio, nella sua volontà salvifica e nella sua indefettibile bontà. Non è la bontà per se stessa, come per la carità, ma è la bontà di Dio nei riguardi degli uomini, in quanto è causa della nostra beatitudine, in quanto il suo possesso e l’unione con Lui nel paradiso è insieme il compimento della nostra vita e la nostra massima beatitudine.


La virtù teologale della fede illumina dinanzi agli occhi del fedele questo fine supremo ed eccita in cuore l’aspirazione di conseguirlo ed insieme di avere i beni salvifici subordinati. Da questa aspirazione sgorga quella fiduciosa aspettativa del conseguimento reale e del fine ultimo della vita umana, che si basa sulle divine promesse e confida nella grazia. Ed è questa aspettazione, corroborata dalla fiducia, la vera essenza della speranza cristiana.


Essa presuppone il desiderio affettuoso dell’anima verso Dio, come Bene supremo, compimento della nostra beatitudine. E cosi l’amore diventa fattore imprescindibile e sostanziale della speranza. E come la fede si incontra in Cristo, così la nostra speranza culmina in Lui: Egli è la nostra speranza (112). In Lui Dio ha riassunto ed ha mantenuto tutte le sue promesse, svelando ed attuando il suo disegno salvifico. Se per tutti noi non ha risparmiato il suo Figliolo, come non ci dona ogni cosa con Lui? (113). Nel Cristo noi siamo stati salvati (114). La sua risurrezione è sicura garanzia della nostra. Uniti a Lui come membra al capo, noi siamo già in un certo senso nella gloria (115). L’incorporazione in Cristo è già l’inizio dell’attuazione beatificante di ogni speranza, poiché non c’è ”  nessuna dannazione per coloro che sono in Cristo Gesù ” (116). Chi crede in Lui ha già la vita eterna (117).




II. VALORE E NECESSITÀ DELLA SPERANZA.



1. Valore della speranza.


Il valore della speranza è immenso per quello che dà e per quello che promette. La speranza cristiana da all’uomo un nuovo grado di vita, potenziandone al massimo la natura ed il volere: non è forse vero che la dignità morale di un essere si misura dal suo volere, e che la misura del volere è nel suo oggetto? L’anima protendendosi verso il futuro, in Dio, respira già, pregustandola, l’aria beata di Dio. Non solo. Le promesse divine conferiscono all’uomo la massima sicurezza, gli danno quasi il senso dell’onnipotenza: “io posso ogni cosa in Colui che mi da forza” (118). Solo su questo terreno può fiorire la vittoriosa persuasione che resiste e trionfa di fronte ai compiti più ardui. Di qui l’invitta fermezza nella prova, nella sicura fiducia che l’aiuto divino non sarà mai inferiore alla sua violenza. Di qui la certezza “che né la morte, né la vita, né Angeli, né Principati, né presente, né futuro, né ciò che ci sovrasta, né quel che ha da essere, né fortezza, né altezza, né profondità, né qualsiasi altra cosa creata sarà in grado di separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (119). Di qui infine la trasformazione del dolore e la casta letizia cristiana, che trae alimento dalla stessa sofferenza e che si rinnova ogni giorno nell’attesa del Signore vicino (120).


“Chiunque ha questa speranza in Lui, santifica se stesso come egli pure è santo” (121). Per la speranza il cristiano non si piega più sui beni di questo mondo se non in quanto sono dei mezzi, per assicurare la nostra salvezza. Egli vede che la sanità del corpo, la fortuna ed il successo nelle vicende umane non hanno relazioni necessarie con la salvezza eterna; possono farvi ostacolo, come possono facilitarla.


Ed allora attende bene al senso della gerarchia dei valori; si attacca unicamente ai beni dell’anima; si rende conto di tutto ciò che è accessorio, terreno. La speranza acquista sviluppo, come la fede, dalla contemplazione delle cose divine, dell’amore divino in particolare.


Vivere di speranza, come vivere di fede suppone una vita interiore; suppone l’uomo capace di liberarsi dal sensibile per vivere secondo lo spirito e di lasciarsi guidare dal lume divino che la fede ci dà.


La speranza è così la virtù ottimistica per eccellenza, la virtù più umana, come è stato detto, perché essa è la sicurezza indefettibile che il cielo è aperto, la virtù accessibile, l’avvenire sicuro, purché non frapponiamo ostacoli. Sapere che Dio veglia su di noi, che tutto finirà bene, che ad ogni istante la grazia ci da tutto ciò che è necessario per trionfare, si può immaginare qualche cosa di più efficace per mettere le nostre anime in un’atmosfera di felice sicurezza: una sorgente più efficace di pace e di entusiasmi?


È per questo che un santo triste non si può immaginare; è per questo che il martire è pieno di gioia e di confidenza anche nelle più terribili prove. Si può cogliere qui nel vivo il legame tra fede e speranza. Il coraggio del martire davanti alla morte è testimonianza dell’intensità della sua fede. Ma è la speranza, in primo luogo, che gli dà l’audacia di affrontare i supplizi, perché la sua audacia è fatta di confidenza in Dio.



2. Necessità della speranza.


È nell’attesa della futura salvezza che il presente ha significato. Senza la speranza la nostra vita soprannaturale non avrebbe senso. Non è forse la grazia il seme della gloria? ed il seme non è, per definizione, promessa, aspettazione, principio? D’altra parte la nostra attesa sarebbe ingiustificata ed assurda, se non riposasse sulle promesse di Dio e sull’aiuto di Cristo. Per questo la speranza cristiana, così come l’abbiamo descritta, fatta di desiderio e di fiducia, è indispensabile per conseguire la salvezza; in essa noi siamo stati salvati (122).


Per questo stesso motivo non esiste condizione di vita e grado di santità da cui la speranza debba o possa essere esclusa. Ne la speranza può essere intesa, come è parsa ad alcuni, aspettazione disinteressata di un’eternità, in cui trionferà l’amore: quasi che il desiderio e l’attesa della propria felicità costituissero un calcolo Incompatibile con lo stato del perfetti. L’amore ordinato di sé non è incompatibile con il più perfetto amore di Dio; anzi il primo condiziona in un certo senso il secondo, non essendo possibile l’amore dell’oggetto, se il soggetto non ama se stesso. Del resto codesto amore trova la sua piena giustificazione nell’adeguazione perfetta della volontà umana con la volontà divina: non vuole forse Dio la nostra felicità? non è forse continuo nel Vangelo e nella predicazione degli Apostoli il richiamo amoroso e premuroso alla mercede copiosa dei cieli, alla retribuzione dell’eredità, alla corona incorruttibile che attende gli atleti dello spirito? (123). Pertanto il così detto amore disinteressato, inteso come atteggiamento abituale ed esclusivo dello spirito, oltre ad essere psicologicamente assurdo, è teologicamente erroneo. Per questo la Chiesa lo ha condannato (124).


In particolare esiste l’obbligo di sperare in Dio, appena raggiunta l’età di discrezione, in fine di vita, e anche più volte nel decorso di un anno. Si deve inoltre sperare, quando risulta necessario per vincere una tentazione grave contro la speranza od altra virtù, quando l’adempimento di un precetto richiede la speranza, e dopo esserci resi colpevoli di peccato di disperazione (125). Chi adempie fedelmente gli altri suoi obblighi di religione esercita almeno implicitamente anche la speranza e quindi soddisfa al precetto di sperare; conviene tuttavia fare spesso atti formali di speranza. Sebbene si debba sperare in Dio senza nessuna esitazione, la speranza però può crescere in fermezza, ossia in intensità.




2. PECCATI CONTRO LA SPERANZA



I. PECCATI CONTRO LA SPERANZA PER DIFETTO


Contro la Speranza si può peccare direttamente in due modi: per diretto e per eccesso. Peccati per difetto sono la disperazione e lo scoraggiamento.


 


1.  Disperazione.


Pecca per difetto contro la speranza tanto colui che non aspira più alla vita eterna, quanto chi disperi di raggiungerla. Il primo atteggiamento può essere determinato o dall’incredulità o dall’eccessivo attaccamento ai beni di questa terra. La disperazione (125) invece, è il più delle volte determinata dalla sfiducia. Talvolta però le due forme si incrociano: è il caso di chi, non credendo, dispera, non trovando nulla quaggiù che possa appagare i suoi desideri. Del resto la sfiducia non raggiunge comunemente il grado della disperazione se non quando s’indebolisce nell’anima la fede: solo chi non crede più, come dovrebbe, alla carità di Cristo, può dubitare della sua benevolenza e della sua misericordia. La vera disperazione è un peccato molto pernicioso, perché paralizza gli sforzi per fare il bene e per superare le difficoltà. La disperazione è finalmente in diretta opposizione alla speranza, in quanto esclude, distruggendola, la virtù della speranza, infusa nell’atto del battesimo, quale permanente dotazione dell’anima deificata in Cristo. Ma a volte la sfiducia è determinata piuttosto dalla fiacchezza del volere, cui ripugna e costa troppo lo sforzo della lotta ed il dovere della rinunzia. In questo senso opera nell’animo soprattutto la lussuria.


 


2. Scoraggiamento.


Dalla disperazione propriamente detta va distinto lo scoraggiamento, non solo quando pesa involontariamente sull’anima come tentazione o come malattia, ma anche quando è accolto nella volontà: esso infatti non è la rinunzia, ma il rallentamento della speranza.


Può dipendere o dall’intiepidimento della fede o dalla pusillanimità dello spirito. Tuttavia lo scoraggiamento, se non dominato, può gradualmente degenerare in disperazione.


A combattere la sfiducia valgono soprattutto il ricordo delle grazie ricevute, il pensiero della nostra incorporazione in Cristo, la serena accettazione della prova e l’umile consapevolezza della propria miseria.



II. PECCATI CONTRO LA SPERANZA PER ECCESSO


Alla speranza si oppone, per eccesso, la presunzione (127) intesa sia come audace confidenza nelle proprie forze per il raggiungimento della salvezza (presunzione pelagiana), sia come insipiente attesa della beatitudine e del perdono senza la propria cooperazione e la rinunzia alla colpa (presunzione luterana). La prima pone alla speranza un fondamento illusorio, e l’altra forma di presunzione distrugge la virtù della speranza, opponendosi al suo motivo: la bontà di Dio.


Ambedue si fondano su errori dogmatici. La presunzione pelagiana si fonda sul naturalismo pelagiano, che esalta la libertà umana fino al punto di attribuire all’uomo da solo la sua santificazione. La presunzione luterana si basa sulla dottrina di Lutero che attribuisce la santificazione individuale e la salvezza ai soli meriti di Cristo, esclusa ogni collaborazione dell’uomo, La presunzione luterana è più grave che quella pelagiana, perché vorrebbe attribuire a Dio una misericordia che si eserciterebbe a scapito della giustizia, attentando quindi alla stessa santità divina.


Ma tanto dall’una quanto dall’altra forma di presunzione, entrambe contrarie alla speranza (contra spem), e peccati mortali, come dicono i teologi, ex foto genere suo, va distinta la temeraria attesa dell’aiuto di Dio, non contro l’ordine da Lui fissato, ma al di là dei limiti delle sue promesse. Codesta presunzione, sebbene non sia contraria alla speranza (praeter spem), è tuttavia assai pericolosa per lo spirito, e talvolta può suonare ingiuria alla misericordia di Dio, come nel caso, in cui la speranza del perdono è occasione di più facile caduta nel peccato, È peccato mortale ex genere suo. Anch’essa reca grave ingiuria alla giustizia divina ed all’uomo grande danno; ammette però parvità di materia. Qualsiasi peccato di presunzione è meno grave di quello di disperazione. La presunzione infatti distrugge la giustizia divina; la disperazione invece distrugge la divina misericordia. Ora, secondo il nostro modo di pensare, a Dio conviene di più la misericordia che la giustizia e la vendetta dei peccati (128).


Nella vita spirituale ogni ascetica e ogni mistica che non siano fondate sull’umiltà sono presuntuose e quindi inefficaci e dannose. Ora del tutto opposta all’umiltà è la presunzione pelagiana, che porta a porre ogni speranza nelle proprie forze. La presunzione poi che si presenta sotto forma di confidenza eccessiva nella potenza e nella bontà divina porta ad attendere troppo da Dio, senza richiedere abbastanza a se stessi, mentre la confidenza in sé, quando è ragionevole e saggia, fortifica l’anima, ne stimola le energie, genera il coraggio nelle iniziative e la perseveranza nello sforzo.





NOTE


(95) Cost. dogm. Lumen gentium, 48. Per la bibliografia, cfr. V. CATHREIN, La morale cattolica, 351 ss.; E. RANWEZ, L’espérance, in Rev. diocés. de Namur, 5 (1950) 119 ss.; P. PALAZZINI, Speranza, in EC, XI 1110-1113; I. PIEPER, Sulla speranza, Brescia 1953; L. ENTRALGO, La espera y la esperanza, Madrid 1958; B. HAERING, Testimonianza cristiana in un mondo nuovo, Roma 1960, passim, C, SPICQ, Théologie morale de N.T., I, Paris 1965, [6]; MOLTMANN, Theology of hope, London 1967 (trad. ital. Teologia della speranza, Brescia 1969); W. ZIMMERLI, Ber Bensch n. seiene Hoffnung in A. T., Gottingen 1968, AV. VV., Dimensioni della speranza, Roma 1971.


(96) Il Concetto dei greci è così ripreso da certi esistenzialisti moderni, ad es. A. GIDE (1869-1951), per i quali la speranza è una felicità, che è più nel desiderio che nel possesso, più nell’attesa che nel conseguimento, per cui l’intensità della gioia è solo salvata dalla rinuncia alla felicità ormai prossima, che evita la decadenza inevitabile della soddisfazione e del possesso.


Le dissonanze dell’anima non si placano mai, il desiderio, che non è speranza, conduce ad una impasse: la felicità dovrà risultare allora dalla varietà delle sue disperazioni, sicché l’ultima speranza che resterà sarà di morire completamente disperato. Cfr. P. PALAZZINI, La speranza, in Tabor, 5 (1551) 197 ss.


(97) Sal 61, 10.


(98) Sal 30, 1.


(99) Sal 96, 10; 7, 9; 9, 9; 57, 12; 66, 5; 81, 8 ecc.


(100) Rm 4,18.


(101) Sal 118, 14.


(102) Rm 8, 24.


(103) Eb 11, 1; M. FRAEYMAN, Est autem fides sperandarum substantia rerum, in Collationes gandavenses, ser. 2, 1 (1951) 35 ss.


(104) Eb 11, 1. Cfr. ancora DANTE, Parad. 25, 67-69, S. ZANOTTI, Dante e la speranza, in Tabor, 5 (1951) 230-241.


(105) M. FRAEYMAN, Essentialia de spe christiana in theologia Paulina, in Collationes gandavenses, ser. 2 (1952) 39-43; TEODORO DA CASTEL S. PIETRO, La speranza nella lettera agli Ebrei, in Tabor, 7 (1953) 169-177.


(106) Rm 5, 2-5.


(107) 2 Ts 2, 15; Rm 15, 13.


(108) Come atto la speranza cristiana può essere definita: un moto soprannaturale deliberato della volontà, con il quale l’uomo, certo del divino aiuto, tende a Dio come al bene supremo che sarà suo possesso nella visione beatifica. Cfr. F. HÙRTH – P. M. ABELLAN, De virtutibus et praeceptis, Roma 1948, 255, n. 573.


(109) Rm 4, 18.


(110) 2 Cor 7, 15.


(111) Mt 6, 19; E. VAN LOOCK, De obiecto formali spei theologicae, in Collectanea mechliniensia, 23 (1953) 638 ss.


(112) 1 Tm 1, 1,


(113) Rm 8, 32.


(114) Rm 8, 24.


(115) Col 1, 27; Rm 6, 4.


(116) Rm S, 1.


(117) Gv 20, 31; 1 Gv 1, 10 ecc. – II Signore nel condurci alla beatitudine oltre che ai meriti di Cristo, ha riguardo ancora, come a motivi secondari e subordinati della nostra speranza, ai meriti e alle preghiere di Maria SS.ma, mediatrice di tutte le grazie, e degli altri Santi ed alle nostre opere meritorie.


(118) Fil 4, 13.


(119) Rm 8,38.


(120) Fil 4, 5.


(121) 1 Gv 3,3.


(122) Conc. Trid. Sess. VI, e. 6; Denz. S. 1526-1527 [798]. Si tratta di necessità di mezzo e di precetto.


(123) Mt 5, 12; Lc 6, 23, 35; 1 Cor 9, 24-25; 1 Pt 5, 4 ecc.


(124) Tale amore disinteressato o amore puro, insegnato più o meno dai falsi mistici di tutti i tempi, conta tra i suoi strenui difensori il quietista MICHELE MOLINOS, condannato da Innocenzo XI nel 1687 (Denz. S. 2207 [1227]); M.ME GUYON, che guadagnò alle sue idee il grande vescovo francese, FÉNELON, la cui opera Maximes fu condannata (e la condanna fu umilmente accettata dall’autore) da Innocenzo XII con il breve Cum alias del 12 marzo 1699 (Denz. S. 2351 ss., 2361 [1327 ss., 1337]). Cfr, ancora le definizioni del Concilio di Trento contro i Protestanti (Sess. VI, cap. 2 e can 31: Denz. S, 1536-1539, 1581 [804, 841]) e le proposizioni gianseniste condannate da Decr. Del Sant’Uffizio del 7 dicembre 1690 (prop, 901 e 13°; Denz, S. 2310,2513 [1300,1303]). Cfr. I. CASATI, La controversia sull’amore puro, in Vita e pensiero, 31 (1940) 113-118.


(125) Cfr. la proposizione condannata da Alessandro VII il 24 settembre 1665: “L’uomo non è tenuto in nessun tempo della sua vita ad emettere atti di fede, speranza e carità in virtù di precetti divini relativi a queste virtù”, Denz. S. 2021 [1101].


(126) E. DUBLANCHY, Désespoir, in DTC, IV, 619-622; A. TANQUEREY, Compendio di teologia ascetica e mistica1, Roma 1928, n. 1261; B. MERKELBACH, Summa theologiae moralis, V, Parisiis 1938, n. 829-832; R. BERNARD DONNA, Dispair and hope, a study in Langland and Augustine, Washington 1948, 1-73; L. AZZOLINI, Disperazione, in EC, IV, 1754-1756, CH, MOELLER) Tentation du désespoir et esperance chretienne, in Collectanea mechliniensia, 20 (1950) 398.419.


(127) S. Theol. 2-2, q. 21, 2, 4; E. VANSTEENBERGHE, Presumption, in DTC, XIII, 131-135.


(128) S. Theol 2-2, q, 21, a. 2.