SAN PIO V (1504-1572)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Questo grande papa è una gloria di Bosco Marengo (Alessandria), dove nacque il 27-1-1504 dalla nobile, ma decaduta famiglia Ghisleri. Per vivere fece il pastore finché a quattordici anni entrò tra i Domenicani di Voghera. Nel 1519 emise i voti solenni a Vigevano, poi completò gli studi all’università di Bologna e nel 1528 fu ordinato sacerdote a Genova. Per sedici anni insegnò filosofia e teologia, e fu successivamente priore nei conventi di Vigevano e di Alba, rigorosissimo con sé e con i sudditi riguardo all’osservanza religiosa. Nominato Inquisitore a Como, spiegò un’indomita energia per arrestare le dottrine protestanti, che segretamente venivano introdotte in Lombardia. Il suo intelligente vigore attirò l’attenzione del cardinale Giampietro Carata, che lo fece nominare commissario generale del Sant’Ufficio. Quando costui diventò papa col nome di Paolo IV, lo elesse prima vescovo di Sutri e Nepi, e poi cardinale (1557) con la carica d’inquisitore generale di tutta la cristianità.

Dopo l’elezione di Pio IV Mons. Ghisleri fu nominato vescovo di Mondovì (1560), ma ben presto ritornò a Roma per occuparsi di otto vescovi francesi accusati di eresia. Con il papa non ebbe rapporti cordiali perché, con rude indipendenza, ne disapprovava l’indirizzo mondano e nepotista. Quando Pio IV morì, il cardinale Ghisleri fu eletto a succedergli, per suggerimento di S. Carlo Borromeo, nipote del papa defunto. Il giorno dell’incoronazione, invece di far gettare monete al popolo secondo la consuetudine, Pio V volle soccorrere, più abbondantemente, a domicilio i bisognosi. Da papa continuò a portare il saio domenicano, a dormire sopra un pagliericcio, a vivere di legumi e frutta, a dedicare tutta la sua giornata al lavoro e alla preghiera.


Egli s’impose subito all’ammirazione e al rispetto di tutti per la pietà, l’austerità e l’amore per la giustizia. Siccome i cardinali ritenevano opportuna la presenza di un nipote del papa nel collegio dei Principi della Chiesa, Pio V si lasciò indurre a dare la porpora a Michele Bonelli, figlio di sua sorella e domenicano pure lui, perché lo aiutasse nel disbrigo degli affari. A un figlio di suo fratello permise di entrare nella milizia pontificia, ma lo cacciò persino dallo Stato appena seppe che coltivava illeciti amori.


Quando prese possesso del suo alto ufficio, Pio V colpì senza pietà gli abusi della corte pontificia, riducendo da 1060 a 600 le inutili bocche da sfamare, e nominando una commissione di cardinali perché vigilasse sulla cultura e i costumi del clero, che lasciavano molto a desiderare.


Nell’attuazione delle disposizioni impartite dal Concilio di Trento fu coadiuvato assai da Mons. Niccolò Ornamelo, braccio destro di S. Carlo Borromeo a Milano ed erede dello spirito di Gian Matteo Giberti, sagace riformatore del vescovado di Verona. Ai sacerdoti furono interdetti la simonia, gli spettacoli, i giochi, i banchetti pubblici, l’accesso alle taverne. Ai vescovi fu imposto un previo esame per l’accertamento sulla loro idoneità, la residenza, pena la privazione del loro titolo, la fondazione dei seminari e l’erezione delle Confraternite di catechismo.


Nella curia S. Pio V organizzò la Penitenzieria, creò la Congregazione dell’Indice per l’esame dei libri contrari alla fede, intervenne personalmente alle sessioni del Tribunale dell’Inquisizione e, due volte la settimana, diede udienza al popolo per dieci ore consecutive. Le sue preferenze andavano ai poveri che ascoltava pazientemente, confortava e aiutava con soccorsi pecuniari. Il papa si compiaceva pure di prendere parte alle pubbliche manifestazioni di fede nonostante le torture della calcolosi, di visitare gli ospedali, di curare egli stesso i malati e di esortarli alla rassegnazione. Fu lui che suggerì ai Fatebenefratelli di erigere un ospizio a Roma. Durante la carestia del 1566 e le epidemie che ne seguirono, fece distribuire somme considerevoli ai bisognosi e organizzò i servizi sanitari. Per reperire le somme necessario, soppresse qualsiasi spesa superflua e spinse l’oblio di sé fino a fare adattare alla sua statura gli abiti dei suoi predecessori. Con simili austerità di vita il papa riuscì a imporsi agli avversari, e a indurre cardinali e dignitari a maggiore devozione e penitenza con grande edificazione del popolo.


Per l’uniformità dell’insegnamento, il Concilio Tridentino aveva richiesto che fosse redatto un testo chiaro e completo della dottrina cristiana. Pio V ne affidò la redazione a tre Frati Predicatori e lo fece stampare nel 1566. L‘anno successivo proclamò S. Tommaso d’Aquino Dottore della Chiesa, obbligò le Università allo studio della Somma Teologica e nel 1570 fece stampare un’edizione completa e accurata di tutte le opere del santo.


Nel campo della Liturgia si deve al lungimirante pontefice la pubblicazione di un nuovo Breviario e di un nuovo Messale; in quello della Musica la nomina del Palestrina a Maestro della cappella pontificia; in quello delle Missioni, l’invio di religiosi nelle “Indie orientali e occidentali” e l’invito agli spagnoli di non scandalizzare gl’indigeni delle loro colonie.


Per migliorare la moralità del popolo romano punì l’accattonaggio e la bestemmia, vietò il combattimento di tori e il carnevale, espulse da Roma un grande numero di cortigiane, impose un limite al lusso e alle spese che si facevano in occasione di feste, favorì i Monti di Pietà per sottrarre i cattolici dalle usure degli ebrei, ai quali permise soltanto di risiedere in appositi quartieri della città sottoposti a particolari leggi. Pur non avendo molta attitudine per l’amministrazione dello Stato, non trascurò il benessere dei cittadini tracciando strade, costruendo acquedotti, favorendo l’agricoltura, facendo bonifiche, migliorando le fortezze di difesa, curando molto gli ospedali.


Contemporaneamente , Pio V agiva con estrema energia per difendere ovunque la purezza della fede. Sotto il suo pontificio Aonio Paleario e Pietro Carnesecchi, già protonotari apostolici, subirono l’estremo supplizio per la loro adesione agli errori dei protestanti, e gli Umiliati, che a Milano avversavano le riforme di S. Carlo Borromeo, furono soppressi.


Ancora imbevuto della mentalità medioevale, Pio V scomunicò e depose la regina d’Inghilterra, Elisabetta, per la morte di Maria Stuart con il triste effetto di aggravare l’oppressione dei cattolici inglesi. Mandò in Germania il Legato Gian Francesco Commendone, per impedire che l’imperatore Massimiliano II si sottraesse alla giurisdizione della Santa Sede; inviò milizie proprie in Francia a combattere contro gli Ugonotti tollerati da Caterina de’ Medici ai danni della religione cattolica; esortò Filippo II, re di Spagna, a reprimere il fanatismo degli anabattisti nei Paesi Bassi; condannò gli errori di Michele Baio, professore all’Università di Lovanio e precursore del giansenismo; incaricò S. Pietro Canisio di confutare le Centurie di Magdeburgo, prima tendenziosa storia della Chiesa compilata dai protestanti.


Per stornare la perpetua minaccia dei Turchi contro il mondo cristiano, il santo lavorò tenacemente per costituire un lega di principi, specialmente dopo la presa di Famagosta (Cipro) eroicamente difesa dal veneziano Marc’Antonio Bragadin (11571) che, dopo la resa, fu scuoiato vivo. Alle galere pontificie si unirono soltanto le flotte della Spagna e di Venezia, sotto il supremo comando di don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V, fratellastro quindi di Filippo II. Lo scontro con i Turchi, allora all’apogeo della loro potenza, avvenne il 7-10-1571 nel golfo di Lepanto, durò da mezzogiorno alle cinque pomeridiane e si concluse con la completa vittoria dei cristiani. Alla stessa ora Pio V stava ragionando di conti con il suo tesoriere quando improvvisamente si alzò, andò alla finestra, rimase alcuni istanti estatico con lo sguardo volto a oriente, e poi esclamò: “Non occupiamoci più di affari. Andiamo a ringraziare Dio perché la flotta veneziana ha riportato vittoria”.


A ricordo dell’avvenimento, che cambiò il corso della storia, fu introdotta la festa del Rosario. Il senato veneto fece dipingere la scena della battaglia di Lepanto nella sala delle adunanze con la scritta: “Non la forza, non le armi, non i comandanti, ma il Rosario di Maria ci ha resi vittoriosi!”.


Pio V, spossato da ipertrofia prostatica di cui, per pudicizia, non volle esser operato, morì il 1-5-1572 dopo aver detto ai cardinali radunati attorno al suo letto: “Vi raccomando la santa Chiesa che ho tanto amato! Cercate di eleggermi un successore zelante, che cerchi soltanto la gloria del Signore, che non abbia altri interessi quaggiù che l’onore della Sede Apostolica e il bene della cristianità”. Di lui S. Carlo Borromeo aveva detto che, da lungo tempo, la Chiesa non aveva avuto un capo migliore e più santo. Clemente X lo beatificò il 27-4-1672 e Clemente XI lo canonizzò il 22-5-1712. Il suo sepolcro si venera in Santa Maria Maggiore.


 


Sac. Guido Pettinati SSP,


I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 375-379.


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